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giovedì 23 luglio 2015

Indiana Jones e il tempio maledetto

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1984
Durata: 118'





La trama (con parole mie): siamo nel 1935, e Indiana Jones, celebre archeologo, insegnante ed avventuriero, dopo una rocambolesca fuga dalla Cina, finisce in India, in un piccolo villaggio dal quale sono state trafugate pietre sacre per la popolazione.
Alla ricerca delle pietre stesse, Indy, il piccolo Shorty e la cantante Willie si troveranno a scoprire i segreti dietro il palazzo del maraja locale, dominato da una setta dedita al culto della dea Kali e legato ad un complesso sistema di tunnel, miniere ed un vero e proprio tempio all'interno del quale si compiono sacrifici umani.
Riuscirà il dottor Jones a mettere le mani sulle pietre per riportarle ai legittimi proprietari, avere la meglio sul leader della setta, sedurre Willie e portare a casa la pelle?








Senza dubbio, uno dei personaggi fondamentali per la mia formazione di cinefilo e di bambino di fronte alla meraviglia offerta dalla settima arte, che ha finito per accompagnare innumerevoli visioni in compagnia di mio fratello nel corso di tutti gli anni ottanta e nella prima parte dei novanta è stato Indiana Jones: l'alter ego di maggior successo di Harrison Ford, avventuriero spaccone e ciarliero, donnaiolo e decisamente umano, fisicamente, rispetto agli altri action heroes targati eighties, negli anni non ha perso ai miei occhi lo smalto di allora, eppure non ha avuto grande fortuna o spazio qui al Saloon, limitando le sue apparizioni ad un recupero de I predatori dell'Arca perduta quando ancora White Russian muoveva i suoi primi passi.
Dunque, spinto dalla leggerezza dell'estate, ho deciso di ripescare i due capitoli che seguirono proprio quella prima, fantastica avventura, e che, paradossalmente, nel corso della mia vita ho finito per vedere e rivedere un numero di volte decisamente superiore all'esordio sul grande schermo del Dottor Jones, che ad oggi risulta ancora essere l'episodio qualitativamente migliore della saga: in particolare, Indiana Jones e il tempio maledetto, con i suoi improbabili voli da aerei lasciati senza piloti, gli insetti delle catacombe, il rituale della setta dedita a Kali con tanto di cuore estirpato a mani nude, è stato - ed è - un guilty pleasure tra i più amati dal sottoscritto, perfettamente in grado di funzionare ancora oggi e di parlare ad un pubblico di tutte le età divertendo clamorosamente e senza ritegno.
Nonostante, infatti, sia a livello critico forse il capitolo meno interessante tra i quattro realizzati fino ad ora, tutto funziona a meraviglia, dall'incipit cinese all'ambientazione indiana dal sapore di film di genere anni cinquanta, passando per un villain d'eccezione - lo stregone a capo della setta - e comprimari perfetti per spalleggiare il sempre pungente Jones - dal giovane Shorty, il Data dei Goonies, alla cantante Willie, che regala un'ottima dose di schermaglie amorose con il nostro archeologo preferito nella grande tradizione di questo franchise -: se, a tutto questo, si aggiungono poi sequenze action perfette per ritmo e tensione - l'inseguimento nella miniera sui vagoni è uno dei passaggi più belli che ricordi della mia infanzia di spettatore -, le consuete battute di Indy ed il mestiere di Spielberg e soci, il cocktail servito è quanto di meglio si potrebbe chiedere al Cinema d'intrattenimento, lo stesso in grado di far sognare i bambini e far tornare bambini gli adulti, oltre a delineare situazioni e charachters che, in un modo o nell'altro, hanno finito per entrare nella Storia della settima arte così come nella memoria di generazioni di spettatori.
Personalmente, non vedo già l'ora che il Fordino sia abbastanza grande per potergli proporre cult dei tempi del suo vecchio come questo, sperando di trasmettergli la stessa passione per il Cinema e l'avventura che nutro e rinnovo ad ogni giorno e visione: e quando la quotidianità o film troppo scarsi non me lo permettono, posso sempre evocare ricordi dell'epopea indiana di Indiana o, ancora meglio, pescare dalla libreria il dvd e gettarmi a capofitto in qualche inseguimento mozzafiato come se fossi io a portare il cappello e la frusta.




MrFord




"In the temple of love you hide together
believing pain and fear outside
but someone near you rides the weather
and the tears he cried will rain on walls
as wide as lovers eyes
in the temple of love, shine like thunder
in the temple of love, cry like rain
in the temple of love, hear my calling
in the temple of love, hear my name."
The Sisters of mercy - "Temple of love" - 






lunedì 21 ottobre 2013

Vertigo - La donna che visse due volte

Regia: Alfred Hitchcock
Origine: USA, UK
Anno: 1958
Durata: 128'




La trama (con parole mie): John "Scottie" Ferguson, ex detective della polizia ritiratosi a seguito di un tragico incidente che mise a nudo il suo terrore per le altezze e costò la vita ad un collega, viene contattato da un vecchio amico in modo da sorvegliarne la moglie, Madeleine Elster, che vive un periodo di sconvolgimenti legato ad una sorta di immedesimazione con una sua antenata, resa folle dall'amore e suicida alla sua stessa età. Nell'eseguire il suo compito, Scottie finisce per sviluppare un'attrazione irresistibile per Madeleine, divenuta più forte nel momento in cui l'uomo salva da un primo tentativo di suicidio la giovane: tra i due sboccia l'amore, ma proprio quando i sentimenti esplodono la donna decide di porre fine alla sua vita gettandosi dal campanile di una missione proprio davanti agli occhi dell'inerme Scottie, messo in ginocchio dalle vertigini mentre cercava di inseguire l'amata.
Distrutto dal dolore, Ferguson impiega oltre un anno per riprendersi, e ancora segnato dalla presenza di Madeleine, rimane sconvolto quando, per caso, incontra Judy, identica in tutto e per tutto al suo amore perduto: sarà l'inizio di una spirale di emozioni che porterà John ad affrontare le sue paure e scoprire la verità di un delitto apparentemente perfetto.




A volte si incontrano pellicole di fronte alle quali si finisce per rimanere a bocca aperta, ammettendone il valore senza troppi giri di parole - cose come Il mucchio selvaggio, I sette samurai, Furore, Tempi moderni - e altre, invece, che paiono offrire ad ogni visione una nuova lettura, e la possibilità di riscoprirle quasi potesse essere sempre e comunque una "prima volta" - 2001, Apocalypse now, Quarto potere -: senza dubbio La donna che visse due volte, il mio personale favorito nell'incredibile filmografia hitchcockiana, fa parte di questa seconda categoria.
L'ultima volta che mi capitò di vederlo, ad esempio, fui travolto dalla sensazione di smarrimento del protagonista gettato tra le fauci di un intrigo noir decisamente più grande di lui e più pericoloso delle vertigini che, di fatto, lo rendono vulnerabile almeno quanto il suo esordio sugli schermi dell'allora casa Ford fu caratterizzato principalmente dalla meraviglia scaturita dalla tecnica prodigiosa come di consueto messa in campo dal Maestro, senza dubbio uno dei registi più dotati, importanti e talentuosi della Storia.
L'occasione del ritorno in sala - anche se per soli tre giorni a partire da oggi - di questa pietra miliare mi ha dunque dato modo - grazie anche agli amici di QMI - di esplorarlo da un altro e profondo punto di vista: quello dell'amore.
Dalla vertigine che da il titolo alla versione originale della pellicola ai conflitti interiori vissuti dal protagonista Scottie e da Madeleine/Judy rispetto al destino della loro storia, dall'ironia disseminata con acume dal vecchio Hitch - sfruttando soprattutto la spalla di Ferguson, l'ex fidanzata ed amica Midge - al ruolo del Destino, sempre pronto a mettere la parola fine a qualsiasi pretesa umana - la straordinaria conclusione -, il sentimento che è, di fatto, la benzina per il motore di gran parte dell'arte gioca un ruolo fondamentale in questa intensa favola nera mascherata da thriller, in grado di raggiungere in più di un'occasione - la sequenza sulla spiaggia con il primo bacio tra Scottie e Madeleine - una tensione emotiva e quasi erotica incredibile, decisamente più avanti rispetto anche ai nostri tempi.
Lo sprofondare di Ferguson nel dolore della perdita di quello che, di fatto, costituisce il suo primo - ed unico, forse - amore, culminato con la spettacolare sequenza dell'incubo - un vero e proprio cocktail in netto anticipo rispetto all'epoca della psichedelia - così come la progressiva trasformazione di Judy in Madeleine nata per compiacere i desideri del proprio compagno sono volti che ognuno di noi ben conosce - o ha sperimentato sulla propria pelle - dell'amore, in grado di mutare nella più grande gioia e nell'incubo peggiore della vita di qualsiasi persona, dal più duro all'ultimo dei teneri.
Hitchcock, troppo spesso accusato di essere un regista freddo e votato esclusivamente alla tecnica, mostra ancora una volta la grande passione della sua arte, la carica emozionale nata dal bisogno di scoprire il grande dramma del sentimento, che proprio come un'epopea alcolica riesce a portarci ad imprese incredibili ed estasi quasi mistiche tanto quanto a dolori pronti a spezzarci in due.
E come barche alla deriva risucchiate da un maelstrom di sentimenti, finiamo per ritrovarci schiavi di una vertigine che finiremo per superare soltanto nel momento in cui saremo davvero disposti ad andare oltre il passato, ed anche in quel caso, non saremo mai davvero protetti dal Destino, così come dalle follie dell'organo più pericoloso e stupefacente di cui siamo dotati: il cuore.


MrFord


"Lights go down, it's dark
the jungle is your head
can't rule your heart
a feeling is so much stronger than
a thought
your eyes are wide
and though your soul
it can't be bought
your mind can wonder."

U2 - "Vertigo" - 




mercoledì 20 giugno 2012

Ogni maledetta domenica

Regia: Oliver Stone
Origine: Usa
Anno: 1999
Durata: 150'



La trama (con parole mie):  per i Miami Sharks la stagione sta prendendo una brutta piega, dopo tre sconfitte di seguito in grado di minare la fiducia della squadra rispetto al raggiungimento dei playoff, quella dell'arrivista proprietaria del club Christina Pagniacci, dei tifosi e dei giornalisti.
Il vecchio leone Tony D'Amato, sulla stessa panchina da oltre vent'anni, vacilla, resistendo soltanto grazie alle meraviglie dei due veterani Jack Rooney e Luther "Shark" Lavay: quando, nel corso di una partita, proprio Rooney ed il quarterback di riserva Tyler Cherubini rimangono infortunati, l'unica alternativa sarà data dalla terza scelta per il ruolo, il giovane Willie Beamen.
Proprio il ragazzo sarà il motore di una vera e propria rivoluzione all'interno della squadra, portata a colpi di talento cristallino e colpi di testa da neo-superstar, che significherà per gli Sharks un nuovo, incredibile capitolo della loro storia.




Personalmente, non ho mai coltivato un amore particolarmente travolgente per Oliver Stone: certo, le sue pellicole spesso e volentieri sono un concentrato perfetto di quelli che sono i difetti - ed i punti di forza - degli Stati Uniti e della loro filosofia da "larger than life" a tutti i costi, ed ammetto che molte continuano ad emozionarmi incondizionatamente visione dopo visione, eppure, forse dalla ferita aperta che è ancora Platoon - per me una pallidissima imitazione di Apocalypse Now -, non sono mai riuscito a considerare il regista di New York come uno dei favoriti fordiani per eccellenza.
Nonostante questo, e con tutte le mie forze, adoro incondizionatamente Ogni maledetta domenica.
Nel Cinema moderno - parlo degli ultimi trent'anni - credo non esista un ritratto migliore del grande circo - anche e soprattutto mediatico - degli sport da incassi milionari nonchè dell'etica del gioco di squadra come in questa pellicola esagerata e sopra le righe, kitsch e clamorosamente emozionante: soltanto Friday night lights - serie ormai di culto in casa Ford, anch'essa incentrata sul football -, pur se in misura diversa, è riuscita negli ultimi mesi a rispolverare l'adrenalina ed il batticuore di una finale, o di quelle partite giocate sul filo dei secondi.
Chiunque, al campetto con gli amici o in una società, abbia praticato uno sport di squadra almeno una volta nella vita, conoscerà bene il brivido che percorre la schiena quando ci si gioca tutto fino all'ultima azione, e anche da semplici spettatori, che seguiate il calcio - l'equivalente nostrano del football per gli States -, il basket, il rugby o qualsiasi altra disciplina collettiva, penso che le emozioni regalate dai match più importanti possano essere sentite sulla pelle e dritte nell'anima pur non calcando il terreno di gioco: ricordo benissimo - almeno fino ad un certo punto della nottata - la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 2006, che vissi praticamente senza muovermi o parlare, teso come la corda di un violino - e con Julez urlante accanto - fino all'ultimo, liberatorio rigore di Grosso.
E da quel momento furono Cuba Libre come se piovesse.
Ogni maledetta domenica è associabile ad una finale: brividi, tensione alle stelle e fiato grosso.
E poco importano la regia iperadrenalinica di Stone, la fotografia satura, la colonna sonora spettacolare che incornicia le intepretazioni - tutte ottime - di un cast a dir poco stellare, una durata che finisce per non farsi sentire neppure di striscio, un climax emotivo che continua come un'onda lunga anche al termine dell'ultima partita, addirittura fino all'inizio dei titoli di coda.
Quello che importa, in Ogni maledetta domenica, sono i centimetri.
Quelli dell'ormai supercult discorso di Tony D'Amato/Al Pacino ai suoi giocatori prima del match decisivo in casa della squadra texana - e quale stato è più associabile al football professionistico del Texas? -, ormai un passo obbligato di quasi tutti i corsi di formazione aziendali e sportivi, quelli di Jack "Cap" Rooney, che la vecchia stella deve sperare di guadagnare agli occhi di una moglie che non lo vorrebbe prossimo al ritiro, di Luther "Shark" Lavay - un gigantesco, in tutti i sensi, Lawrence Taylor, interprete di una parte che pare un omaggio alla sua incredibile carriera di giocatore professionista -, disposto a sacrificare tutto se stesso perchè quel bonus sui placcaggi possa garantire un futuro alla sua famiglia, di Willie Beamen, astro nascente che ancora deve capire quanto grande sia la fatica che si spende ogni maledetta domenica per vincere o perdere.
Perchè non importa chi vince e chi perde, l'importante sarà vincere o perdere da uomini.
Parola del coach D'Amato.
E chi non è con lui, in fondo?
Dalla parte di un nocchiero imperfetto e squilibrato, che ai calcoli del giovane erede sulla panchina degli Sharks Nick Crozier risponde con l'istinto del campo di gioco, delle dita sbiancate dei difensori che puntano il quarterback e quelle danzanti dei ricevitori ansiosi di avere tra le mani il pallone, gli occhi alla linea del touchdown, neanche fosse la donna della loro vita.
Dalla parte di un uomo che ha fatto tutti gli errori possibili, e a tavola con quello che potrebbe essere il giocatore più talentuoso che abbia mai allenato, non teme di mettere lo stesso di fronte alle sue responsabilità di futuro numero uno: una battaglia generazionale con le bighe di Ben Hur che corrono in sottofondo.
Perchè i giocatori di football professionistico sono come gladiatori, come ben sa il medico molto compiacente Harvey/James Woods, che ha sacrificato l'etica in nome degli ideali più o meno legati al successo e ai soldi degli uomini che ha visto spezzarsi osso dopo osso in tutti gli anni passati con gli Sharks.
Perchè ci sono molte cose che possono motivare un uomo - e uno sportivo - ad andare fino in fondo, sacrificando tutto il possibile - e anche di più - per quei centimetri che paiono miseri, ma che, alla fine, andranno a sommarsi per definire la vittoria o la sconfitta da Uomini: il coach D'Amato, riferendosi ad un suo vecchio pupillo, racconta di come lo stesso gli abbia confessato il fatto che non gli manchino i dollari, o il successo, o la folla, o le ragazze, quanto i suoi dieci compagni d'attacco: "Perchè quando ci muovevamo, ci muovevamo come fossimo un corpo solo."
"Ho imparato più da Cap Rooney nel primo tempo di questa partita che in cinque anni di football professionistico", dichiara Willie Beamen, pronto a prendere le redini della squadra nella speranza di superare le linee texane.
L'ispirazione del singolo e la confortevole sensazione di avere qualcuno pronto a pararti il culo quando un bestione di centocinquanta chili carica perchè è proprio te, che vuole schiantare a terra.
Non esistono doni dell'invisibilità: esistono solo i centimetri, e tutto il sangue che sputiamo accanto ai nostri compagni di lotta dall'inizio alla fine di una partita.
Quali siano il campo e lo sport che la muovono, non importa.
L'importante sarà potersi guardare attorno, e sapere che chi è dalla nostra parte della barricata sarà lì, piantato a terra o lanciato verso l'orizzonte di una linea apparentemente insignificante, a definire il nostro prossimo passo.
A quel punto, non basterà che alzare la testa e lanciare la palla.
Chissà che non sarà il centimetro decisivo, quello che andremo a sommare a tutti gli altri.


MrFord


"Sacrifice don't give up the fight,
everything will be all right on any given Sunday
The harder they come the hard, yeah the harder they must fall
Depends on you if you win or lose,
you know you got to pay some dues so that you can live on Monday
Strive to achieve and die in for what you believe."
Jamie Foxx - "Any given Sunday" -


domenica 22 gennaio 2012

Clerks

Regia: Kevin Smith
Origine: Usa
Anno: 1994
Durata: 92'


La trama (con parole mie): Dante Hicks ha ventidue anni, ha mollato l'università e lavora come commesso al Quick Stop. Al suo fianco Randal, migliore amico, inseparabile compare e casinista, dirimpettaio lavorativo nella videoteca giusto accanto al negozio in cui lavora.
Oggi è un giorno particolare, il più agognato da ogni commesso: quello di riposo.
Eppure Dante, convinto dal capo, finisce per accettare di sostituire un collega malato: dal ritardo di Randal ad una partita di hockey su asfalto riorganizzata per l'occasione, senza contare i clienti, i controlli e le vicende sentimentali che lo vedono in bilico tra la fidanzata Veronica e l'ex Caitlin, sarà un turno di lavoro assolutamente irripetibile.




E' davvero difficile scrivere di Clerks senza esserne coinvolto emotivamente.
Credo infatti che, insieme a Il grande Lebowski e Little miss sunshine, i due film dedicati alle vicende dei commessi Dante e Randal firmati Kevin Smith siano tra le commedie più importanti - a livello di cuore - di tutta la mia storia di spettatore: un pò perchè conosco molto bene il ruolo, e negli anni trascorsi in uno o nell'altro negozio ho assistito a scene ben più clamorose di quelle mostrate in questo gioiellino simbolo degli anni novanta, un pò perchè vedere e rivedere Clerks - e Clerks 2 - è come ritrovare il vostro migliore amico, quello che ci sarà sempre, che vi conosce addirittura meglio delle vostre fidanzate, compagne o mogli, e che anche quando non ne avrete bisogno, sarà sempre lì, pronto a darvi una pacca sulla spalla per farvi andare avanti ancora una volta.
Questa sensazione - in grado di andare ben oltre l'uso del bianco e nero, l'autorialità trasformata in buddy movie, la sceneggiatura calibratissima eppure tutta cuore - travolge ad ogni visione, e seppur consapevole che non si tratti - ne si tratterà mai - di un Capolavoro, trovo che Clerks sia uno dei film di formazione più importanti che mi sia capitato di vivere, più che semplicemente guardare, e anche se ora mi trovo - per età e percezione - più vicino al secondo capitolo delle avventure di Dante e Randal tanto da preferirlo addirittura a questo indimenticabile primo, godermi questa chicca in una serata speciale - il Capodanno a due organizzato per l'occasione in casa Ford, con tanto di stracolmo White Russian in mano - è stata una vera meraviglia in grado di suscitare anche una leggera e piacevole sensazione di malinconia quasi guardassi una vecchia fotografia - in bianco e nero, perchè no - di me stesso quando, a nemmeno vent'anni, con i capelli lunghissimi e ancora neanche un tatuaggio, iniziavo per la prima volta la mia esperienza al Virgin Megastore, e tra gli scaffali del rock e dell'heavy metal cominciavo a scoprire il magico mondo dei commessi e tutte le stranezze che ne conseguivano.
E' passato un sacco di tempo, sono passati i clienti e le fidanzate - o pseudo tali -, i colleghi, le vicende più o meno toste, i viaggi ed i compagni di percorso: eppure il ricordo di quel periodo e di Clerks - lo vidi per la prima volta in vhs, quasi in contemporanea all'inizio della mia esperienza in negozio - sono ancora vivi ed unici, un pò come il suddetto amico sempre pronto ad essere al nostro fianco, che sia per fare una montagna di cazzate o per farci sapere, senza parlare, che lui è sempre lì.
E lo sarà davvero, perchè a distanza di dodici anni, nel secondo capitolo delle avventure di Dante e Randal, nulla sarà cambiato.
Giusto il colore, perchè c'è sempre qualcosa - e soprattutto qualcuno - nella vita in grado di mettere tinte accese dove noi, prima, vedevamo solo, per l'appunto, in bianco e nero.
E giusto per non lasciarvi in preda alla malinconia o a quel sottile stato di quasi ebbrezza estatica che l'umorismo fracassone di Kevin Smith non permette affatto, do fuoco alle polveri liberando tutta la potenza di questa perla che invito assolutamente tutti quanti a recuperare, perchè si tratta senza dubbio di uno di quei film che è necessario vedere ALMENO una volta nella vita.



Guerre stellari tornerà anche nel secondo capitolo delle avventure dei miei commessi preferiti, e intanto approfitto per dirmi d'accordo con Dante: L'impero colpisce ancora è il meglio della trilogia.


Chi, poi, non ha mai sentito parlare di Palla di neve!?
Non è un delfino, o una foca, tranquilli.
Ma se ancora non sapete di cosa sto parlando, è giunto il momento di mettervi in pari.


Non potevo non inserire anche un momento dedicato a Jay e Silent Bob, celebri personaggi dell'universo kevinsmithiano, nonchè spalle perfette di ogni protagonista - o quasi - delle pellicole di questo autore totalmente di culto.

So bene che questo post risulterà un pò anomalo, rispetto alle mie consuete recensioni.
Ma che ci volete fare!?
Quando il cuore prende il sopravvento, le regole non valgono più.
Ad ogni modo: guardatelo, riguardatelo, scopritelo.
Così come Clerks 2.
Altrimenti non mi resterà altro che darvi così tante bottigliate "che quando vi sveglierete i vestiti che avrete addosso saranno passati di moda".
E chi becca la citazione vince una giornata intera dietro il bancone del Quick Stop.


MrFord


"I haven't felt like this in so long 
wrong, in a sense too far gone from lov
strong, I haven't felt like this in so long
wrong, in a sense too far gone from love
that don't last forever
something's gotta turn out right."
Alice in chains - "Got me wrong" -

sabato 20 agosto 2011

Un tram che si chiama desiderio

Regia: Elia Kazan
Origine: Usa
Anno: 1951
Durata: 122'

La trama (con parole mie): nella New Orleans popolare, una giovane coppia vive in un piccolo appartamento nato come nido d'amore e divenuto il volto di una famiglia scossa dall'impetuoso carattere di Stanley Kowalski, ruvido operaio dal fascino e dai modi animaleschi sposato con Stella, giovane di provincia. Quando la sorella di quest'ultima, Blanche, si stabilisce da loro dopo quella che doveva essere una breve visita, iniziano i problemi: Stanley e Blanche, che incarnano due passionalità diametralmente opposte, si daranno battaglia sul campo che costituisce l'emotività di Stella, dando vita ad uno dei drammi sentimentali più intensi e meglio interpretati della Storia del Cinema.



Ricordo la prima volta in cui Un tram che si chiama desiderio passò sugli schermi dell'allora casa Ford ancora non proprio casa Ford. Era un agosto torrido di quasi una decina d'anni fa, e sfruttando il deserto della città e l'assenza di fratello e genitori potevo godermi visioni a ripetizione accompagnate da continui rifornimenti di cibo e beveraggi assortiti ad ogni ora del giorno e della notte.
Nel pieno della visione, già rapito da uno straordinario bianco e nero, dallo script tratto da una piece di Tennessee Williams, dall'incredibile tensione erotica e sentimentale che montava minuto dopo minuto attraversando tutti i protagonisti, incappai nella storica scena della maglietta strappata di Stanley Kowalski e di quello "Stella! Stella!" gridato a squarciagola ai piedi della scala affinchè sua moglie tornasse da lui dopo essersi rifugiata da una vicina a seguito di uno scontro legato, tanto per restare in tema, alla sorella Blanche.
Rimasi letteralmente folgorato: non soltanto pensai che nessuno - donna, uomo o animale che fosse - avrebbe potuto resistere al richiamo di uno degli attori più affascinanti e magnetici della Storia del Cinema, l'uomo del cotone in bocca e del burro nel culo, il terrificante Kurtz e l'unico in grado - vecchio, grasso e in sedia a rotelle - di far letteralmente scomparire Johnny Depp al massimo del suo fascino dall'inquadratura nel semisconosciuto ed ottimo Il coraggioso, per la regia dello stesso Depp, ma che l'intensità di una sequenza di quel genere fosse in grado di diritto di portare Un tram che si chiama desiderio tra i più grandi Capolavori del Cinema americano.
Eppure, questa magnifica pellicola rivela ben più di una singola - pur incredibile - sequenza: la lotta serratissima tra Stan e Blanche, giostrata attraverso la brutalità passionale del primo e la fragile, disturbata psiche della seconda, il ruolo di Mitch - amico fraterno ed ex commilitone di Kowalski - all'interno della stessa, il crescendo di turbamenti, desideri e violenze - più emotive che non fisiche o mentali -, il rapporto tra le due sorelle, la regia ispiratissima di Kazan - direi quasi che ci si trova dalle parti del suo Capolavoro -, la fotografia fumosa e più in tinta con il noir che non con un dramma sentimentale, per non parlare delle incredibili performances dei due protagonisti sono parte del calderone di una delle opere fondamentali ed imperdibili per ogni appassionato di Cinema, e non solo.
Un film che incolla allo schermo e scava nel cuore e nel sesso ancora oggi, a sessant'anni dalla sua uscita in sala, e rivela tutta la potenza di una scrittura dirompente resa ancora più incisiva dal meglio che la settima arte possa offrire.
Alternando momenti di delicato intimismo - principalmente legati ai deliri di Blanche - ad esplosioni di fisicità vere e proprie - Stan con i suoi "gattacci" e un'irruenza quasi ubriacante anche nel comunicare la propria felicità, dalla birra stappata e scossa al pigiama della prima notte di nozze "sventolato come una bandiera" per festeggiare la nascita imminente del figlio che aspetta da Stella - il film scorre con una tale armoniosa esplosività che pare quasi di assistere all'eruzione di un vulcano, o all'esibizione di un pugile tanto elegante quanto potente, in grado di stupire pubblico ed avversari con la grazia delle sue movenze per poi sferrare il colpo decisivo con decisione, cattiveria e quella fame inestinguibile che vibra nel cuore degli inquieti figli della Passione.
Tutti quelli che, almeno una volta della vita, hanno sentito il brivido di quello "Stella!", e sanno bene di essere stati, e di ritrovarsi sempre, da una parte o dall'altra di quella scala, e chissà se sarà sempre così o se, un giorno o l'altro, le ferite saranno così profonde da farli sussurrare "non torno più indietro".

MrFord

"Better hide your heart, better hold on tight
say your prayers, 'cause there's trouble tonight
when pride and love battle with desire
better hide your heart, 'cause you're playing with fire."
Kiss - "Hide your heart" -


mercoledì 17 agosto 2011

Speed

Regia: Jan De Bont
Origine: Usa
Anno: 1994
Durata: 116'

La trama (con parole mie): Howard Payne è un ex poliziotto rimasto ferito in azione cui non basta la pensione di invalidità che gli spetta. 
Anzi, diciamo che la pochezza della stessa lo fa talmente tanto incazzare da indurlo a progettare un colpo molto particolare: una serie di ordigni posti attorno ai freni dell'ascensore di un grande palazzo del centro di Los Angeles pronti a esplodere a seguito di un ultimatum, in modo da poter chiedere un riscatto per le vite dei passeggeri dello stesso.
Purtroppo per lui, il detective Harry Temple e l'agente Jack Traven sventano l'operazione riuscendo a salvare tutti gli ostaggi, rischiando addirittura di catturarlo: a questo punto l'uomo concentra la sua sete di vendetta in particolare su Traven, facendo in modo che si ritrovi intrappolato su un autobus che non potrà più scendere sotto le cinquanta miglia orarie una volta superate, o finirà per innescare la bomba che lo farà saltare in aria.
Il giovane poliziotto inizierà dunque una lunga partita contro il terrorista, cercando di salvare gli occupanti del bus, evitare di pagare il riscatto chiesto da Payne e, ovviamente, fargli un gran culo.


E' davvero un bene, a volte, aver visto alcuni film da bambini, o nella prima adolescenza, quando il Cinema era ancora soltanto un'alternativa alla già poca consistenza della tv e quello che si cercava, a parte il relax, era soltanto una dose massiccia di adrenalina.
E' davvero un bene perchè Speed, in questo senso, è certamente una garanzia.
E' davvero un bene perchè, se l'avessi visto ora per la prima volta, avrei giudicato questo film terribile, e neppure abbastanza tamarro per riderci sopra con gusto - una cosa in stile Transporter o Crank 2, citando due riferimenti del genere -.
Da anni non rivedevo la pellicola di De Bont, e in un certo senso ho scoperto anche perchè: è un film a cui ho voluto un gran bene, con un cattivo pazzo e ancora più pazzo - il mai dimenticato Dennis Hopper -, sequenze di grande ritmo - la prima parte con il salvataggio degli ostaggi in ascensore, la discesa con il carrellino sotto il bus per cercare di disinnescare l'ordigno - ed altre clamorosamente trash - il salto dell'autobus nel tratto di autostrada mancante, la resa dei conti finale tra il nostro futuro Neo e il suddetto cattivo con tanto di battuta in pieno stile Schwarzy rifilata all'allora giovanissima Sandra Bullock, "Dov'è Payne?" "Ha perso la testa!", di grande effetto -, il poliziotto razionale e quello tutto palle, la classica storia che nasce da una situazione estrema. 
Insomma, un vero classico della tamarrata con tutti i crismi.
Eppure, e mi duole dirlo, mi pare proprio che sia invecchiato male.
E' come se tutta l'ironia - volontaria o no, che sia - che di norma mi porta ad un divertimento da bambino quando rivedo una pellicola con Sly, Van Damme o il succitato Arnold qui venisse meno, e rimanesse soltanto quella spiacevole sensazione da ex ragazzetto ormai inesorabilmente cresciuto che accenna un sorriso osservando quel bus sospeso in aria, ma non riesce proprio più a provare la meraviglia che, allora, significava almeno una visione a settimana con grandi momenti di esaltazione ad ogni passaggio "sul filo".
Certo, è una cosa che può capitare, considerata la qualità di questo tipo di pellicole, eppure un pò di dispiacere resta, più che altro perchè una presa di coscienza di questo tipo pregiudicherà di certo le visioni future di questo titolo - e ce ne saranno, posso garantirvelo, nonostante tutto - rendendo le stesse più omaggi che non clamorose ed assolutamente goduriose immersioni in un passato ritmato dai passi che separavano casa dei miei dalla videoteca dell'ormai mitico Paolo - che, a questo punto, potrebbe essere più antagonista di Cannibale di quanto non sia io -, luogo quasi magico in cui bastava entrare e dire la parola d'ordine - che poteva essere "horror" o "azione", a seconda delle giornate - per avere il mio pezzo di meraviglia garantito.

MrFord

"E per un istante ritorna la voglia di vivere
a un'altra velocità
passano ancora lenti i treni per Tozeur."
Franco Battiato - "I treni di Tozeur" -


martedì 16 agosto 2011

Tucker&Dale vs Evil

Regia: Eli Craig
Origine: Usa
Anno: 2010
Durata: 89'


La trama (con parole mie): Tucker e Dale sono due ragazzotti di campagna che amano stare all'aria aperta e non vedono l'ora di ristrutturare e sistemare la loro casa per le vacanze, acquistata con tutti i risparmi di Tucker. Quello che i due amiconi non sanno è che la baita è stata il rifugio di un killer che vent'anni prima commise un vero e proprio massacro nei boschi che saranno il loro luogo di soggiorno, e che un gruppo di studenti di college che li pensa usciti direttamente da Un tranquillo weekend di paura in gita da quelle parti sarà disposto a giocarsi anche la vita per sopravvivere ed eliminare il Male e le sue più terribili personificazioni: Tucker e Dale.


E' davvero difficile, ormai, riuscire a sorprendere grazie ad un horror.
In positivo, intendo.
Tendenzialmente, si hanno due sole strade: o la liberazione del lato più oscuro possibile - vedi l'agghiacciante Eden lake - oppure una presa di coscienza decisamente più leggera, che punta senza troppi complimenti sul divertimento e recupera le atmosfere de La casa per mescolarle alle trovate irresistibili di Shaun of the dead.
Senza dubbio, Tucker&Dale vs Evil rappresenta il film dell'anno rispetto a quest'ultima categoria.
A partire dall'apertura, con la straordinaria Welcome to the jungle dei Guns a fare da cornice ai più classici boschi da film horror che abbiate visto, fino ai suoi protagonisti, tanto geniali nella loro capacità di finire nei guai da scomodare il paragone con il protagonisti dell'appena citato lavoro di Edgar Wright.
Eli Craig, attore di poco conto - interpretò il giovane Tommy Lee Jones in Space cowboys di Clint per un totale di cinque minuti di girato, giusto per intenderci, nella sua parte più importante -, sfodera con questa sua opera prima una vera e propria chicca, andando a cogliere a piene mani dall'immaginario di genere legato ai boschi e agli assassini spietati senza dimenticare cult come Un tranquillo weekend di paura e I guerrieri della palude silenziosa, mescolandoli a robustissime dosi di ironia e gore riuscendo a rendere il tutto perfettamente in equilibrio evitando il pretenzioso citazionismo da radical chic presentato da Tarantino o Luc Besson - e i suoi riferimenti a Non aprite quella porta e Predator sono da antologia - e mantenendo anche una discreta originalità trasportando in un genere come l'horror la più tradizionale, travolgente, scombinata commedia degli equivoci.
A partire dal primo tentativo di approccio di Dale con le studentesse del college fino alla geniale scena dell'arrivo dello sceriffo, i due protagonisti ribaltano tutti i canoni del teen horror finendo ad essere gli involontari ed innocui "mostri" e le decisamente poco usuali vittime di un gioco al massacro altrettando involontariamente - o quasi - orchestrato dal gruppo di universitari.
L'attacco alla baita di Tucker e Dale, così come il confronto davanti a un the tra lo stesso Dale e il molto poco equilibrato Chad - vero e proprio "cattivo" della pellicola - sono momenti che non si dimenticano, e finiscono dritti dritti tra i più cult dell'anno: un pò come questa pellicola, breve e fulminante, sanguinolenta e divertentissima, profondamente southern eppure clamorosamente intelligente, acuta e sorprendente, capace di presentarsi come la più tamarra, ottusa e scombinata delle proposte horror possibili ma che, fin dalle prime sequenze, si rivela essere una vera e propria sorpresa. Un pò come i suoi due impareggiabili "eroi".
Una visione imprescindibile per tutti i miei compari Expendables, che troveranno pane per i loro denti nonchè un film potenzialmente in grado di divenire uno di quelli che, a suon di visioni propinate ad amici, parenti, potenziali fidanzate e mogli, finiremo di certo per imparare a memoria.
Dunque tenetevi forte, schiantatevi sul divano con una salopette di jeans ed una camicia a quadri, procuratevi una scorta di carne essicata e birra, tenete il rutto in canna e preparatevi ad uno dei viaggi più esilaranti ed insanguinati che la provincia profonda - con i suoi boschi - potrà regalarvi.
E state molto attenti alle vostre dita da bowling.


MrFord

"Well I heard mister Young sing about her
well, I heard ole Neil put her down
well, I hope Neil Young will remember
a southern man don't need him around anyhow."
Lynyrd Skynyrd - "Sweet home Alabama" -


giovedì 28 luglio 2011

The principal - Una classe violenta

La trama (con parole mie): Rick Latimer, insegnante dall'alcool facile e dal temperamento focoso, viene licenziato dalla scuola d'alto bordo in cui lavora dopo aver assalito in un locale il nuovo fidanzato dell'ex moglie, e trasferito in qualità di preside a Brandel, liceo dei bassifondi dominato da futuri boss del crimine come Victor Duncan, che controlla lo scenario scolastico grazie a droga, minacce, violenza e chi più ne ha, più ne metta.
Dopo un inizio difficile, il buon vecchio Rick, aiutato da Jake Phillips - capo della vigilanza interna - e da alcuni degli studenti più volenterosi, si dedicherà a mettere in pratica il suo piano per rendere Brandel una scuola come si deve.
Un piano semplice che si può riassumere in due parole: "Ora basta".

Esistono alcuni film che credo di aver visto un numero di volte tendente all'infinito, e che, ugualmente, riescono a non stancarmi mai, sostituendo alla sorpresa e alla tensione della prima visione il piacere totalmente irrazionale dell'appassionato di sapere ogni battuta a memoria, e rivivere ogni scena quasi si fosse preso parte ai ciak originali: The principal è uno di questi film.
Mito assoluto delle mie visioni d'infanzia, cult tra i favoriti dell'allora casa Ford, fulcro di scambi di citazioni tra me e mio fratello, ancora oggi scuote ricordi e sensazioni mai davvero sepolte, e quando - come nel caso della sera in questione - Julez riesce a spolverarmelo a caso facendo zapping, diviene da subito l'oggetto dell'attenzione cinematografica della serata, dimentico, come al solito in questi casi, di ogni riferimento alla tecnica o alla perfezione stilistica, quanto più inno alla becera tamarraggine degli anni ottanta nonchè ai film dell'epoca, ritmati dagli indimenticabili "momenti videoclip".
La moto di Rick Latimer, le sue battute a mezza voce - ottimo Belushi, in una delle sue parti più azzeccate dopo quella di Danko -, la sfida ad un sistema sovvertito dagli studenti, le scene cult inanellate una dietro l'altra, tanto improponibili quanto esaltanti ad ogni visione sono ancora oggi una calamita irresistibile: la scena nel locale in apertura, l'arrivo a Brandel con il tentativo di espulsione di Zack il bianco ed Emil - il dialogo con "il signor Fottiti e il signor Bianco di merda" è da antologia -, la moto lanciata sulle scale per fermare lo stupro di Miss Orozco, la lotta finale nelle docce degli spogliatoi, per non parlare di quel "le vuoi le patatine?" gridato a Duncan in una scena replicata ed imitata almeno un paio di milioni di volte nei contesti più disparati sono nel mio cuore al pari delle migliori sequenze di Grosso guaio a Chinatown.
L'atmosfera del film modello Sly, dunque, trasportata in un contesto urbano e forse troppo sociale per il nostro mito dal labbro da una vita propria, rielaborata attraverso un protagonista taciturno, disordinato, scombinato, infantile eppure responsabile, dalla battuta prontissima, capace di non tirarsi mai indietro eppure perfettamente umano nelle sue paure, coraggioso ma, come spesso gli capita di ripetere all'amico Jake, "molto stupido".
Inutile dire quanto piacere e quanto bene faccia, ogni tanto, al sottoscritto, respirare a pieni polmoni grazie ad una sana visione di questo tipo, capace di azionare la macchina del tempo, riportarmi all'età dell'innocenza e, al contempo, mostrare quanto l'intrattenimento di allora resti un modello ad oggi insuperato in quanto a provvidenziali spegnimenti di cervello nei giorni più intensi, o in quelli in cui, al contrario, non si vuole proprio pensare a nulla.
Quasi a voler dire a tutta voce: "Ora basta".
Rick Latimer aveva proprio ragione.


MrFord


"Well we got no choice
all the girls and boys
makin' all that noise
'cause they found new toys."
Alice Cooper - "School's out" -

giovedì 23 giugno 2011

Le mele di Adamo

La trama (con parole mie): Adam Pedersen, un neonazista dal temperamento violento, uscito dal carcere viene assegnato alla missione di Padre Ivan, un pastore protestante dall'incrollabile, naif ottimismo a proposito del Bene e di Dio dalla sua parte, nonostante tutte le prove cui la vita pare aver sottoposto lo stesso uomo di chiesa.
Nella piccola realtà della parrocchia, accanto ai disadattati Gunnar, Sarah e Khalid, Adam dovrà confrontarsi con il compito di realizzare una torta con le mele del grande albero che si staglia proprio di fronte alla chiesa: peccato che Satana, stando a quanto afferma Ivan, sarà sempre pronto a metterlo alla prova, almeno fino a quando Adam troverà lo stimolo giusto per credere, e dunque farcela.

Ricordo la prima volta che mi capitò, quasi per caso, di vedere questo film.
Mi aspettavo di trovarmi di fronte all'ennesimo polpettone radical chic di poco conto, ed al contrario rimasi sorpreso dalla freschezza del prodotto, dalle sue ottime intuizioni e dalla cattivissima ironia in grado di prendersi gioco dei massimi sistemi senza mai dare l'impressione di qualcosa che fosse anche solo lontanamente volgare o fine a se stesso.
Con il tempo, la rivalità ed il rapporto tra Adam e Ivan - già mitico grazie all'indimenticabile One eye di Valhalla rising - sono divenuti una sorta di piccolo cult per il sottoscritto, che non ha mai esitato a mostrare questo film ogni volta che se ne presentava l'occasione: così, dopo Julez ai tempi dell'inizio della nostra storia, è stato il turno di mio fratello prima e di Dembo, qualche sera fa. 
Tornare dopo almeno un paio d'anni dall'ultima visione alla missione di Ivan è stato come vivere per la prima volta quell'impertinente, inscalfibile, titanica fede talmente grottesca nella sua negazione della realtà da risultare a suo modo geniale, ed in grado di mettere in difficoltà lo spettatore quanto Adam, versione estremizzata ed estremista dello scetticismo rispetto alla materia religiosa, da sempre uno dei punti focali del Cinema danese - si pensi a Dreyer, tanto per citare il Maestro indiscusso della patria del Dogma, scomodato anche dalla critica a proposito di questo film, definito come un incontro tra lo stesso Dreyer e Tarantino -.
Ovviamente, il paragone tra Anders Thomas Jensen e i due veri e propri mostri sacri appena citati è qualcosa di quantomeno azzardato, eppure il regista, sfruttando un budget tutto sommato molto limitato ed una messa in scena che definirei quasi essenziale riesce a regalare una sequenza di scene memorabili - i corvi sull'albero e la conseguente sparatoria che vede coinvolto il gatto, il the con i biscotti preso da Ivan e Sarah, il vecchio Poul, il rapporto tra Adam con i suoi compagni neonazisti ed i pestaggi perpetrati ai danni di Ivan da parte dello stesso Adam, ma sono solo alcune - come raramente capita di avere occasione di vedere concentrate in un unica pellicola, sempre tenendo in secondo piano - ma mai dimenticandosi - delle riflessioni celate dalle stesse e dalle risate che spesso suscitano.
Il rapporto tra Adam e Ivan, così come quello tra Male e Bene, scetticismo e fede, violenza e filosofia del "porgi l'altra guancia" assume connotati molto più profondi di quanto la vena grottesca della pellicola non possa far apparire ad una visione superficiale, portando l'audience a confrontarsi con un ateo fermamente legato al potere della forza - non a caso, a mio parere, è stato scelto per il personaggio di Adam il background scomodo del neonazista - ed un credente in senso assoluto, capace, in nome della sua fede, di negare la stessa realtà quotidiana.
E dunque, chi avrà ragione dell'altro, in questa lotta che pare eterna e che si gioca in ben più di un campo? E davvero Ivan è meno pericoloso del suo antagonista? Il pastore è soltanto uno stupido dalle convinzioni deviate o un genio assoluto, illuminato da una forza di volontà incrollabile e da un controllo di sè da fare invidia a tutti i Jedi passati sul grande schermo ad un tempo?
Sinceramente, una risposta non c'è. E, probabilmente, non ci sarà mai.
Quel che è sicuro, è che, senza dubbio, Dio - o chi per Lui - sta tutto ed indiscutibilmente dalla parte di Ivan.
E di questo piccolo, grande film.
Talmente grande, che quasi riesce a convertirmi ogni volta.
Quasi.


MrFord


"How deep is your love?
How deep is your love?
I really meant to learn
cos we're living in a world of fools
breaking us down when they
all should let us be."
Take That - "How deep is your love" -

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