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sabato 10 marzo 2012

Rambo II: la vendetta

Regia: George P. Cosmatos
Origine: Usa
Anno: 1985
Durata: 96'



La trama (con parole mie): Rambo sta scontando la sua pena a seguito degli sfracelli provocati nella lotta contro le forze dell'ordine che lo perseguitarono nel primo capitolo della saga quando Trautman, suo vecchio comandante ed istruttore, gli propone un lavoro per il governo da svolgere nel Nord del Vietnam in cambio della libertà. La missione consiste nell'infiltrarsi in una zona che lui conosce a menadito per provare l'esistenza di prigionieri di guerra americani ancora in mano alle forze locali, fotografarli e rientrare alla base: guidato da un'affascinante guida del luogo, Rambo ovviamente non si limiterà ad immortalare i suoi vecchi compagni d'armi per la copertina di "Esercito illustrated", ma farà partire una personale missione di salvataggio in modo da poter salvare più prigionieri possibili.
Questo provocherà l'ira del coordinatore americano Murdock, dei russi coinvolti, ma soprattutto di Rambo.




La prima cosa che mi sono chiesto, rivedendo dopo anni e anni il secondo capitolo delle avventure di Rambo, è come sia possibile che, al giorno d'oggi, non esistano più personaggi di questo stampo.
So già che il mio detestabile antagonista Cannibale gongolerà dicendo che è solo che un bene e che sono il solito vecchio dinosauro ancorato al passato, eppure trovo davvero triste che al giorno d'oggi lo spettatore ancora in erba non abbia la possibilità di confrontarsi con le versioni del nuovo millennio dello stesso Rambo, o Indiana Jones, o Rocky Balboa, con tutta la loro carica tendenzialmente naif che permetteva a chi era ragazzino ai tempi di sognare ad occhi aperti e vedere proiettate sullo schermo avventure che, ai tempi, finivano per essere replicate al parco, con gli amici o in solitaria, sfruttando i giocattoli per trasformare un pomeriggio in una potenzialmente infinita serie di evoluzioni delle trame.
Personalmente, ricordo di aver visto Rambo II in sala, nel pieno delle scuole elementari, e di essere uscito completamente divertito dallo scontro tra il buono rigorosamente in solitaria ed un nugolo di malvagi senza nomi che finivano abbattuti come mosche senza averne una percezione distorta in stile anni zero con bombardamenti di Call of duty tradotti - nei casi limite, ovviamente - dai drammi in stile Elephant.
Non che prima non esistessero problemi di squilibri o disadattamento, eppure pare che la patina di innocenza - anche in lavori "da combattimento" come per l'appunto questa saga - si sia persa clamorosamente per strada lasciando tutti - giovani o vecchi nostalgici come il sottoscritto - in balìa di sottoprodotti di valore nullo come Transformers o dello sparatutto di turno dagli incassi anche superiori a quelli di un blockbuster al Cinema.
Terminata questa filippica che ha rischiato di ammorbare anche me, cerco di tornare  sulla retta via parlando di quello che è stato un ritorno all'action anni ottanta clamorosamente fracassone, divertente e liberatorio, che onestamente non mi aspettavo da una pellicola che era finita - colpevolmente - nel dimenticatoio di casa Ford: Rambo II, infatti, è una vera goduria per gli occhi perfetta per una qualsiasi serata tamarra al punto giusto, nonchè un compendio di scene indimenticabili ridicolmente involontarie che ogni vero fan del genere dovrebbe religiosamente imparare a memoria.
Costruito su una sceneggiatura che definire risibile è praticamente un complimento e dominato da un'interpretazione titanica del labbro di Stallone, il ritorno di John Rambo sul grande schermo è il tipico filmaccio di serie b di epoca reaganiana, in cui l'eroe americano cazzuto e solitario si diletta a fare pulizia di schiere di nemici comunisti e cattivissimi - dai vietnamiti agli immancabili russi - e non contento trova anche il tempo di prendere a calci in culo anche qualche compatriota non proprio pulito: in questo senso, il personaggio di Murdock offre spunti indimenticabili che portano ad una delle mie sequenze preferite in assoluto nell'ambito del trash, con Rambo nelle mani dei russi che, comunicando con il suddetto Murdock, dichiara "Non sei tu che vieni a prendermi, sono io che vengo a prendere te", dando il via all'evasione e alla sarabanda di culi fatti a strisce per sua stessa mano. Roba da brividi.
Come se non bastasse, a rendere preziosissimo questo secondo episodio troviamo il contributo di Martin Kove, l'indimenticabile John Cleese di Karate Kid, e l'introduzione di un personaggio femminile nell'universo tutto sudore e sangue di Rambo, protagonista dell'imbarazzante momento pseudo romantico che da inizio alla vendetta del protagonista innescando la sua furia e definendo quello che sarà il suo look tipico nell'immaginario collettivo, con la benda rossa attorno alla fronte e la collanina con il Buddha smeraldo al collo.
Tra un'uccisione e l'altra - sono rimasto stupito dal fatto di ricordare ancora l'intera sequenza alla perfezione - ed il celeberrimo scontro tra elicotteri arriviamo al finale, quando la vera bomba della pellicola viene sganciata grazie al monito infarcito di retorica che il Nostro snocciola a Trautman poco prima del famoso botta e risposta "Rambo, come vivrai ora?", "Giorno per giorno" che chiude in bellezza una delle pellicole più incredibili di un decennio troppo spesso sottovalutato ed ormai oggetto di culto assoluto in casa Ford.
Non sarà roba per tutti, ma se da tempo non vi capita di incrociare il cammino del buon John, concedetegli una revisione: sarà qualcosa più di un amarcord, addirittura un'epifania.
Del trash tamarro della peggior specie, ma pur sempre un'epifania.
E in questi tempi di profonda crisi, non si può certo buttare via.


MrFord


"Peace in our life
remember the call
oh, a cheer for my brothers
think of them all
home of the brave
we'll never fall
the strength of our nation
belongs to us all."
Frank Stallone - "Peace in our life" -

giovedì 1 settembre 2011

Notte horror: un amarcord di Ford&Newmoon


La trama (con parole mie): ricordo quando, da bambino, soprattutto nelle notti d'estate, arrivava puntualmente il momento dell'horror. Fosse per affrontare le proprie paure, fare colpo sugli amici o le prime ragazzine che cominciavano a piacermi, passare una serata con bibita e patatine sul divano insieme a mio fratello o semplicemente per divertimi come non avrei potuto nel corso dell'anno scolastico - ovvero facendo tardissimo davanti alla tv mangiando porcate a raffica -, quelle notti sono uno dei ricordi più intensi dell'infanzia, negli anni in cui la tv proponeva ancora rassegne interessanti, i videoregistratori compivano le loro prime imprese e il mondo degli adulti appariva quanto di più lontano vi fosse al mondo da quello di noi giovani sognatori in erba. Ad accompagnarmi in questo amarcord di affetto venato dal terrore, Newmoon, come me reduce di quei tempi e di quelle estati "da paura".

Lo Zio Tibia, uno dei charachters tipici delle rassegne dell'epoca.
Newmoon "C’erano una volta certe sere d’estate in cui un gruppo di ragazzotti si riuniva nella soffitta della casa di uno di loro: un televisore scassato, pop corn, coca cola e tutta la notte davanti, pronti a farsi adeguatamente terrorizzare da “Notte horror”.
Io ero una di loro e, anche se la mia memoria cinematografica comincia un pochino ad avere dei buchi, ricordo bene l’atmosfera che si respirava in quelle occasioni."

MrJamesFord "La ricordo bene anche io. Con mio fratello, nel pieno dei gloriosi anni ottanta, Notte horror era il cult settimanale al ritorno dal parco, quando ancora la sera potevamo stare fuori al massimo fino alle undici, e si rientrava giusti giusti per l'inizio del film. Fantastico."

NM "All’inizio era quasi come un gioco, con i “Racconti di Zio Tibia”, una specie di mostriciattolo Babau che introduceva storie paurose che, a suo dire, non ti avrebbero mai più  concesso sonni tranquilli, ma in realtà non spaventavano più di tanto."

JF "In realtà qualche episodio ogni tanto metteva la giusta angoscia: ricordo Ai confini della realtà, o I delitti del gatto nero, fino ad arrivare a Storie incredibili: il professore decapitato interpretato da Christopher Lloyd mi inquietava non poco."

L'ultimo episodio di Storie incredibili, ai tempi, era uno dei miei spauracchi.
NM "Arrivava poi il momento del film più strampalato. E qui francamente, più che ricordarmi i titoli, mi vengono in mente spezzoni, immagini. Ce n’era uno in cui un gatto nero faceva da raccordo a tre storie di possessione demoniaca, quello in cui la donna assassinata ritornava in vita come un mostro il giorno del suo compleanno gridando “Voglio la mia tooooorta…” , quello dei camion assassini tratto dal libro di Stephen King, quello della scatoletta magica che ti portava in una dimensione parallela popolata di demoni torturatori con gli spilli nella testa ed uno con Robert Englund padrone di un medaglione maledetto, questi ultimi due davvero schifosissimi; se qualcuno si ricorda alcuni di questi titoli ed ha la bontà di colmare le mie lacune, è pregato di farsi avanti."

JF "Newmoon, quello degli spilloni e dei demoni è sicuramente Hellraiser: un vero cult il primo, uno più brutto dell'altro i successivi. Ad ogni modo, decisamente disturbante. La prima volta che lo vidi ero una specie di poppante, e alla prima scena di sesso e squartamento rimasi di sale. Gli altri li ricordo più o meno vagamente anch'io, ma di sicuro chi ha seguito Notte horror in quegli anni li ha visti tutti almeno una volta."

Ed ecco quei simpatici mattacchioni dei demoni di Hellraiser: avere a che fare con loro non era mai una buona cosa.
NM "Quando l'ora delle streghe sopraggiungeva, poi, veniva calato l’asso , il film davvero di paura.
E qui smettevamo di fare i gradassi e bisogna ammetterlo, in alcuni casi, “ce la siamo fatta proprio sotto”.
Il primo “Venerdì 13”, ad esempio. La visione delle gesta di Jason è stata agghiacciante. Dopo il terzo omicidio le torce spente per creare l'atmosfera adatta venivano velocemente riaccese prima di proseguire con la visione del film: ma non serviva a scacciare la paura.Ogni scricchiolio del legno ci faceva sobbalzare ed alla fine della visione nessuno aveva il coraggio di scendere le scale e tornare in casa. Durante la notte poi, dormivamo tutti insieme, e ogni volta che qualcuno aveva bisogno di andare in bagno ne svegliava almeno un altro per accompagnarlo."

JF "Attenzione, Newmoon: nel primo Venerdì 13 era la madre di Jason a commettere gli omicidi, non il killer dalla maschera da hockey. Ai tempi ricordo che adoravo il suo look, così come quegli strani sospiri inseriti come effetto sonoro ogni volta che il nostro si avvicinava ad una vittima. Non mi ha mai particolarmente spaventato, ma l'ho sempre visto con un certo coinvolgimento."

Con un "bambino" come questo, pensate come doveva essere la madre!
NM “Ops, beccata in fallo!Ma, come ho già detto, la mia memoria cinematografica è talmente affollata che ogni tanto comincia a fare cilecca. Comunque sia, quella di “Venerdì 13” la ricordo come una visione davvero terrificante. E poi è arrivato “Nightmare dal profondo della notte”, ed anche qui terrore a profusione. Kruger ha popolato i nostri sogni per qualche giorno. Quella maledetta filastrocca poi non ne parliamo, ogni volta che vedevamo un gruppo di bimbi in spiaggia non sapevamo se scappare via o strangolarli. Nessuno di noi, per parecchio, si è infilato in una vasca da bagno, tutti in doccia."

JF "Il vecchio Freddy è stato anche un mio spauracchio per diverso tempo: la sua nerissima ironia e l'accanimento che mostrava rispetto alle vittime inquietava almeno quanto l'utilizzo del guanto e quel suo raschiare contro pareti o oggetti metallici. Fu uno dei primi mostri cinematografici a popolare con una certa regolarità i miei incubi. Oggi mi fa sorridere, ma allora c'era davvero da farsela sotto."

L'uomo nero per eccellenza sul finire degli anni ottanta: Mr. Krueger.
NM "Da Zombi è maturata la mia paura atavica per i film sui morti viventi, terminata, ma non troppo, solo con la visione di The walking dead qualche decina di anni dopo e poi Non aprite quella porta ed il primo Halloween."

JF "Zombi ancora oggi è uno dei miei horror preferiti in assoluto, un colpo di genio che ho compreso a fondo una volta cresciuto. Non aprite quella porta ed il primo Halloween riescono ad inquietarmi ancora oggi, più che per il terrore, per la crudeltà mostrata da Faccia di cuoio e Myers. A differenza di Jason, che pareva quasi grottesco, questi due non scherzavano proprio per niente. Un colpo secco ed eri morto. E quelli restavano a guardarti come se niente fosse. Terribili."

Toc toc! Chi è!? Michael! Jackson!? No, Myers.
NM "E qui la storia finisce, un po’ perché i ragazzotti sono cresciuti, un po’ perché questo programma non c’è più, sostituito da televisione che forse fa ancora più paura.
Cosa ricordo?Che sono stati bei momenti, che i film horror di una volta terrorizzavano, e terrorizzavano a prescindere senza puntare soltanto a rivoltare lo stomaco come quelli di adesso, tra l’altro spesso e volentieri remake di quelli citati, ammetto infatti che i nuovi “Non aprite quella porta” e “Halloween”li ho trovati veramente ripugnanti.

JF "Quei tempi difficilmente saranno replicabili, è cambiata la società e con lei i suoi spauracchi. Ma per non dimenticare mai chi siamo stati allora e cosa abbiamo amato - e temuto - ecco pronta una bella doppia cinquina di titoli per ricordare Notte horror!"

Il buon, vecchio Faccia di cuoio: altro tipo poco raccomandabile.
NM "Confesso, da brava cinefila, che l’horror, specialmente quello un pochino “d’antan” mi è sempre piaciuto, trovo che avere paura al Cinema sia una sorta di esorcismo verso le paure reali. Nella mia personale “top five” dei tempi inserisco senza dubbio:
 
- “Venerdì 13”: perché appunto è il primo vero horror  visto, perché odio i boschi e, dopo un paio di visioni di questo film,  la prospettiva di un assassino psicopatico che spunta dagli alberi mentre io sto dormendo non me li fa amare di più.

  
- "La mosca": perché nessuno come Cronenberg rappresenta le aberrazioni e le perversioni dell’uomo (presente “Crash”?), perché la  trasformazione progressiva di un Jeff Goldblum mai più così bravo e la sua contemporanea discesa nella follia è quanto di più terrificante abbia mai visto.



-  “Nightmare - Dal profondo della notte”: perché è barocco, esagerato, incredibilmente datato, ma l’uomo nero che entra nei nostri sogni per farci secchi mentre dormiamo mi fa sempre paura.




-  “L’esorcista”: perché per tre quarti di film, anche trent’anni dopo, ti fa saltare sulla sedia senza mostrare praticamente nulla. E dopo spunta la bambina posseduta, e quando c’è di mezzo il Diavolo si sa che fa sempre paura.


- "Brivido": perchè è datato, claustrofobico, divertente, con una colonna sonora tamarrissima,  pessimamente diretto ed ancor peggio recitato, ma la scena del tizio fatto fuori dal distributore di bibite me la ricordo ancora.
 

 JF "Per festeggiare la fine dell'estate, una top five di questo tipo ci sta proprio tutta. E dato che hai inserito Nightmare, che non sarebbe mai mancato nella mia lista, ho deciso di variare per offrire più ricordi possibili ai vecchi nostalgici di quel periodo come noi!

- Cabal: se c'è un film che mi ricorda Notte horror, la sua sigla ed i bei tempi è proprio questo: la città di Midian con i suoi reietti, Cronenberg attore nel ruolo dell'assassino psicopatico, il fascino da outsider del protagonista e l'indimenticabile Bestia lo rendono ancora oggi un supercult che affascina, inquieta e stupisce.




- Hellraiser: il famoso testa di spunzone e l'agghiacciante sequenza della tortura sono stati terrificanti per l'epoca, e ancora oggi riescono a disturbare senza farsi troppi problemi. Un film "oltre", che nonostante i pessimi sequel potrebbe dire la sua anche nel nuovo millennio.


- La casa: lo vidi a casa di un amico quando facevo la terza elementare, e quasi me la feci sotto dalla paura. Ora due risate ci scappano sempre, oltre all'ammirazione per l'inventiva di Raimi. In un modo o nell'altro, è rimasto ugualmente potente.


- Ammazzavampiri: me lo ricordo poco e male, ma era sempre uno dei primi che davano a giugno, giusto appena finita la scuola, e non me lo perdevo una sola volta. In attesa del remake, non posso che citarlo con un certo affetto.



- Bad Taste: il Peter Jackson degli esordi, irriverente e clamorosamente stomachevole, al meglio del meglio. Ricordo che alla scena della raccolta del vomito alieno rischiai di aggiungermi alla festa. Per un bambino maschio, non c'era niente di così clamorosamente ripugnante. Dunque affascinante senza mezzi termini.


E voi? Quali sono le pellicole che hanno alimentato le vostre notti horror? Quali vedreste ora? E quali mai più?

domenica 28 agosto 2011

I gemelli

Regia: Ivan Reitman
Origine: Usa
Anno: 1988
Durata: 105'


La trama (con parole mie): Julius Benedict è intelligente, fisicamente imponente, clamorosamente ingenuo e cresciuto su un'isola tropicale da uno dei responsabili dell'esperimento genetico che vide mescolare il patrimonio biologico di sette uomini selezionatissimi prima della fecondazione della sua defunta madre.
Vincent Benedict è furbo, fisicamente non troppo dotato, un irresistibile seduttore ed un truffatore incallito, cresciuto a Los Angeles a partire dall'orfanotrofio ed educato dalla non sempre limpida legge della strada.
E' il fratello gemello di Julius, ma questo Vincent ancora non lo sa.
Almeno fino a quando, per il loro quarantesimo compleanno, Julius decide di lasciare il paradiso in cui è cresciuto per incontrare il fratello e scoprire, in questo modo, origini e famiglia.
Ma Vincent si porta dietro un buon numero di guai, così i due si troveranno costretti, nel corso della ricerca dei loro padri, a fare i conti anche con il sicario di un pezzo grosso che comincia a considerare scomodi i ricatti del Benedict meno limpido.



Ai post legati alle pellicole con protagonista l'inossidabile e sempre poco espressivo Schwarzy mancava un altro dei grandi cult della mia infanzia, uno dei primi film concepiti quasi più come commedie che non come le consuete tamarrate d'azione con protagonista il Terminator del grande schermo: I gemelli.
Così come Un poliziotto alle elementari, questo film - diretto dal "ghostbuster" Ivan Reitman - fu prodotto, ai tempi, in modo di sdoganare una nuova immagine del futuro e molto poco sostenibile Governatore della California, mostrando il lato umano di uno dei miti più glaciali del Cinema action dell'epoca, tentando anche la strada dei buoni sentimenti.
Onestamente, il risultato non fu certo memorabile, e questa pellicola rientra a pieno titolo nel gruppo degli assolutamente trascurabili - per essere gentili - a livello cinematografico che, per affetto o effetto amarcord, riescono sempre a tenermi incollato alla poltrona quando, per scelta o per caso, li ritrovo proiettati sullo schermo.
L'arrivo di Julius a Los Angeles, l'irresistibile verve di Vincent, la spesa al supermercato, la telefonata a McKinley e la discussione a proposito della cifra per la consegna della merce erroneamente rubata dal personaggio interpretato da DeVito, il viaggio alla ricerca dei padri e della madre creduta morta e dunque ritrovata, la serata danzante con la prima volta di Julius e tutto il confronto finale con il sicario Webster sono ormai impresse nella mia memoria di spettatore, e pur non ripensandoci se non al momento della visione, tornano ancora prepotentemente a galla con tanto di consueta replica esatta durante la visione, come spesso accade con i film che, ai tempi, finivano nel videoregistratore di casa Ford almeno una volta a settimana, ormai protagonisti di un'estate che è parsa quasi un pieno recupero dell'atmosfera di ormai quasi una ventina d'anni fa.
Si sta proprio invecchiando, ragazzi.
Certo, senza averne avuto esperienza allora, una cosa come I gemelli ad una prima visione mi parrebbe ora ridicola ed assolutamente fuori tempo massimo, dunque ringrazio l'infanzia con le sue pietre miliari che mi permette di godere della camminata/balletto di Schwarzy e DeVito agghindati con completi identici senza rimanere a bocca aperta per l'orrore, riuscendo ad assaporare il momento con quel piacevole misto di divertimento e malinconia tipico della fine delle vacanze e degli sguardi al passato e all'età dell'innocenza - cinematografica o no, che fosse -.
Non mi sentirei di consigliare a chi di voi lo mancò allora una visione oggi, ma per chi, come me, non si perdeva neanche un film dei cicli dedicati all'Arnold internazionale o a Sly e al suo labbro, un recupero da vecchia rimpatriata, magari con tanto di amici e birra, ci sta proprio tutto: risate e rutti liberi sono di certo assicurati.

MrFord

"Controlling again
unseparated twins
you’d rather be
come gentle, slowly,
down to earth."
Muse - "Twin" -

sabato 27 agosto 2011

Howard e il destino del mondo

Regia: Willard Huyck
Origine: Usa
Anno: 1986
Durata: 110’


La trama (con parole mie): Howard, pubblicitario di successo che non disdegna di sfoggiare un’aria da duro e donnaiolo, a seguito di un esperimento viene catturato da un raggio e portato dal pianeta dei paperi fin sulla Terra, dove è raccolto da Beverly, una giovane musicista in rampa di lancio che, quasi da subito, si prende per il nostro una sonora cotta.
Ma i piani di Howard di trovare il modo di essere rispedito a casa si complicheranno quando Phil, giovane assistente di laboratorio amico di Beverly metterà i due in contatto con il responsabile dell’esperimento che ha portato il pennuto dalle nostre parti: il dottor Jenning.
Quest’ultimo, nel tentativo di aiutare il papero, si ritroverà posseduto da una terrificante entità aliena con mire di conquista che Howard ed i suoi amici si troveranno ad affrontare per salvare le penne, e chissà, magari anche il mondo.


Mi sento praticamente in colpa a pensare che, in quasi un anno e mezzo di vita di questo blog, un post dedicato ad uno dei supercult della mia infanzia ancora non avesse fatto capolino tra queste pagine. 
Howard e il destino del mondo, nonostante la sua pessima qualità cinematografica, è rimasto uno dei punti di riferimento nell’ambito fantasy per tutto il periodo delle mie scuole elementari, negli anni del primo videoregistratore di casa Ford continuamente messo alla prova con i film consigliati dal mio riferimento dei tempi Paolo, gestore con la sua famiglia di una videoteca di quartiere che ancora oggi, quando torno dalle parti dei miei, rimpiango neanche fosse una sorta di luogo sacro simbolo dei tempi andati.
Delle mie visioni di allora rispetto a questo vero e proprio gioiello del trash ricordo le parti dedicate al gruppo rock di Beverly e compagne – già da bambino sognavo di essere parte, o manager, come finirà lo stesso Howard, di una band di sole fanciulle -, la nerditudine selvaggia di Phil – interpretato da un giovanissimo Tim Robbins –, il crescendo di inquietudine che seguiva i cambiamenti nel dottor Jenning mutato dal suo ospite e culminati con la clamorosa sequenza della lotta nella caffetteria ed il fantastico viaggio sul piccolo aereo a due posti di Howard e Phil per volare a salvare Beverly e il mondo dalle grinfie dei mostri compagni dell’ospite di Jenning, tutti in arrivo per direttissima dall'altro capo dello spazio conosciuto.
Ancora oggi la sequenza del tubo della benzina staccato e delle acrobazie di Phil per rimetterlo al suo posto, o il rauco lamento di Jenning “due milioni di kilowatt di energia” scuotono la mia spina dorsale quasi come fossi tornato bambino e vivessi quelle sequenze come a trovarmici all'interno, nel tipico gioco che allora, con mio fratello, toccava ogni pellicola e ruotava tutto attorno al “io sono questo, tu sei quell’altro” tipico dei bambocci in cerca di modelli – giusti o sbagliati che fossero – dai quali partire per cominciare a cercare di capire chi si era, o più semplicemente giocare senza troppi dilemmi e preoccupazioni fino a crollare, una volta arrivata la sera.
Prodotto da George Lucas ed ispirato ad una serie a fumetti Marvel, probabilmente sarebbe dovuto diventare una sorta di Indiana Jones surreale, ma i problemi di budget, un regista assolutamente inadeguato e diverse traversie nel corso della realizzazione ne fecero uno dei più grandi flop della Storia del Cinema d’avventura, senza contare il totale stravolgimento delle idee iniziali – decisamente adulte e grottesche – che gli sceneggiatori coltivavano per la pellicola e del personaggio originale, diametralmente opposto – se non per la sua natura di papero – dalla versione proposta sul grande schermo.
A suo modo – e oltre che per il sottoscritto – divenne quasi mitico per essere stato accolto malissimo sia dal pubblico che dalla critica – un caso quasi unico nell’ambito trash -, e ancora oggi fa la sua porca figura tra i peggiori film della sua decade e non solo.
Eppure non riesco, neppure sforzandomi, a non voler bene a questo film: una piccola perla con difetti abissali eppure traboccante di quel senso di meraviglia che soltanto nella magica cornice degli eighties pareva trovare lo spazio adeguato sugli schermi e nelle pellicole prettamente d’intrattenimento come questa, dando un senso alle rassegne televisive – quando ancora le emittenti si preoccupavano di trasmettere film ad ore decenti e con una certa passione – come “Fantastica avventura”, che allora facevano la gioia di grandi e piccini.


MrFord

"And I want to conquer the world,
give all the idiots a brand new religion,
put an end to poverty, uncleanliness and toil,
promote equality in all my decisions
with a quick wink of the eye
and a "God you must be joking!"
Bad Religion - "I want to conquer the world"-

venerdì 19 agosto 2011

Weekend con il morto

Regia: Ted Kotcheff
Origine: Usa
Anno: 1989
Durata: 89'



La trama (con parole mie): Larry e Richard, due giovani da poco assunti in una grossa compagnia di assicurazioni, scoprono una frode compiuta ai danni della stessa dell'ammontare di un paio di milioni di dollari, e decidono di rivelare il fatto al gran capo per garantirsi un futuro roseo e fruttuoso come quello, per l'appunto, del direttore stesso, un piacione di mezza età di nome Bernie Lomax.
Fingendosi entusiasta del loro operato, quest'ultimo invita i due per un weekend nella sua casa al mare, e progetta grazie al boss Vito il loro omicidio, dato che è lo stesso Lomax l'autore della frode.
Vito, però, ha piani diversi, ed invia il killer Paulie ad uccidere proprio Bernie.
Tutto pare risolto, se non fosse che i due ragazzi, una volta scoperto il cadavere del loro datore di lavoro, si ritrovano quasi per caso al centro di una commedia degli equivoci giocata attorno al fatto di far credere che il vecchio Bernie sia ancora vivo.


Prosegue inesorabilmente il mio viaggio attraverso l'estate ed i cult che hanno reso celebre questa stagione nel corso della mia infanzia e che ancora oggi risultano - per quanto trash e clamorosamente scarsi a livello cinematografico siano - piccole perle che non mi stanco mai di far girare, di tanto in tanto, sugli schermi di casa Ford: in questo senso, era davvero impossibile non citare una delle più scandalosamente brutte - ma non per questo meno divertenti - commedie degli anni ottanta, Weekend con il morto.
Vidi per la prima volta questo punto di riferimento del cattivo gusto quando avevo dieci o undici anni - quindi quasi in contemporanea con l'uscita, che, a quel che ricordo, decretò anche un discreto successo del lavoro di Ted Kotcheff -, e così come allora - forse anche di più - riesco a divertirmi invertendo la rotta della mia età cerebrale dal primo all'ultimo minuto di questa vergognosissima cialtronata.
Le disavventure di Larry e Richard alle prese con il cadavere del loro capo, oltre a regalare un vero e proprio campionario di citazioni a memoria delle battute durante la visione, mi ricordano i tempi in cui con mio fratello sfoderavamo di continuo imitazioni delle singole scene, oltre a provocare nel sottoscritto una totalmente ingiustificata - lo ammetto - dose di divertimento anche ora, più di vent'anni dopo e con il film conosciuto quasi come se l'avessi girato io stesso - e fortunatamente non è così -.
La sequenza iniziale con Larry e Richard al lavoro di domenica soffocati dal caldo cittadino tipico di questa stagione - impreziosita dal bellissimo pezzo in toni reggae di Jermaine Stewart "Hot and cold" -, l'appuntamento di Richard con Gwen ed il siparietto con il padre in mutande spacciato per il maggiordomo, il tuffo sul traghetto che attracca, la scoperta del cadavere di Bernie e la festa del venerdì sera, l'agguato ai due giardinieri della villa di Lomax, la fuga sulla macchina elettrica ed in motoscafo, la celeberrima frase di Paulie "sambuca con ghiaccio, minchia!", per non parlare della lotta di Larry con lo stesso Paulie ed il diabolico bambino appassionato di scavi sono chicche che non si dimenticano, e anche ora, di fronte allo schermo del pc, continuano a strapparmi ben più di un sorriso soltanto al loro pensiero.
In un periodo di calma piatta nelle sale in attesa di Venezia e dell'inizio della nuova stagione cinematografica, più che andare alla ricerca di qualche porcata confezionata giusta giusta per il deserto che affrontano i Cinema cittadini nelle settimane di agosto preferisco tornare all'infanzia e divertirmi con qualcosa di inequivocabilmente brutto sì, ma che so bene riuscirà sempre a ricordarmi tutto il meglio di questa stagione, del suo ozio, delle risate, del buonumore e dello spegnimento di cervello necessari per poter ricaricare le batterie in vista dell'autunno.
Una specie di letargo mentale al contrario.


MrFord

"Some like it hot, oh yeah
some like it cold, real cold
some never know, whoa oh oh oh
some never know-ow-ow."
Jermaine Stewart - "Hot and cold" -

giovedì 28 luglio 2011

The principal - Una classe violenta

La trama (con parole mie): Rick Latimer, insegnante dall'alcool facile e dal temperamento focoso, viene licenziato dalla scuola d'alto bordo in cui lavora dopo aver assalito in un locale il nuovo fidanzato dell'ex moglie, e trasferito in qualità di preside a Brandel, liceo dei bassifondi dominato da futuri boss del crimine come Victor Duncan, che controlla lo scenario scolastico grazie a droga, minacce, violenza e chi più ne ha, più ne metta.
Dopo un inizio difficile, il buon vecchio Rick, aiutato da Jake Phillips - capo della vigilanza interna - e da alcuni degli studenti più volenterosi, si dedicherà a mettere in pratica il suo piano per rendere Brandel una scuola come si deve.
Un piano semplice che si può riassumere in due parole: "Ora basta".

Esistono alcuni film che credo di aver visto un numero di volte tendente all'infinito, e che, ugualmente, riescono a non stancarmi mai, sostituendo alla sorpresa e alla tensione della prima visione il piacere totalmente irrazionale dell'appassionato di sapere ogni battuta a memoria, e rivivere ogni scena quasi si fosse preso parte ai ciak originali: The principal è uno di questi film.
Mito assoluto delle mie visioni d'infanzia, cult tra i favoriti dell'allora casa Ford, fulcro di scambi di citazioni tra me e mio fratello, ancora oggi scuote ricordi e sensazioni mai davvero sepolte, e quando - come nel caso della sera in questione - Julez riesce a spolverarmelo a caso facendo zapping, diviene da subito l'oggetto dell'attenzione cinematografica della serata, dimentico, come al solito in questi casi, di ogni riferimento alla tecnica o alla perfezione stilistica, quanto più inno alla becera tamarraggine degli anni ottanta nonchè ai film dell'epoca, ritmati dagli indimenticabili "momenti videoclip".
La moto di Rick Latimer, le sue battute a mezza voce - ottimo Belushi, in una delle sue parti più azzeccate dopo quella di Danko -, la sfida ad un sistema sovvertito dagli studenti, le scene cult inanellate una dietro l'altra, tanto improponibili quanto esaltanti ad ogni visione sono ancora oggi una calamita irresistibile: la scena nel locale in apertura, l'arrivo a Brandel con il tentativo di espulsione di Zack il bianco ed Emil - il dialogo con "il signor Fottiti e il signor Bianco di merda" è da antologia -, la moto lanciata sulle scale per fermare lo stupro di Miss Orozco, la lotta finale nelle docce degli spogliatoi, per non parlare di quel "le vuoi le patatine?" gridato a Duncan in una scena replicata ed imitata almeno un paio di milioni di volte nei contesti più disparati sono nel mio cuore al pari delle migliori sequenze di Grosso guaio a Chinatown.
L'atmosfera del film modello Sly, dunque, trasportata in un contesto urbano e forse troppo sociale per il nostro mito dal labbro da una vita propria, rielaborata attraverso un protagonista taciturno, disordinato, scombinato, infantile eppure responsabile, dalla battuta prontissima, capace di non tirarsi mai indietro eppure perfettamente umano nelle sue paure, coraggioso ma, come spesso gli capita di ripetere all'amico Jake, "molto stupido".
Inutile dire quanto piacere e quanto bene faccia, ogni tanto, al sottoscritto, respirare a pieni polmoni grazie ad una sana visione di questo tipo, capace di azionare la macchina del tempo, riportarmi all'età dell'innocenza e, al contempo, mostrare quanto l'intrattenimento di allora resti un modello ad oggi insuperato in quanto a provvidenziali spegnimenti di cervello nei giorni più intensi, o in quelli in cui, al contrario, non si vuole proprio pensare a nulla.
Quasi a voler dire a tutta voce: "Ora basta".
Rick Latimer aveva proprio ragione.


MrFord


"Well we got no choice
all the girls and boys
makin' all that noise
'cause they found new toys."
Alice Cooper - "School's out" -

domenica 3 luglio 2011

The Barbarians

La trama (con parole mie): Kutchek e Gore, gemelli adottati da una pacifica tribù di musicanti e saltimanchi guidata dalla giusta regina Canary, vengono costretti ai lavori forzati quando gli uomini del crudele Kadar decidono di mettere le mani sul rubino incantato che da sempre guida i sovrani di questo popolo girovago. Ma la sorte è dalla loro parte, e quando, una volta divenuti uomini, fortissimi e pronti a combattere, decideranno di fuggire e ribaltare le sorti del loro popolo, niente riuscirà a fermarli.
Ma è inutile girarci intorno: questo film non ha bisogno di alcuna trama.
E' un cult totale e senza tempo del trash anni ottanta.

Saranno stati vent'anni, più o meno, che non mi capitava di rivedere questo film.
La memoria ne aveva cancellato ampie parti, ma alcune scene cult le avevo impresse a fuoco, memore di quando, con mio fratello, passavamo i pomeriggi - o, in questa stagione, tutto il giorno - a guardare un film dopo l'altro quando non eravamo al parco a sfiancarci giocando a pallone.
Grazie al provvidenziale intervento di Dembo - muchas gracias, fratello! - che ha recuperato l'edizione in dvd di questa perla, ho avuto modo di tornare ad assaporare le sensazioni che avevano reso Peter e David Paul due veri e propri miti della mia infanzia, tanto da farmi preferire di gran lunga questo fantasy agghiacciante che Deodato pare recuperare dagli scarti di Conan - il secondo, quello scarso - al doppio Van Damme di Double Impact.
E questo è dire tutto.
Ovviamente, anche ora questa risibile pellicola va gustata con uno spirito legato ai miti passati, quasi come se ci trovassimo di colpo di fronte un vecchio scatolone con i giocattoli più significativi del nostro passato, quelli che, in genere, le madri vogliono sempre buttare o dare a qualche asilo e si lotta fino all'ultimo per tenere, fosse anche per tenerli chiusi in soffitta o in cantina.
Ad aggiungere valore al già enorme spessore affettivo che le gesta dei due pompatissimi gemelli avevano per il sottoscritto la riscoperta della totale idiozia degli stessi protagonisti, che, seppur inseriti in un contesto fantasy, paiono comportarsi come gli ultimi dei tamarri della periferia di Harford, Connecticut, loro città d'origine.
Vederli compiaciuti e sorridenti mostrare i muscoli ad ogni piè sospinto o stuzzicarsi a vicenda è ancora oggi un tuffo al cuore che, probabilmente, per chi non ha potuto gustarsi questo film ai tempi, risulterà una cosa completamente folle, anche perchè The Barbarians rivaleggia praticamente ad armi pari con I dominatori dell'universo, uno dei film più terrificanti della Storia delle tamarrate figlie della settima arte.
Un ritorno al passato che è stato una vera e propria goduria e che ha avuto come apice l'indimenticabile scena dell'impiccagione dei gemelli con tanto di rottura della corda grazie allo sforzo del collo taurino di uno dei due - non chiedetemi quale, l'affezione non arriva fino a questo punto - con tanto di urlo di trionfo gutturale che tanto ricorda il grugnito di qualche curioso animale.
Ma potrei andare avanti ore, e non renderei abbastanza la sensazione che è stata viverlo allora, e ritrovarlo oggi. M-I-T-I-C-O.

MrFord

"Back to the primitive
fuck all your bullshit
we're back to set it free
confronting the negative."
Soulfly - "Back to the primitive" -

sabato 4 giugno 2011

Drive angry

La trama (con parole mie): Milton, misterioso personaggio a metà tra un cowboy moderno, un cacciatore di taglie ed un vendicatore spietato, dopo aver domato il selvaggio e biondo per l'occasione parrucchino di Nicholas Cage si mette sulle tracce dell'autoproclamatosi santone per conto di Satana Jonah King per vendicare la morte della figlia ed impedire il compimento di un rituale agghiacciante che prevede l'inizio dell'Apocalisse a seguito della morte della nipote.
A dare una mano al nostro uomo del mistero pensa la giovane e grintosa Piper, cameriera dalla macchina supercool cui lo stesso Milton salva la faccia dalle attenzioni di un ex un pò troppo espansivo quando si tratta di menare le mani.
Inutile dire che il confronto finale vedrà una serie di esplosioni e morti nella piena tradizione dei b-movies, arricchita da variabili impazzite come Il commercialista, una sorta di rappresentante dell'Aldilà venuto a saldare i conti con il protagonista.

Vediamo di partire subito con il piede sull'acceleratore: Drive angry è l'espressione pressochè perfetta di quella che sarebbe dovuta essere la filosofia grindhouse del tarantiniano e poco riuscito A prova di morte, e tutto quello che non è stato il "mi prendo troppo sul serio perchè sono cool" Hobo with a shotgun.
E cosa motiverà mai questa mia posizione, considerato il fatto che la sceneggiatura è più elementare di un dettato con i bambini di prima ed il protagonista è il da me sempre detestato Nicholas Cage nel ruolo di stuntman del suo parrucchino!?
Semplice: Drive angry è molto scorretto, molto volgare, molto divertente ma, soprattutto, molto cosciente di essere quel poco che è. 
Il che, dalle mie parti, fa immediatamente balzare in alto le sue quotazioni.
Lo spirito che sempre rimpiango dei buoni, vecchi film action anni ottanta pare in questo caso essere stato rievocato in toto, dalle battute memorabili - "Dammi una ragione per non spararti in faccia in questo momento!" Risposta: "Sto guidando", impagabile - alle esplosioni, dagli esageratamente sopra le righe protagonisti - Milton, con la sua faccia di gesso ed il fucile sempre carico pronto a fare una strage anche nel pieno di una scopata, Piper, che nel pieno, guarda caso, di una scopata pesca il promesso sposo e non ci pensa troppo a stendere la signora in compagnia del suo ormai ex uomo con due cazzotti ben assestati, Il commercialista e le sue previsioni di morte rispetto agli sfigati incontrati di volta in volta, lo stesso Jonah King con i suoi deliri di onnipotenza - per giungere alle sequenze in auto decisamente più adrenaliniche di quelle di quasi tutta la saga di Fast&Furious.
Certo, la parte tecnica non è neppure menzionabile, e regia e sceneggiatura - come già sottolineato - sono quantomeno dozzinali, eppure, come molti action movies diventati stracult negli ultimi anni dimostrano, a volte basta poco per poter riuscire a convincere il pubblico, ed altre - come in questo caso - semplicemente ammettere, sfruttando i mezzi che si hanno e divertendosi nel farlo, che non si sarà mai dei nuovi Tarantino e neppure dei nuovi Rodriguez, ma che un Dal tramonto all'alba in piccolo si potrà sempre confezionare, dando l'impressione di non aver preso in giro l'audience e di aver regalato un'oretta e mezza di puro, cafonissimo intrattenimento anche quando, invece di Jason Statham, ci ritroviamo l'uomo dall'occhio pallato Cage.
E non solo: il buon Patrick Lussier, che pensavo avrei dovuto prendere a bottigliate da qui all'eternità per quell'obbrobrio che fu S. Valentino di sangue, è riuscito addirittura nell'impresa che, fino ad ora, aveva portato a termine solo quel mattacchione di Herzog.
Rendere Nicola Coppola quasi simpatico.
Certo, anche in Kickass il suo personaggio funzionava.
Ma grazie a tutti gli dei del Cinema non era il protagonista.
Ma senza perdermi troppo in chiacchiere parallele, vi dico: se volete una serata da sano, puro, glorioso intrattenimento in pieno stile anni ottanta, allacciate le cinture, girate la chiave e pestate il piede a tavoletta per questo tamarrissimo Drive angry.
Con lo spirito giusto, sarà come scolarsi una cassettata di Red bull prima di gettarsi in un inseguimento alla Crank.

MrFord

"Sucking on my titties like you wanted me
calling me, all the time like Blondie
check out my chrissy behind
it's fine all of the time
like sex on the beaches
what else is in the teaches of peaches? Huh? What?"
Peaches - "Fuck the pain away" -


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