lunedì 1 luglio 2013

Blood

Regia: Nick Murphy
Origine: UK
Anno: 2012
Durata:
92'




La trama (con parole mie): siamo nella provincia inglese, sulla costa, dove una piccola comunità è sconvolta dall'omicidio brutale di una giovanissima ragazzina, Angela. Due fratelli, i Fairburn, entrambi poliziotti, sono incaricati delle indagini: su di loro pesa l'ombra del padre, leggenda del distretto ormai in pensione a seguito dell'Alzheimer, e l'idea dello stesso di forzare la mano alla Giustizia quando le prove non possano supportarla.
Quando Jason Buleigh, un balordo della zona, viene arrestato perchè sospettato dell'omicidio, il più aggressivo dei fratelli, Joe, si convince che sia il colpevole, e con la complicità del succube Chrissie finisce per ucciderlo: purtroppo per loro, però, la verità risulta essere un'altra, ed i veri colpevoli vengono arrestati.
Parte dunque un'indagine indirizzata a scoprire la verità sul destino di Buleigh, destinata a sconvolgere il mondo di questa famiglia costruita attorno al distintivo.





A volte è davvero curioso quanto i distributori finiscano per tirarsi da soli la zappa sui piedi: hai un materiale discreto per le mani, un cast ottimo - e peraltro in gran forma -, una vicenda torbida legata alla famiglia, alla fratellanza, al senso di colpa, alla Giustizia, tutte le carte in regola per guadagnarti un posto tra le proposte di genere buone per passare senza troppi patemi d'animo la stagione estiva, ed ecco giungere la rovina sotto forma di uno spot promozionale.
"Il nuovo Mystic river", recita la locandina del lavoro - il primo di una certa rilevanza - di Nick Murphy, quasi come se fosse possibile poter insidiare il trono di uno dei vertici del Cinema di Clint Eastwood, non proprio l'ultimo degli stronzi: prima che qualcuno di voi possa farsi quest'illusione in coda per entrare in sala, lasciate che dissipi ogni dubbio in merito.
Blood non è il nuovo Mystic river. Neanche per sbaglio.
Certo, i temi sono molto simili, dalla violenza sui minori ai rapporti di amicizia e parentela pronti a divenire un fardello, l'ambiente anche - nonostante il setting sia quello della costa britannica, la pellicola trasuda irishness -, eppure il carattere e soprattutto uno script decisamente troppo rapido ed esile rendono il confronto assolutamente impietoso: probabilmente non dovrei stare qui a sindacare a proposito di cavilli di questo genere, e valutare il film nella sua unicità, non basandomi su inutili paragoni, dunque lascio da parte il vecchio Clint e tengo le mani libere per l'opera di Murphy.
Dal punto di vista attoriale ammetto di non avere troppo da recriminare: Paul Bettany, partito fortissimo sul finire degli anni novanta ed afflosciatosi miseramente, pare essere tornato ai tempi d'oro, Stephen Graham, caratterista UK d'eccezione, funziona alla grande, Mark Strong - seppure in ombra - porta a casa la pagnotta, e soprattutto giganteggia Brian Cox, una vera e propria icona troppo spesso sottovalutata rispetto ad altri suoi colleghi ben meno dotati di lui.
Lo stesso discorso è applicabile all'ambientazione, decisamente azzeccata nei suoi toni autunnali e resa ancora più affascinante dalla costa, in bilico tra le maree ed un litorale pronto a celare i più terribili ed oscuri segreti di famiglia.
Il problema vero è che tutto finisce qui.
Perchè dietro la macchina da presa il buon Nick non pare possedere il tocco necessario al guizzo vincente, e lo script risulta frettoloso, quasi l'intera vicenda fosse un pilota per una serie - del resto, è proprio da un prodotto televisivo che è stato ispirato il film - all'interno del quale gli autori si preoccupano di inserire tutti gli elementi possibili per conquistare l'attenzione degli addetti ai lavori in modo da strappare una conferma: peccato che il metodo non si applichi al meglio, ed il risultato sia un thriller che pare viaggiare a velocità doppia per evitare di annoiare il pubblico e giungere subito alla conclusione finendo per provocare l'effetto contrario, ossia rompere l'incantesimo del grande schermo ed insinuare nell'audience il dubbio di essere di fronte a qualcosa di talmente preparato a tavolino da risultare posticcio.
Probabilmente, in mano ad un regista più esperto - non necessariamente il già citato Eastwood, ma anche Mann o Scorsese -  o talentuoso - per rimanere in ambito britannico, il giovane e molto promettente Paddy Considine o il suo compare Shane Meadows - Blood avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare un piccolo cult di questi mesi estivi: così com'è, resta soltanto in bocca il sapore amaro di una storia finita troppo presto, come quelle che nascono in riva al mare e promettono chissà quale futuro, anche quando ai protagonisti cova già nel cuore il dubbio che non potrà durare un solo giorno una volta conclusa la vacanza.


MrFord


"Me and you used to be like brothers
on the nights we got drunk to each other
you know me, I used to have some wit
it ended up in a shit-filled sandpit
we come from across the border
we drink the six mile water
this mongrel needs a new home
this mongrel needs a new home."
Therapy? - "Six mile water" - 


domenica 30 giugno 2013

Dragon eyes

Regia: John Hyams
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
91'




La trama (con parole mie): St. Jude, un quartiere in mano a spacciatori e piccoli criminali simbolo di degrado urbano, è scosso dall'arrivo di Hong, ex detenuto addestrato proprio dietro le sbarre dal granitico Tiano in modo che, tornato per le strade, lo stesso possa cambiare i destini delle persone che vivono in periferie violente come quella, e di se stesso.
Le gang che si contendono il potere ed il pericoloso Mister V - il boss che regola la vita e la morte da quelle parti - dovranno dunque fare i conti con la variabile impazzita impersonata da questo nuovo paladino della Giustizia, pronto a mettere tutti l'uno contro l'altro e confrontarsi, dagli occhi, al cuore fino ai pugni, con gli ostacoli posti tra lui e l'ordine ristabilito finale.
Non sarà il vecchio JCVD, ma funzionerà comunque.




Ammetto di essermi imbattuto praticamente per caso, in Dragon eyes.
Senza sapere, tra le altre cose, che nel cast fosse presente un idolo fordiano come Jean Claude Van Damme.
Eppure, a volte, anche qualcosa di improvvisato è in grado di conquistare a suo modo un ruolo - nell'ambito del trash tamarro, sia chiaro - contro ogni possibile previsione, regalando soddisfazioni decisamente superiori a quelle che ci si sarebbero potute aspettare: a differenza, infatti, del recentemente passato su questi schermi 6 bullets - già sulla carta un titolo dal potenziale comico illimitato -, il lavoro di John Hyams risulta essere ben più "autoriale" della maggior parte delle proposte di questo tipo, a partire dalla fotografia e dall'uso della colonna sonora fino ad una sorta di look patinato decisamente inusuale per produzioni normalmente confezionate in paesi low budget con un taglio da scadente - ma non per questo meno geniale - soap opera.
E a sorpresa, questo lato involontariamente - forse - raffinato non stona neppure troppo con il risultato finale, clamorosamente ridicolo, sopra le righe e pacchiano quanto godibilissimo per ogni fan del genere nonostante nel ruolo del protagonista spaccaculi non figuri l'asso belga che tanto ha fatto sognare ben più di una generazione tra gli anni ottanta e novanta, bensì il poco noto Cung Le, campione vietnamita di kick-boxing già visto sul grande schermo in parti minori e riconoscibile soltanto agli occhi dei cultori assoluti dei film di botte - e sfido i più coriacei tra i bloggers a trovare almeno una delle sue interpretazioni precedenti senza correre a googlarne il nome -.
Le due cose che hanno colpito maggiormente il mio personale occhio di spettatore sono state, ad ogni modo, l'utilizzo del buon Van Damme nel ruolo del maestro - incredibile pensare che soltanto un battito di palpebre or sono era l'eroe giovane pronto ad affrontare i Tong Po che sgretolavano l'intonaco delle colonne - e quello di Peter Weller - storico interprete di Robocop nonchè volto cardine della quinta stagione di Dexter - a prestare carisma maledetto al poliziotto corrotto nonchè boss locale Mister V, che si distingue per alcune esclamazioni in italiano - anche in originale - da sbellicarsi dalle risate: questo giusto per sottolineare l'importanza dei nomi di rilievo anche in pellicole di cabotaggio decisamente basso come questa, che senza i due suddetti mostri sacri - a loro modo - sarebbe stata probabilmente declassata a produzione di infima serie destinata ai cestini dei computer o al dimenticatoio profondo, in barba alle arti marziali, ai twist che dovrebbero sconvolgere lo spettatore - come quello che riguarda il protagonista ed i suoi ricordi - e alle sonore legnate che in qualche modo hanno il potere di giustificare di fronte alla mente semplice dei dodicenni in crisi ormonale - dunque, la quasi totalità dei maschi adulti - la realizzazione di lavori come questo.
Non sono riuscito, comunque, Van Damme o Weller a prescindere, a considerare Dragon eyes alla stregua del peggio che il genere è in grado di regalare alla settima arte, e trovo che Hyams, in fondo, sappia il fatto suo almeno nell'ambito in cui si muove, e riesca a conferire al suo prodotto una certa onestà di fondo in grado di trasformarlo, rispetto ad altri figli della stessa tradizione, in qualcosa di decisamente più complesso e quasi visionario, neanche ci trovassimo di fronte ad una versione del Cattivo tenente di Herzog del Cinema dei cazzotti e dei calci rotanti.
Lungi da me descriverlo, in ogni caso, come qualcosa di diverso da quello che è - un titolo dalle pretese ben sotto lo zero -, eppure resto convinto che per gli appassionati delle legnate goduriose da grande schermo possa costituire una sorpresa buona per riempire una serata a tema nostalgia o porre le basi per una nuova generazione di proposte che possano garantire anche alle generazioni future - nonchè, ovviamente, agli Expendables old school come il sottoscritto - un pò di sano divertimento fatto di polvere mangiata che precede un addestramento durissimo e l'inevitabile ascesa da eroe in grado di raddrizzare i torti a suon di nemici lasciati con il culo per terra.


MrFord


"Poor pitiful creature 
the winner in heartbreak 
the winner in caring 
the winner in every miniscule method of wearing."
Metallica - "Dragon" -


sabato 29 giugno 2013

Bloglovin' time

La trama (con parole mie): a quanto pare avverranno dei cambiamenti dal primo luglio legati a Google Reader e ad altre grane tecnologiche delle quali continuo a non capire nulla.
Per evitare di essere tagliato fuori, intanto, ho portato il culo del Saloon su Bloglovin'.
Staremo a vedere che succede.

Tra le altre cose, quando capirò come funziona esattamente ovviamente inserirò il link per collegarvi direttamente alla mia pagina da quelle parti e seguirmi lì!

In alto i calici, come sempre!

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MrFord

The wicked

Regia: Peter Winther
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
100'




La trama (con parole mie): nella piccola cittadina di Summerset da generazioni una storia terrorizza i bambini, ed è legata ad una vecchia casa che si dice infestata da una strega. Rompere uno qualsiasi dei vetri delle finestre della stessa pare significhi liberare lo spirito maligno e scatenare la caccia rispetto al responsabile del gesto.
Alla scomparsa della piccola Amanda, rapita dalla strega stessa, un gruppo di adolescenti mossi dal desiderio di un brivido decide di affrontare l'oscura magione trovandosi coinvolto nella lotta per la salvezza della bambina, all'interno della quale si inseriscono le forze di polizia ed un'altra coppia di ragazzi: i protagonisti dello scontro diverranno a questo punto due fratelli, che si troveranno a mettere in gioco la vita per imporsi sulla presenza malvagia.





Evidentemente questo non è l'anno migliore, per le streghe.
Dopo i fallimenti clamorosi, infatti, della merda d'autore propinataci da Rob Zombie con Le streghe di Salem e la merda e basta di Tommy Virkola Hansel&Gretel - Cacciatori di streghe, tocca a The wicked proseguire nella ben poco illustre tradizione duemilatredici dedicata al genere: il lavoro - per qualificarlo in maniera fin troppo lusinghiera - di Peter Winther, infatti, è degno dei "fasti" dell'agghiacciante Within che io e Julez affrontammo mandando avanti veloce - una cosa che non accade praticamente mai, in casa Ford - qualche anno fa nel corso di una vacanza funestata solo ed esclusivamente da quella terrificante - in termini qualitativi - visione.
Una robetta per adolescenti sprovvisti di cervello con tanto di tentativo di inserimento nel cast di una presunta sosia della gettonatissima Megan Fox cui non è stato detto che l'appena citata cagna maledetta resta inarrivabile fosse anche solo per i suoi orripilanti pollici ed una serie di imbarazzanti tentativi di spaventare l'audience ridicola almeno quanto il make up fatto in casa della strega, che finisce per apparire come la brutta copia di una comparsa da video metal di provincia della provincia.
Trama trita e ritrita figlia della tradizione slasher degli anni ottanta ma senza la minima traccia di (auto)ironia, cast preso dalla strada - e neppure quella principale -, regia a livelli meno che dilettantistici, evoluzione ovvia ed inutile finale "aperto" sono gli ingredienti di una delle visioni più basse dell'anno, che seppur salvata dal fatto di essere sostanzialmente innocua - del resto un prodotto di questo genere non può avere pretesa alcuna - resta davvero oltre ogni ragionevolezza, e se si esclude l'ormai famoso e sopranesco riciclo del denaro della malavita viene da chiedersi come sia stato possibile che qualcuno possa avere investito dei soldi in un progetto di questo genere - e parliamo comunque di ottocentomila dollari, mica bruscolini -: un titolo che, tra l'altro, stranamente pare non avere ancora trovato una distribuzione qui nel Bel Paese - che per una volta le cose possano essere andate per il verso giusto nella Terra dei cachi? - ma che mi aspetto di vedere in sala nelle settimane centrali di agosto, quando l'horror da vacanza di turno viene dato in pasto agli adolescenti alle prese con gli ultimi giorni al mare e con una scusa per limonare in santa pace da trovare come alternativa ad un'eventuale affollata spiaggia la sera di fronte ad un falò.
Difficile approfondire ulteriormente senza citare le classiche situazioni che fecero la fortuna di Notte horror negli anni della mia infanzia - il lago di Venerdì 13, lo spirito maligno in caccia dei bambini di Nightmare, la casa infestata alla base della leggenda che nessuno si è ancora preso la briga di demolire o acquistare per costruirci sopra un campo da golf o un resort con spa ed effetti simili a quelli di Pet cemetary - e continuare a sottolineare la differenza in peggio che pesa come l'età su una signora che tenta di salvarsi dall'inesorabile scorrere del tempo riempiendosi di botulino.
Il problema, nel caso di The wicked, è che anche sotto il trucco e le operazioni di ritocco, non c'è davvero nulla che possa far passare per la testa una qualsiasi associazione alla bellezza.
E non basteranno migliaia di bambini a questa imbarazzante strega, per tornare ai fasti che immagina di poter sfoggiare in condizioni ottimali: brutture di questo tipo sono davvero senza ritorno.
Roba da far cagare sotto perfino l'horror stesso.


MrFord


"Someone stole the starlight from the backside of your hand
weak without the magic you lay passed out in the sand
with controls set for night flights when witches ruled the world
in a twinkling moment you see cockroaches and crows."
Candlemass - "Witches" -


venerdì 28 giugno 2013

7 psicopatici

Regia: Martin McDonagh
Origine: UK
Anno: 2012
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Marty, uno sceneggiatore in crisi con qualche problema di dipendenza dalla bottiglia, deve stringere i tempi per la consegna del suo ultimo lavoro, chiamato 7 psicopatici, dovendo al contempo gestire il conflittuale rapporto con la fidanzata Kaya e soprattutto l'inseparabile e scombinato amico Billy, che si offre di aiutarlo nella stesura dello script raccontandogli storie decisamente curiose a proposito di killer di esponenti di spicco della mala e di uomini di fede più fedeli alla vendetta che alla religione.
Quando proprio Billy rapisce il cane di un vero boss malavitoso sperando in un riscatto - uno standard per il suo lavoro di "accalappiacani" portato avanti con il socio Hans -, la vicenda dei nostri si complica, e per Marty verrà il momento di affrontare davvero sulla pelle quello che diventerà il copione del suo film.




So già che molti storceranno il naso - almeno in parte - dando un'occhiata al voto che ho deciso di assegnare all'ultima fatica del promettente Martin McDonagh, salito agli onori della cronaca con l'ottimo In Bruges qualche anno fa, considerandola, di fatto, alla pari del suo esordio: io per primo sono ben cosciente del fatto che con 7 psicopatici l'autore britannico abbia dovuto piegarsi a qualche concessione alla grande produzione e alle stelle e strisce, eppure la sua prima esperienza oltreoceano - al contrario di quelle di molti talentuosi registi che finiscono fagocitati dalla "terra promessa" ammmeregana - può senza indugio essere considerata chiusa con un successo, e la consegna al pubblico di una pellicola scombinata e divertente, ironica e nerissima, pulp e da più di un punto di vista malinconica all'interno della quale figura un cast all star è la prova del grande talento di questo nuovo interprete di quella che ormai si può definire l'eredità dei vari Tarantino e Ritchie.
Scritto sfruttando un meccanismo di realtà e finzione e racconto nel racconto che ha la struttura di un allucinato balletto di scatole cinesi sotto acido e costruito sulle ottime interpretazioni dei suoi protagonisti - grande come sempre il vecchio leone Christopher Walken, meraviglioso il caotico Billy di Sam Rockwell, gigioneggiante e mitico Woody Harrelson con il suo Charlie -, 7 psicopatici ha una partenza fulminante, preludio ad una prima parte in grado di stimolare il dubbio che ci si trovi di fronte ad un vero e proprio miracolo, affronta una leggera flessione nella sezione centrale - forse avrebbe giovato una decina di minuti in meno nel momento del viaggio nel deserto di Hans, Marty e Billy - prima di sfoderare un finale decisamente efficace, all'interno del quale al gusto irriverente del grottesco tipico del genere e dell'approccio del regista si lega - come era stato anche per In Bruges - una commozione di fondo che risulta addirittura toccante, presa di coscienza dei propri limiti e della fine che ci attende inevitabile - nonchè figlia di vicende spesso decisamente curiose - simboleggiata alla perfezione dai due charachters di Hans - meraviglioso il rapporto con la moglie, ed il confronto "finale" di quest'ultima con Charlie, da pelle d'oca - e Zachariah, cui Tom Waits regala il pizzico di follia giusto che pare uscito dai suoi dischi migliori, in bilico tra la sbronza, la perdizione ed una lucidità che si riesce ad avere solo quando si è incredibilmente saggi o incredibilmente folli.
O entrambe le cose.
Ma certamente 7 psicopatici non è un film di quelli pronti a piangersi addosso, e accanto alle sequenze più struggenti troviamo una vera e propria miniera d'oro di clamorose chicche, dalla pistola inceppata di Charlie all'approccio bambinesco alla vita e alla morte - e tutto quello che si trova in mezzo - di Billy, dai conigli di Zachariah alla sua rivelazione a proposito di Zodiac - un vero e proprio colpo di genio piazzato dalla penna del regista e sceneggiatore - per giungere al tormentone a proposito del problema di alcolismo di Marty, che - forse per solidarietà tra bevitori - mi ha letteralmente piegato in due in ben più di un'occasione: l'idea di un rimprovero legato alla facilità con cui il protagonista si ritrova ad alzare il gomito venuto da personaggi - o psicopatici!? - abituati ad ammazzare cristiani, tagliarsi la gola da soli o far saltare la testa a vecchiette malate terminali è decisamente curiosa, e contribuisce a fare in modo che l'audience possa prendere coscienza di quanto la vita e la morte siano relative - che ci si trovi ad avere a che fare con pazzi criminali, oppure no - e che proprio quando la direzione di una storia pare essere perduta, basta guardarsi dentro per trovare l'ispirazione in grado di ridefinire la nostra intera esistenza - tematica cara a McDonagh, che aveva già affrontato la questione nel già più volte citato In Bruges -.
Certo, il viaggio che ci condurrà a questa sorta di epifania non sarà certo lastricato di imprese facili e buone intenzioni, eppure, come spesso si dice, sarà proprio quello, alla fine, a dare significato alla destinazione: l'importante sarà fare attenzione a non sbronzarsi così tanto da non ricordare quello che si è detto ed evitare di trovarsi con la testa tra un proiettile vagante e l'altro.


MrFord


"The first cut is the deepest 
baby I know the first cut is the deepest
but when it come to being lucky she's cursed
when it come to loving me she's the worst."
Rod Stewart - "The first cut is the deepest" -



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