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venerdì 2 giugno 2017

Amore e inganni - Love&Friendship (Whit Stillman, Irlanda/Francia/Olanda, 2016, 90')




Nel corso delle mie stagioni da cinefilo radical, i film in costume hanno rappresentato una buona fetta di visioni che, in alcuni casi, ha portato qui al Saloon titoli degni di essere chiamati Capolavori - Barry Lyndon e L'età dell'innocenza su tutti -, così come in tempi meno sospetti più recenti produzioni come A royal affair hanno conquistato il favore di questo vecchio cowboy nonostante un'ambientazione non più così favorevole al sottoscritto.
Amore e inganni - adattamento dell'originale Love&Friendship -, tratto da un lavoro della celebre Jane Austen ed incentrato sugli intrighi orditi in società dalla machiavellica Lady Susan Vernon, rimasto ad attendere la visione per diversi mesi a causa di numerosi dubbi sul suo effettivo valore, purtroppo ha rispettato le aspettative non rosee, di fatto rimanendo ben lontano dalla qualità dei titoli sopra citati: nonostante, infatti, alcune critiche molto esaltate - forse qualche radical ha abusato a mia insaputa di white russian - ed un main charachter dalle potenzialità incredibili - e ben reso da Kate Beckinsale, devo ammettere -, il lavoro di Whit Stillman risulta noioso come un the delle cinque con un gruppo di zitellone senza ritegno, troppo tagliato con l'accetta nello script - alcuni passaggi della seconda parte sono quantomeno frettolosi, tanto da avermi fatto pensare ad alcune sforbiciate selvagge in post produzione - e poco incisivo nella regia e nel ritmo - un'ora e mezza che paiono quattro, roba da sognarsi una bella sbronza con tanto di sonno ristoratore che faccia dimenticare il tutto -, cui non riescono a porre rimedio neppure gli incredibili stratagemmi messi in atto dalla protagonista, talmente odiosa ed intrigante da apparire, a conti fatti, irresistibile rispetto agli scialbi nobili dei quali, di fatto, continua in un modo o nell'altro a farsi beffe.
Un vero peccato, da questo punto di vista, perchè Lady Susan Vernon avrebbe meritato un destino cinematografico decisamente migliore di quello riservatole da Stillman - del resto, io non sono un suo grande fan, avendo considerato The last days of disco poco più di un filmetto e Damsels in distress una vera schifezza -, che avrebbe potuto portarla nell'Olimpo dei "villain" di questi ultimi anni di settima arte e darle una visibilità maggiore presso il grande pubblico, sia dalla parte maschile che femminile in termini di possibilità di imparare come si muove davvero un predatore che conosce i sentimenti ed i loro tranelli all'interno non solo della società, ma anche e soprattutto del cuore delle persone.
L'unico merito che mi sento di assegnare a questo film è quello di avermi invogliato a recuperare il lavoro originale della Austen e scoprire quanto più possibile a proposito di Lady Vernon, che in qualche modo, minuto dopo minuto, seduzione dopo seduzione, intrigo dopo intrigo, pare decisamente ed inesorabilmente aver conquistato anche me.




MrFord




 

sabato 4 giugno 2016

Rebellion - Il caso Litvinenko

Regia: Andrey Nekrasov
Origine: Russia
Anno: 2007
Durata:
105'








La trama (con parole mie): il ventitre novembre del duemilasei muore a Londra, a seguito di un avvelenamento da polonio 210, Alexandr Litvinenko, ex agente dei servizi segreti russi divenuto un fermo oppositore del regime di Putin ed un dissidente rispetto alle colpe che gli stessi organi di controllo dei quali faceva parte affermava avessero in relazione ad eventi tragici come gli attentati a Mosca del novantanove, imputati ai terroristi ceceni.
Il suo amico e confidente, il regista Andrey Nekrasov, grazie a filmati di repertorio ed interviste raccolte nel corso degli anni e della vita da esule di Litvinenko, costruisce un documento che accusa pubblicamente il governo Putin e denuncia - grazie anche alle citazioni di personaggi fondamentali come quello della giornalista Anna Politkovskaja - tutte le ombre di quella che, più che democrazia, appare dittatura mascherata.








Non credo di avere mai avuto il carattere migliore, per poter pensare di sopportare idee totalitarie o "di regime", a prescindere dalle posizioni politiche - anche perchè, di fatto, quando si raggiungono gli estremi si finisce per essere sempre paurosamente simili -: fin dall'adolescenza, ho manifestato uno spiccato senso di ribellione rispetto al potere costituito così come all'arroganza di chi lo esercita, e quando non ho potuto contrastarlo apertamente, ho sempre cercato, in qualche modo, di fregarlo senza che potesse accorgersene.
Ricordo vagamente dai telegiornali la morte di Litvinenko, ex agente segreto russo divenuto dissidente del governo Putin, giunta sulla scia dell'ancora più clamorosa uccisione di poco precedente della giornalista Anna Politkovskaja, le polemiche sul ruolo dell'Italia nello stesso avvelenamento, le accuse ed i processi ovviamente finiti in fumo una volta sedimentatasi la notizia: onestamente, io stesso dopo il clamore del momento avevo accantonato la questione fino a quando, grazie a Julez ed alle sue dritte rispetto allo streaming di Mymovies, ho recuperato questo Rebellion - Il caso Litvinenko, un accorato omaggio del suo regista Andrey Nekrasov allo stesso ex agente segreto, frutto della collaborazione e dell'amicizia che si era creata tra i due nel corso degli anni.
Da appassionato di documentari, devo ammettere che questo Il caso Litvinenko non è, cinematograficamente parlando, il meglio che si possa chiedere: è fazioso, poco obiettivo, arrangiato probabilmente con mezzi limitati e molto influenzato dalla componente emotiva del suo autore, pronto a fare leva anche su immagini molto forti - i bambini ceceni di un suo lavoro precedente, lo stesso Litvinenko sul letto di morte - pur di testimoniare un dramma che noi occidentali abbiamo vissuto soltanto attraverso la narrazione filtrata dei media, asserviti ai grandi poteri o no, che fossero.
Eppure, per quanto non perfetto, questo lavoro assume una grande importanza in quanto testimonianza della determinazione e della passione di chi lotta contro il sistema quando lo stesso pare senza controllo, travolto dalla febbre del Potere e tutto quello che dallo stesso consegue: pulite oppure no, colpevoli in cerca di redenzione o semplicemente martiri, persone come Litvinenko sono simboli ai quali non si dovrebbe mai rinunciare, perchè stimoli fondamentali non solo nelle lotte per i diritti civili, ma anche e soprattutto per il Diritto principale, quello della Libertà.
Di pensiero, opinione, culto e qualsiasi altra cosa possa passarvi per la mente.
Certo, pensare di essere in qualche modo paladini super partes apparirà sempre esagerato, ma le voci di chi continuerà ad avere il coraggio di dire anche solo semplicemente no, o denunciare qualcosa che non si ritiene giusto, saranno le basi per società speriamo più giuste che si costruiranno - sempre speriamo - in futuro: in fondo, le vite e le morti di tutti questi combattenti sono state fondamentali per garantire a tutti noi, nel pieno degli Anni Zero, anche quel poco di Diritti che abbiamo o che crediamo di avere, o che i nostri antenati non potevano neppure sognare per il più fortunato dei loro discendenti.
Senza dubbio i Putin, i despoti ed i tiranni continueranno ad esistere ed imperversare, ma sapere che c'è qualcuno che non ha paura di battersi contro di loro anche quando la morte arriva a bussare alla sua porta, è assolutamente confortante.
E li fa sembrare tutti molto più deboli di quanto non vogliano apparire circondati da tutto quel Potere.





MrFord





"Ti muovi sulla destra poi sulla sinistra
resti immobile sul centro
provi a fare un giro su te stesso, un giro su te stesso."
Franco Battiato - "Il ballo del potere" -





lunedì 4 marzo 2013

A royal affair

Regia: Nikolaj Arcel
Origine: Danimarca
Anno: 2012
Durata: 137'




La trama (con parole mie): Caroline Mathilde, promessa sposa al sovrano di Danimarca Christian alle origini dell'epoca illuminista che cambierà l'Europa ed il mondo, si ritrova costretta dopo essere cresciuta in Inghilterra regina in un Paese soggiogato dalla Chiesa e dai dogmi ed alle prese con un compagno instabile e scombinato, almeno fino a quando come medico di corte viene reclutato Johann Friedrich Struensee, un sostenitore delle nuove correnti illuminate che fin dal principio esercita un'influenza favorevole su Christian così come su Caroline, che presto si innamora di lui.
L'idillio tra i due, tradotto in un'innovazione nelle leggi danesi come non se ne erano ancora conosciute ai tempi, da origine ad un tracollo quando la regina rimane incinta di Johann: i vecchi membri del Consiglio di Stato, ancora legati al loro antico potere, faranno tutto ciò che sarà possibile per ripristinare lo status quo.






Devo ammettere che, andando indietro con la memoria agli ultimi anni, non ricordo una gara così interessante rispetto alla selezione dei film candidati all'Oscar come miglior pellicola in lingua straniera come quella cui abbiamo appena assistito: nonostante la clamorosa esclusione di Quasi amici, infatti, la cinquina giunta alla notte più famosa e celebrata del Cinema ha regalato davvero ottima materia al pubblico - non quello italiano, ovviamente, che ha visto distribuita soltanto una delle cinque candidate - sfoderando stili ed affrontando vicende profondamente differenti tra loro.
L'ultimo a giungere sugli schermi del Saloon - divenuto il mio personale favorito - è stato questo A royal affair, pellicola danese diretta da Nikolaj Arcel - che grazie a questo titolo rompe il suo silenzio sulla scena internazionale e fa salire tantissimo le aspettative sul progetto legato all'adattamento cinematografico de Il potere del cane di Don Winslow, uno dei miei romanzi preferiti di tutti i tempi, che pare sia stato affidato proprio a lui - con una classe da veterano e che, oltre a fotografare una delle epoche più importanti per quanto riguarda il progresso sociale e culturale della civiltà occidentale - l'Illuminismo -, assume le sembianze di splendida metafora del Potere in tutte le sue forme, da quello politico a quello sentimentale, dall'anelito di libertà ai gemiti da letto.
Come se non bastasse, senza cadere nella trappola del film in costume tutto forma e niente sostanza, Arcel confeziona una sorta di thriller sentimentale che fa tesoro della lezione di pietre miliari come Barry Lyndon, L'età dell'innocenza e Ritratto di signora senza dimenticarsi di un pizzico di follia in pieno stile del Forman di Amadeus: supportato da un cast in ottima forma - e da un sempre grande e sempre più fordiano Mads Mikkelsen -, il regista esplora uno dei momenti più delicati della storia del suo paese presentandone i molteplici volti, sfruttando la voce narrante e lo struggimento della protagonista femminile, la regina Caroline Mathilde - soffocata nel suo ideale di donna emancipata da una società profondamente dogmatica e chiusa - così come la follia e l'imprevedibilità del suo forzato consorte Christian - in più di un senso vera vittima dell'evolversi degli eventi, lasciato solo nella sua eccentrica unicità e sconvolgimento interiore, sfruttato e circuito da tutti, chi per costrizione e chi per amicizia interessata -, il confronto tra la nobiltà bigotta e figlia degli schematismi religiosi ed un popolo abbandonato a se stesso e pronto ad essere manovrato senza dimenticare, ovviamente, il ruolo del suo più complesso personaggio, il medico personale di Christian ed amante di Caroline Mathilde Johann Friedrich Struensee.
Quest'ultimo, spirito libero e seguace dell'Illuminismo, diviene il simbolo più intenso della fallibilità umana e della vulnerabilità che in quanto appartenenti all'umanità stessa presentiamo nei confronti del Potere, del suo esercizio e della lotta a combatterlo: le idee rivoluzionarie e la fede nel popolo venute a contatto con le esigenze di un capo di stato creano una tempesta di conflitti da brivido, che barcolla lungo una corda tesa tra le citazioni dell'Amleto ed una censura prima abolita e dunque ripristinata, un amore troppo grande per essere sopportato da un'amicizia ed un mondo ancorato a principi che tutti violano in silenzio, ma nessuno può permettersi di affrontare a testa alta e alla luce del sole.
In questo senso, script e regia mostrano con classe e maestria i protagonisti della vicenda soprattutto nelle loro fallibilità, fornendo un ritratto del progresso - perchè di progresso si trattò, per la Danimarca, da quel momento in avanti, fino al colpo di stato che orchestrò il figlio di Christian - che passa attraverso passioni ed errori tutti umani volti ad un ideale che pare sempre troppo alto ma non per questo inaccessibile, quasi si trattasse di un viaggio in avanti nel tempo anche oltre l'epoca dei Lumi, alla ricerca di quel romanticismo incontrollabile che portò gli ideali delle Grandi Rivoluzioni dal macroscopico della società al microscopico - per così dire - del cuore.
A royal affair riesce, e con uno stile impeccabile, a raccontare la perfezione dell'imperfezione, il coraggio degli errori, il lato travolgente e scomodo dell'amore, la corruzione del Potere e l'esaltazione provocata dal suo esercizio - nel bene o nel male che sia -, la lotta per la Libertà che l'Uomo ha combattuto fin dall'alba dei tempi e che non riguarda e riguarderà mai soltanto l'esterno, le regole, i dogmi, il contesto entro il quale ci muoviamo, ma anche e principalmente noi stessi.
Perchè è sempre da quelle profondità in cui scaviamo quando rimaniamo soli e volgiamo lo sguardo al nostro cuore che tutto parte: che sia una rivoluzione, un capriccio, l'amore di una vita o la scopata di una notte.
O un regno per un cavallo.


MrFord


"I was dreaming in my dreaming
of an aspect bright and fair
and my sleeping it was broken
but my dream it lingered near
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened."
Patty Smith - "People have the power" -


martedì 18 settembre 2012

The Bourne legacy

Regia: Tony Gilroy
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 135'




La trama (con parole mie): Aaron Cross, agente addestrato e potenziato geneticamente in base ad uno dei programmi nati per costruire intere unità ispirate al ribelle Jason Bourne, scopre sulla pelle che, nel momento in cui l'intera operazione che ha portato alla sua formazione viene portata alla luce, lui e tutti i suoi "colleghi", così come gli scienziati che li hanno monitorati, sono in pericolo di vita.
Con i servizi segreti alle costole ed una dottoressa travolta dagli eventi accanto, Cross dovrà scoprire con chi ha a che fare, cosa fare in modo da potersi liberare dei medicinali che deve costantemente ingerire, far perdere le sue tracce, salvare la vita della donna e, ovviamente, restare vivo.
Perchè tutto questo sia possibile, dovrà imperversare tra l'Alaska, gli States ed il cuore di Manila, dove lo attende il confronto con un suo simile inviato per "chiudere la pratica".





Ricordo che mi accostai al primo capitolo della saga di Jason Bourne con uno scetticismo notevole: in primo luogo, James Bond nel Cinema e l'agente XIII nel Fumetto rimanevano due standard difficili da eguagliare, ed in secondo Matt Damon con il suo viso da bravo ragazzo e la tendenza ad imbolsire non mi ispiravano per nulla l'immagine del coriaceo agente segreto spaccaculi.
Al contrario di quanto pensassi, invece, i tre film dedicati alle sue gesta mi sorpresero tutti in positivo rivelandosi più che discreti sia dal punto di vista della regia che della narrazione, tanto da riuscire a rendere credibile anche un protagonista che pareva completamente fuori ruolo.
Per questo nuovo capitolo, che prevedeva un cambio che avrebbe portato all'introduzione di un nuovo eroe, le cose hanno funzionato esattamente al contrario: un trailer adrenalinico ed un volto decisamente più action - quello di Jeremy Renner, che da Mission impossible: protocollo fantasma a The Avengers ci ha abituati ad una certa impostazione e fisicità - che promettevano scintille hanno portato, in conclusione, ad una pellicola che non risulta niente più di un buon compitino svolto dal regista Tony Gilroy, sceneggiatore anche dei capitoli precedenti per la prima volta chiamato a dirigere le gesta del "suo" Bourne.
Ed è proprio nella regia - e nell'approccio alla pellicola in generale - che vanno ricercati i difetti più grandi di The Bourne legacy: sicuramente precisa, eppure assolutamente anonima sia per quanto riguarda le parti dedicate all'intrigo che quelle concentrate sull'azione, la mano di Gilroy non rischia mai per evitare di strafare - in positivo o in negativo -, poggiando tutti i rischi sulle spalle della coppia di protagonisti - entrambi ottimi - e gestisce male tempi e ritmi - ad una prima metà decisamente verbosa anche per un film di spionaggio ne segue una seconda tutta votata all'azione, con un inseguimento conclusivo a dir poco estenuante per durata e crescendo nonchè decisamente inefficace nella sua conclusione -. 
Un sacrificio, insomma, a favore di una netta distinzione tra costruzione e climax che manca dell'equilibrio al contrario mostrato da una pellicola cui questa è decisamente ispirata, l'ottimo Casinò Royale firmato da Martin Campbell, grande rilancio della figura di James Bond dopo anni di pressochè totale anonimato.
Scritto in questo modo pare quasi un errore trovare i due bicchieri lì in alto invece che le più toste delle bottigliate, eppure nonostante i difetti appena elencati, la durata eccessiva - quando mancano ritmo e coinvolgimento, più di due ore possono risultare infinite per una pellicola action - e più di una punta di noia, il prodotto è sicuramente più che guardabile, il cast - come già sottolineato - funziona alla grande - anche il buon vecchio Edward Norton nei panni di boss senza scrupoli dei servizi segreti - e lo sfruttamento della cornice rende un ottimo servizio alle riprese - dalle distese innevate dell'Alaska al cuore della Manila decisamente non per turisti -.
Certo, se a dirigere l'orchestra fosse stato il Gareth Evans di quella ficata pazzesca di The raid - Redemption, probabilmente le cose sarebbero state ben diverse ma, da quasi tutti i punti di vista, non si poteva davvero chiedere di più ad uno sceneggiatore che, a mio parere, regista non è quasi per nulla e che senza dubbio manca del talento di Paul Greengrass - che firmò i due film precedenti -.
Il botteghino, per ora, non ha premiato lo sforzo, eppure al sottoscritto non dispiacerebbe vedere di nuovo Aaron Cross e la sua compagna di viaggio Martha Shearing alle prese con una successiva avventura, che potrebbe essere sempre scritta da Gilroy ma avvalersi dell'aiuto di qualcuno che possa davvero spingere a fondo l'acceleratore di un charachter che, nonostante abbia tutto dalla sua sulla carta, rischia davvero di scomparire se confrontato con un pur - sempre sulla carta - non irresistibile predecessore.


MrFord


"Extreme ways are back again
extreme places I didn't know
I broke everything new again
everything that I'd owned
I threw it out the window; came along
extreme ways I know will part the colors of my sea
the perfect colored sea."
Moby - "Extreme ways" -



sabato 17 marzo 2012

Spartacus: blood and sand - Stagione 1

Produzione: Starz
Origine: Usa
Anno: 2010
Episodi: 13



La trama (con parole mie): Roma, forte dei suoi eserciti e dei coscritti reclutati nelle province assogettate, avanza e prepara quella che sarà la gloria del futuro Impero.
Nel pieno delle lotte tra l'Est Europa e l'Oriente, un trace si ribella al Legato Glabro finendo ridotto in schiavitù, separato dalla moglie e venduto come gladiatore al lanista Batiato: il suo nome diverrà Spartacus, sfuggito ad un'esecuzione capitale nell'arena, caduto in disgrazia e tornato a conquistare i favori del pubblico come leggenda, fino a divenire il Campione di Capua.
Attorno a lui, e al ludus di Batiato, le vite e le morti di gladiatori, schiave, politici ed aspiranti tali: sesso, sangue, tradimenti e morte in un turbinio di eventi che accenderanno la scintilla della più grande rivolta che Roma abbia mai affrontato.
A capo della stessa troverà posto l'indomito trace.



Lo ammetto. Spartacus mi ha sorpreso, e parecchio.
Appena terminato il primo episodio, in casa Ford eravamo soltanto sguardi perplessi e dubbi che ci si fosse trovati di fronte all'ennesima tamarrata in stile 300 - uno dei film più detestati dalle mie parti degli ultimi dieci anni - con una CGI pessima e ralenti assolutamente insopportabili continuamente reiterati nei combattimenti.
Inoltre, a remare contro la versione del compianto Andy Whitfield del trace ribelle c'era niente meno che l'opera made in Kubrick ispirata al gladiatore più problematico che Roma dovette affrontare, in grado di sconvolgere la Repubblica fino a farla tremare e mantenere la sua fama anche dopo la sua morte quasi fosse un eroe, più che un nemico del futuro Impero.
Tutto, dunque, pareva lasciar presagire un rapido abbandono della serie ed una definitiva archiviazione di un esperimento buono giusto per i nostalgici di Leonida e Centocelle Dream Man suoi affiliati: invece, episodio dopo episodio, pur conservando un comparto tecnico da bottigliate selvagge, la serie trova progressivamente la sua dimensione, soprattutto consolidando la sua parte dedicata agli intrighi, alle morti e ai tradimenti che avvengono nel cuore del ludus di Batiato e non solo, e vedono coinvolti schiavi, gladiatori, nobili, politici, dai più "bassi" ai più "alti" livelli della società dell'epoca, specchio soltanto più esplicitamente violento di quello che i secoli non hanno cambiato della natura umana.
E proprio quella stessa natura a definire un gruppo di protagonisti dalla dubbia o distorta moralità, totalmente imperfetto ed assolutamente realistico, in cui nessuno è privo di colpe o lontano da malignità e inganni, dal protagonista Spartacus - tutto d'un pezzo eppure emblema di un egoismo a mio parere smisurato - al machiavellico Batiato, dal marziale Crixus - forse il più positivo tra i protagonisti, ed è dire tutto - al diabolico Ashur - di gran lunga il personaggio meglio realizzato e sfaccettato della serie -, senza contare il nutrito parterre femminile, capace di manipolazioni più sottili e terrificanti di quelle di grana grossa portate avanti dai componenti del "sesso forte".
Inoltre, al complesso incrocio di eventi che portano inevitabilmente alla tragedia neanche ci trovassimo nel pieno della più classica delle Hybris da consumare di generazione in generazione, si affianca la sensibile tematica della ribellione contro il potere e chi lo rappresenta, sfruttando la fatica, il sangue e una promessa di libertà che non verrà mai mantenuta per soggiogare, ricattare, mettere i fratelli contro i fratelli.
E' proprio grazie a questa rivolta che la figura di Spartacus assume un'importanza ben maggiore di quella del gladiatore, e la serie delle pessime scelte legate ad ambientazioni ed effetti dipendenti dalla computer graphic - di basso livello, peraltro -: nel sangue di Spartacus e dei suoi compagni in rivolta ci sono tutti i semi di quelle che saranno le grandi lotte che vedranno protagonisti i vessati, gli oppressi, gli uomini e le donne della strada nel corso dei secoli.
Uomini e donne che non sono migliori di chi li lascia morire nella polvere.
Semplicemente, non hanno nessuno da far morire al posto loro.
Almeno fino a quando la rivolta crescerà abbastanza perchè questo sia possibile.


MrFord


"White riot - I wanna riot
white riot - a riot of my own
white riot - I wanna riot
white riot - a riot of my own."
The Clash - "White riot" -



venerdì 16 marzo 2012

Homeland - Stagione 1

Produzione: Showtime
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 12



La trama (con parole mie): Nicholas Brody, un marine fatto prigioniero nel corso dello svolgimento del suo dovere e creduto morto per otto anni, viene ritrovato in un bunker in Iraq.
Parallelamente, l'agente della CIA Carrie Mathison scopre tramite un informatore che un marine è passato dalla parte del nemico: la donna è convinta che il traditore sia proprio Brody, guidato dallo sceicco Abu Nazir, e che stia preparando un attentato sul suolo americano.
Il confronto tra i due, progressivamente sempre più vicini e clamorosamente simili nei rispettivi fanatismi, porterà a galla i fantasmi e le motivazioni di entrambi, fino a giungere al momento in cui i piani dei terroristi punteranno dritti al vice Presidente degli Stati Uniti.




A volte, più che l'azione e quello che le danza attorno, l'importante sono le sensazioni, le illusioni, le ossessioni. Insomma, le parti più umane - clamorosamente imperfette, ed altrettanto inesorabilmente vere - del nostro essere animali sociali. O soltanto animali.
L'istinto, e forse qualcosa in più.
Homeland è una serie profondamente radicata in un tempo presente, nata dalle paure coltivate negli States negli anni appena successivi l'undici settembre, stretta in un abbraccio spesso e volentieri mortale a quella filosofia del terrore - e della lotta al - tanto cara al bushismo, nonchè vestito che cade a pennello su quasi un decennio di storia occidentale, eppure costruita su sentimenti, paure, sogni e bisogni di personaggi che fanno della loro umanità qualcosa di assolutamente fuori dal tempo, oltre la CIA, i conflitti per il petrolio e le armi di distruzione di massa, il fanatismo politico e religioso, i doppi e tripli giochi, la politica.
Il lavoro svolto dagli sceneggiatori su Carrie Mathison e Nicholas Brody, soprattutto nei momenti in cui questi due pianeti quasi gemelli si ritrovano in rotta di collisione, è notevole, profondamente umano ed assolutamente reale, quasi stessimo parlando, più che di qualcuno che conosciamo bene e a fondo, di noi stessi: la loro partita - che poi, a ben vedere, partita non è, perchè segnata da troppe pedine e giocatori attorno - risulta più interessante quanto più i due vengono portati a contatto, sfornando una delle coppie più emozionanti e trascinanti che il piccolo schermo abbia visto nelle sue ultime stagioni.
Certo, non è facile poter sposare la spy story e l'action politico alternativo, l'intrigo ed il ritmo serrato, la quotidianità con le partite a scacchi dei nomi altisonanti e dei burattinai nascosti, e Homeland è ancora lontano dall'aver esploso tutto il suo potenziale: eppure c'è qualcosa, nella glaciale compostezza di Brody, o nella caotica determinazione di Carrie, in grado di conquistare inesorabilmente un pubblico che, più che vederli giungere alla vera rivelazione conclusiva, al loro scontro decisivo, pare quasi finire a fare il tifo per loro, perchè tutto si muova in modo che i pezzi del puzzle che rappresentano finiscano per combaciare, tanto perfetti risulterebbero uno accanto all'altro.
Homeland è una storia di due ossessioni, di egoismi, fallimenti e continue ritirate strategiche: è un manuale di tattica per chi pensa che la politica possa essere solo parole così come l'action soltanto bossoli, esplosioni e sangue.
Homeland non è quello che sembra, come i suoi protagonisti.
Tutti, dal primo all'ultimo.
Dagli ottimi Damian Lewis e Claire Danes all'imperscrutabile Mandy Patinkin, tornato in grande spolvero dopo i tempi di Criminal minds, tutto il cast pare lavorare in modo da seguire la componente "nascosta" dello script e mettere all'angolo lo spettatore, giocando con le sue sensazioni mescolando le carte in tavola ad ogni mano, da abile stratega. O politico.
Sempre che le due cose non coincidano clamorosamente.
Una serie che raccoglie il lascito di 24 e lo trasforma da sfogo di rabbia mosso da una ferita ancora aperta ad una sottile strategia labirintica, pronta a sedurci e portarci al suo centro - o almeno sarà quello che crederemo - per poi abbandonarci a noi stessi, e fare da spettatrice a quello che potrebbe essere il nostro ritorno, o il nostro ultimo atto.
A voi la scelta.
Il destino.
E da che parte sta.


MrFord


"So far from my homeland
I'm lost in time
my soul's still searchin'
for that peace of mind
those sacred landscapes
come miles around
and my heart's still beatin'
for those country grounds."
Europe - "Homeland" -


martedì 24 gennaio 2012

La talpa

Regia: Tomas Alfredson
Origine: Francia/Uk/Germania/Svezia
Anno: 2011
Durata: 127'


La trama (con parole mie): Smiley, con l'uscita di scena del suo capo all'intelligence britannica Control, si ritrova di nuovo nel pieno dell'azione richiamato dalla pensione per snidare una talpa che da anni si muove ai vertici dell'organizzazione, lo stesso uomo che era costato un'importante missione in Ungheria e l'apparente dipartita di un agente, Jim Prideaux.
Muovendosi nell'ombra all'interno degli ambienti in cui ha passato la sua vita, Smiley si ritroverà a dover scegliere gli alleati e le pedine migliori per una partita a scacchi con gli avversari russi, il destino e la nemesi che si cela alle sue spalle, responsabile di molti degli eventi in grado di mettere alle strette Control, il governo britannico e lui stesso.





Ne ho sentite davvero di tutte, a proposito di questo lavoro di Tomas Alfredson.
Dal Capolavoro alla noia mortale, senza dubbio pare si sia guadagnato l'appellativo di pellicola più dibattuta - almeno online - dai tempi di Melancholia.
Personalmente, l'opera precedente del regista - l'osannatissimo Lasciami entrare - tolte un paio di scene clou ha rappresentato uno dei film più sopravvalutati degli ultimi anni, nonchè uno dei pochi che, proprio per noia, riuscii a portare a termine soltanto in due visioni distinte, una cosa più unica che rara in casa Ford.
La talpa pare essere, in questo senso, una conferma: una grande prova di regia e comparti tecnici assolutamente priva dell'anima e del mordente necessari per avvincere il pubblico ed affermarsi come cult, perlomeno di genere.
Dunque, per quale motivo ho scelto di dare una valutazione discreta ad una pellicola che, a quanto pare, meriterebbe soltanto sonore bottigliate?
Perchè La talpa - così come, forse, il suo predecessore nella filmografia di Alfredson - è una di quelle pellicole da sedimento, che al principio irritano o annoiano per essere poi rivalutate nel tempo, o valere almeno un ulteriore tentativo affinchè questo fenomeno certo raro possa compiersi: personalmente, a fare da riferimento per questa schiera ho un precedente più che illustre, The heat di Michael Mann, visto quando ancora non ero pronto per un'opera di quella portata e rivalutato negli anni ad ogni visione successiva.
Rispetto a questo film, dunque, resto tutto sommato fiducioso, e pronto ad affidarmi ad una seconda - rivelatrice? - visione in futuro: per ora resta una confezione impeccabile - regia ottima, fotografia da urlo, richiamo ai capisaldi del genere in pieno stile seventies riuscito alla perfezione - al servizio di una storia macchinosa e bolsa, non tanto incomprensibile - come molti hanno scritto - quanto priva di anima, come la quasi totalità dello stellare cast, compreso il comunque ottimo Gary Oldman, troppo impegnato ad immergersi - in tutti i sensi -  nel suo algido Smiley per scoprire che, di cuore, questo protagonista comunque sulla carta straordinario risulta assolutamente privo.
Spiccano soltanto Mark Strong - che a questo punto potrebbe cimentarsi davvero in qualcosa di più dei consueti film action cui ci ha abituati - ed un superlativo - ma questo già si sapeva - Tom Hardy, mentre il resto dei grossi nomi, a parte portare a casa la pagnotta, fa poco per staccarsi dall'atmosfera di stanca trasmessa dalla pellicola: su tutti, il pessimo Colin Firth, sempre uguale a se stesso - come giustamente sottolineato da Julez - e decisamente svogliato nel portare sullo schermo uno dei personaggi al contrario più interessanti dello script, fornendone quasi un'involontaria caricatura.
Riallacciandomi proprio all'appena citato Firth, potrei quasi sbilanciarmi affermando che La talpa rappresenta, per il genere spionistico, quello che il terribilmente vuoto Il discorso del re fu per l'autorialità da grande pubblico lo scorso anno: non, dunque, un film brutto nel senso realizzativo del termine, quanto fiacco.
Ai tempi ricordo che usai il termine di "sala da the" per il lavoro di Tom Hooper: rispetto a quello Alfredson fa certo di meglio, eppure il suo lavoro sa tanto di un gin tonic annacquato rispetto al Tanqueray liscio che mi sarei aspettato.
Resta comunque chiaro il fatto che si stia parlando di un film profondamente autoriale, e decisamente di valore - tecnicamente parlando, almeno -, e non di un'immondizia galattica come quelle proposte spesso e volentieri nelle nostre sale, eppure l'impressione, soprattutto rispetto ai suoi lati positivi, è quella di un'enorme occasione sprecata dal regista per compiere il salto di qualità che i suoi fan più fedeli si sarebbero aspettati dopo il suo esordio ed i detrattori - come il sottoscritto - si erano auspicati di fronte ad un'abilità dietro la macchina da presa certamente invidiabile.
Chissà, forse il tempo darà ragione a lui: eppure fino ad ora quello che resta è un piatto insipido e totalmente privo della passione necessaria a renderlo un must senza se e senza ma.
Di noia, dunque, non si tratta - la lentezza soporifera è ben altra, fidatevi -, ma allo stesso modo i Capolavori di genere, quelli veri, come La conversazione, I tre giorni del condor e Tutti gli uomini del Presidente sono ad un livello che questa talpa da merendina si può solo sognare.


MrFord


"I'm a spy in the house of love
I know the dream, that you're dreamin' of
I know the word that you long to hear
I know your deepest, secret fear
I'm a spy in the house of love
I know the dream, that you're dreamin' of
I know the word that you long to hear
I know your deepest, secret fear
I know everything
everything you do
everywhere you go
everyone you know."
The Doors - "The spy" -



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