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lunedì 8 gennaio 2018

Justice League (Zack Snyder, USA/UK/Canada, 2017, 120')




I frequentatori abituali del Saloon ormai conoscono bene la predilezione del sottoscritto per la Marvel rispetto alla DC Comics, così come il complicato rapporto che lega questo vecchio cowboy a Zack Snyder, autore discontinuo che nel corso degli anni è riuscito a regalare discrete soddisfazioni e ciofeche immonde: con il tentativo orchestrato proprio da quest'ultimo di organizzare una sorta di risposta cinematografica made in DC per contrastare il sempre notevole successo del Cinematic Universe della Marvel ho avuto la conferma di tutti i limiti non solo dei seriosi e troppo statici charachters della concorrente principe di Mamma M, ma anche dello stesso Snyder, complici produzioni decisamente soporifere e poco incisive legate a Superman e Batman, i due portabandiera di questo universo.
Proprio in questo senso mi aspettavo che Justice League potesse esplodere come una bomba e guadagnarsi un posto d'onore nella Top Ten dedicata al peggio dell'anno degli appena assegnati Ford Awards: una previsione che, come accaduto di recente con Madre! di Aronofsky, non ha trovato riscontro nella realtà.
Justice League è ben lungi dal poter essere considerato un bel film - o anche solo discreto -, eppure si è presentato decisamente meno peggio di quanto potessi aspettarmi, complici senza dubbio la Wonder Woman di Gal Gagot - di gran lunga il charachter più interessante di questo "universo" - ed un ritmo che, nonostante le lungaggini tipiche di Snyder e la pesantezza devastante di Superman e del Batman di Ben Affleck - che pare aver cancellato tutto il bene fatto da Nolan e Bale con l'Uomo Pipistrello - non è risultato così lento: due sorprese che sono valse alla pellicola la mancata presenza nella già citata Top Ten del peggio del duemiladiciassette ma che non alimentano certo l'hype per un eventuale secondo capitolo del "supergruppo" della DC, che oltre alla noia di Supes e Batman presenta un Aquaman totalmente inutile - portato sullo schermo solo per contare sulla presenza accalappia donne di Momoa -, un Flash acerbo nonchè copia sbiadita di Spider Man per spirito ed un charachter impresentabile anche a livello di effetti come Cyborg.
Per quanto, dunque, il lavoro di Snyder e Whedon abbia scampato il peggio qui al Saloon - ma non al botteghino, che a quanto pare ha avuto poca pietà - penso basti riflettere sul fatto che, una volta esclusa la sua presenza ai Ford Awards, abbia clamorosamente dimenticato di doverne scrivere il post per due settimane buone è la prova di quanto poco consistente possa risultare per lo spettatore e la sua memoria: fossi nei produttori della risposta DC al Cinematic Universe, ripenserei ad una strategia diversa e valida così come ad un alleggerimento complessivo dei charachters, nonchè ad uno spazio sempre maggiore concesso all'unico volto che, in questa galleria, pare avere senso e spessore, quello di Wonder Woman.
Un segnale importante, considerati gli eventi dell'anno appena trascorso, per un regista fortemente "macho" come Snyder.



MrFord



 

martedì 17 gennaio 2017

Assassin's Creed (Justin Kurzel, UK/USA/Francia/Hong Kong, 2016, 115')




I videogiochi, fin dai tempi della mia infanzia, del Commodore 64, il Sega Master System e dunque Mega Drive, sono sempre stati parte della componente ludica e d'intrattenimento delle giornate in casa Ford giungendo fino alla Playstation 4 attuale, che se non fosse per gli impegni con i Fordini utilizzerei molto più spesso che non per i ritagli di serate quando, con tutti a letto, libero la mente grazie a sequele quasi infinite di partite a PES, e negli ultimi anni alcune produzioni - si vedano Last of us, Red dead redemption o le saghe di Uncharted e Dead space - hanno raggiunto livelli tali da scomodare addirittura paragoni con il Cinema.
Peccato che - vedasi l'orrido Warcraft - le trasposizioni su grande schermo di videogames di successo siano state nella loro quasi totalità fallimentari: non è da meno questo Assassin's creed, firmato ed interpretato dallo stesso trio che lo scorso anno in questo periodo consegnò al pubblico l'ottimo Macbeth - Justin Kurzel, Michael Fassbender, Marion Cotillard -.
Se, infatti, la pellicola tratta da Shakespeare spingeva l'acceleratore su interpretazioni pazzesche ed un'autorialità al confine con il rischio - in molti lo trovarono soporifero, senza dubbio si trattava di un lavoro ostico -, questa pare invece la tipica marchetta da portafoglio gonfio di regista ed attori, inutile ed assolutamente incapace di provocare qualsiasi emozione e portata qualche centimetro sopra l'abisso soltanto dall'indubbio talento del cineasta australiano, che dimostra, con una manciata di inquadrature e le dinamiche sequenze d'azione quantomeno di conoscere il suo mestiere.
Troppo poco, però, per quello che avrebbe dovuto - o voluto? - ambire a diventare un blockbuster e rivelatosi un buco nell'acqua fatto e finito, che si tratti di critica - è stato massacrato in lungo e in largo - o botteghino - al momento, la parola più ricorrente è flop, e neppure leggero -, una raccolta di sequenze adrenaliniche messe in fila una dopo l'altra in bilico tra presente di narrazione e passato - come fu per il primo capitolo del franchise videoludico, che, lo ammetto, non è riuscito mai a conquistarmi - all'interno della quale perfino gli attori più consumati paiono pesci fuor d'acqua pronti a recitare un copione che dice poco o nulla e del quale non pare capirsi tanto di più, da una parte o dall'altra della macchina da presa.
Un'operazione commerciale di quelle in grado di far incazzare oltre misura la critica più snob, e che finiscono per gettare ombre anche sui popcorn movies d'intrattenimento becero che, al contrario, fanno del pane e salame un vero e proprio vanto: peccato per Kurzel - che probabilmente ha deciso di accettare questo lavoro, oltre che per il compenso, proprio per poter completare il già citato Macbeth - così come per Fassbender e la Cotillard, che da queste parti sono sempre molto ben visti e, come il resto di cast e crew, sprofondano senza colpo ferire insieme alla pellicola, il primo impegnato solo a mostrare il suo stato di forma, la seconda a sfoderare una verve da "è il lunedì mattina del peggior lunedì dell'anno, ho il ciclo e poca voglia".
Non penso che, in fin dei conti, loro saranno così affranti - soprattutto osservando l'estratto conto -, ma spero che, la prossima volta, prima di imbarcarsi in un'operazione di questo tipo, valutino bene la credibilità che potrebbero perdere agli occhi dei fan ed ancor più dei detrattori accaniti: personalmente, comunque, io voglio crederci ancora.
Senza incappare, almeno spero, magari in un sequel, nelle gesta di questi misteriosi assassini incappucciati.
In quel caso, sarebbe davvero troppo anche per un cinefilo di bocca buona come il sottoscritto.




MrFord




mercoledì 8 giugno 2016

Wednesday's child

La trama (con parole mie): passata una primavera in gran parte deludente dal punto di vista delle uscite in sala, con l'avvicinarsi dell'estate pare che perfino la pessima distribuzione italiana si sia decisa a proporre titoli che, quantomeno, potrebbero risultare scommesse interessanti.
Riusciranno queste stesse scommesse, capeggiate dal Refn fresco di delusione a Cannes, a mettere d'accordo perfino il sottoscritto e la sua nemesi per eccellenza, Cannibal Kid, nel bene o nel male?
O assisteremo all'ennesimo scontro tra i due bloggers più rivali della blogosfera?



"E come per magia, ora farò in modo che Cannibal capisca qualcosa di Cinema!"



The Neon Demon

"La prossima volta prima di vedere un film di Von Trier leggo le avvertenze."

Cannibal dice: Cult dell'anno o diludendo dell'anno?
Il nuovo film del fenomeno danese Nicolas Winding Refn, talento visivo purissimo ma più discontinuo come sceneggiatore, sembra una cannibalata coi fiocchi. Un thriller horror stile Il cigno nero/Mulholland Drive ambientato nel patinatissimo mondo della moda. All'ultimo Festival di Cannes è stato però accolto tra i fischi dai critici...
Ma mai fidarsi dei critici. Prendete Ford, ad esempio.
Ford dice: Refn è uno dei pochi registi in grado di mettere quasi sempre d'accordo perfino il sottoscritto e Peppa Kid, seppur per motivi diversi. Quest'ultimo Neon Demon, fischiatissimo a Cannes, appare come un rischio per il sottoscritto ed una conferma per il mio antagonista. Sarà davvero così? Solo le rispettive recensioni potranno svelare l'arcano.




Now You See Me 2 – I maghi del crimine

"E come per magia, sono di nuovo qui: questa volta cercherò di fare in modo che Ford non pesti Cannibal come un sacco da boxe!"

Cannibal dice: Il primo Now You See Me mi era sembrato un prodotto d'intrattenimento valido e molto piacevole (http://www.pensiericannibali.com/2013/09/now-you-see-me-i-maghi-di-napoli.html). Di un secondo capitolo non sentivo tutto questo bisogno, ma comunque credo lo vedrò. E chissà che la mossa di prendere l'ex Harry Potter Daniel Radcliffe per contrastare i maghi del crimine non si possa rivelare azzeccata quanto quella di prendere uno che non capisce nulla di cinema come Ford per contrastare un cineincompetente come me.
Ford dice: il primo Now you see me si era rivelato, ai tempi, un buon intrattenimento, conquistando soprattutto Julez. Questo sequel non appariva davvero necessario, ma chissà che non abbia le potenzialità di stupire quasi quanto una promozione di Cannibal rispetto ad un film Disney. Staremo a vedere.



Frend Request – La morte ha il tuo profilo

"Altro che pazzi maniaci horror: il vero terrore è essere followers di Pensieri Cannibali!"

Cannibal dice: Stalker-thriller-horrorino tedesco a tematica informatica con protagonista la bella Alycia Debnam-Carey di Fear the Walking Dead?
Probabilmente sarà una boiata, ma come fresca e disimpegnata visione estiva ci sta tutta!
Ford dice: merdina horror degna del mio rivale che mi risparmio volentieri. Estate sì, ma non così.



L'uomo che vide l'infinito

"Ecco, con un'equazione ho descritto l'infinito: l'infinito vuoto presente nella testa di Cannibal Kid."

Cannibal dice: Io sono l'uomo che vide l'infinita mancanza di buon gusto in Ford. Quanto al film L'uomo che vide l'infinito, nonostante la presenza del da me odiato Jeremy Irons e una regia di quelle che dal trailer sembrano da fiction tv, è una di quelle pellicole su un matematico geniale tra A Beautiful Mind e La teoria del tutto che una visione dalle mie parti dovrebbero riuscire a guadagnarsela.
Ford dice: prodotto che pare assolutamente trascurabile nonostante il suo protagonista, degno giusto di un passaggio su Pensieri Cannibali non tanto per affinità di geni quanto per affinità di squilibri.



Cristian e Palletta contro tutti

"Ho provato ad andare a correre con Cannibal, ma quello pensa sempre di avere Ford alle calcagna e scanna come un dannato!"

Cannibal dice: Dal titolo e dalla locandina sembrerebbe una poracciata... Eppure la presenza del sempre ottimo Libero De Rienzo e di Pietro Sermonti from Boris come protagonisti mi fa ben sperare. Così come l'assenza di James Ford.
Ford dice: se fosse per il titolo o per l'apparenza diffiderei di questa roba tanto quanto dei pareri di Cannibal. De Rienzo e Sermonti, però, inaspettatamente incuriosiscono. Staremo a vedere.



In nome di mia figlia

"Non disperarti: la prossima volta non ti porto più a vedere un film suggerito da Cannibal!"

Cannibal dice: La storia di un padre disperato ma no, non si tratta di Puff Daddy Fordy. È una pellicola francese con Daniel Auteuil e io al cinema francese faccio fatica a dire no. Ma com'è che i film di questa settimana me li vorrei vedere tutti?
Ford dice: Autil non mi dispiace, la tematica neppure. Ma il Cinema francese, soprattutto in vista dell'estate, è lontano da me quasi più delle opinioni di Cannibal Kid. Rimandato a settembre.



Ciao Brother

"Ho visto un film suggerito da Cannibal che mi ha fatto venire due palle così!"

Cannibal dice: I film di questa settimana me li vorrei vedere tutti... tranne questo. Una pseudo pellicola con due tizi che a quanto pare provengono da Zelig, il programma meno divertente nella storia degli show comici. Più che Ciao Brother, Goodbye Brother. E, già che ci siamo, Goodbye Ford!
Ford dice: mi sarei stupito se, in una settimana di programmazione in sala, non si fosse fatta sentire la solita stronzata made in Italy con presunti comici presi a caso come protagonisti. Senza dubbio facciamo più ridere io e Cannibal.



martedì 29 marzo 2016

Batman vs Superman - Dawn of justice

Regia: Zack Snyder
Origine: USA
Anno: 2016
Durata: 151'






La trama (con parole mie): a seguito della battaglia di Metropolis, che ha consacrato come un eroe planetario Superman e causato numerose vittime, tra le quali dipendenti di una delle proprietà del multimilionario Bruce Wayne, alias Batman, paladino oscuro di Gotham, quest'ultimo ed una parte dell'opinione pubblica guardano con sospetto il kryptoniano, inconsapevolmente guidato verso una rivalità non voluta dalle azioni del giovane e poco equilibrato Lex Luthor.
Quando, grazie alle macchinazioni del magnate, Superman e Batman si trovano in rotta di collisione e la battaglia tra i due pare favorire la Lex Corp, l'intervento di Lois Lane unito alle ricerche di Wayne cambiano le carte in tavola: stabilita una pur fragile alleanza, i due eroi affiancati da Wonder Woman si troveranno ad affrontare un ibrido chiamato Doomsday, scatenato proprio da Luthor.











Non avrei mai pensato, considerati i "nostri" trascorsi, di poter affermare che un film firmato da Zack Snyder potesse lasciarmi, di fatto, quasi completamente indifferente, o annoiato: in passato, dal riconoscimento di lavori come L'alba dei morti viventi o Watchmen fino alla completa bocciatura di porcatone come 300 o Sucker Punch, il tamarrissimo regista aveva quasi sempre suscitato una certa reazione, nel sottoscritto, tanto da alimentare, in un modo o nell'altro, la voglia di scrivere a proposito del suo lavoro.
Della serata che ha visto i Ford in "libera uscita" con il Fordino dai nonni, invece, mi resterà probabilmente soltanto il ricordo della monumentale cena al jappo all you can eat prima del film e dello spassoso gioco dell'Alfred e Bruce Wayne sfruttato nel parcheggio del Cinema a causa della recente installazione del seggiolino per la prossima nuova arrivata di casa Ford sul sedile del navigatore che pone di fatto il sottoscritto dietro accanto, per l'appunto, al Fordino, con tanto di portiera aperta e chiusa e gente a bocca aperta ad osservare la donna incinta che faceva scendere e salire un tamarro poco raccomandabile dalla macchina come se fosse la sua autista.
Del film, al contrario, se non due ore e mezza di pesantezza e grigiore abominevoli, resta davvero poco che possa rendere il titolo diverso da molti che l'hanno preceduto o far pensare che possa essere una base di partenza da urlo per l'imminente Justice League, risposta di casa DC agli Avengers targati Marvel: proprio rispetto al supergruppo della Casa delle Idee, le colonne Batman e Superman paiono privi dell'ironia necessaria per catturare anche il pubblico meno nerd o dei più piccoli - ho visto padri e figli giunti in sala giungere con grande fatica e molto sonno alla conclusione - ed allo stesso tempo anche della drammaticità autoriale della trilogia legata all'Uomo pipistrello firmata da Christopher Nolan - nonostante, occorre dirlo, Affleck non se la cavi affatto male nei panni di Wayne, e sia spalleggiato da un ottimo Alfred interpretato da Jeremy Irons -.
Usciti dalla sala, il pensiero - oltre al sollievo - era rivolto alla freschezza di una proposta pur diversa come Deadpool - che fa letteralmente polpette del lavoro di Snyder - ed ai paragoni impietosi di sequenze pur ben realizzate come quella della scazzottata tra Superman ed il Batman in versione "armatura pesante" - forse la migliore del film - e l'equivalente tra l'Iron Man "Hulkbuster" e, per l'appunto, Hulk del pur spento secondo Avengers, senza contare l'interpretazione fastidiosa e sempre priva di novità di Jesse Eisenberg, che pare aver esportato il suo Zuckerberg in qualsiasi altro film interpretato, oltre a tentare - fallendo miseramente - di ricordare l'indimenticabile Joker di Heath Ledger.
Poco importa, poi, della scarsa fedeltà a quelle che sono le vicende narrate sugli albi a fumetti - soprattutto riguardo al personaggio di Doomsday - o degli effettoni mirabolanti: Batman vs Superman resterà un videogiocone che avrebbe potuto regalare al suo pubblico tre quarti d'ora in meno - la storia ormai arcinota dell'infanzia di Bruce Wayne, gli inutili inserti onirici sempre legati all'Uomo Pipistrello - ed un tentativo di rendere, almeno in parte ed almeno in sala, cool anche eroi certamente meno interessanti di quelli Marvel i paladini della DC, che paiono divinità scese in terra incuranti della popolazione e degli effetti e conseguenze della loro presenza: in questo senso, il tentativo di sfida di Luthor ha quasi senso, così come la scelta del grande pubblico, che in sala come per le letture, ha sempre nettamente favorito i charachters creati da Stan Lee e soci, meno "divini" e pronti a portare in primo piano i loro problemi, e non i favolosi poteri.
Ma chissà, forse tutto nasce, per quanto mi riguarda, dal senso di appartenenza che provo rispetto all'essere Umani - in tutti i sensi, positivi e negativi, del termine - a fronte dell'algida distanza e spropositato ego dell'essere divini.





MrFord





"Justice is lost
Justice is raped
Justice is gone
pulling your strings
Justice is done
seeking no truth
winning is all
find it so grim
so true
so real."
Metallica - "And Justice for all" - 






giovedì 31 maggio 2012

Die hard 3 - Duri a morire

Regia: John McTiernan
Origine: Usa
Anno: 1995
Durata: 131'



La trama (con parole mie):  John McClane, tornato a New York dopo la separazione dalla moglie Holly, sempre in bilico tra una sospensione e l'altra e con una tendenza all'alcolismo decisamente in crescita, viene richiamato in servizio dal suo comandante a seguito di una terrificante esplosione rivendicata da un terrorista di nome Simon, che coinvolge l'inossidabile poliziotto ed il suo involontario compagno di sventure Zeus - un ex tassista di Harlem - in un gioco sempre più rischioso che maschera da attentato un piano articolato per rubare tutto l'oro della Federal Reserve.
Inizierà dunque una sfida a distanza che porterà il poco disciplinato protagonista a scoprire che, in realtà, Simon altri non è che il fratello maggiore di Hans, l'uomo che anni prima proprio McClane uccise al termine dell'attacco al palazzo della società della sua metà.




Il terzo capitolo della saga di Die hard mi ha fatto tornare in mente il periodo in cui, preso solo ed esclusivamente dal Cinema d'autore, vedevo mio fratello completamente assorbito dai botta e risposta tra Bruce Willis e Samuel Jackson - entrambi reduci dal successo di Pulp fiction - criticando la sua eccessiva affezione per quel film tutto esplosioni e situazioni al limite dell'inverosimiglianza: non potevo sbagliarmi di più.
Perchè Die hard è e resta, di fatto, uno dei migliori antidoti per lo stress della quotidianità, nonchè una delle più alte espressioni del Cinema d'azione americano: inoltre, dopo il - leggero - passo falso del secondo capitolo, il ritorno dietro la macchina da presa di John McTiernan segna, di fatto, un nuovo salto in avanti della qualità delle imprese dell'irresistibile John McClane, per l'occasione spalleggiato da uno Zeus Carver che, seppur interpretato da un Samuel Jackson ancora in odore del suo Jules tarantiniano, fornisce al pubblico il miglior compagno d'avventure possibile per l'instabile poliziotto, regalando una serie di battute e provocazioni in pieno stile "da duri" come possono riservare soltanto perle come la serie dedicata ai leggendari Hap e Leonard firmata da Joe Lansdale o i duetti tra Walt e il suo barbiere in Gran Torino.
Certo, non siamo ai livelli di cult assoluto di Trappola di cristallo, eppure tutto funziona, dall'articolato piano di Simon al ritmo vertiginoso dell'intera vicenda - che non patisce neppure un minuto delle due ore piene di durata -, dall'ironia agli effetti speciali da urlo - l'esplosione che apre la pellicola è un pezzo d'antologia nel genere, roba da rimanere a bocca aperta e lasciare la mente correre ad un'altra magia di questo tipo, ma molto successiva: la sequenza dell'attentato in apertura di quel gioiellino che è I figli degli uomini -, dalla tecnica alla mai da sottovalutare capacità di non prendersi troppo sul serio.
Insomma, che siate appassionati oppure no di tamarrate action, resta davvero difficile non affezionarsi ad una saga come questa, capace di superare come se nulla fosse - o come fossero i consueti nemici carne da cannone di turno - le barriere tra uomo e donna, quelle tra Cinema d'autore e blockbusteroni selvaggi e soprattutto del tempo: il fascino di McClane e delle sue avventure, infatti, risulta immutato nonostante siano passati ormai diciassette anni da questo terzo capitolo, tanto da suscitare, al massimo, osservazioni sui cellulari o sulle macchine di allora - oggi risulterebbe difficile compiere certi salti ed atterraggi sulle quattro ruote senza vedersi esplodere l'airbag in pieno viso - mossi da quella bonaria nostalgia di un'epoca che tutti noi abbiamo vissuto e che risulterà "antica" alle prossime generazioni di spettatori - se non già ora -.
Una conferma decisa, dunque, per John McTiernan, che nonostante gli ultimi exploit non proprio esaltanti della sua carriera ed un silenzio che dura ormai dagli inizi degli anni zero si conferma come uno dei più autorevoli riferimenti dell'action fracassona anni ottanta, e per Bruce Willis, fondamentale rappresentante di una tradizione amatissima in casa Ford nata con Sly e Schwarzy e passata grazie anche al suddetto Bruce nelle mani di quello che, attualmente, è il loro definitivo erede: Jason Statham.


MrFord


"Hot town, summer in the city
back of my neck getting dirty and gritty
been down, isn't it a pity
doesn't seem to be a shadow in the city."
The Lovin' Spoonful - "Summer in the city" -



lunedì 9 gennaio 2012

Margin call

Regia: J. C. Chandor
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 107'


La trama (con parole mie): siamo nel ventre di una grande banca dedita agli investimenti in un tempo che è l'oggi, ma potrebbe anche essere ieri o domani.
Un veterano della compagnia è cordialmente invitato a farsi da parte, ma prima di fare in modo che tutto il suo lavoro scompaia, lascia in eredità a un giovane genio della finanza il lavoro sul quale da tempo stava spremendo le sue meningi: questo semplice gesto apparentemente di rivolta contro la grande azienda scopre in realtà il nervo di una crisi annunciata che i protagonisti della storia - nonchè i vertici della banca stessa - dovranno fingere di non arginare, arginandoli, prima che tutto il sistema crolli.
Una cosa già sentita? 
Certo, succede ogni giorno. E' un furto legale. E noi non ci accorgiamo quasi mai di nulla.
Tranne per il fatto di restare con le pezze al culo.




Margin call è un film ostico, e molto, molto tosto.
Sarei un vero ipocrita se non ammettessi di essermi perso più di una volta dietro ai complessi discorsi legati al mondo dell'alta finanza e alle crisi che, periodicamente, scuotono i mercati globali finendo per giocare sui destini di chi, come noi, vive ben lontano dai paradisi fiscali e dalle partite di uno sport pericolosissimo che ha sostituito, di fatto, molti dei traffici illeciti del vecchio secolo.
Eppure il senso c'è, ed è tutto lì.
E cosa ancor più importante, tende ad assumere una dimensione più seria e potente mano a mano che il tempo dalla visione passa, finendo per lasciare una cicatrice neanche fosse il più spinto ed inattaccabile dei documentari verità: Margin call è il ritratto di quello che gli yuppies anni ottanta vivevano come un modo per fare i soldi senza i rischi dell'essere gangsters e trafficanti di droga o l'esposizione di sportivi ed attori e cantanti ed ora è divenuto una sorta di oceano da camera all'interno del quale si muovono squali in grado di gestire come e più che mai i destini del mondo, conosciuto e non.
Un film a suo modo piccolo, eppure devastante ed enorme nelle implicazioni, di quelli che necessitano più visioni per essere compresi a fondo, e ad ognuna di esse rispondono con nuove riflessioni indotte nel pubblico: grazie ad un cast a dir poco perfetto ed in stato di grazia - anche rispetto ad attori ritenuti ormai universalmente sul viale del tramonto come "Polpetta" Bettany o attrici mai davvero considerate tali come Demi Moore -, una sceneggiatura ottima giocata sul tempo, il ritmo e la parola ed una regia che lascia al resto lo spazio che necessita per farsi strada sotto la pelle dello spettatore, Margin call diventa inesorabilmente il corrispettivo, più che di Wall street e decisamente in misura maggiore rispetto a Wall street - Il denaro non dorme mai di Americani per gli anni zero.
Se la pellicola di James Foley rappresentava tutti i lati oscuri del lascito degli eighties nella cultura della vendita anni novanta, Margin call ne eredita il pessimismo di fondo affidandosi ad una sorta di sinfonia da camera che ne ripropone i temi a tutti i livelli - da chi è licenziato a chi, al contrario, prospera sotto ombrelli di miliardi di dollari ai vertici della compagnia - lasciando ben poco spazio all'umanità, relegata ad un cane moribondo e alla speranza di un futuro - di coppia o riferito ai giovani che crescono nell'isolamento o nell'illusione di status symbol - che tanto roseo non è.
Anzi, tutt'altro.
Certo, le praterie della finanza e gli squali della borsa sono quanto di più lontano possa esistere dal saloon e da questo vecchio cowboy, eppure resta indiscutibile il valore di una produzione non così piccola da apparire autoriale quanto basta per essere apprezzata dai radical chic frequentatori di Festival e non abbastanza grande da fare breccia nel cuore del grande pubblico, ma clamorosamente intelligente e sorprendentemente coinvolgente sia a livello cinematografico - pare più un thriller da morti ammazzati che non una sorta di trattato semplificato sulle manovre aziendali nei mercati azionari ad alto livello - che emotivo - ogni personaggio, o quasi, ha qualcosa in grado di stuzzicare la curiosità e la partecipazione dell'audience -.
Non sarà facile approcciarlo - soprattutto nell'ambito specifico della materia trattata - eppure, con i dovuti sforzi richiesti da ogni cosa per cui vale la pena farsi un pò di culo, risulterà una visione in grado di sedimentare e tornare in superficie quando meno ve lo aspetterete, tra le più interessanti che il genere - e non solo - abbiano al momento da offrire.
E questo, in barba alla borsa e agli spot, non ha prezzo.

MrFord

"If I was a wizard of finance
speculating every day on Wall Street
my dividends would be so tremendous, baby
even Dow Jones would find it hard to believe."
Parliament - "Wizard of finance" -
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