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lunedì 23 luglio 2018

Jurassic World - Il regno distrutto (J. A. Bayona, USA, 2018, 127')






Non sono mai stato un fan sfegatato del franchise di Jurassic Park, e fin dai tempi del pur cultissimo primo capitolo non ho mai capito tutto il clamore che suscitò e le schiere di fan che riuscì a raggruppare: tant'è che, se non in molto posteriori recuperi parziali in televisione, non mi preoccupai affatto dei vari sequel fino a Jurassic World, firmato qualche anno fa da Colin Trevorrow che riportò in auge il brand e si presentò come il classico, cazzaro e divertente giocattolone che fa felici i bambini troppo cresciuti come questo vecchio cowboy.
Capirete, dunque, che le aspettative rispetto a questo nuovo capitolo - non che ce ne fosse bisogno, sia chiaro - erano decisamente più alte rispetto a quelli sfornati nel corso degli anni novanta, complici il ben assortito duo composto da Chris Pratt e Bryce Dallas Howard e la speranza che potesse ripetersi l'esperienza ludica e senza pretese del film precedente: e invece, al termine della visione di The fallen kingdom, il bilancio è stato decisamente peggiorativo rispetto al titolo che l'aveva preceduto.
La scelta, infatti, di evitare l'ormai classica location esotica dell'isola che funge da parco per i bestioni preistorici con una villa di campagna dagli oscuri segreti neanche ci trovassimo in un thriller gotico inglese anni quaranta/cinquanta - del resto l'autore è Bayona, che ha costruito la sua carriera su questo tipo di atmosfere - non risulta particolarmente azzeccata, così come la questione etica che poteva senza dubbio essere sviluppata in modo più profondo piuttosto che spettacolare rispetto al legame con la "nuova estinzione" dei dinosauri; come se non bastasse, il passaggio da popcorn movie d'avventura neanche L'isola di fuoco - straordinario gioco da tavolo risalente ai tempi della mia infanzia - fosse stato portato sullo schermo ad action thriller che rimanda ad una versione di Cluedo - altro mitico intrattenimento degli stessi tempi - risulta poco consono a T-Rex, Velociraptor ed affini, ricco di caratteristi ma privo, purtroppo, di carattere - anche goliardico -.
Inoltre, cosa da non sottovalutare nonostante la stanchezza di questo vecchio cowboy dell'ultimo periodo da pennica serale sul divano, per essere un prodotto quale si prefigge di essere, questo Jurassic World - Il regno distrutto ha messo a dura prova la resistenza delle mie palpebre in ben più di un'occasione, un segno certo non incoraggiante per un titolo d'intrattenimento estivo con queste caratteristiche, che dovrebbe sulla carta scuotere anche i più morti dei morti e garantire una visione rapida, indolore e senza pensieri dall'inizio alla fine.
Non ho idea se il tutto sia dovuto al tentativo neppure troppo velato di dare uno spessore eccessivo all'intero lavoro - sfruttando un meccanismo simile a quello della trilogia di Planet of the Apes - in vista di un numero tre che, a questo punto, non attenderò con la stessa impazienza, o se il cambio in regia abbia in qualche modo intorpidito l'atmosfera rendendola cupa come la nuova location, o se l'estate non mi permette di essere collaborativo rispetto a proposte anche vagamente più pesanti della più leggera delle commediacce o del più tamarro degli action movies, ma tant'è.
Sarò troppo old school, ma se devo pensare ai dinosauri immediatamente immagino giungle selvagge, inseguimenti mozzafiato, battute a raffica ed effettoni più che filosofeggiamenti, esperimenti biologici ed aste da crime: per quelli ci sono un sacco di thrillers e spy stories più adatti a ricoprire il ruolo di tentativo dal sapore gotico di mascherare una semplice trama di inseguimenti, mostri, sparatorie e buoni contro cattivi nella migliore tradizione del "film di cassetta".
E anche in quel caso, riuscire nell'impresa non è mai così semplice.




MrFord




 

giovedì 7 giugno 2018

Thursday's child







Nuova settimana per la rubrica dedicata alle uscite con più ospiti della blogosfera che torna finalmente ad avere ospiti, per la precisione Andrea, che avrà l'arduo compito non tanto di far dimenticare l'ospite della settimana precedente, quanto di trovare il punto d'equilibrio - o di squilibrio - tra il vecchio cowboy ed il finto giovane Radical Kid.



"Questo è un cucciolo di Ford, bisogna stare davvero molto attenti."



JURASSIC WORLD – IL REGNO DISTRUTTO

"E questo è un esemplare di Ford adulto: occorre stare ancora più attenti."
 
Andrea: Un film sui dinosauri? Un altro? Ma non si erano estinti? Non amo il genere. Il mio unico contatto coi dinosauri è stato Terra Noia… ehm, Nova e non è andato oltre la puntata pilota. Cos’altro c’è da dire sui dinosauri? Niente più di quanto si sia già visto: i soliti ‘argh’, le solite zanne, le solite rincorse. Ma sicuramente qualcosa di interessante può offrirla Chris Pratt, l’attore protagonista. E no, non la sua interpretazione. Ma che pensate, maiali? Mi riferisco ai pettorali scolpiti.
Cannibal Kid: Non è che fossi molto appassionato di Jurassic World, negli anni '90. Sarà che non ho mai avuto la passione per i dinosauri e le cose jurassiche in generale, Ford compreso. Il primo recente Jurassic World però a sorpresa non mi era spiaciuto affatto, o se non altro non mi aveva distrutto le palle dalla noia. Questo sequel non troppo richiesto riuscirà a bissare? Non ci giurerei troppo, ma credo potrei fare uno sforzo. Più per Bryce Dallas Howard che per Chris Pratt, a dirla tutta.
Ford: nel corso degli anni novanta, a sorpresa come Cannibal, non ero un grande fan del brand "Jurassico" inaugurato da Spielberg, eppure il recente Jurassic World mi aveva divertito parecchio. Questo nuovo capitolo, oltre ad apparire una tamarrata degna del Saloon, potrebbe divertire molto anche il Fordino, dunque ben venga, Pratt o Dallas Howard che sia, seppur per diversi motivi.

MALATI DI SESSO

"E quest'acqua naturale cosa mi rappresenta? Mi avete preso per Cannibal?"

Andrea: Stavo pensando di esordire con “Oh, interessante.” Poi mi sono accorto che il film è di provenienza italica e munito di tutte le protezioni del caso – non voglio mica beccarmi la malattia dell’italianità vuota e stantia che appesta tanto cinema e serialità nostrani – sono andato a letto col trailer. Nel senso che l’ho visto sul pc accovacciato fra le lenzuola spiegazzate perché i resti di un’antica cena hanno monopolizzato il tavolo della stanza e minacciavano di prendere vita. Mi ha eccitato? Mi ha reso malato di sesso come un simile titolo sembra promettere? No. È più sexy l’alluce scarnificato della vecchietta in ciabatte che incontro sotto casa di tutto il cast, di tutta la confezione registica e di tutto il comparto autoriale (ma perché qualcuno ha scritto questa zozzeria che zozza non è?). Immancabile la canzone americana, di cui, sebbene famosissima, mi sfugge il titolo: un modo tutto italiano per spruzzarsi addosso un po’ di figaggine. Dal momento che i nostri film e le nostre serie perlopiù ne sono privi in senso drammaturgico, allora basta sbatterci sopra un brano degli U2 o dei R.E.M. e sei in pace col lato cool e profondo di te.
Cannibal Kid: I poster scopiazzati da quelli di Nymphomaniac del solo e unico Lars von Trier non sono certo il massimo dell'originalità, considerando che la stessa idea era già venuta qualche annetto fa a quelli di Smetto quando voglio. La canzone usata nel trailer, per sciogliere il dubbio di Andrea, è la più che piacevole “Spirits” degli Strumbellas, che mi pare piaccia anche a Ford. Pure questa però non è un'idea di primo pelo, visto che ad esempio l'aveva già sentita suonare nel trailer de Il sole a mezzanotte, se non ricordo male. Il tema trattato è interessante, ma lo svolgimento rischia di essere tutt'altro che fenomenale o anche solo un minimo imprevedibile. L'unico dubbio che ho è: nella clinica per malati di sesso, i protagonisti incontreranno anche Harvey Weinstein?
Ford: il sesso ci sta sempre, e quando è sfruttato bene in un film per quanto mi riguarda si va alla grande. Peccato che in questo caso si tratti dell'ennesima poracciata italiana dalla quale girerò alla larga neanche fosse un alluce scarnificato di vecchietta. O, per dire, un Cannibal Kid.

TITO E GLI ALIENI

"Più che alieni, quei tre bloggers mi paiono alienati."

Andrea: A proposito di italianità… questa di Tito e gli Alieni però è un’italianità che non mi spiace, è un’italianità che almeno a parer mio sembra fresca e genuina e vada coltivata. C’è un’ironia buona, che gioca coi vizi e gli stereotipi, ribaltandoli, facendoli fare il can can e la doppia giravolta, non il sarcasmo spicciolo rubato dai discorsi della nonna su come si fa il brodino e guarda ti sei fatto sulla maglia una macchia a forma di pisello, attento a non scivolare sulle bucce di banana e guarda che zoccola. Ovviamente potrei sbagliarmi, eh. Spero che l’ora e mezza di film non mi sbugiardi. Pena, rapimento da parte degli alieni.
Cannibal Kid: C'è Valerio Mastandrea, e quindi per me è sì. Non che sia l'attore migliore del mondo o anche solo d'Italia, però (quasi) sempre sceglie dei progetti interessanti, o se non altro che a me piacciono parecchio, dai film di Virzì a Perfetti sconosciuti, passando per La felicità è un sistema complesso, Fiore e la serie La linea verticale. Questo Tito e gli alieni inoltre dal trailer si candida a potenziale gioiellino. Basta solo che non si riveli la solita robetta buonista buona per Ford.
Ford: robe italiane giuste ne escono davvero poche, e questo Tito e gli alieni, nonostante il tito(lo) agghiacciante, pare rientrare nella categoria. Lo spero davvero, perchè Mastandrea mi è sempre piaciuto ed i progetti alternativi made in Terra dei cachi, se ben gestiti, non hanno nulla da invidiare a quelli oltreoceano che, come dice a sproposito Cannibal, incenso per partito preso.

L’ATELIER

"Quello è Cannibal Kid." "Davvero? Quel blogger che pensa di essere giovane come noi e invece è soltanto un vecchio? Com'è ridotto male!"

Andrea: E veniamo ai francesi. I francesi non è che filmicamente li frequenti tanto – ma un bel francesino occhi azzurri e boccuccia sottile attendo con ansia di incrociarlo. Da quel poco che la mia percezione cinefila, ma più telefila, ha annusato qui e lì penso che i francesi abbiano buon gusto per l’estetica, siano molto raffinati e spesso questa raffinatezza tracimi in arte. A volte, però, come è accaduto con Les Revenants si chiudono così a riccio nelle loro confezioni filmiche algide e altezzose che non sanno toccare le corde dello spettatore che in sala si predispone a farsi stuzzicare. Un po’ come farsi bello per il proprio maschietto e non venire filati ‘manco di striscio. Va bè, spero che la relazione con L’atelier almeno sia più… proficua.
Cannibal Kid: Io invece del cinema francese, da buon radical-chic terminale quale sono, penso il meglio. Non sempre, eh, però spesso. L'atelier è il nuovo lavoro diretto da Laurent Cantet, il regista del notevole La classe, quindi clamorosamente potrebbe mettere d'accordo in positivo sia me che Ford. E non è mica roba da tutti. Certo non da tutti i francesi, considerando che il mio blogger rivale in genere li detesta.
Ford: in genere detesto i francesi almeno quanto Cannibal Kid, ma Cantet è una piacevolissima eccezione, autore di uno dei miei film d'oltralpe preferiti degli ultimi dieci anni, La classe. Questo L'atelier forse non si adatta altrettanto bene agli argomenti fordiani classici, eppure mi sento di dare fiducia ad uno dei pochi nomi del panorama cinematografico mondiale che, e Andrea sarà testimone, riesce a mettere d'accordo i due rivali numero uno della blogosfera.

DIVA!

"Di quello che hanno da dire quei tre non voglio più sentire neppure una parola!"

Andrea: Mi sembra un’operazione interessante. Un film a metà fra fiction e documentario con una manciata di attrici moderne che provano a ripercorrere i vissuti di Valentina Cortese, che – faccio mea culpa – non sapevo ‘manco chi fosse prima di sentir parlare del film. Il film sembra fatto con le migliori intenzioni… ma riusciranno le attrici di oggi a reinterpretare un volto che, apprendo solo ora – sì, sono vissuto in un pianeta fatto di sole serie televisive U.ES.EI e bei ragazzi –, è scolpito nel cinema italiano. Qua c’è il rischio cagna maledetta… Sarà forse un caso che nel cast ci sia anche Carolina Crescentini?
Cannibal Kid: Avevo sentito parlare di questo Diva! perché era stato premiato con un Nastro d'Argento al miglior docufilm, però non è che mi ispiri troppo. Come operazione sulla carta sembra anche interessante, ma nella pratica a vedere il trailer mi sembra un lavoro ad alto rischio sbadiglioso. Insomma, io ho intenzione di fare la diva di turno che se la tira e questo film lo guarderà soltanto se qualcuno mi pagherà profumatamente per farlo.
Ford: io non credo di avere le movenze, lo stile e la classe di una diva, ma purtroppo ancora una volta questa settimana mi tocca concordare con Peppa Kid rispetto al rischio noia di un'operazione che potrebbe anche rivelarsi interessante. A questo punto manderei in avanscoperta Andrea, in modo che possa sdebitarsi con noi dell'ospitata!

RESPIRI

"Andrea è ancora chiuso a piangere in camera sua?" "Sì, non si è più ripreso dall'incontro con Ford e Cannibal."

Andrea: Apparentemente sembra un thriller ben fatto, almeno a stando a quel pochetto che ho visto nel trailer, un pochetto però senza dialoghi… e questo mi dà da pensare. Ho il timore che se gli attori aprissero bocca le atmosfere cupe da thriller si riconvertirebbero in una chiassosa sagra della porchetta con tanto di banda e ‘annunciaziò’ del sindaco. Forse è questa la paura su cui vuole fare leva il film…
Cannibal Kid: Il timore sollevato dall'attento Andrea mi ha fatto mancare il respiro, molto più di quanto non sia riuscito a fare il trailer di questo poco invitante thriller. E mi ha toto il respiro quasi quanto una recensione strampalata uscita dalla mente malata di Mr. Ford.
Ford: non trattenete il respiro nell'attesa che decida di guardare questo film. Tranne Cannibal.

LA TERRA DELL’ABBASTANZA

"Ammazza, questo posto è peggio di Casale e di Lodi messe insieme!"

Andrea: Per la serie ‘spenna il Saviano dalla cacca d’oro’, ecco un altro film legato a Napoli e agli ambienti della mafia. Sì, la prospettiva è diversa. Stavolta è il boss a venire ucciso dagli innocenti e bla bla bla. Però io ho come l’impressione che sia tutta un’enorme operazione commerciale, chiaramente di pregio, che accontenta le tasche dei produttori e le penne dei critichi, che così possono vergare elogi di caratura letteraria sentendosi un po’ Dante e un po’ Manzoni, come piace fare a me coi miei telefilms. Per me, è nì.
Cannibal Kid: Per me, è un no sonoro. La stessa risposta che do di default a qualunque domanda o richiesta di Ford. E per questa settimana, con i poco promettenti filmetti della settimana, direi che è abbastanza.
Ford: io mi dico abbastanza sicuro che eviterò anche questo film come la peste. O come Cannibal.

martedì 14 febbraio 2017

Black mirror - Stagione 3 (Netflix, USA/UK, 2016)




Fin dalla sua prima apparizione sugli schermi del Saloon - ma, e credo di poterlo affermare con sicurezza, non solo - Black Mirror si è imposta come serie di riferimento nell'ambito della fantascienza distopica e proposta di qualità decisamente alta a prescindere dal suo genere: ripescata - sia ringraziata Netflix - dopo due ottime stagioni ed un bellissimo special natalizio, la creatura nata nel Regno Unito ha attraversato la blogosfera con una terza annata che ha raccolto quasi esclusivamente commenti entusiastici, che mi sento di sottoscrivere in pieno.
Considerato che ogni episodio è, fondalmentalmente, un lavoro con una sua identità ed esistenza, passo in carrellata i sei che hanno costituito questo ennesimo, ottimo esperimento a partire da Nosedive, grande apertura con Bryce Dallas Howard protagonista di una parabola legata a doppio filo alla necessità sempre più invasiva di esprimersi e cercare conferma attraverso i social media, profetica ed inquietante soprattutto per chi, come la nostra generazione, ha visto nascere e crescere esponenzialmente proprio il fenomeno del "vorrei ma non posto".
Senza dubbio, principalmente per la profondità del tema, uno dei migliori episodi della stagione.
Playtest, secondo episodio tra i più massacrati in rete, è stato invece per quanto mi riguarda un ottimo esperimento ed un gran bel "gioco", per l'appunto, sia in termini di atmosfera che, una volta ancora, di riflessione sociale: dai videogames in prima persona al gioco online, passando attraverso visori e realtà virtuale, una situazione come quella affrontata dal protagonista della storia non mi pare troppo irrealizzabile o lontana, e come per il primo episodio, alcune grandi invenzioni della nostra società vengono analizzate dal lato più scomodo e tagliente.
Con Shut up and dance l'atmosfera vira verso territori più simili al thriller, portando in campo un gruppo di personaggi in corsa contro il tempo a causa di un ricatto e disposti, affinchè lo stesso decada, ad obbedire più o meno ciecamente agli ordini loro impartiti: una storia violenta ed urbana orchestrata con un ritmo serrato da James Watkins, che forse regala al pubblico il twist meno prevedibile dell'intera stagione e, contemporaneamente, il finale più terribile.
Ma, in tutta onestà, una volta scoperto quantomeno il segreto del protagonista, ho finito per non essere neppure troppo triste.
San Junipero, episodio numero quattro, è stato forse il più incensato dai recensori, e senza dubbio rappresenta quello dal fascino più forte soprattutto per chi, come il sottoscritto, ha vissuto sulla pelle, almeno in parte, gli anni ottanta ed ora guarda al Cinema ed alla Musica di quell'epoca come ad una sorta di macchina del tempo in grado di vincere ogni malinconia o sensazione di ineluttabilità del trascorrere dello stesso: proprio in questo senso si gioca la riflessione più importante delle due protagoniste e del pubblico, ed il valore di San Junipero stesso.
Curioso come nel corso della visione io dichiarassi a Julez di essere assolutamente favorevole all'idea di passare l'eternità in un posto come quello mentre, con il passare dei giorni dalla visione, l'idea di farlo senza le persone che amo al mio fianco risulti decisamente meno interessante.
Anche a fronte di una possibile rinascita.
Ad ogni modo, grandi, grandi spunti.
Men against fire, riflessione antimilitarista ed intelligente sull'utilizzo della guerra - e soprattutto, delle motivazioni non tanto di chi la ordina, quanto di chi la combatte in prima linea -, è risultato interessante ma, forse, privo del carattere degli altri episodi, tanto da essere considerato dal sottoscritto il più debole della stagione, per quanto di debolezza si possa parlare, quando la qualità complessiva dell'opera è così alta.
A chiudere - almeno per ora - la carrellata Hated in the nation, forse meno attuale di Nosedive o emotivamente coinvolgente di San Junipero eppure, per questo vecchio cowboy, senza ombra di dubbio l'episodio più riuscito: elementi di sci-fi, politica del controllo, tensione alle stelle pur senza violenza eccessiva o azione serrata, un'altra riflessione importante legata all'utilizzo della rete ed agli "haters" che la popolano, la dimostrazione di quanto, a volte, un mezzo grandioso, innovativo ed assolutamente "libero" come internet possa generare istinti anche peggiori di quelli di cui abbiamo tristemente dimostrazione ogni giorno in ogni parte del mondo.
Una chiusura con il botto di una stagione con il botto di una serie che è un botto.
Inutile dire che attendiamo già con ansia il giro di giostra numero quattro.




 MrFord




venerdì 4 novembre 2016

Il drago invisibile (David Lowery, USA, 2016, 103')




Ricordo bene la prima volta in cui passò davanti agli occhi degli occupanti di casa Ford il trailer de Il drago invisibile, produzione fiction Disney ispirata ad un lungometraggio d'animazione che molti della generazione del sottoscritto ricorderanno, Elliot il drago invisibile, risalente al millenovecentosettantasette: il Fordino, catturato dalla presenza di un drago e dai richiami al più familiare per lui Dragon Trainer, espresse il desiderio di poterlo vedere, accolto di buon grado sia da me che da Julez, più che altro speranzosi di trovarsi di fronte ad un'esperienza da spettatori profonda e completa come quella di Kung Fu Panda 3, che segnò la prima avventura in sala del Fordino la scorsa primavera.
Come se non bastasse, opinioni positive come quelle del sempre sul pezzo Mr. Ink facevano ben sperare, promettendo una bella visione da famiglia con tanto di commozione finale e fazzolettone pronto: peccato che, a conti fatti, il risultato sia stato, seppur non negativo, assolutamente lontano dalle aspettative.
Non solo, infatti, Il drago invisibile porta in scena una storia nota e stranota, ma lo fa tirando fuori quello che è il lato peggiore del mondo Disney e delle sue produzioni, la zuccherosità e la spinta eccessiva sui sentimenti, finendo per annoiare Julez, lasciare assolutamente indifferente il Fordino - che al contrario di visioni come quelle del recente Tarzan invece di abbandonare i suoi giochi per accomodarsi sul divano ha continuato bellamente a dedicarsi agli adorati animali sbattendosene del drago e dei suoi amici - e ricordare al sottoscritto quanto prodotti come Il gigante di ferro - che presenta uno script molto, molto simile - siano riusciti, negli anni, a risultare molto più efficaci e meglio scritti di questo senza rinunciare al coinvolgimento emotivo dello spettatore.
Certo, vedere Redford è sempre un piacere, la storia dell'amicizia e della paura del diverso sono importanti e funzionano, eppure l'impressione che si ha è, purtroppo, quella del grande giocattolo mangiasoldi per famiglie da centro commerciale nel weekend nato da una scarsità di idee e proposte che ha finito per convincere la grande D a ripescare uno dei suoi Classici meno noti al grande pubblico - a questo punto mi aspetto anche una trasposizione di Taron e la pentola magica, che comunque mi era piaciuto anche ai tempi più di Elliot - per reinventarlo e proporlo a generazioni che non solo non potevano ricordare l'originale, ma neppure contare sul fatto che potessero tirarlo fuori a calci dalla memoria anche i genitori.
Niente di male o malvagio, sia chiaro - su Imdb, addirittura, si sfoderano voti che superano il sette, tanto per intenderci -, o che non possa intrattenere come si deve, quanto più che altro piuttosto privo di inventiva e retorico, che detto da un fan hardcore non solo della Disney e di un certo tipo di approccio pane e salame anche quando si parla di una certa dose di lacrime strappate a forza - ma neppure troppo - al pubblico tipico del Cinema ammeregano risulta ancora più grave di quanto non potrebbe se lanciato come un'invettiva da un radical in pieno stile Cannibal Kid.





MrFord




lunedì 15 giugno 2015

Jurassic World

Regia: Colin Trevorrow
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 124'





La trama (con parole mie): a ventidue anni di distanza dagli eventi che videro sconvolta l'esistenza del primo Jurassic Park, Jurassic World è divenuto un parco tematico in grado di funzionare alla grande ed a pieno regime sulla stessa isola che ospitò il suo ispiratore, finanziato dal miliardario Masrani ed orientato in modo da stupire sempre di più il visitatore.
Proprio per questo motivo, affidandosi al genetista Wu, il direttivo del parco decide di operare in modo da creare nuovi ibridi coltivati in laboratorio in grado di regalare brividi mai provati prima al pubblico: la nuova attrazione, ribattezzata Indomitus Rex, nata da una selezione di DNA di dinosauro ed animali presenti in natura, però, finirà per risultare un osso troppo duro per gli organizzatori.
Claire, dirigente della struttura con i due nipoti come ospiti ed Owen, ex operativo della marina che si è occupato dell'addestramento di una squadra di quattro velociraptor, dovranno fare fronte al panico che seguirà l'evasione dell'ultimo ospite del parco.
Come finirà la lotta?







Se, una decina d'anni or sono o poco più, qualcuno mi avesse predetto che avrei ricoperto la posizione di sostenitore indefesso del Cinema d'intrattenimento selvaggio e dei popcorn movies, o che avrei ripescato i cari, vecchi action che mi avevano cresciuto nella seconda metà degli anni ottanta e nei primi novanta, avrei riso forte, convinto della mia posizione legata esclusivamente al Cinema d'autore, quello di nicchia, "alto", lontano da tutte le logiche commerciali e di comodo.
Nel corso del tempo trascorso da allora ad oggi, non trovo affatto sminuito il valore delle proposte d'essai, e la necessità di averle accanto in modo da poter stimolare cervello e cuore: eppure, parallelamente, mi sento come avessi avuto un'epifania a proposito della pancia, delle viscere, di tutto quello che è istinto, divertimento, bisogno di una leggerezza che la vita di tutti i giorni, spesso e volentieri, ci toglie con gusto.
Questo duemilaquindici, povero di soddisfazioni in termini assoluti, sta portando alla ribalta tutte proposte legate al Cinema "basso", da Fast 7 a Mad Max: Fury Road, passando per Kung Fury per giungere qui, come se il bisogno di bocche spalancate, goduria e divertimento stia tornando lo stesso dei favolosi eighties, in barba alla crisi e a tutti i problemi che ognuno di noi si trova ad affrontare al giorno d'oggi.
In effetti, tuffarsi - senza pretese di logica e seriosità, ovviamente - nella visione del lavoro di Colin Trevorrow - autore del bellissimo Safety not guaranteed, qui imbrigliato in parte dalle logiche delle major e dalla produzione made in Spielberg - conduce proprio a questo: una distensione totale delle cellule cerebrali, un tripudio di emozioni ed effetti che solo la grande avventura senza pretese fornisce, brividi legati alla sensazione da ottovolante di trovarsi proiettati accanto ai protagonisti in un parco alle prese con predatori che, citando l'inquietante genetista responsabile della creazione dell'Indomitus Rex - bellissima la battuta di Owen/Pratt sul nome - vedono noi umani così come noi vediamo un gatto, o un topo.
Punti di vista, di fatto.
Del resto, se una formica o uno scarafaggio fossero grandi quando un'automobile, probabilmente la nostra percezione della loro forza e del pericolo sarebbero decisamente differenti, e così le loro: di certo, in bilico tra citazioni del primo film - ed unico parzialmente valido della trilogia precedente -, sequenze ad alta tensione - l'incontro tra i due giovani fratelli "fuggiaschi" e l'Indomitus, altrettanto fuggitivo -, altre a metà strada tra la commedia brillante e la romcom - i duetti tra Pratt e Bryce Dallas Howard -, Jurassic World risulta indiscutibilmente un successo, in grado di allentare la tensione degli spettatori più smaliziati e disposti a rilassarsi come si conviene, e nutrire quelli occasionali con la materia migliore che la settima arte possa fornire: la meraviglia.
Personalmente, l'esaltazione - mia e di Julez, caricata a molla dopo il trailer di Terminator: Genesys e tornata bambina grazie al lavoro di Trevorrow - culminata con il confronto tra l'Indomitus, il T-Rex, il Velociraptor e l'enorme dinosauro marino in stile coccodrillo del quale non ricordo il nome scientifico che regala esplosioni di sopra le righe nel finale vanno oltre qualsiasi critica, dai tacchi della Dallas Howard alle concessioni ed ingenuità della sceneggiatura, facendo dono alla platea di un giocattolone di quelli che, nel corso della mia infanzia, emozionavano e permettevano di uscire dalla sala con la pelle d'oca ed un senso d'onnipotenza neanche si fosse noi, i protagonisti di quella meravigliosa avventura che era appena finita sullo schermo.
Se questo, un pò di seriosità gettata alle ortiche per lasciare spazio a mandibole grondanti bava da fame predatoria, qualche strizzata d'occhio ai grandi distributori ed alla logica, ed un pò di riposo concesso alla parte del cervello affamata di Cinema d'essai sono il prezzo da pagare per un ritorno al senso di meraviglia che pareva perso da oltre vent'anni - poco prima dei tempi dell'esordio sul grande schermo di questo brand -, ben vengano questi lucertoloni assetati di sangue.
Sarò lieto di affrontarli - o meglio, cercare di sopravvivere loro - dal primo all'ultimo.
E non mi importerà del concetto dei "più denti", quanto dell'utilizzo di quelli che si avranno.
Chiedetelo al ruggito del Tirannosauro.



MrFord



"I'D EAT YOU ALIVE!!!! I'd eat you alive..... 
I'D EAT YOU ALIVE!!!! I'd eat you alive..... 
I'm sorry. So sorry (damn, you're so hot!!) 
Your beauty is so vain (damn, you're so hot!!) 
It drives me, yes it drives me (damn your so hot) absolutely insane."
Limp Bizkit - "Eat you alive" -




giovedì 15 marzo 2012

50/50

Regia: Jonathan Levine
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 100'



La trama (con parole mie): Adam ha ventisette anni, ed è proprio un bravo ragazzo.
Ha un buon lavoro, una fidanzata che ama, si tiene in forma con il jogging e fa addirittura la raccolta differenziata.
E' gentile e rispettoso, nonchè molto timido: il contrario dell'amico Kyle, sboccato e chiassone come i peggiori frequentatori dei Pit Stop kevinsmithiani.
Adam ha ventisette anni, e scopre di essere ammalato.
Una rarissima forma di tumore alla spina dorsale dal nome lungo e complesso.
E come sanno i frequentatori della terapia della chemio, più il nome è altisonante, peggio è.
Le sue probabilità sono di cinquanta e cinquanta.
Inizia così una battaglia che è anche una rinascita.



C'è davvero un gran bisogno, di film come questo piccolo gioiellino di Jonathan Levine.
Ce n'è bisogno perchè arrivano dritti al cuore, non sono ruffiani e sanno essere presenti al momento giusto, come i nostri migliori amici.
Non saranno perfetti, ma poco importa.
Film come questo vanno bene così.
Sono un pò come Kyle, che pare tanto un cazzone senza scopo o direzione, e invece è sempre al fianco di Adam, pronto ad affrontare la sua malattia nel modo migliore possibile: con tutto se stesso.
E noi, che guardiamo appesi all'amo dalle risate dei primi minuti al bombardamento emotivo degli ultimi, siamo come Adam, ammalati della mancanza di originalità del Cinema quando tratta temi come la malattia terminale in attesa di una ventata di speranza ed aria fresca, che ci ossigeni il cervello, ed apra scenari finalmente vivi anche quando ad essere l'indiscussa protagonista di una pellicola potrebbe essere la morte.
Scrivo potrebbe perchè in realtà 50/50 sprizza energia e vitalità da tutti i pori, e combatte a suon di umorismo e di una salutare dose di sentimento la presenza incombente di una retorica da sempre dannosa per questo tipo di pellicole, senza lesinare colpi bassi ed una onesta patina di volgarità spiccia da buddy movie in stile Apatow o Smith - non per nulla, a fare da pilastro all'intera vicenda, troviamo un ottimo Seth Rogen, interprete di supercult quali SuXbad e Zack&Miri make a porno -, il tutto senza dimenticare il composto ed ottimo stile di un Gordon-Levitt in forma smagliante e l'apporto di tre spalle femminili d'eccezione come Bryce Dallas Howard, l'intramontabile Anjelica Huston e Anna Kendrick - volto più interessante del non riuscitissimo Up in the air -.
So già che molti - il Cannibale in primis - saranno pronti a lamentarsi rispetto alla votazione non eccessivamente alta che ho assegnato a questo film, eppure trovo che sia giusto considerare il lavoro di Levine come un passo avanti rispetto al precedente Fa la cosa sbagliata ed una promessa di ulteriore miglioramento per il futuro di un regista giovanissimo e certo da tenere d'occhio rispetto al panorama indie americano - lo stesso che ha permesso, negli ultimi anni, a noi spettatori, di gustarci chicche quali Ghost World, The station agent, Juno e Little Miss Sunshine -.
Senza contare che, pur essendomelo goduto profondamente dall'inizio alla fine, non ho trovato in 50/50 la stessa clamorosa forza distruttrice - anche in senso positivo - di Hesher - protagonista condiviso, drammi simili -, quanto l'energia ancora senza un controllo di chi sa di avere stoffa ma non il carattere per indirizzarla a suo piacimento: una sorta di fratellino minore del film appena citato, insomma.
Ma che questa non sia una limitazione, e dovesse capitarvi l'occasione, coglietela al volo e tuffatevi in una delle esperienze più divertenti, dolorose e coraggiose - soprattutto, come ha sottolineato anche Julez, nel finale - che il Cinema indipendente made in Usa abbia regalato nel suo passato recente.


MrFord


"Unsealed, on the porch a letter sat,
and she said, I wanna leave here again.
once I saw her, on a beach of weathered sand,
and on the sand, I wanna leave here again.
and they called, and I said that I know what I said,
and I called out again.
and the reason, ought to leave her calm, I know,
I said, I dont know whether I'm the boxer or the bag."
Pearl Jam - "Yellow ledbetter" -


mercoledì 25 gennaio 2012

The help

Regia: Tate Taylor
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 146'

 
La trama (con parole mie): siamo dalle parti di Jackson, nel cuore del Sud degli Usa nei primi anni sessanta, in leggero anticipo rispetto all'epoca delle lotte per i diritti civili che scuoteranno le fondamenta dell'America tutta Coca Cola e chiesa della buona società bianca ipocrita e sfruttatrice.
Skeeter Phelan, aspirante giornalista, al contrario delle sue coetanee e del senso comune, coltiva l'idea di scrivere un libro che possa raccontare l'esperienza delle donne di colore assunte come tutrici e governanti dalle famiglie della buona borghesia, e per rendere possibile la sua impresa - oltre ad inimicarsi le compagne al circolo del bridge - contatta Abileen Clark e Minny Jackson, in modo che possano per la prima volta parlare liberamente della propria esperienza umana e di lavoro.
Le due donne, tutte cuore e cucina, saranno solo l'inizio di una vera, piccola, grande rivoluzione culturale.




Chiariamolo subito, senza pensarci troppo: The help è un film fatto apposta per essere quel titolo ruffiano abbastanza da piacere a pubblico e critica nel periodo caldo che della notte degli Oscar.
Una cosa come già furono Forrest Gump, Salvate il soldato Ryan o La vita è bella: quei titoli che, in genere, fanno incazzare a morte i radical chic e la gente con la puzza sotto il naso perchè troppo popolari nel senso dispegiativo del termine.
Invece ve lo devo proprio dire: il lavoro di Tate Taylor è davvero ottimo, funziona in tutto e per tutto, dalla risata alla lacrima, ed è in grado - pur da gran paraculo, su questo non c'è dubbio - di coinvolgere ogni spettatore, anche quando lo stesso potrà negarlo. 
E' un film coinvolgente, onesto, di cuore come - fortunatamente - me ne sono capitati molti in questo periodo, giustamente incensato per una colonna sonora ottima ed un cast in forma strepitosa, in grado di risvegliare - o almeno, fare in modo che il dubbio possa esserci - una certa coscienza sociale nell'audience andando ben oltre una sceneggiatura ben calibrata pur rimanendo sicuramente accademica.
Il grande merito del successo di questa trascinante pellicola va all'uomo dietro la macchina da presa, che con un'umiltà non comune tra i suoi colleghi sceglie di lasciare tutto il palcoscenico alle sue attrici, brave abbastanza da non apparire involontariamente caricaturali o troppo ruffiane, sfoderando una serie di personaggi già a loro modo cult - nel bene o nel male - divenendo, di fatto, una sorta di versione anni zero del noto Il colore viola: dall'emancipata Skeeter di Emma Stone - ormai in ascesa inarrestabile - alle meravigliose Aibileen e Minny di Viola Davis e Octavia Spencer, passando attraverso l'irritante Hilly interpretata da Bryce Dallas Howard - in un ruolo che pare cucito addosso a lei - e l'ingenua Celia - sorprendente Jessica Chastain dopo la paresi permanente di The tree of life - tutte le straordinarie protagoniste di questa piccola epopea raccontano non soltanto un'epoca vista da un'ottica completamente "in rosa", ma divengono portatrici di un messaggio che va ben oltre il razzismo illustrato senza eccessiva retorica dal regista, e si lega al concetto di cattiveria celato - e neanche troppo bene - spesso e volentieri nell'animo dell'Uomo, eppure mai univoco e sopra le righe.
In questo senso, la splendida sequenza delle interviste alle governanti accorse in massa per sostenere il progetto di Skeeter, Aibileen e Minny - a mio parere il momento migliore della pellicola - porta davanti agli occhi dello spettatore episodi vergognosi per ogni bianco - dai piccoli soprusi ai grandi drammi - così come atti di generosità e d'amore ben lontani da una realtà allora fatta di schiavi e padroni legalizzati - da brividi il racconto dell'anziana donna che ricorda il Dottore che acquistò gli appezzamenti di terreno che lei sfruttava come scorciatoia per recarsi al lavoro nella sua casa -, rendendo The help un monito legato di certo ad un'epoca e ad episodi ben precisi eppure in grado di far riflettere su un problema per il quale il razzismo non è altro che una scusa: quello dell'ignoranza bigotta ed egoista di alcuni tipi di esseri umani.
E nonostante il dramma e la questione sociale, la pellicola di Taylor offre anche numerosi spunti legati ad una natura di commedia, da quelli più clamorosamente "da Oscar" come quel fantastico "eat my shit" che tutti attendono dalla prima apparizione del personaggio della Howard alle venature sottili del rapporto tra Aibileen e Skeeter o gli irresistibili siparietti con una Sissy Spacek in grande spolvero nel ruolo della madre ormai sopra le righe della brycedallasiana Hilly.
Ma torniamo al principio: The help è un film spudoratamente ruffiano? Certo.
E' confezionato per essere uno dei favoriti alle statuette dell'Academy? Di sicuro.
Eppure, rispondete ad una domanda: vogliamo davvero essere come quei finti alternativi che no, non vanno a vedere il film "da Oscar" made in Usa perchè loro sono ad un altro livello?
Sinceramente, se prendessi una decisione simile mi parrebbe di essere una delle sciapissime finte amiche di Skeeter che raccolgono fondi per i bambini africani e poi fanno costruire un bagno secondario perchè non vogliono appoggiare le loro reali e grinzose chiappette bianche dove si accomodano i morbidi ed abbondanti fondo schiena delle donne nere che hanno fatto da madri ai loro figli.
Fanculo agli Oscar e fanculo a tutte queste stronzate da casa e Chiesa e KKK.
Io The help me lo sono goduto, e tanto.
Come un pranzo preparato con gratitudine ad una donna che è un esempio per tutte le altre.
Non solo un "aiuto".
Ma ben altro: una madre.


MrFord



"We got married in a fever, hotter than a pepper sprout,
we've been talkin' 'bout Jackson, ever since the fire went out.
I'm goin' to Jackson, I'm gonna mess around,
Yeah, I'm goin' to Jackson,
Look out Jackson town."
Johnny Cash&June Carter-Cash - "Jackson" -


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