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sabato 23 maggio 2015

Terminator

Regia: James Cameron
Origine: USA, UK
Anno: 1984
Durata: 107'






La trama (con parole mie): siamo nel pieno della primavera dell'ottantaquattro a Los Angeles quando dal distopico futuro del duemilaventinove, dominato dalle macchine e tenuto in vita da un gruppo di umani ribelli guidati da John Connor, giungono due guerrieri con missioni diametralmente opposte. Da un lato c'è un Terminator, organismo cibernetico rivestito di tessuto vivente, inviato dal computer Skynet per uccidere la trentacinquenne Sarah Connor, futura madre del rivale delle macchine John, e dall'altro il soldato profondamente umano Kyle Reeves, che ha il compito, assegnatogli proprio dal leader della resistenza umana nonchè suo migliore amico, di proteggerne la madre.
Cosa accadrà quando Sarah si troverà di fronte ad un destino futuro che non sa ancora di dover affrontare? E la battaglia tra i due visitatori che conseguenze avrà sul presente?








Ai tempi in cui vidi per la prima volta Terminator ero praticamente ancora un bambino, e non avevo assolutamente idea di quanto importante sarebbe stato il ruolo del Cinema nella mia vita - benchè, con mio fratello, già ci si stordisse a furia di videocassette consumate una dietro l'altra negli anni d'oro del noleggio -: ricordo, però, che rimasi impressionato da quel robot dagli occhi rossi che appariva praticamente invincibile, così determinato nella fredda esecuzione della sua missione da non dare alcuna speranza che le cose per i due protagonisti potessero in qualche modo mettersi bene.
Senza contare che quello stesso organismo cibernetico portava il volto e l'espressione granitica di Arnold Schwarzenegger, che ai tempi avevo conosciuto e già mitizzato per i due Conan, e che dunque appariva ai miei occhi come una sorta di supereroe positivo, più che un automa assassino.
Gli anni sono passati, e le visioni di quelli che ancora oggi considero come i due unici e veri Terminator si sono susseguite lasciando spazio anche all'opinione "critica" dell'appassionato, che ha finito per stimolare una due giorni dedicata alle gesta di Sarah e John Connor e dei loro alleati e nemici provenienti dal futuro da proporre qui al Saloon.
Dovendo scegliere un favorito, ho sempre preferito il sequel a questo primo lavoro di James Cameron dedicato ai Terminator, eppure, nonostante il passare degli anni e l'ovvio effetto vintage di tutto il comparto tecnico, trovo che questo numero uno sia assolutamente invecchiato alla grande, oltre ad aver, di fatto, settato uno standard in grado di mescolare l'esperienza di un survival horror al gusto unico delle grandi produzioni sci-fi, inserendo nel cocktail anche una dose più che robusta di thrilling ed azione ed un'attenzione notevole al sempre affascinante mondo dei viaggi nel tempo.
L'incrocio tra le esistenze di Kyle Reeves - il cui volto attoriale, Michael Biehn, sarà uno dei protagonisti anche di un altro grande successo di James Cameron, Aliens: Scontro finale - e di Sarah Connor, orchestrato dal futuro dal figlio di quest'ultima John, leader della resistenza umana, richiama le grandi saghe della Letteratura di fantascienza ed ha finito senza dubbio per essere di ispirazione per molte opere successive, e l'alchimia di questo elemento "complesso" con l'aggressiva e terrificante avanzata del Terminator produce un effetto che ancora oggi rende questo film assolutamente senza pause, graziato da un ritmo che neppure il suo pure più riuscito sequel non è stato in grado di eguagliare.
Perfino i passaggi più artigianali e fisici in qualche modo segnati dagli oltre trent'anni trascorsi dalla realizzazione - come le due strepitose sequenze dell'occhio e della prima apparizione del Terminator "nudo" tra le fiamme - riescono ad affascinare come se fossimo nel pieno di quegli anni ottanta fatti di pettinature improbabili ed accostamenti tra oscurità urbana e colori saturi e strade bagnate per le riprese notturne, e in un qualche Cinema, lontani dalle future realtà di internet e delle nuove tecnologie, staremmo con il fiato sospeso osservando Sarah e Kyle lottare non solo per le loro vite, ma per quella futura di un figlio che ha accettato, compreso e voluto l'incontro dei suoi genitori.
Quest'idea, che in un certo senso ribalta il concetto di concepimento e traccia una via per il destino al contrario, è una delle più interessanti, coinvolgenti e geniali di questo supercult, che dietro l'avanzata apparentemente inarrestabile del suo "cattivo" cela una trama ricca di spunti e riflessioni, forse in una certa misura figlia del suo tempo - il terrore di un prossimo futuro dominato dalle macchine a seguito di un olocausto nucleare tipico degli anni della Guerra fredda - eppure profondamente attuale anche oggi, con le dovute proporzioni del caso.
Considerato che si parla di viaggi nel Tempo, direi che anche Terminator, nel suo essere film, è stato fedele ai protagonisti di cui narra le gesta.




MrFord




"We’re scanning the scene in the city tonight
we’re looking for you to start up a fight
there’s an evil feeling in our brains
but it’s nothing new, you know it drives us insane."

Metallica - "Seek and destroy" - 





mercoledì 15 aprile 2015

Humandroid

Regia: Neill Blomkamp
Origine: USA, Messico, Sud Africa
Anno: 2015
Durata: 120'





La trama (con parole mie): siamo nel prossimo futuro a Johannesburg, e mentre la violenza ed i problemi sociali impazzano, una grande corporazione si affida alle creazioni del giovane genio della robotica Deon Wilson, progettista di una serie di automi programmati per prendere il posto degli agenti di polizia umani sempre al lavoro sull'idea di realizzare un prototipo dotato di una propria coscienza.
Accantonato dunque il progetto dell'ex militare Vincent Moore, che prevedeva l'utilizzo di droidi guidati da piloti umani tramite uno speciale casco in grado di creare un legame tra uomo e macchina, i nuovi tutori dell'ordine paiono trovare la loro dimensione risolvendo gran parte dei problemi di ordine pubblico: quando, però, il progetto di automa "umano" di Deon viene bocciato e quest'ultimo decide di portarlo comunque avanti all'insaputa dei propri capi, si innesca una serie di eventi che vede coinvolti lo stesso scienziato, una gang di criminali di strada, una sentinella robot destinata alla demolizione e lo stesso Moore.
Il file in grado di sviluppare "l'anima", infatti, inserito nel robot sulla via della rottamazione, da origine a Chappie, primo automa ad avere, in tutto e per tutto, una vita non solo fisica, ma anche e soprattutto sentimentale: combattuto tra l'idea di seguire le indicazioni del suo creatore o quelle dei nuovi amici della strada, Chappie diverrà l'ago della bilancia di uno scontro che potrebbe rivelarsi epocale.









Con ogni probabilità, essere dei talenti - sulla carta o effettivi - non è affatto un buon affare, almeno quando ci si ritrova costretti a mantenere fede ad aspettative alte da parte di chi attende al varco più un fallimento che un successo.
Neill Blomkamp, ex genietto legato al mondo della pubblicità divenuto una sorta di fenomeno qualche anno fa grazie all'ottimo District 9 - che, nonostante le prime diffidenze, convinse alla grande anche il sottoscritto, ed alimentò un culto sconsiderato per i gamberoni protagonisti - è senza dubbio, allo stato attuale, una delle vittime più illustri che la settima arte abbia fatto in questo senso.
Alle spalle, infatti, la delusione di Elysium - prima, grande prova sul banco fornito dal dorato mondo hollywoodiano -, il giovane cineasta sudafricano era di fatto chiamato, con questo Chappie ribattezzato - per una volta giustamente - dai titolisti italiani con Humandroid a convincere i fan più hardcore e legati all'autorialità di non essere un fuoco di paglia, il classico regista pronto a giocarsi le migliori cartucce all'esordio per poi sedersi su idee e soldi facili per tutto il resto della sua carriera, accontentandosi di divenire un mestierante.
Se, effettivamente, l'intento di Blomkamp era questo, occorre constatare quantomeno il suo parziale fallimento: Humandroid - o Chappie, che dir si voglia -, infatti, ripercorre le orme non certo entusiasmanti del già citato Elysium, fondamentalmente promettendo spunti interessanti di fatto seppelliti, ad opera completa, da un eccessivo citazionismo ed una dose altrettanto oltre misura di concessioni al grande pubblico ed al concetto di blockbuster.
Senza dubbio il quasi giovane regista - parliamo di un mio coetaneo, del resto, e dunque il suddetto quasi è d'obbligo - mostra di amare quello che, di fatto, pare essere stato il suo bagaglio culturale come spettatore - e come contraddirlo: si notano influenze che vanno da Corto circuito a Robocop, passando per Blade Runner, Mad Max e l'immaginario della sci-fi post atomica da Ken il guerriero all'intera o quasi produzione eighties del genere - senza però discostarsi dal plot che aveva fatto la sua fortuna con il film d'esordio, di fatto riportando Chappie alla condizione dei gamberoni e sfruttando l'umanizzazione della macchina neanche fossimo tornati ai fasti - impossibili da eguagliare - di Terminator 2.
Eppure, riferimenti ed ironia a parte - spassoso il "puttana di figlio", già cult -, diversi ingranaggi paiono incepparsi, nell'apparentemente ben confezionata macchina del buon Neill: dallo script - decisamente spezzettato e poco sensato nella gestione dei personaggi, dalla gang di criminali al creatore di Chappie - al cast - che, tolti i due interpreti "musicali" di Yo-Landi e Ninja, pare assolutamente svogliato a partire da Hugh Jackman -, senza contare la quasi perenne sensazione di deja-vù, appare presto evidente che, se la speranza era di poter sfruttare questo film per consacrare una volta per tutte il suo regista, la stessa ha finito per essere disillusa neppure troppo difficilmente.
Il risultato portato sullo schermo, infatti, tolta la resa artigianale, gli effetti - ottimi tutti i robots ed i loro movimenti - ed alcuni passaggi molto divertenti - il primo furto d'auto del protagonista -, finisce per inserirsi a pieno titolo tra le visioni destinate ad essere dimenticate non troppo tempo dopo il passaggio sui nostri schermi: Blomkamp manca il bersaglio grosso, dunque, e senza alcuna possibilità di appello, ma quantomeno evita l'incazzatura e la tempesta di bottigliate che ne avrebbero almeno qui al Saloon compromesso il futuro e la credibilità quantomeno presentando un prodotto visivamente ben realizzato, male strutturato ma in grado di apparire funzionale quantomeno a chi per la prima volta si confronterà con l'operato di questo regista.
Non è molto, ma è molto di più di quanto non si potrebbe pensare, considerato il fatto che Humandroid ha tutto il diritto di essere ascritto alla categoria degli esperimenti sbagliati.
Con buona pace dell'ottimo Chiappie, che nonostante l'età avanzata vorrei davvero come compagno di giochi e scorribande, per me quasi prima ancora che per il Fordino.




MrFord




"Oooh rock'n'roll robot, 
oooh rock'n'roll robot
io ti amo, io ti cerco, io ti voglio, 
rock'n'roll robot."
Alberto Camerini - "Rock and roll robot" - 




martedì 3 marzo 2015

Automata

Regia: Gabe Ibanez
Origine: Bulgaria, USA, Spagna, Canada
Anno: 2014
Durata: 109'





La trama (con parole mie): in un futuro prossimo in cui le tempeste solari hanno ridotto a pochissimi milioni di persone la popolazione umana, i sopravvissuti si affidano agli interventi di contenimento di una nuova generazione di automi programmati per proteggere e servire senza opporre resistenza alcuna, o domande che possano rompere gli equilibri.
Jacq Vaucan, emissario della più grande compagnia produttrice di robots ed addetto alla parte assicurativa, entra in contatto con un poliziotto alcolizzato che afferma di aver terminato uno degli automi intento ad autoripararsi e modificarsi: l'incontro è solo l'inizio di una serie di scoperte che porteranno Vaucan a venire in contatto con un gruppo di ribelli meccanici desiderosi di emanciparsi dal loro compito di schiavi senza volontà, mettendo a rischio non solo il suo lavoro ed incolumità, ma anche il futuro della sua compagna e della figlia che porta in grembo.







In condizioni normali, se qualcuno mi avesse presentato a scatola chiusa una produzione iberico/bulgara/nordamericana di fantascienza con protagonista Antonio Banderas, avrei pensato senza dubbio ad uno scherzo, o ad un prodotto di infima serie godurioso e senza alcun ritegno da serata a neuroni staccati: al contrario Automata, prodotto di nicchia e, seppur non perfetto, assolutamente interessante di Gabe Ibanez, è tutto fuorchè una visione da poco, o da dedicare alle serate con gli amici sotto i pesanti effetti dell'alcool.
Ottimamente confezionato - come si scriveva qualche giorno fa qui al Saloon, una produzione artigianale che in Italia possiamo solo sognarci -, forse troppo derivativo ma ugualmente efficace, non brillantissimo in quanto a ritmo eppure funzionale negli intenti, Automata mescola le atmosfere di complotto di Minority Report, le velleità sociali di Blade Runner, la critica di District 9 e l'azione di Dredd: senza dubbio non siamo dalle parti del cult, e neppure del Capolavoro, eppure, considerate le aspettative e le basi di partenza, il risultato è quantomeno archiviabile come un successo, un prodotto in grado di fare ben sperare ed una delle cose più genuine che la fantascienza abbia portato sul grande schermo - in termini di distribuzione mainstream - di recente.
Lo stesso protagonista, che dagli Expendables alle pubblicità del Mulino Bianco abbiamo ormai imparato a vedere in tutte le vesti possibili ed immaginabili, funziona, e regala all'audience emozioni che parevano sopite dai tempi di El mariachi e C'era una volta in Messico, pur mostrando un carattere più riflessivo e da "lone wolf" che non da tamarro spaccaculi: onestamente, Banderas mi è sempre stato simpatico, dai primi lavori con Almodovar allo spassoso Two Much, e non sarei riuscito a volergli male neppure a fronte di un fallimento clamoroso, eppure con la sua presenza e l'impegno che pare avere profuso per il ruolo di Jacq riesce addirittura a rendere credibile perfino la sua compagna Melanie Griffith, presente in una piccola parte e sempre più inguardabile.
A prescindere, comunque, dalla metà di Banderas e dalla componente umana della pellicola - che, di fatto, rappresenta anche la critica sociale di Ibanez -, veri protagonisti sono i robots, ottimamente realizzati ed in grado non solo di riportare visivamente alla memoria i bei tempi dei gamberoni di Neil Blomkamp, ma anche di stimolare riflessioni forse non nuove ma ugualmente interessanti a proposito della libertà di pensiero e di azione, e del ruolo che, nel corso della Storia, hanno avuto i governi e gli organismi di controllo sul libero arbitrio e la sua espressione.
L'escalation finale ed il legame tra Vaucan e la sua famiglia e quella dei robots con il loro "nuovo nato" è da questo punto di vista molto azzeccata, tanto da portare a galla prima dell'azione, degli effetti e delle sparatorie l'efficacia principalmente concettuale di un film sulla carta nato esclusivamente a servizio della parte ludica e d'intrattenimento.
Ma il vero motivo di vanto per Gabe Ibanez ed Automata è e sarà principalmente quello di avermi regalato la prima visione quantomeno discreta che annoveri nel cast Dylan McDermott, fino ad ora garanzia assoluta di schifezza atomica neanche fosse l'ultimo degli Steven Seagal: una cosa davvero non da poco per un titolo sulla carta di seconda fascia lasciato per mesi a prendere polvere in uno dei tavoli più remoti del Saloon e recuperato quasi per caso, così come casualmente deve averlo proposto la distribuzione nostrana.




MrFord




"Stop trying to live my life for me
I need to breathe
I'm not your robot
stop telling me I'm part of the big machine
I'm breaking free
can't you see,
I can love, I can speak
without somebody else operating me
you gave me eyes so now I see
I'm not your robot, I'm just me."
Miley Cyrus - "Robot" -




sabato 30 novembre 2013

Battle of the damned

Regia: Christopher Hutton
Origine: USA, Singapore
Anno: 2013
Durata: 88'




La trama (con parole mie): Max Gatling, un veterano e mercenario di un numero imprecisato di guerre, è assoldato da un riccone affinchè recuperi la figlia dello stesso, rimasta prigioniera nel cuore di una città del Sud Est asiatico trasformata da una misteriosa epidemia in una sorta di banchetto per umani divenuti zombies iperattivi assetati di sangue.
Aiutato prima da una squadra di soldati e dunque da un manipolo di robot ai suoi ordini, Gatling dovrà rintracciare la ragazza, convincerla con le buone o le cattive a ripartire con lui ed affrontare le orde impazzite come soltanto un Expendable sa fare: peccato che i compagni di "prigionia" della giovane non siano d'accordo al vederla partire, e che la stessa sia incinta della persona che Gatling ha il compito di eliminare una volta messo al sicuro il suo "pacco".




Questo film partecipa più che orgogliosamente alla carrellata molto, molto Expendables denominata per l'occasione "Meniamo le mani".


L'iniziativa delle Expendables weeks sponsorizzata - e dal sottoscritto fortemente voluta - dal mitico Frank Manila e concretizzatasi in questi giorni passando come un testimone da un blog cinematografico all'altro è stata un piacevole pretesto per recuperare un titolo del quale di recente avevo spesso sentito parlare, e che immediatamente aveva toccato le corde del tamarro che risiede nel sottoscritto grazie ad una delle icone "minori" dell'action anni ottanta, quel Dolph Lundgren del "ti spiezzo in due" e di chicche quali Red scorpion.
Se, inoltre, al buon vecchio Ivan Drago aggiungiamo zombies e robot gli uni contro gli altri, andiamo ad ottenere un cocktail esplosivo ed imperdibile per qualsiasi appassionato del genere: il risultato finale è una tamarrata di quelle delle grandi occasioni, girato perfino poco meglio di quanto ci si potesse aspettare - io già consideravo di trovarmi di fronte ad una sorta di nuovo Sharknado - cui manca, però, se non nel finale, la zampata in grado di trasformare una normale uscita scassona in un vero cult da Expendables duri e puri.
Certo, vedere Lundgren - tra l'altro con visibili problemi di deambulazione - intento a sparare raffiche di mitra in compagnia di un gruppo di automi senzienti programmati per essere i suoi guardaspalle - con tanto di cameratismo e battute del caso - è un piacere per gli occhi ed il cuore, così come assistere a geniali tocchi di classe come il robot "infettato" dagli zombies come se fosse umano, eppure la prima parte del film fatica ad ingranare la marcia giusta, i comprimari non sono all'altezza - diciamo che il casting non è proprio quello delle grandi occasioni - e senza dubbio lo script patisce la mancanza di una dose decisamente più massiccia di ironia, sprecato in una partenza che vorrebbe ricalcare i fasti di prodotti di grande successo come The walking dead o 28 giorni dopo con tanto di homo homini lupus come morale senza pensare che pellicole di questo calibro non hanno alcun bisogno di etica, o giustificazione.
Non voglio comunque che passi un segnale sbagliato rispetto a Battle of the damned, che resta divertente e fracassone quanto basta per passare una serata di grandissima goduria a neuroni zero come se fossimo tornati indietro di trent'anni, quanto più semplicemente sottolineare quanto ormai per l'action sguaiata sia necessiario come l'ossigeno o i suoi eroi dei bei tempi che la componente ironica - se non addirittura comica - diventi parte integrante dell'insieme almeno quanto infetti assetati di sangue, automi, pallottole, calci rotanti ed esplosioni assortite.
Solo così, infatti, l'eredità di questo magico mondo continuerà a lottare anche e soprattutto per noi peccatori.



MrFord


"Oh Yoshimi, they don't believe me
but you won't let those robots eat me
Yoshimi, they don't believe me
but you won't let those robots defeat me."
The Flaming Lips - "Yoshimi battles the pink robots part 1" - 

lunedì 1 ottobre 2012

Eva

Regia: Kike Maillo
Origine: Spagna
Anno: 2011
Durata: 94'




La trama (con parole mie): in un futuro prossimo in cui la tecnologia ha portato ad uno sviluppo sempre maggiore della robotica, l'introverso scienziato Alex Garel torna al suo paese natale dopo un'assenza di dieci anni.
Lo scopo del rientro è quello di elaborare la parte emozionale di un prototipo che sia, di fatto, il primo a replicare le sensazioni e la vita dei bambini: il suo arrivo provoca stupore e turbamento nel fratello del giovane, David, anch'egli studioso, e soprattutto nella compagna di quest'ultimo, Lena, che pare avere un legame decisamente più profondo con Alex di quanto i due diano a vedere.
La figlia di David e Lena, Eva, conquista con la sua intelligenza lo zio, che decide di modellare il carattere del robot sul quale sta lavorando proprio sulla bambina: ma i segreti legati all'improvvisa partenza risalente a dieci anni prima dello stesso Alex, i sentimenti che prova per Lana e la natura di Eva porteranno a risvolti decisamente drammatici l'esperimento.




L'indagine sulla coscienza dei robot - o surrogati del genere - è ormai da decenni uno dei grandi classici della fantascienza, alla base di romanzi e film assolutamente mitici, su tutti l'indimenticabile Blade runner.
Eppure sono state molte le pellicole che, nel passato anche recente, sono state in grado di stupire pubblico e critica grazie alla loro profondità, come fu per uno dei titoli più interessanti dello scorso anno, lo splendido e profondo Non lasciarmi di Mark Romanek.
Eva giungeva praticamente con le stesse premesse poche settimane fa in sala, spinto dalle recensioni spesso entusiastiche della critica un pò più cool e fighetta - un nome su tutti, quello del mio antagonista Cannibale - e salutato come il suo erede effettivo: onestamente, non ho trovato male, o mediocre, il lavoro di Maillo, capace di costruire un prodotto in deciso crescendo, fotografato benissimo sui toni del marrone e del verde dell'autunno nonostante un'ambientazione prevalentemente invernale, in grado di far riflettere come di emozionare.
Eppure, guardandomi indietro non soltanto al termine della visione, ma anche nel corso della stessa, ho avuto l'impressione di essere di fronte ad un robot fatto e finito: un'opera studiata minuziosamente a tavolino e senza dubbio priva di quella scintilla in grado di inchiodare allo schermo come se fossimo proiettati direttamente al centro della vicenda.
Tutto, dal cast al comparto tecnico - montaggio non sempre perfetto escluso - porta infatti a pensare che si sia costruito Eva per il semplice scopo di avere una vetrina che permettesse a chi vi aveva lavorato di lanciarsi in un firmamento dalle prospettive di distribuzione ed economiche decisamente maggiori - qualcuno ha detto Hollywood!? - di quelle del mercato spagnolo: e senza dubbio Maillo ed i suoi hanno tutte le carte in regola per poter pensare di muoversi in un ambito internazionale, eppure qualcosa nell'opera che hanno orchestrato è suonato stonato, pur se accademicamente eseguito.
O forse è proprio questo, il problema di Eva: in fondo è difficile approfondire un argomento già trattato in tutte le salse - e alla grande - senza correre il rischio di risultare superflui, e se a questo si aggiungono una sceneggiatura a tratti troppo sbrigativa - e che avrebbe meritato un minutaggio decisamente più abbondante - ed un ritmo che - per quanto questo possa stridere con quello che ho appena scritto a proposito della durata - assume le dimensioni quasi soporifere di certi filmoni d'autore che ci si aspetta già in partenza come vere e proprie martellate nei genitali, il danno è fatto.
In fondo, questo film è il ritratto della sua protagonista - bravissima, tra l'altro, la piccola Claudia Vega -: cattura l'attenzione, si presenta nel migliore dei modi, affascina e porta lo spettatore a muovere un passo dopo l'altro verso di lei, eppure nasconde dei malfunzionamenti che porteranno, nonostante il finale indubbiamente emozionante, e chiedersi se davvero, una volta chiusi gli occhi - e terminata la proiezione - rimanga davvero qualcosa da guardare.
E se Roy Batty, all'apice del già citato Blade Runner, "ha visto cose che noi umani non possiamo neppure immaginare", riesce davvero difficile poter avere la stessa sensazione rispetto alla piccola Eva, che fungerà da ispirazione per i fallimenti del prodigio mancato Alex, che finisce per incarnare clamorosamente il regista: in fondo, questo è un film che racconta la storia di un sognatore mai davvero convinto di poter arrivare fino in fondo.
Lo stesso che dieci anni prima delle vicende narrate era fuggito di fronte ad una realtà che stava diventando troppo grande per qualcuno abituato a vivere ogni giorno costruendo sogni e coscienze, come una sorta di architetto divino: Alex sa bene perchè fugge, così come sa che il suo ritorno non porterà a nulla che non avesse già sperimentato.
Quella spiaggia rimarrà l'idillio infranto di un piccolo robot perduto, "che ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare", ma non se ne sarà neppure reso conto.
Perchè la luce si sarà spenta, e l'impressione per noi dall'altra parte dello schermo è che la stessa sia stata troppo fioca, come quella di un autunno che fa rimpiangere l'estate.



MrFord


"Sogna una carne sintetica 
nuovi attributi e un microchip emozionale
sogna di un bisturi amico 
che faccia di lei qualcosa fuori dal normale
sogna una carne sintetica
nuovi attributi e un microchip emozionale
occhi bionici più adrenalina
sensori e ciberbenetica neurale."
Subsonica - "Aurora sogna" -



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