Nel corso delle mie stagioni da cinefilo radical, i film in costume hanno rappresentato una buona fetta di visioni che, in alcuni casi, ha portato qui al Saloon titoli degni di essere chiamati Capolavori - Barry Lyndon e L'età dell'innocenza su tutti -, così come in tempi meno sospetti più recenti produzioni come A royal affair hanno conquistato il favore di questo vecchio cowboy nonostante un'ambientazione non più così favorevole al sottoscritto.
Amore e inganni - adattamento dell'originale Love&Friendship -, tratto da un lavoro della celebre Jane Austen ed incentrato sugli intrighi orditi in società dalla machiavellica Lady Susan Vernon, rimasto ad attendere la visione per diversi mesi a causa di numerosi dubbi sul suo effettivo valore, purtroppo ha rispettato le aspettative non rosee, di fatto rimanendo ben lontano dalla qualità dei titoli sopra citati: nonostante, infatti, alcune critiche molto esaltate - forse qualche radical ha abusato a mia insaputa di white russian - ed un main charachter dalle potenzialità incredibili - e ben reso da Kate Beckinsale, devo ammettere -, il lavoro di Whit Stillman risulta noioso come un the delle cinque con un gruppo di zitellone senza ritegno, troppo tagliato con l'accetta nello script - alcuni passaggi della seconda parte sono quantomeno frettolosi, tanto da avermi fatto pensare ad alcune sforbiciate selvagge in post produzione - e poco incisivo nella regia e nel ritmo - un'ora e mezza che paiono quattro, roba da sognarsi una bella sbronza con tanto di sonno ristoratore che faccia dimenticare il tutto -, cui non riescono a porre rimedio neppure gli incredibili stratagemmi messi in atto dalla protagonista, talmente odiosa ed intrigante da apparire, a conti fatti, irresistibile rispetto agli scialbi nobili dei quali, di fatto, continua in un modo o nell'altro a farsi beffe.
Un vero peccato, da questo punto di vista, perchè Lady Susan Vernon avrebbe meritato un destino cinematografico decisamente migliore di quello riservatole da Stillman - del resto, io non sono un suo grande fan, avendo considerato The last days of disco poco più di un filmetto e Damsels in distress una vera schifezza -, che avrebbe potuto portarla nell'Olimpo dei "villain" di questi ultimi anni di settima arte e darle una visibilità maggiore presso il grande pubblico, sia dalla parte maschile che femminile in termini di possibilità di imparare come si muove davvero un predatore che conosce i sentimenti ed i loro tranelli all'interno non solo della società, ma anche e soprattutto del cuore delle persone.
L'unico merito che mi sento di assegnare a questo film è quello di avermi invogliato a recuperare il lavoro originale della Austen e scoprire quanto più possibile a proposito di Lady Vernon, che in qualche modo, minuto dopo minuto, seduzione dopo seduzione, intrigo dopo intrigo, pare decisamente ed inesorabilmente aver conquistato anche me.
La trama (con parole mie): Redmond Barry, giovane di belle speranze irlandese, coltiva in cuor suo il sogno di affermarsi con le sue sole forze, e perduto il primo amore parte alla volta di Dublino per allontanarsi da tutto quello che l'aveva messo nei guai. Quando viene rapinato dei suoi averi, inizia per lui una vita di avventure: diverrà un soldato, un giocatore, un abile truffatore, una spia, un affascinante gentiluomo e giungerà a sposare una nobildonna puntando tutto sul suo ingresso in una società che da sempre ha rifiutato i personaggi di dubbia fama - e venuti dal popolo - come lui.
Cambierà il suo destino il diventare padre, ed il dover affrontare l'inevitabile caduta che attende ogni uomo subito dopo una grande ascesa.
L'importante, sempre e comunque, alla fine, sarà di aver vissuto quanto e più a fondo possibile.
Avete presente quelle domande legate ai titoli che portereste con voi su un'isola deserta, che salvereste sempre e comunque, i film - o libri, o dischi - della vostra vita, che ad ogni passaggio si radicano nel cuore sempre di più, quasi fossero una parte di voi?
Barry Lyndon è senza dubbio uno di quelli che sceglierei per me, nonchè il mio preferito assoluto tra i film del Maestro: e non parlo della tecnica stratosferica che mai come in questa pellicola esplode dallo schermo fino agli occhi dello spettatore - la cura maniacale dei dettagli, i movimenti di macchina, la fotografia basata esclusivamente sulla luce naturale, i costumi ed i setting da dipinto -, dell'eleganza del racconto, della perfezione dello script o della produzione, di uno dei lavori più monumentali che il Cinema abbia mai conosciuto, ma del cuore di Barry Lyndon e dell'uomo che l'ha reso possibile e così grande, il Nostro Stanley.
Spesso e volentieri, nel corso della mia vita da cinefilo, ho ascoltato pareri anche illustri che dipingevano Kubrick come un freddo esecutore, un gigante incapace di infondere emozione alle sue opere, una specie di uomo di ghiaccio della macchina da presa: eppure se esiste un film che dimostra l'esatto contrario è proprio quello legato alle vicende di Redmond Barry, giovane irlandese che un giorno scopre di volere per lui un destino da gentiluomo che risponda alla sua grande ambizione e al desiderio di riscatto maturato in una vita da uomo di umili origini che solo con le sue forze si batte per vincere destino e condizione sociale per affermarsi come nobile.
Per raggiungere il suo obiettivo Barry è disposto a non guardare in faccia a nessuno, a battersi e sfruttare biechi sotterfugi, a comprare, adulare, ingannare, giocare tutte le sue carte.
Non è un personaggio positivo, il suo.
Ma raramente ne ho visti sul grande schermo di così profondamente umani.
So che Julez mi detesterà per averlo anche scritto, oltre che detto, ma il buon Redmond resta, ai miei occhi, uno degli esempi più evidenti di quel "tenere i cavalli" che è uno dei miei motti.
Per chi non lo sapesse, il suddetto motto è rimasto nel cuore del vecchio Ford dai tempi della mia prima visione di Junior Bonner - o L'ultimo buscadero - di Sam Peckinpah, quando il suo protagonista - un mitico Steve McQueen -, promessa del rodeo che decide di farsi da parte per favorire l'ascesa del fratello, interrogato a proposito di questa scelta da una donna risponde proprio "qualcuno deve pur tenere i cavalli".
Eastwood potrebbe affermare che chi tiene i cavalli è destinato "al nulla e all'addio", Neil Young lo dipingerebbe come uno dei suoi eroi solitari in attesa che il tempo mieta il suo raccolto, Warren Zevon giocherebbe in bilico tra le passioni ed una "splendid isolation".
Perdenti di lusso e di cuore, insomma, quelli che tengono i cavalli. Goonies cresciuti.
Barry Lyndon è proprio così. Un uomo imperfetto portato in scena alla perfezione. Un figlio del popolo che è e sarà sempre più gentiluomo di chi gli si professa superiore per lignaggio - tensione alle stelle a parte, ne è l'esempio perfetto lo straziante duello finale con il figliastro, una sequenza che ad ogni visione riesce a mettermi i brividi come poche altre - e che, per quanto pronto a sfruttare senza ritegno, è capace di provare passioni e sentimenti così forti da risultare incontrollabili come quelle per la cugina che è causa dei suoi primi guai, per il padrino che vede morire in battaglia, e soprattutto all'indirizzo del figlio Bryan, che regala uno dei passaggi più intensi che la mia storia di spettatore abbia potuto sperimentare - la prima volta che vidi Barry Lyndon fui sul punto di spegnere il videoregistratore nel corso dell'ultimo racconto di Barry a Bryan delle sue passate imprese militari, con il fiato corto per la commozione -.
E Kubrick accompagna il suo antieroe attraverso la scalata al successo e l'inevitabile, rovinosa caduta, senza dimenticare quell'ironia di fondo che ha sempre accompagnato le sue opere, lo sdegno per un certo tipo di Potere e le critiche alla Chiesa e alla guerra - Redmond conosce il suo "lato oscuro" proprio negli anni passati nell'esercito - pagando ad un tempo il tributo ad un destino che regola le esistenze di tutti coloro che vivono, amano, odiano, lottano, crescono e qualunque cosa si possa pensare di provare sulla pelle e sotto, da una parte e dall'altra dello schermo, e che di fronte a quel momento ci renderà uguali, inesorabilmente.
Tutti.
Uno schiaffo alle differenze di classe che è una zampata in coda ad un film straordinario poggiato sulle spalle di un protagonista unico, così umano e vivo da apparire come uno specchio per noi che ne ascoltiamo rapiti i racconti delle gesta: e torna una volta ancora in mente Neil Young, che canta "ho la mia linea da arare nel campo del tempo, e quando verrà la mietitrice io sarò saldo nel sole, e saprò che sarà giunto il momento di dare quello che è mio", e penso a Redmond Barry che combatte per diventare Barry Lyndon fino a perdere tutto, a un padre con il figlio, a un Maestro del Cinema che porta sullo schermo un Maestro della vita vissuta a fondo e pienamente, sempre, in tutte le sue sfumature e conseguenze.
E come Barry ingaggio il mio duello con l'esistenza, guardo negli occhi il mio avversario, tengo forte i cavalli e armo la pistola: non so se e quando sparerò a terra e concederò l'onore delle armi, quando lo farò per fare del male e quando per mostrare tutto il mio orgoglio di Uomo che vive, quando per vedere gli occhi di mio figlio brillare ai miei racconti o quando sarà semplicemente finita, ma io sarò lì.
Come Barry Lyndon.
E anche senza una gamba sarò sempre pronto a tornare in piedi.
Almeno fino a quando non verrà il momento di essere tutti uguali.
MrFord
"But me I'm not stopping there, got my own row left to hoe just another line in the field of time when the thrasher comes, I'll be stuck in the sun like the dinosaurs in shrines but I'll know the time has come to give what's mine." Neil Young - "Thrasher" -
La trama (con parole mie): Caroline Mathilde, promessa sposa al sovrano di Danimarca Christian alle origini dell'epoca illuminista che cambierà l'Europa ed il mondo, si ritrova costretta dopo essere cresciuta in Inghilterra regina in un Paese soggiogato dalla Chiesa e dai dogmi ed alle prese con un compagno instabile e scombinato, almeno fino a quando come medico di corte viene reclutato Johann Friedrich Struensee, un sostenitore delle nuove correnti illuminate che fin dal principio esercita un'influenza favorevole su Christian così come su Caroline, che presto si innamora di lui.
L'idillio tra i due, tradotto in un'innovazione nelle leggi danesi come non se ne erano ancora conosciute ai tempi, da origine ad un tracollo quando la regina rimane incinta di Johann: i vecchi membri del Consiglio di Stato, ancora legati al loro antico potere, faranno tutto ciò che sarà possibile per ripristinare lo status quo.
Devo ammettere che, andando indietro con la memoria agli ultimi anni, non ricordo una gara così interessante rispetto alla selezione dei film candidati all'Oscar come miglior pellicola in lingua straniera come quella cui abbiamo appena assistito: nonostante la clamorosa esclusione di Quasi amici, infatti, la cinquina giunta alla notte più famosa e celebrata del Cinema ha regalato davvero ottima materia al pubblico - non quello italiano, ovviamente, che ha visto distribuita soltanto una delle cinque candidate - sfoderando stili ed affrontando vicende profondamente differenti tra loro.
L'ultimo a giungere sugli schermi del Saloon - divenuto il mio personale favorito - è stato questo A royal affair, pellicola danese diretta da Nikolaj Arcel - che grazie a questo titolo rompe il suo silenzio sulla scena internazionale e fa salire tantissimo le aspettative sul progetto legato all'adattamento cinematografico de Il potere del cane di Don Winslow, uno dei miei romanzi preferiti di tutti i tempi, che pare sia stato affidato proprio a lui - con una classe da veterano e che, oltre a fotografare una delle epoche più importanti per quanto riguarda il progresso sociale e culturale della civiltà occidentale - l'Illuminismo -, assume le sembianze di splendida metafora del Potere in tutte le sue forme, da quello politico a quello sentimentale, dall'anelito di libertà ai gemiti da letto.
Come se non bastasse, senza cadere nella trappola del film in costume tutto forma e niente sostanza, Arcel confeziona una sorta di thriller sentimentale che fa tesoro della lezione di pietre miliari come Barry Lyndon, L'età dell'innocenza e Ritratto di signora senza dimenticarsi di un pizzico di follia in pieno stile del Forman di Amadeus: supportato da un cast in ottima forma - e da un sempre grande e sempre più fordiano Mads Mikkelsen -, il regista esplora uno dei momenti più delicati della storia del suo paese presentandone i molteplici volti, sfruttando la voce narrante e lo struggimento della protagonista femminile, la regina Caroline Mathilde - soffocata nel suo ideale di donna emancipata da una società profondamente dogmatica e chiusa - così come la follia e l'imprevedibilità del suo forzato consorte Christian - in più di un senso vera vittima dell'evolversi degli eventi, lasciato solo nella sua eccentrica unicità e sconvolgimento interiore, sfruttato e circuito da tutti, chi per costrizione e chi per amicizia interessata -, il confronto tra la nobiltà bigotta e figlia degli schematismi religiosi ed un popolo abbandonato a se stesso e pronto ad essere manovrato senza dimenticare, ovviamente, il ruolo del suo più complesso personaggio, il medico personale di Christian ed amante di Caroline Mathilde Johann Friedrich Struensee.
Quest'ultimo, spirito libero e seguace dell'Illuminismo, diviene il simbolo più intenso della fallibilità umana e della vulnerabilità che in quanto appartenenti all'umanità stessa presentiamo nei confronti del Potere, del suo esercizio e della lotta a combatterlo: le idee rivoluzionarie e la fede nel popolo venute a contatto con le esigenze di un capo di stato creano una tempesta di conflitti da brivido, che barcolla lungo una corda tesa tra le citazioni dell'Amleto ed una censura prima abolita e dunque ripristinata, un amore troppo grande per essere sopportato da un'amicizia ed un mondo ancorato a principi che tutti violano in silenzio, ma nessuno può permettersi di affrontare a testa alta e alla luce del sole.
In questo senso, script e regia mostrano con classe e maestria i protagonisti della vicenda soprattutto nelle loro fallibilità, fornendo un ritratto del progresso - perchè di progresso si trattò, per la Danimarca, da quel momento in avanti, fino al colpo di stato che orchestrò il figlio di Christian - che passa attraverso passioni ed errori tutti umani volti ad un ideale che pare sempre troppo alto ma non per questo inaccessibile, quasi si trattasse di un viaggio in avanti nel tempo anche oltre l'epoca dei Lumi, alla ricerca di quel romanticismo incontrollabile che portò gli ideali delle Grandi Rivoluzioni dal macroscopico della società al microscopico - per così dire - del cuore.
A royal affair riesce, e con uno stile impeccabile, a raccontare la perfezione dell'imperfezione, il coraggio degli errori, il lato travolgente e scomodo dell'amore, la corruzione del Potere e l'esaltazione provocata dal suo esercizio - nel bene o nel male che sia -, la lotta per la Libertà che l'Uomo ha combattuto fin dall'alba dei tempi e che non riguarda e riguarderà mai soltanto l'esterno, le regole, i dogmi, il contesto entro il quale ci muoviamo, ma anche e principalmente noi stessi.
Perchè è sempre da quelle profondità in cui scaviamo quando rimaniamo soli e volgiamo lo sguardo al nostro cuore che tutto parte: che sia una rivoluzione, un capriccio, l'amore di una vita o la scopata di una notte.
O un regno per un cavallo.
MrFord
"I was dreaming in my dreaming
of an aspect bright and fair
and my sleeping it was broken
but my dream it lingered near
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened."