giovedì 4 ottobre 2012

Premio Blog Diamond

La trama (con parole mie): il buon vecchio Frank Manila, una delle colonne portanti del Saloon, mi ha insignito di un premio nuovo nuovo di blogosfera.
Dunque, per non essere da meno rispetto agli altri che in questi giorni hanno partecipato alla catena, mi butto nella mischia assegnando il Premio Blog Diamond ad altri cinque bloggers ovviamente a mio insindacabile e bottigliante giudizio.


Ovviamente, ogni catena che si rispetti ha delle regole da seguire, ed in cambio del premio sono piacevolmente tenuto a seguirle:

Regola numero uno: citare l'ideatrice del premio, Roberta-Roby Beauty, che ha festeggiato in questo modo il raggiungimento dei primi cento followers del suo blog.

Regola numero due: ringraziare con una calorosa scarica di bottigliate chi ti ha coinvolto nel piacevole rito della catena, ovvero il già citato Frank Manila.

Regola numero tre: passare la stessa patata bollente a cinque blog che con somma gioia andiamo a premiare. Ed eccoli qui:

- Il Cannibale, perchè so che il mio antagonista Cucciolo Eroico odia le catene, e perchè se vengo premiato io, non può proprio non essere premiato anche lui.

- Il Banale, che ormai è una specie di mio gemello - anche se siamo entrambi "cattivi" -, e che attendo nella sua prossima trasferta milanese per una bevuta mortale.

- V, che è un pò come una specie di sorella mia e del losco individuo appena citato.

-  Julez, perchè non solo sta facendo tutta la fatica di portare nel pancione il fordino, ma perchè se non ci fosse lei, probabilmente a quest'ora sarei già morto o perso in qualche angolo di mondo.

- Cybsix, che nonostante le lunghe latitanze resta sempre una delle mie preferite.


Avrei premiato volentieri gente come Bradipo, Simone Corà o Lucia, ma ci hanno già pensato altrove.

Per chiudere, è richiesta anche una canzone a tema "diamanti".
Ero molto indeciso se puntare su Rihanna e la sua Diamonds o se sfruttare l'idea di Frank - che si è giocato la carta Neil Diamond -, e alla fine l'ha spuntata la mia anima rock.
Dunque, largo a King Diamond!



 

Breaking bad - Stagione 3

Produzione: AMC
Origine: USA
Anno: 2010
Episodi: 13




La trama (con parole mie):  l'incidente aereo avvenuto nei cieli sopra Albuquerque e causato indirettamente dalle azioni di Walter White porta l'uomo ad una nuova posizione rispetto alla sua carriera criminale, e ad un rifiuto di riprendere a cucinare meth. 
Nel frattempo, Jessie si trova in clinica per la riabilitazione dalla dipendenza, ancora sconvolto per la morte dell'amata Jane.
Quando Gus Frings torna alla carica con un'offerta milionaria per riprendere la produzione e la proposta di lavorare in un laboratorio all'avanguardia creato appositamente per lui, Walt vacilla almeno quanto il suo matrimonio con Skyler, sempre più sconvolta dal cambio radicale del marito che ha portato le loro vite lungo binari che non avrebbe mai potuto prevedere avrebbero percorso.
Intanto, dal Messico, giunge a passo lento la minaccia di due fratelli assetati di vendetta: sono i cugini di Tuco, lo spacciatore che proprio a causa di Walt è stato ucciso dal cognato Hank, a servizio nella DEA.




E così, è arrivata.
Me ne avevano parlato tutti, ne avevo letto in termini entusiastici ovunque, e con fiducia avevo atteso nel corso delle prime due - comunque grandi - stagioni.
Parlo della svolta: quella che rende una grande serie un dannatissimo quasi Capolavoro.
Nel corso degli ultimi anni tutti i titoli da piccolo schermo che più ho amato sono passati attraverso episodi che hanno segnato emotivamente il mio coinvolgimento nella visione, quasi fossero una marcia di colpo ingranata per entrare in corsia di sorpasso e lasciarsi indietro tutto il resto: la prima puntata Sawyer-centrica in Lost, Dexter che regala la "dolce morte" alla sua vecchia amica in Easy as pie, il viaggio di Tony Soprano in Italia, la prima apparizione di Bob in Twin Peaks.
Per Breaking bad è stato il sesto episodio di questa terza stagione, Sunset, che come se non bastasse ha dato il via ad una sequenza pazzesca che ci ha condotti dritti dritti ad un season finale sul filo, al quale si giunge tra sudori freddi e cuore lanciato a mille infilando nel calderone morti, vendette, rivelazioni, sconvolgimenti, sequenze da capogiro e perfino una piccola, grande lezione sui tempi dilatati tradotta in un episodio incentrato quasi interamente su una mosca.
Inutile girarci intorno: con questi tredici episodi dalla qualità superlativa Breaking bad è entrata di fatto e di prepotenza nell'Olimpo del piccolo schermo, portando ancora più in alto i suoi due incredibili protagonisti: Jessie, fragile ed avventato, ritaglia per l'audience i momenti emotivamente più profondi - il racconto della scatola intagliata ed il flashback della mostra di Georgia O'Keeffe visitata con Jane, da pelle d'oca -, mentre Walter, emblema dell'outsider divenuto protagonista, rivela nella sua natura al limite della schizofrenia la freddezza glaciale di una mente assolutamente criminale - l'ingresso in scena con l'eliminazione dei due spacciatori responsabili della morte di Combo, vecchio amico di Jessie, è da antologia -, quasi possa essere associato più ad un serial killer nello stile del Dexter dei tempi migliori, piuttosto che ad un ex professore di chimica divenuto per "necessità" un produttore di meth.
Jessie e Walt, così diversi e così legati, a volte nemici giurati, altre come padre e figlio, sono l'espressione di un legame chimico perfetto, in grado di andare oltre le probabilità, i signori della droga - sempre più incredibile il Gus Frings di Giancarlo Esposito -, le autorità, i matrimoni falliti e la morte stessa: sono l'espressione della rabbia dell'uomo comune e delle sue potenzialità distruttive, del desiderio di vendetta rispetto al mondo e del senso di protezione della Famiglia.
Jessie e Walt sono il motore di eventi che dal microscopico - la già citata mosca - passano al macroscopico - l'incidente aereo - lasciando nel mezzo una scia di distruzione - fisica e non - da Guinness, una tecnica sopraffina esibita dagli autori - dalla sceneggiatura alla fotografia, ogni episodio è un pezzo di bravura da manuale - e sequenze da occhi sbarrati in grado di far impallidire anche il Cinema di stampo gangsteristico - il confronto tra i due killer messicani ed il cognato di Walt è una lezione non solo al piccolo, ma anche al grande schermo -.
Jessie e Walt sono indubbiamente dei criminali, eppure paiono decisamente più umani di molti prodotti della legalità con i quali ci ritroviamo ad avere a che fare ogni giorno. Questo perchè sono imperfetti quanto noi.
Jessie è quello che progetta di spacciare meth nei gruppi di sostegno, lo stesso che rifiuta di farsi con la sua nuova fiamma nel momento in cui scopre che lei è madre di un bambino.
Walt è quello che tiene in braccio sua figlia appena nata, l'unico a trasmetterle una certa sicurezza riuscendo a farla addormentare prima di ogni altro, lo stesso che riesce a premere il grilletto di una pistola facendo saltare la testa ad un uomo praticamente a sangue freddo.
Jessie e Walt sono molte cose sulle quali si potrebbe continuare a scrivere, discutere, ricamare, specchiarsi, perdersi e ritrovarsi.
Ma più di tutto, Jessie e Walt sono gli elementi alla base della formula vincente di una delle serie tv più grandi di tutti i tempi.
E questo basta a malapena per trattenere il fiato in attesa della stagione numero quattro.



MrFord



"Take me back way back home,
not by myself, not alone.
I ain't askin' for much.
I said, Lord, take me downtown,
I'm just lookin' for some tush."
ZZ Top - "Tush" -




mercoledì 3 ottobre 2012

The five-year engagement

Regia: Nicolas Stoller
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 124'




La trama (con parole mie): un anno dopo averla conosciuta, Tom dichiara a Violet il suo amore e chiede alla ragazza di sposarlo. Lei accetta al volo, ma quando tutto pare pronto per essere organizzato, iniziano i guai: prima la sorella della ragazza, Suzie, rimane incinta del migliore amico di Tom, conosciuto alla loro festa di fidanzamento, e si sposa a sua volta "rubandole" la scena, poi l'opportunità di carriera all'Università del Michigan della stessa Violet costringe Tom a rinunciare ad un incarico prestigioso di chef a San Francisco per trasferirsi al Nord, dunque il disagio di quest'ultimo porta la coppia alla crisi e alla rottura.
Soltanto cinque anni e due storie sbagliate dopo, i due capiranno di essere fatti l'uno per l'altra e riusciranno, finalmente, ad organizzare, in un modo o nell'altro, le agognate nozze.



La firma di Apatow - che sia regia o produzione - è ormai una garanzia di visione e divertimento assicurati in casa Ford, una sorta di appuntamento comunque imperdibile a prescindere dalla qualità delle pellicole che la stessa presenta: spinto da recensioni in rete sorprendentemente positive, The five-years engagement prometteva di essere uno dei film sorpresa dell'anno prodotti dal clan che ha, di fatto, reinventato la commedia made in Usa dell'ultimo decennio.
E non posso dire che non sia una discreta visione da relax, questa commedia romantica firmata da Nicolas Stoller in grado di regalare alcuni momenti decisamente esilaranti - il salto sull'idrante nascosto dalla neve ha generato cinque minuti buoni di risate totalmente scomposte sul divano di casa Ford -, eppure non nascondo di aver provato, al termine della stessa, un moto di delusione rispetto a quelle che erano le aspettative andate a crearsi proprio a seguito del tam tam positivo giunto alle mie orecchie da più parti: senza dubbio, infatti, il livello di risata sguaiata è decisamente inferiore a quello che mi aspettavo, e la sceneggiatura - firmata dal regista con il protagonista Jason Segel - pare non trovare un'effettiva direzione mantenendosi pericolosamente in bilico tra la commedia romantica nel senso più classico del termine e la dissacrazione del genere che ci si aspetterebbe da gente come il già citato Apatow o Kevin Smith, e ad aggravare la situazione giunge un minutaggio decisamente importante che finisce, a tratti, per risultare troppo ampio.
Messa da parte la - comunque parziale - delusione, occorre però affermare che il lavoro di Stoller si colloca decisamente ad un altro livello - nonostante il voto - da cose patinate pronte per l'incasso grosso al botteghino come Cosa aspettarsi quando si aspetta - che pur non avevo trovato così pessimo come credevo -, si lascia guardare in scioltezza ed offre una buona vetrina ad una coppia di protagonisti che senza dubbio funziona.
Segel, in particolare, porta in scena un personaggio più profondo di quanto ci si potrebbe aspettare da una commedia sguaiata e pane e salame, in perfetta sintonia con l'analisi di un rapporto di coppia che lo stesso attore ed il regista cercano di orchestrare grazie agli alti e i bassi dei loro due protagonisti - e del loro lavoro -: certo, non stiamo parlando di stracult come Io e Annie o Manhattan, quanto piuttosto di un tentativo maldestro di creare un nuovo standard come fece il più che discreto Alta fedeltà negli anni novanta, ma alcuni passaggi - i rapporti con la famiglia, i nonni morti nell'attesa delle nozze, l'ottimo dialogo con i genitori di Tom tornato a San Francisco e buttatosi in una storia con una ragazza di una ventina d'anni più giovane di lui, forse il pezzo di sceneggiatura migliore dell'intero script - fanno pensare che, con un pò di attenzione in più e qualche minuto in meno, ci saremmo trovati di fronte ad un piccolo cult da segnalare come quasi imperdibile.
Se volete, comunque, passare una serata in compagnia della vostra metà e trovare spunti interessanti - nella buona e nella cattiva sorte - per chiacchierarci su e magari avere una scusa buona per risolvere le questioni in sospeso in camera da letto, e nel frattempo divertirvi almeno un pò, allora questo è il titolo giusto per voi.
Tra l'altro, le pellicole costruite sulla materia "amorosa" in grado di mettere d'accordo entrambe le metà del cielo si contano sulla punta delle dita: quindi, in caso, non consideratene troppo i difetti, e godetevi The five-years engagement senza pretese, per quello che è.
In questi casi è sempre la cosa migliore.


MrFord


"Dicen que por las noches 
no más se le iba en puro llorar
dicen que no comia
no mas se le iba en puro tomar
juran que el mismo cielo
se extremecia al oir su llanto
como sufria por ella
que hasta en su muerte la fue llamando."
Caetano Veloso - "Cucurrucucu paloma" -


martedì 2 ottobre 2012

Io ti troverò

Autore: Shane Stevens
Origine: USA
Anno: 1979
Editore: Fazi


La trama (con parole mie): Thomas Bishop nasce alla fine degli anni quaranta da una gravidanza causata dallo stupro di una giovane donna il cui odio verso il genere maschile era già da tempo esploso. 
Dopo un'infanzia vissuta subendo abusi dalla madre, all'età di dieci anni il piccolo uccide la genitrice e viene internato in un istituto di igiene mentale, tra le mura del quale è destinato a rimanere fino ai venticinque.
Quando l'arrivo di un nuovo paziente alimenta le sue speranze di fuga e la convinzione di essere il figlio dello stupratore seriale Caryl Chessman si fa più radicata, Bishop mette in atto un piano che lo porterà a percorrere le strade degli Stati Uniti dalla California fino a New York, seminando il panico in tutta la nazione e mietendo una vittima dietro l'altra, in accordo alla folle crociata che intende intraprendere contro le donne, veri e propri demoni dai quali si è incaricato di liberare il mondo.
Attorno alla sua vicenda si incrociano le storie e le carriere di politici, poliziotti, criminologi, investigatori e del reporter d'assalto Adam Kenton: nessuno di loro, quando la polvere si sarà posata, sarà più lo stesso.




Esistono libri - come esistono film, del resto - talmente potenti e scomodi da essere in qualche modo ed inspiegabilmente dimenticati dal grande pubblico, quasi avessero varcato un confine che da cult renda di fatto maledetti senza neppure prenderne coscienza: Io ti troverò, romanzo del misterioso autore che si cela dietro lo pseudonimo di Shane Stevens, ormai da decenni sparito dai radar della letteratura e non solo - pare abbia deciso di svanire agli inizi degli anni ottanta -, è un esempio perfetto della categoria.
Titolo di riferimento di autori come Ellroy o King - si dice che l'ispirazione per La metà oscura venne proprio dal personaggio di Stevens -, quest'opera titanica ed agghiacciante è senza dubbio uno dei ritratti più spaventosi mai scritti della psicologia criminale, in particolare quella del serial killer, pur rimanendo in un ambito di fiction - anche se non mancano i riferimenti reali, come l'utilizzo della figura di Caryl Chessman, divenuto celebre come "Il bandito della luce rossa", stupratore seriale attivo negli anni quaranta e giustiziato nel 1960 a San Quentin -: Thomas Bishop, spietato "cacciatore di demoni" continuamente celato da nuove identità nel corso della sua peregrinazione attraverso gli USA con la missione di sterminare tutte le donne del mondo, è riuscito nell'arduo compito di ricordare al sottoscritto il più grande serial killer che la letteratura abbia mai concepito, il Jean-Baptiste Grenouille del Capolavoro di Patrick Suskind Il profumo.
La prosa ed il piglio di Stevens, però, non sono lirici e maestosi come quelli che guidarono la mano dell'autore tedesco, quanto più legati all'immaginario di rottura che mosse molte correnti narrative negli States dello scandalo Watergate, del Vietnam e degli anni delle contestazioni - Zodiac e Tutti gli uomini del presidente sono stati davanti ai miei occhi durante la lettura almeno quanto Il silenzio degli innocenti e Manhunter -, chirurgici ed estremamente crudi - spesso i resoconti degli omicidi di Bishop sono corredati da dettagli che, ora come ora, creerebbero immediatamente scandalo e clamore attorno ad una proposta di questo tipo distribuita da una qualsiasi major -, nonchè concentrati su decine di personaggi e sulle vicende che la scia di sangue lasciata da Bishop finisce per scatenare anche a sua insaputa.
In questo senso, il respiro di Io ti troverò si estende come un orizzonte addirittura troppo ampio, con linee narrative che paiono perdersi ed altre che finiscono per assumere dimensioni molto maggiori di quanto non ci si sarebbe aspettato, dipingendo un affresco che, pur differente nel contesto e forse meno coeso nella sua "presenza", è riuscito a ricordarmi quello del Capolavoro di Don Winslow Il potere del cane, uno dei dieci romanzi fordiani della vita.
Ma mettendo da parte l'aspetto tecnico ed i riferimenti indotti dal testo di Stevens, resterebbe davvero moltissimo da dire a proposito della componente emotiva del ritratto che lo scrittore fornisce rispetto al suo protagonista Thomas Bishop, nella prima parte di fatto narrando la sua scoperta del mondo che fino ai venticinque anni ha potuto conoscere solo ed esclusivamente dalla televisione e dalla radio e nella seconda grazie all'indagine giornalistica di Adam Kenton, suo antagonista principale nonchè specchio "sano" rispetto alla devozione per la propria causa: perchè così come Bishop è consacrato alla sua missione di distruttore di vite e di "demoni", così Kenton lo è per il giornalismo e la verità venuta a galla grazie alle indagini di professionisti come lui, riferendosi agli eventi reali del Watergate che portarono alle dimissioni di Nixon così come a storie solamente letterarie come quella del senatore Stoner, che cavalcando l'onda del terrore seminato dal killer che si crede figlio di Chessman trova una via per giungere sulle prime pagine dei quotidiani nazionali garantendosi un futuro al Congresso - e, chissà, forse anche alla Presidenza - grazie alla sua posizione sulla pena di morte.
Proprio la pena capitale diviene uno dei punti focali del romanzo, mettendo il lettore a confronto con i concetti di Giustizia e di Vendetta di fronte all'orrore provocato dalle macabre gesta dell'assassino almeno quanto quelli di sanità e malattia mentale in grado di rendere lo stesso Bishop ad un tempo lupo ed agnello: cosa sarebbe accaduto se il piccolo Thomas non fosse stato allevato subendo l'odio ed i maltrattamenti estremi della madre? La sua crociata contro le donne e gli orribili delitti che il personaggio compie nella maggior parte delle quasi ottocento pagine del libro sono un'espressione della sua malattia o il segno di una crudeltà senza ritorno, di un Male assoluto che va oltre il disagio mentale?
Saremmo in grado noi, all'interno di vicende di questa portata, di rimanere lucidi ed affidarci ad alti concetti legislativi, o non vorremmo altro che mettere le mani al collo del mostro, e porre fine alla sua esistenza?
E questo stesso atto sarebbe espressione di pietà, o una vittoria contro qualcosa che non dovrebbe appartenere al nostro mondo?
Il confronto tra Kenton e Bishop, da questo punto di vista, è una vera e propria bomba pronta ad esplodere nel cuore dello spettatore.
Una mano che stringe la mano che strinse un coltello la cui lama pose fine a decine e decine di vite.
Quale sarà la scelta di quella mano?
Sarà la mano della Giustizia? Quella di un mostro? Quella di un uomo? O di un bambino?
Sarà aperta o chiusa?
La risposta l'abbiamo dentro.
Ma non è detto che sia facile o confortante scoprirla.


MrFord


"Everybody hates me now, so fuck it
blood's on my face and my hands, and i
don't know why im not afraid to cry
but thats none of your business
whose life is it? Get it? See it? Feel it? Eat it?
spin it around so i can spit in its face
I wanna leave without a trace
cuz i dont wanna die in this place."
Slipknot - "People=shit" -


lunedì 1 ottobre 2012

Eva

Regia: Kike Maillo
Origine: Spagna
Anno: 2011
Durata: 94'




La trama (con parole mie): in un futuro prossimo in cui la tecnologia ha portato ad uno sviluppo sempre maggiore della robotica, l'introverso scienziato Alex Garel torna al suo paese natale dopo un'assenza di dieci anni.
Lo scopo del rientro è quello di elaborare la parte emozionale di un prototipo che sia, di fatto, il primo a replicare le sensazioni e la vita dei bambini: il suo arrivo provoca stupore e turbamento nel fratello del giovane, David, anch'egli studioso, e soprattutto nella compagna di quest'ultimo, Lena, che pare avere un legame decisamente più profondo con Alex di quanto i due diano a vedere.
La figlia di David e Lena, Eva, conquista con la sua intelligenza lo zio, che decide di modellare il carattere del robot sul quale sta lavorando proprio sulla bambina: ma i segreti legati all'improvvisa partenza risalente a dieci anni prima dello stesso Alex, i sentimenti che prova per Lana e la natura di Eva porteranno a risvolti decisamente drammatici l'esperimento.




L'indagine sulla coscienza dei robot - o surrogati del genere - è ormai da decenni uno dei grandi classici della fantascienza, alla base di romanzi e film assolutamente mitici, su tutti l'indimenticabile Blade runner.
Eppure sono state molte le pellicole che, nel passato anche recente, sono state in grado di stupire pubblico e critica grazie alla loro profondità, come fu per uno dei titoli più interessanti dello scorso anno, lo splendido e profondo Non lasciarmi di Mark Romanek.
Eva giungeva praticamente con le stesse premesse poche settimane fa in sala, spinto dalle recensioni spesso entusiastiche della critica un pò più cool e fighetta - un nome su tutti, quello del mio antagonista Cannibale - e salutato come il suo erede effettivo: onestamente, non ho trovato male, o mediocre, il lavoro di Maillo, capace di costruire un prodotto in deciso crescendo, fotografato benissimo sui toni del marrone e del verde dell'autunno nonostante un'ambientazione prevalentemente invernale, in grado di far riflettere come di emozionare.
Eppure, guardandomi indietro non soltanto al termine della visione, ma anche nel corso della stessa, ho avuto l'impressione di essere di fronte ad un robot fatto e finito: un'opera studiata minuziosamente a tavolino e senza dubbio priva di quella scintilla in grado di inchiodare allo schermo come se fossimo proiettati direttamente al centro della vicenda.
Tutto, dal cast al comparto tecnico - montaggio non sempre perfetto escluso - porta infatti a pensare che si sia costruito Eva per il semplice scopo di avere una vetrina che permettesse a chi vi aveva lavorato di lanciarsi in un firmamento dalle prospettive di distribuzione ed economiche decisamente maggiori - qualcuno ha detto Hollywood!? - di quelle del mercato spagnolo: e senza dubbio Maillo ed i suoi hanno tutte le carte in regola per poter pensare di muoversi in un ambito internazionale, eppure qualcosa nell'opera che hanno orchestrato è suonato stonato, pur se accademicamente eseguito.
O forse è proprio questo, il problema di Eva: in fondo è difficile approfondire un argomento già trattato in tutte le salse - e alla grande - senza correre il rischio di risultare superflui, e se a questo si aggiungono una sceneggiatura a tratti troppo sbrigativa - e che avrebbe meritato un minutaggio decisamente più abbondante - ed un ritmo che - per quanto questo possa stridere con quello che ho appena scritto a proposito della durata - assume le dimensioni quasi soporifere di certi filmoni d'autore che ci si aspetta già in partenza come vere e proprie martellate nei genitali, il danno è fatto.
In fondo, questo film è il ritratto della sua protagonista - bravissima, tra l'altro, la piccola Claudia Vega -: cattura l'attenzione, si presenta nel migliore dei modi, affascina e porta lo spettatore a muovere un passo dopo l'altro verso di lei, eppure nasconde dei malfunzionamenti che porteranno, nonostante il finale indubbiamente emozionante, e chiedersi se davvero, una volta chiusi gli occhi - e terminata la proiezione - rimanga davvero qualcosa da guardare.
E se Roy Batty, all'apice del già citato Blade Runner, "ha visto cose che noi umani non possiamo neppure immaginare", riesce davvero difficile poter avere la stessa sensazione rispetto alla piccola Eva, che fungerà da ispirazione per i fallimenti del prodigio mancato Alex, che finisce per incarnare clamorosamente il regista: in fondo, questo è un film che racconta la storia di un sognatore mai davvero convinto di poter arrivare fino in fondo.
Lo stesso che dieci anni prima delle vicende narrate era fuggito di fronte ad una realtà che stava diventando troppo grande per qualcuno abituato a vivere ogni giorno costruendo sogni e coscienze, come una sorta di architetto divino: Alex sa bene perchè fugge, così come sa che il suo ritorno non porterà a nulla che non avesse già sperimentato.
Quella spiaggia rimarrà l'idillio infranto di un piccolo robot perduto, "che ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare", ma non se ne sarà neppure reso conto.
Perchè la luce si sarà spenta, e l'impressione per noi dall'altra parte dello schermo è che la stessa sia stata troppo fioca, come quella di un autunno che fa rimpiangere l'estate.



MrFord


"Sogna una carne sintetica 
nuovi attributi e un microchip emozionale
sogna di un bisturi amico 
che faccia di lei qualcosa fuori dal normale
sogna una carne sintetica
nuovi attributi e un microchip emozionale
occhi bionici più adrenalina
sensori e ciberbenetica neurale."
Subsonica - "Aurora sogna" -



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