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sabato 29 ottobre 2016

Jessica Jones - Stagione 1 (Netflix, 2015)



A volte il destino di alcuni titoli è curioso: dai tempi della fine delle scuole elementari fino alla soglia dei trent'anni sono stato un lettore accanito di fumetti, soprattutto targati Marvel, ed un appassionato di supereroi al limite del maniacale - potrei essere uno dei pochi non nerd in Italia a possedere l'intera collezione del Marvel Universe, vera e propria enciclopedia fatta uscire dalla Casa delle Idee negli anni novanta in forma di schede che presentavano storia, apparizioni, caratteristiche, poteri ed aspetto di ogni supereroe e supercattivo della grande M -.
Nel momento in cui Netflix - realtà ormai di riferimento per il piccolo schermo - decise di fare uscire Jessica Jones, serie dedicata alla supereroina che non vuole fare la supereroina, e preferisce le atmosfere sordide della New York più malfamata nelle vesti di detective privato, rimasi abbastanza indifferente alla cosa - nonostante, ai tempi, avessi letto parte degli albi dedicati alla Alias Investigations - e lasciai che il titolo entrasse a far parte della scuderia di Julez, che accompagna le sessioni al ferro da stiro con produzioni che al sottoscritto non interessano - Once upon a time, Gotham, Vampire diaries e via discorrendo - mentre al contrario io approfitto dei momenti di stacco per dedicarmi ai vari The Wire o Ballers.
Considerato, però, il successo delle due stagioni di Daredevil, l'appena uscito Luke Cage e l'imminente Iron Fist, così come l'idea di Netflix di costruire una sorta di progetto nello stile del Cinematic Universe sul grande schermo, ho pensato che non mi avrebbe fatto male recuperare anche le imprese della spigolosa Jessica.
Il risultato, però, devo ammetterlo, è stato inferiore alle aspettative, specie considerato che in giro avevo letto davvero un gran bene di una serie che, al momento, mi è parsa piuttosto incompleta, nonostante non malvagia, troppo lenta in alcune parti e troppo veloce in altre, e soprattutto ad anni luce di distanza da un progetto come quello sviluppato sul Diavolo Rosso: peccato, perchè la Jones è un personaggio interessante, la presenza di Cage regala spessore ed un villain come Kilgrave - interpretato da un sempre bravo David Tennant - è una manna dal cielo per qualsiasi "buono".
Eppure nel complesso ho avuto più la sensazione di trovarmi di fronte ad una serie di supereroi in stile "troppo televisivo" - come capita per la già citata Gotham, o Arrow, figlie della concorrenza DC Comics che, comunque, anche sul piccolo schermo perde nettamente il confronto con mamma Marvel - che non ad un tentativo autoriale di presentare il genere sotto una luce diversa, specie se inserito in un contesto sporco e urbano come quello di Jessica Jones.
Senza dubbio gli autori dovranno concentrarsi maggiormente sull'identità da dare alla proposta nel corso della seconda stagione, e avranno - almeno per quanto mi riguarda - l'arduo compito di compensare con la scrittura una scelta di casting che non ho per nulla condiviso come quella di Krysten Ritter, che a mio parere non riesce nell'impresa di spaccare lo schermo con il carisma che un personaggio "antipatico" come quello della detective richiederebbe - pensare che il bisteccone Cage di Mike Colter, messo dov'è per la presenza fisica imponente, possa fare meglio, è quasi da fantascienza -: ad ogni modo non voglio trattare troppo male la scombinata Jessica, un pò per solidarietà tra bevitori, un pò perchè sono più che convinto che le potenzialità del personaggio siano assolutamente presenti.
Devo solo sperare che, con il secondo giro di giostra previsto per il prossimo anno, gli autori riescano a tirarle fuori.




MrFord




 

mercoledì 24 dicembre 2014

Ford Awards 2014: le serie tv

La trama (con parole mie): è il momento di assegnare uno dei Ford Awards più importanti, quello dedicato alle serie tv. Così come per i libri, anche i serial hanno subito, complici gli impegni genitoriali e quelli lavorativi, una brusca frenata nel corso degli ultimi dodici mesi, lasciando ancora fuori dai radar di Casa Ford titoli importanti come Gomorra, Utopia, Black Sails, Vikings e sicuramente altri che non mi vengono in mente, ma che sono da tempo in lista.
Non che siano mancate la conferme o le new entries, fatto sta che compilare la top ten dei migliori dieci serial passati dalle parti del Saloon nel corso dell'anno che volge alla conclusione è stato tutto tranne che facile.
Fatta eccezione, forse, per il numero uno.



N°10: FRINGE


La sorprendente creatura di J. J. Abrams giunge alla conclusione con una quinta stagione poggiata sulle spalle di uno dei personaggi più complessi e sfaccettati che il piccolo schermo abbia regalato al suo pubblico negli ultimi anni: Walter Bishop.
Lo sci-fi classico incontra la passione e la voglia di raccontare il presente ed il rapporto tra padri e figli attraverso il Tempo ed il Futuro, passando dall'azione serrata alla commozione sentita.
Un addio che lascia il segno, per una serie alla quale, nonostante le diffidenze iniziali, da queste parti abbiamo davvero voluto un gran bene.





Gli avventori del Saloon ben sanno quanto il sottoscritto sia decisamente sensibile ai prodotti legati ai concetti di Famiglia e Fratellanza, con tutti i pro ed i contro del caso.
Ray Donovan, iniziato in sordina e decollato grazie ad un granitico Liev Schrieber e ad un magnetico Jon Voight è diventato, episodio dopo episodio, una certezza: ed ho come l'impressione che lo ritroveremo in questa classifica anche l'anno prossimo, saldo come una roccia.




Ho sempre nutrito una passione viscerale, per le storie ad ambientazione carceraria, da Edward Bunker a Oz: convinto da Julez a seguire questo titolo quasi esclusivamente tinto di rosa, ho finito per ammirare, episodio dopo episodio, la freschezza nella scrittura e lo straordinario lavoro di tutto il cast, ennesima dimostrazione della forza che l'altra metà del cielo è in grado di esplodere - in positivo o in negativo - nel mondo.
Dietro le sbarre, oppure no.


N°7: BANSHEE



Se esistesse un prototipo del prodotto fordiano fatto e finito, Banshee sarebbe tra i candidati migliori a ricoprirne il ruolo: botte da orbi, sesso a volontà, sparatorie, anime nere prestate ai "buoni" ed una serie di situazioni così lontane dalla realtà da finire per apparire più vere della stessa.
La fase di scrittura non sarà tra quelle destinate a rimanere negli annali, ma non importa: guardare Banshee è come concedersi una grigliata con tutte le carni che si preferiscono accompagnata da litri e litri di alcool e con una scopata assicurata alla fine.
Cosa si potrebbe chiedere di più?

N°6: JUSTIFIED



Se Banshee è la versione più fantasiosa della fordianità, Justified ne è il lato, al contrario, molto più vicino alla realtà: ispirata ad un racconto del grande Elmore Leonard, interpretata da uno degli idoli trash del sottoscritto, Walton Goggins, e resa imperdibile da un protagonista da grande romanzo southern - il cowboy moderno Raylan Givens -, è giunta quasi per caso da queste parti diventando in brevissimo tempo un vero e proprio cult.






Con ogni probabilità, la rivelazione di questo duemilaquattordici: produzione inglese, cast poco noto, un intrigo ed un omicidio pronti a sconvolgere una piccola cittadina della costa britannica neanche ci trovassimo nel cuore di un poco onirico e decisamente vero Twin Peaks all'europea e due detectives così diversi tra loro da riuscire a trovare un'alchimia quasi perfetta.
Un pò come il crescendo finale di questa piccola perla.



 

I SamCro sono ormai una realtà consolidata, da queste parti, ed una presenza costante delle classifiche di fine anno: curioso come, agli esordi del blog, fui tra i primi a sponsorizzare un titolo ormai giunto alla conclusione e divenuto un cult anche per alcuni insospettabili - vero, Cannibal? -, mentre ora, con due stagioni ancora da vedere, mi ritrovo ad essere clamorosamente in ritardo sulla tabella di marcia.
Ma poco importa, in fondo. Quello che conta è che la creatura di Kurt Sutter resta uno dei cardini del piccolo schermo fordiano. Sempre e comunque.

N°3: SHAMELESS


Non c'è nessuno come i Gallagher, sul piccolo schermo.
E neppure sul grande, mi sa tanto.
E non c'è nessuno che come i Gallagher, che caduta dopo caduta e risalita dopo risalita, faccia sentire parte di una famiglia.
Noi Ford siamo profondamente, completamente, assolutamente dalla loro: imperfetti e scombinati, dipendenti e passionali, travolgenti e caotici.
Gli outsiders passano tutti da qui.
E noi siamo fieri che sia così.




Potrà essere imperfetta, non sempre lineare, dispersiva, eppure Game of thrones è stata una delle realtà più straordinarie che il piccolo schermo abbia regalato negli ultimi anni: e la season four, con i suoi colpi di scena e sequenze memorabili - su tutte, la morte di Joffrey ed il duello tra The Mountain e Red Viper - ha finito per rinverdire i fasti dell'annata d'esordio.
E con charachters come il Tyrion Lannister di Peter Dinklage e la Khaleesi di Emilia Clarke pronti a dare ancora il loro meglio il futuro non potrà che essere roseo. O al massimo tinto di sangue.





La vincitrice annunciata di questa classifica non ha avuto rivali fin dall'inizio dell'anno, quando ha sconvolto la blogosfera e non solo con le sue otto puntate da cardiopalma, un cocktail perfetto de Il silenzio degli innocenti, Se7en e qualsiasi cosa sia stata scritta - e alla grande - a proposito dei serial killers.
Due protagonisti e due attori straordinari per quello che, indubbiamente, è il titolo della stagione.
E forse non solo.




I PREMI

Preferito fordiano: Raylan Givens, Justified
Miglior personaggio: Rust Cohle, True detective
Miglior sigla: Justified
Uomo dell'anno: Matthew McConaughey, True detective
Donna dell'anno: Taylor Schilling, Orange is the new black
Scena cult: il duello tra The Mountain e il Red Viper, Game of thrones
Migliore episodio: Form and void, True detective
Premio ammazzacristiani: The Mountain, Game of thrones e Raylan Givens, Justified
Miglior coppia: Olivia Colman e David Tennant, Broadchurch

Cazzone dell'anno: Lucas Hood, Banshee
Cattivo dell'anno: Boyd Crowder, Justified



MrFord

venerdì 5 dicembre 2014

Broadchurch - Stagione 1

Produzione: ITV
Origine: UK
Anno:
2013
Episodi: 8





La trama (con parole mie): nella piccola cittadina costiera britannica di Broadchurch il detective capo Alex Hardy, fresco di nomina ed ancora segnato da un caso che lo vide protagonista tempo prima, assiste al ritrovamento del cadavere di Danny Latimer, undici anni, strangolato e dunque abbandonato sulla spiaggia. Esclusa l'ipotesi del suicidio l'investigatore, supportato dalla collega nata e cresciuta nel paese Ellie Miller, si getta sulle tracce lasciate dall'assassino del ragazzo, che pare potrebbe risultare perfino qualcuno che lo stesso conosceva o frequentava.
L'evento, oltre a scatenare una serie di conflitti e timori in seno alla comunità, scoperchia come un vaso di Pandora i segreti di alcuni abitanti del luogo, dal prete all'edicolante e responsabile delle attività dei ragazzi legati alla storica associazione dei Giovani Marinai passando per la stampa e la famiglia stessa di Danny: dove si nasconde la verità?
Chi ha ucciso il figlio minore dei Latimer?
E fino a che punto Hardy e Miller saranno disposti a spingersi anche oltre le loro divergenze per consegnare il colpevole alla Giustizia?








L'animo umano è uno degli abissi più profondi che si possa sperare o temere di affrontare, figlio di turbamenti, cambiamenti, sentimenti così forti da lasciare senza parole: probabilmente è per questo che, da che ricordi, le storie in grado di esplorare soprattutto le sue parti più remote, nascoste e terrificanti dello stesso hanno sempre finito per affascinarmi.
Fiction o realtà, i racconti di Poe e le cronache di Blunotte, il "lato oscuro" rappresenta senza dubbio una tentazione irresistibile, che si tratti di visioni, letture o esplorazioni emotive: dunque il genere crime trova la sua collocazione ideale, qui al Saloon, sostenuto anche dalla passione nutrita da Julez per il genere. All'inizio di questo duemilaquattordici, True detective giunse a sconvolgere i nostri occhi di spettatori grazie ad una delle vicende più torbide e da brividi del passato recente - e forse non solo -, lasciando il segno per quello che sarà il modo di approcciare questo tipo di prodotti da qui in avanti: non avrei mai pensato che, neppure qualche mese dopo, avrei scoperto una sorta di suo fratellino minore giunto dal cuore dell'Inghilterra di campagna, in grado di superare per intensità anche l'ottima trilogia del Red Riding, Broadchurch.
Orchestrato attorno all'omicidio del giovanissimo Daniel Latimer, questo piccolo, intenso viaggio sulle coste anglosassoni, lontane per approccio ed indole alle grandi città come Londra, riporta l'orologio indietro mostrando quanto poco, in secoli di Storia, sia cambiato davvero l'Uomo, schiavo di desideri, impulsi e passioni difficilmente controllabili, quanto più che altro anestetizzate da una vita passata all'interno di una società e di una comunità ad una prima e superficiale occhiata tranquille e ben indirizzate: così, dai due detectives a capo delle indagini, lo spigoloso e poco empatico Hardy e la fin troppo empatica Miller, fino ad arrivare ai singoli abitanti di Broadchurch, più o meno colpevoli di qualcosa, custodi di segreti piccoli e grandi - perchè tutti ne abbiamo, e spesso le grandi tragedie finiscono per portarli a galla -, assistiamo ad un viaggio all'interno dell'animo umano iniziato con il peggiore degli sconvolgimenti che possano cambiare la vita di una famiglia, la morte di un figlio.
Da padre, sinceramente non riesco neppure ad immaginare cosa potrebbe significare seppellire il proprio bambino, ancor più se cosciente del fatto che qualcuno - e chissà, qualcuno che forse frequentava anche casa vostra - possa averlo deliberatamente ucciso, travolto dall'istinto o spinto da un impulso che di umano pare avere davvero poco, e ancor più dover affrontare il peso del giudizio nel momento in cui i dubbi a proposito dell'omicidio stesso possano finire per investire noi e la famiglia che si cerca sempre di proteggere.
Ma penso anche che, genitori o no, risulti davvero arduo accettare che possano esistere cose così terribili ed apparentemente impossibili da gestire ed affrontare: la perdita di un figlio - famiglia o comunità che sia - equivale alla perdita dell'innocenza, ai segreti svelati, a tutto il marcio che lottiamo per nascondere vomitato dalle viscere della terra che pensiamo possa essere la nostra casa, il nostro rifugio: come per i Latimer, come per il vecchio Jack, tornato ad affrontare fantasmi troppo pesanti per una vita già segnata - forse il suo è il personaggio più profondo dell'intera produzione -, come per il prete, i giornalisti, il medium, e tutti i protagonisti di una storia che raccoglie l'eredità di pietre miliari come Twin Peaks e racconta il dolore, la rabbia, lo stupore, il tentativo di tornare ad emergere e respirare: perchè un altro grande pregio di Broadchurch - che, in questo, ricorda davvero molto la già citata True Detective - è quello di scrivere la parola fine ad un'indagine ed una storia che fin dal principio parevano necessitare proprio della loro risoluzione, amara o di riscatto che fosse.
E se da un lato ci sono genitori che perdono - ed in qualche modo, riguadagnano - un figlio, dall'altra troviamo figli che finiscono per perdere un genitore attraverso un processo anche peggiore, e che come per i Latimer finirà per segnare le loro esistenze per sempre.
Niente è limpido, dunque. Neanche la vittoria.
Perchè scoprire il colpevole non riporterà Danny a casa.
Non renderà quella scogliera maledetta di nuovo incontaminata.
Non restituirà ai sospettati creduti colpevoli quello che hanno perduto.
Ma se non altro, sarà liberatorio.
E permetterà di accarezzare il sogno di poter ricominciare.
Ad essere vivi, genitori, figli, uomini.
E a lasciare i segreti custoditi in un lato oscuro tornato ai suoi recessi.



MrFord



"I've only heard a voice
I've only seen your song
It keeps me awake
It keeps me floating."
Smog - "Floating" - 




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