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martedì 26 aprile 2016

Il cacciatore e la regina di ghiaccio

Regia: Cedric Nicolas-Troyan
Origine: USA
Anno: 2016
Durata:
114'







La trama (con parole mie): Eric il cacciatore, ormai da tempo in pace nel regno di Biancaneve, si trova al centro di una nuova guerra legata alla minaccia di Freya, regina del Nord responsabile dell'apparente morte di sua moglie sette anni prima e del suo addestramento fin dai tempi dell'infanzia. Coinvolto nel recupero dello Specchio magico, rubato dai goblin ma preso di mira proprio da Freya, Eric scoprirà non solo che sua moglie è viva, ma che l'illusione della Regina del ghiaccio ha convinto la stessa a motivare un odio profondo per lui.
Riuscirà dunque a ricucire il rapporto e compiere la sua missione?
E quando, proprio attraverso lo Specchio, la terribile e spietata ex regina Ravenna tornerà in vita, riuscirà l'uomo, aiutato dai suoi compagni di viaggio, a debellare ancora una volta la minaccia che rappresenta la matrigna di Biancaneve?











La vita dura dei sequel è da sempre una delle grandi certezze del Cinema, pronta a regalare più delusioni che non successi: quando, poi, il film originale non rappresenta certo una pietra miliare nella Storia della settima arte la situazione si fa anche più difficile.
Biancaneve e il cacciatore, uscito qualche anno fa sulla scia della nuova moda della trasposizione delle favole su grande schermo, pur non essendo niente di meritevole di essere ricordato, risultò quantomeno più piacevole di versioni da incubo della storia di Biancaneve come quella firmata da Tarsem Singh, e finì per non essere stroncato come si sarebbe convenuto qui al Saloon.
Con questo secondo capitolo, si cerca di mantenere un'atmosfera simile sfruttando il fascino della regina malvagia Ravenna - decisamente più carismatica di Biancaneve, e decisamente più bella da vedere, considerato l'impietoso confronto Charlize Theron/Kristen Stewart - affiancando a quest'ultima una versione piuttosto sciapa della protagonista di Frozen interpretata da Emily Blunt - che non poteva essere pesce fuor d'acqua più di così - opposte alla coppia Hemsworth/Chastain - che pare un omaggio non dichiarato alla sempre disneyana eroina di Brave, oltre che un gran bello spettacolo per la vista del pubblico maschile - testimoniando una ricerca, da parte degli autori, in termini di estetica piuttosto che di profondità o fascino della storia.
Per il resto, il risultato è un mix ancora meno interessante del precedente capitolo delle immagini ed atmosfere de Il signore degli anelli e Lo hobbit, con qualche schermaglia amorosa divertente tra i già citati Hemsworth e Chastain ed un paio di momenti spassosi con i nani che li accompagnano e richiami a Once upon a time, nel complesso, però, troppo poco interessante per risultare brutto o giustificare una stroncatura come si conviene: non bastano, comunque, l'alto coefficente di fascino femminile ed un ritmo tutto sommato scorrevole per non rimpiangere cose come Willow che, nel corso degli anni ottanta, risultavano magiche dall'inizio alla fine e che ancora oggi sanno imporsi senza neppure troppa fatica su cose inconsistenti come questa.
Quantomeno l'utilizzo del prequel come parte introduttiva della pellicola non risulta troppo indigesto, e riesce a legarsi e giustificare quello che accade nello svolgimento e nel finale della pellicola: senza dubbio, resta un popcorn movie poco significativo buono per una serata di svacco totale, per far contente le vostre signore ed essere sicuramente contenti anche voi - e non parlo di settima arte, ovviamente - e far salire ulteriormente l'hype per l'imminente nuova stagione di Game of thrones, che in ambito fantasy offre spunti, emozioni ed orizzonti decisamente più ampi delle favole rivisitate più per mancanza di idee che per esigenze - fossero anche solo economiche -.





MrFord





"You're like ice
I-C-E,
feels so nice
scorching me,
you're so hot hot
baby, your love is so hot, hot."
Kelly Rowland - "Ice" - 





mercoledì 2 ottobre 2013

La fine del mondo

Regia: Edgar Wright
Origine: UK
Anno: 2013
Durata:
109'
 




La trama (con parole mie): Gary King detto il Re ed i suoi inseparabili amici Oliver, Andy, Steven e Peter, all'inizio dell'estate del novanta festeggiarono la fine dei loro anni di liceo con un tentativo leggendario, percorrere il famigerato miglio dorato attraversando i dodici pub del loro paese d'origine puntando al tripudio dell'ultimo locale, il The world's end.
La missione fallisce, e dopo diverse vicissitudini, i nostri si fermano a tre pinte dalla sua realizzazione. Vent'anni dopo, Gary, rimasto imprigionato con la mente ai tempi in cui poteva essere considerato un figo ribelle, decide di riunire il quintetto e ripetere l'impresa con il serissimo intento di portarla questa volta a termine.
Convinti gli ormai ex amici, tutti inseriti ed "adulti", Gary si troverà a fronteggiare una minaccia ben peggiore del Tempo che passa per le strade del suo tanto inseguito miglio dorato.




Il Tempo è davvero una brutta bestia. Non perdona nessuno, anche quando tutti sappiamo bene che è decisamente merito suo se il bagaglio delle nostre esperienze si accresce e ci rende quello che siamo.
In un certo senso, si può pensare che le lancette che scorrono siano, di fatto, una sorta di personificazione metafisica della sbronza: quando ci siamo dentro, passiamo da una prima fase di smarrimento ad una grazie alla quale ci sentiamo invincibili, prima di passare all'inevitabile parabola discenente che ci porta al sonno profondo e all'hangover del giorno dopo, quello che ci fa sempre chiedere come cazzo dev'essere stato possibile essere arrivati fino a quel punto, e che forse sarebbe stato più saggio fermarsi giusto un passo prima - o due o tre drink -.
Edgar Wright, che di talento ne ha parecchio, e Simon Pegg, che con l'inseparabile compagno nonchè regista si è reso responsabile - con l'amico Nick Frost - della splendida Trilogia del Cornetto, lo sanno bene: dai tempi del meraviglioso - ed ineguagliabile - Shaun of the dead sono passati quasi dieci anni, e da piccoli emergenti del panorama anglosassone i "tre moschettieri" sono diventati solide realtà del Cinema mondiale, passando per Scott Pilgrim, i due Star Trek, Paul e Attack the block.
Senza contare la memorabile apparizione in La terra dei morti viventi firmata dal Maestro Romero.
Ed è proprio il Tempo, a rendere grande ed allo stesso tempo a porre dei limiti a La fine del mondo, capitolo conclusivo della suddetta cornettiana trilogia - magnifico il passaggio del noto gelato in questo capitolo, un vero colpo di genio -: perchè mentre le avventure di Shaun potevano contare sul dirompente potere della sorpresa e quelle di Nicholas Angel del consolidarsi della tecnica e della voglia di divertire e divertirsi, le gesta di Gary King detto il Re e dei suoi compagni di bevute sono intrise dal primo all'ultimo minuto dell'inesorabile malinconia di qualcosa che finisce, tanto da compromettere inevitabilmente la freschezza di una visione che fin dai primi minuti sa già, purtroppo, di un addio.
Che poi sia stiloso, ricco di meravigliose citazioni - da Il villaggio dei dannati a Ultimatum alla Terra, per non parlare della chiusura, semplicemente perfetta -, girato e coreografato alla grande, non ci sono dubbi: ma La fine del mondo è un film inesorabilmente legato a doppio filo ad una sensazione simile a quella della fine delle vacanze, al momento di lucidità che permette di rendersi conto che il meglio sia ormai alle spalle, e che la notte più grande della nostra vita sia unica, e purtroppo irripetibile.
In questo senso, il rapporto tra Gary King ed i suoi ex inseparabili amici - tutti volti più che noti al pubblico non solo del Cinema made in UK, da Paddy Considine a Martin Freeman - pone gli accenti della pellicola, nonostante le numerosissime gag e battute, su quei toni di grigio tipici dell'autunno - e non mi pare un caso il fatto che il loro nuovo tentativo di percorrere il miglio dorato avvenga in ottobre, rispetto al giugno di vent'anni prima - che metteranno di fronte quelli di noi ai tempi dell'adolescenza vincenti e rimasti ancorati ai successi di allora così come gli allora sfigati cresciuti come uomini di successo eppure prigionieri delle convenzioni all'amara verità del Tempo, ovvero che non esistono una vittoria o una sconfitta senza che un prezzo debba essere pagato per esse.
Ma il bello è anche questo: il bello è la memoria selettiva, il fatto di poter essere ubriachi, e sboccati, ed assolutamente lontani dalla perfezione.
Il bello sta nell'essere umani.
Nell'avere le palle per essere umani.
Bene o male che sia.
Guasti come un bagno per disabili o pronti a sporcarsi le mani per recuperare un pegno.
La fine del mondo è così.
Neanche lontanamente perfetto.
Eppure, a suo modo, grande.
E quel finale.
Cazzo, che finale.
Chi sono io?
Io sono il Re.
Nessun anello doma il Cornetto.
E meno male.


MrFord


"Tempo, tempo comunque vadano le cose lui passa
 e se ne frega se qualcuno è in ritardo puoi chiamarlo bastardo 
ma tanto è già andato e fino adesso niente lo ha mai fermato 
e tutt'al più forse lo hai misurato 
con i tuoi orologi di ogni marca e modello 
ma tanto il tempo resta sempre lui quello."
Jovanotti - "Non m'annoio" - 


mercoledì 27 giugno 2012

Biancaneve e il cacciatore

Regia: Rupert Sanders
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 127'




La trama (con parole mie): ispirata dalla nota fiaba, questa nuova incarnazione gotica e guerresca di Biancaneve vede la giovane principessa tenuta prigioniera per tutta la sua adolescenza dalla perfida regina Ravenna, giunta a sedere sul trono del regno una volta eliminato il padre della ragazza.
Fuggita dal castello, sulle sue tracce viene sguinzagliato un cacciatore vedovo ed ubriacone, unico a conoscere a fondo la foresta maledetta all'interno della quale Biancaneve ha trovato rifugio: l'incontro tra i due porterà ad un'alleanza destinata a coinvolgere nella lotta contro il potere oscuro di Ravenna i nani e gli abitanti della foresta così come del regno, ansiosi di porre fine al dominio della donna eternamente giovane e dei suoi biechi tirapiedi, primo fra tutti il suo stesso fratello.
Ci sarà tempo per sacrifici, magie, amori, mele avvelenate e battaglie prima del confronto finale e dell'ovvio trionfo del Bene sul Male.




Passate - o quasi - le mode dei supereroi e dei vampiri, questo duemiladodici pare proprio essere l'anno dei ripescaggi dal bacino - a dire il vero enorme - delle favole: ovviamente, una delle protagoniste di questo nuovo trend non poteva che essere Biancaneve, forse la principessa più amata dal pubblico dai tempi dell'immortale classico targato Disney.
Così, dopo la discreta e timida Snow co-protagonista del serial Once upon a time e la pessima versione di Tarsem Singh è stata la volta di Rupert Sanders - regista esordiente - di portare sul grande schermo le gesta del suo ritratto del personaggio: palesemente influenzato da un gusto dark, lo stesso Sanders sceglie di trasformare la canterina damigella in una guerriera battagliera che deve moltissimo della sua caratterizzazione all'immaginario dei fumetti e del neo-romanticismo che negli ultimi anni ha prodotto, a livello letterario, una dose non indifferente di spazzatura in grado di fare faville soprattutto rispetto alle lettrici adolescenti.
Pur se certamente non nuova, questa versione di Biancaneve risulta comunque leggermente meno irritante di quella opposta a Julia Roberts nella già citata ciofeca firmata Singh, riportando sul grande schermo un contesto fantasy che ricorda molto le meraviglie degli anni ottanta come La storia infinita - palesemente citata nella sequenza della morte del cavallo - e La storia fantastica così come la più recente trilogia de Il signore degli anelli, rispolverando un certo gusto per l'avventura che non dispiace cucito addosso al personaggio e alla sua spalla, un cacciatore con quell'aura da eroe maledetto e solitario in grado di convincere anche la parte maschile dell'audience ad affrontare una visione altresì troppo dipinta di rosa.
La stessa regina Ravenna - interpretata più che bene da Charlize Theron -, mossa da un sentimento di rivalsa verso il genere maschile, il Tempo e la vita in genere, ha tutte le carte in regola per essere quella vecchia stronza che ogni cattiva da fiaba merita di essere, ed il look non solo oscuro ma anche decisamente "liquido" - che la donna condivide con il famigerato specchio - dalle rimembranze in pieno T-1000 style risulta funzionale ed inquietante al punto giusto per renderle il carattere che è mancato sia alla versione shampista della Roberts che a quella finto senza cuore di Lana Parrilla.
Detto così, parrebbe quasi che questo Biancaneve e il cacciatore si possa rivelare come un'inaspettata ficata, ma lungi da me e dalle mie bottiglie metterla in questi termini: il fatto è, infatti, che nonostante il prodotto risulti tranquillamente godibile nel suo essere puro intrattenimento, non esiste nulla che mi possa convincere del fatto che non si tratti di robetta buona giusto per i nostalgici della terrificante epopea twilightiana o per adolescenti in cerca della prima - non troppo convinta - cotta cinematografica o in attesa di sistemarsi ben bene in ultima fila per limonare duro due orette piene.
Tolta, infatti, la già citata Charlize Theron la coppia protagonista Hemsworth/Stewart funziona davvero maluccio, il primo a darsi da fare per un ruolo che avrei visto decisamente meglio sulle spalle di un non più di primo pelo Hugh Jackman e la seconda che continua imperterrita a percorrere la strada di sciapissima predestinata che, al contrario dei nani, non seguirei neppure se, per citare il Cannibale ed il suo libro presto recensito da queste parti, "riuscisse a tramutare l'acqua in birra".
Per il resto, la pellicola risulta una sorta di versione minore delle fiabe dark di Tim Burton - quello vero, non la controfigura da due soldi che ne ha preso il posto negli ultimi anni - filtrata attraverso scopiazzature e citazioni di film più o meno memorabili, dal pessimo Solomon Kane al sottovalutato e decisamente interessante Robin Hood firmato Ridley Scott, per finire con una clamorosa scena-fotocopia della meraviglia di Miyazaki La principessa Mononoke - tutta la sequenza del cervo nel cuore della foresta giustificherebbe un'accusa di plagio da parte del Maestro giapponese -: troppo poco per brillare di luce propria o fare breccia negli appassionati di Cinema più esigenti o nel pubblico che si conceda più della visione di routine nel multisala del weekend.
Certo, gli incassi - almeno in Usa, ma scommetto sarà lo stesso anche qui da noi - hanno già premiato il lavoro di Sanders, tanto che pare sia stato già annunciato addirittura un sequel - del resto, il finale risulta aperto soprattutto rispetto al potenziale triangolo amoroso tra Biancaneve, il cacciatore e l'amico d'infanzia della protagonista William, figlio del Duca alla guida dell'esercito che segna il riscatto del regno rispetto alle forze di Ravenna -, eppure tutto mi fa supporre che meglio di così non si possa fare, considerata la materia a disposizione - in termini di talento, principalmente -.
Di sicuro dunque non tratterrò il fiato in attesa di questo nuovo capitolo, e mi accontento di sapere di essere passato quasi indenne attraverso la visione di questo primo film: poteva andare decisamente peggio.
Chi ha avuto esperienza in ambito twilightiano, sa benissimo di cosa sto parlando.


MrFord


"Two times in.
I've been struck dumb by a voice that
speaks from deep
beneath the endless waters.
Twice as clear as heaven,
twice as loud as reason.
Deep and rich like silt on a riverbed
and just as never ending."
Tool - "Undertow" -


 

giovedì 29 settembre 2011

Attack the block

Regia: Joe Cornish
Origine: Uk
Anno: 2011
Durata: 88'


La trama (con parole mie): Sam è un'infermiera che abita in una zona poco raccomandabile di Londra, ed una sera, al suo rientro a casa, viene rapinata dalla baby gang guidata dall'ombroso Moses. Quando il peggio pare prospettarsi per la ragazza, una strana creatura piove letteralmente per le strade della periferia permettendole la fuga e dando inizio a quella che può essere tranquillamente definita come un'invasione aliena a tutti gli effetti.
I piccoli criminali, dopo aver ucciso lo strano essere, dovranno infatti cercare di giocare al meglio sfruttando il "fattore campo" per sopravvivere e sgominare gli agguerriti figli dello spazio giunti in massa dopo di lui, stringendo una non proprio solida alleanza con la stessa Sam.
Chi vincerà la partita? La strada o lo spazio profondo?



Che fosse un anno buono per la cara, vecchia Inghilterra si era capito già dallo scorso inverno, quando, complice la segnalazione del Cannibale, in casa Ford fu scoperta quella meraviglia delle meraviglie di Misfits, una delle candidate più importanti al titolo di mio personale serial dell'anno, cui sono seguiti il trionfo de Il discorso del re - per la verità un film assolutamente dimenticabile - alla notte degli Oscar, la riscoperta in terra italiana di This is England e l'attesa sempre più fervente del nuovo Batman firmato Nolan.
Eppure, le meraviglie nate sotto la Union Jack non sono finite, perchè dal cilindro di Joe Cornish salta fuori quasi a sorpresa questo piccolo gioiellino spassosissimo pronto ad allietare il nostro rientro ufficiale alla routine che segna la fine dell'estate: un mix clamorosamente azzeccato di sci-fi, humour in pieno stile Edgar Wright - giustificato anche dalla presenza di Nick Frost nel cast -, un pò di sana violenza ed effetti speciali pane e salame ma clamorosamente efficaci come piacciono dalle mie parti, complici della creazione di alcune tra le creature cinematografiche più interessanti che mi sia capitato di incontrare negli ultimi anni della mia vita di spettatore insieme a Christopher il gamberone ed il mostro gigante spaccatutto di Cloverfield.
Gli invasori ciechi e dai denti fluorescenti di questo intelligentissimo Attack the block, un pò Stitch e un pò Critters, catturano l'attenzione dello spettatore fin dalla prima apparizione, guadagnandosi la scena quasi quanto i giovani protagonisti umani ed offrendo, oltre ad un sano intrattenimento, anche qualche riflessione neppure troppo scontata - l'azione dei feromoni dell'alieno femmina come vero e proprio traino della furia cieca a tutti gli effetti delle orde dei maschi è clamorosamente associabile alla condizione media di noi terrestri - da affiancare alle tematiche sociali legate alla situazione delle periferie che dalla Francia all'Inghilterra ha spesso e volentieri fatto parlare di se negli ultimi anni - altro momento magico, il richiamo a L'odio grazie all'utilizzo dello splendido pezzo Assassin de la police di Cut Killer e Ntm, uno dei migliori della colonna sonora del film firmato Kassovitz -.
Una rivincita delle periferie che pesca a piene mani da un immaginario sicuramente noto ma che riesce a ritagliarsi una sua identità, e trova sei suoi giovani e sbandati protagonisti una sorta di nucleo di fratellini minori degli indimenticabili condannati ai lavori socialmente utili del già citato Misfits, che pur non giungendo alle vette offerte dal serial riesce a fotografare una realtà spesso e volentieri spiacevole trasformandola in una riflessione celata dall'intrattenimento puro e semplice: e l'affermazione finale di Moses, acclamato dalla folla come una sorta di salvatore a fronte della battaglia con gli alieni, ha il sapore di una chance di riscatto data a tutti i figli del "fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene".
Il tutto senza mai dimenticare quanto può essere utile sapersi prendere in giro - i personaggi di Ron e Brewis sono un esempio lampante -, giocare con i propri mostri e non dimenticarsi mai da dove si viene.
Una cosa che qui da noi, ultimamente, pare essersi persa.
Non ci resta che sperare in una bella, sanguinosa, adrenalinica invasione aliena.

MrFord

"She comes to take me away
it's all that i needed
I don't breathe another lover
I'm an alien
you're an alien."
Bush - "Alien" -


mercoledì 22 giugno 2011

Paul

La trama (con parole mie): Graeme e Clive, due nerd appassionati di fumetti e fantascienza, sono in viaggio negli States pronti a schiaffarsi un programma da far invidia a qualsiasi sfigatone appassionato di giochi di ruolo e viaggi interstellari: dalla ComiCon di San Diego - la fiera dedicata al fumetto più importante del mondo - ad un viaggio on the road che attraversa California e Nevada, un vero pellegrinaggio attraverso i luoghi dei più celebri avvistamenti ufo.
Tutto pare filare liscio, fino a quando sulla loro strada i due troveranno Paul, un alieno poco abile nella guida precipitato sulla Terra nel 1947 in fuga da una base militare e pronto a tornare a casa: da quel momento le loro vite non saranno più le stesse. 
E chi ne dubitava!?


Occorre fare una premessa, a proposito di Paul.
Le aspettative del sottoscritto, considerata la regia di Mottola - un piccolo feticcio di casa Ford dopo il mitico SuXbad - e la presenza di Simon Pegg e Nick Frost - praticamente degli insostituibili compagni di risate dai tempi di Shaun of the dead -, erano indecentemente alte.
Forse troppo, per quello che è, a tutti gli effetti, questo film: una simpatica, affettuosa, casinara operazione di amarcord per chi, come il sottoscritto, è cresciuto nel pieno dell'epoca degli E. T., dei Goonies e degli Incontri ravvicinati del terzo tipo. 
L'epoca in cui i film d'avventura erano davvero film d'avventura, gli effetti speciali una meraviglia da rimanere a bocca aperta, le storie un continuo "io sono questo" o "quanto mi piacerebbe potermi ritrovare in quella situazione".
Forse stiamo cominciando ad invecchiare, o forse, certe cose si sono perse per strada.
Perchè sono anni che non trovo lo stesso spirito nei blockbusteroni da sala che un tempo radunavano intere generazioni di spettatori - forse l'ultimo grande fenomeno di questo tipo è stato Il signore degli anelli -, e lo stesso Spielberg è passato dalla meraviglia di un film girato ad altezza bambino - il suddetto E. T. - a quella porcata stellare vista dall'alto - esageratamente dall'alto, direi - de La guerra dei mondi.
Dunque Paul non sarà certo il film dell'anno, o il lavoro più importante dei suoi protagonisti, eppure è stato un ottimo compagno di un pomeriggio da siesta, divano, sole, patatine e birra - mi sono ridotto a quella a causa di una mancanza clamorosa di Coca Cola in casa Ford -, e tra una citazione e l'altra, l'atmosfera agghiacciante da raduno di fumettari sfigatissimi, qualche sberleffo alla chiesa, la squadra impagabile di Men in black - su tutti, Bill Hader, classificato ormai come mito dopo Hot Rod - e lo sboccato Paul - molto meglio in versione originale doppiato da Seth Rogen, piuttosto che nella versione nostrana, affidata alla voce di Elio, che da queste parti si ama tantissimo, ma occorre che faccia il musicista, e non il doppiatore, per l'appunto - ci si è trastullati felicemente viaggiando accanto ai protagonisti senza troppe pretese, arrivando a sfiorare, col pensiero, lo stesso desiderio di allora, "vorrei potermi ritrovare in quella situazione".
Un film leggero leggero, dunque, che pare fin da subito abbandonare ogni velleità di essere una sorta di nuovo Hot fuzz - fortunatamente - e si concentra sul mettere a proprio agio lo spettatore così come sono parsi nel realizzarlo attori e regista: certamente, il rischio è che il pubblico più giovane possa non apprezzarlo come dovrebbe, aspettandosi chissà quale divertentissima epopea di finta fantascienza, così come la critica "classica" potrebbe averlo già bollato pellicola di apparente inutilità come la più sterile delle operazioni nostalgiche dei mai dimenticati eighties, eppure credo che Paul, con il suo script estremamente lineare e semplice, le battute dell'irriverente protagonista, le risate - anche quelle telefonate - non pretenda nulla, dal pubblico, se non di lasciar perdere ogni pretesa e gustarsi tutto il pacchetto come quando, da bambini, si andava al Cinema con il pensiero che ci si sarebbe divertiti comunque, e tutto, dal viaggio in metropolitana alle patatine di Burghy, diventava parte di una mitologia che avrebbe costruito tutta la dolce malinconia che proviamo oggi, guardandoci indietro.
Insomma, Paul è come un bel ricordo. Va assaporato per quello che è, e poi lasciato andare.
Come un viaggio che finisce, ma che resterà sempre una tappa di qualcosa di più grande.


MrFord


"Your from a whole other world
a different dimension
you open my eyes
and I'm ready to go
lead me into the light."
Katy Perry feat. Kanye West - "E. T." -

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