So cosa starete pensando: ma come!? Questo Ford che si atteggia a finto duro lansdaliano segue Grey's anatomy, il serial "medico" più amato dal pubblico femminile!?
La risposta è: ebbene sì, figliuoli.
E, fatta eccezione per la pessima quarta stagione - del resto fu il disastrato anno dello sciopero degli sceneggiatori, che mise in crisi addirittura il mostro sacro Lost - ammetto senza riserve o patemi che mi ha anche sempre coinvolto.
Inoltre, alle ottime caratterizzazioni in grado di stabilire quasi immediatamente quel legame emotivo che è la linfa vitale di ogni serie tv va aggiunto il fatto che anche all'interno del Seattle Grace Hospital ho trovato il Sawyer della situazione, da subito in grado di farmi accostare alla serie con fiducia - se seguite Grey's anatomy e non azzeccate l'identità del mio preferito, sono grandi bottigliate per voi - .
Ma veniamo, nello specifico, alla sesta stagione, letteralmente divorata con Julez a cavallo delle ferie in un crescendo di coinvolgimento che davvero non mi aspettavo raggiungesse questi livelli: già lo scorso anno, complice lo sconvolgente finale della quinta stagione - sarebbe morto George? O Izzy? O addirittura entrambi? - erano presenti tutti i presupposti perchè questa nuova stagione - clamorosamente ed ingiustamente esclusa anche dalle nominations degli Emmy - partisse con il botto, e così è stato.
Seppellito George con un equilibrata miscela di umorismo e malinconia e recuperata - anche se sarà solo per una manciata di puntate prima della "fuga" verso lidi cinematografici più remunerativi di Katherine Heigl - Izzy, la prima parte della stagione è dedicata principalmente alla fusione fra il Seattle Grace Hospital e il suo "avversario" da sempre, il Mercy West.
A seguito della crisi che ha colpito negli ultimi due anni l'economia mondiale, anche Grey's anatomy dice la sua mostrando i drammi dei licenziati e la soddisfazione di chi ha ancora la possibilità di lavorare, imparare e crescere fra le mura dell'ospedale, introducendo in questo processo una manciata di nuovi personaggi che reciteranno per tutta la stagione il ruolo di "antagonisti" degli specializzandi del Seattle Grace.
Giostrando le situazioni con ironia e divertimento, si assiste ad una prima metà della serie leggera e spensierata, legata al dramma solo parzialmente con l'abbandono di Izzy, la rottura fra Mark Sloane e Lexie e il ritorno all'alcolismo di Webber, che traghetta la serie alla seconda parte della stagione, ribaltando le atmosfere e portando Derek al tanto agognato ruolo di primario - ruolo che scoprirà non essere così adatto a lui -, al confronto fra Arizona e Callie rispetto all'eventualità di avere dei figli e all'escalation di tensione che porterà all'incredibile conclusione: i due episodi che chiudono la stagione, infatti, portano un bagaglio di tematiche scomode e la morte, una volta ancora, fra i protagonisti e le mura del Seattle Grace.
Un uomo solo, sconvolto dalla scomparsa della moglie - che fu staccata dalle macchine dopo essere stata dichiarata cerebralmente morta da Derek -, fallita la causa intentata ai danni dell'ospedale, farà ritorno in caccia del primario fresco di nomina, armato di pistola e animato dalla vendetta, e quando la polvere tornerà a posarsi tre personaggi avranno perso la vita ed altrettanti l'avranno rischiata fino all'ultimo, senza contare quello che, a giudicare dalla creatrice Shonda Rimes, sarà l'evento più importante dell'intera serie, che porterà Meredith a rivedere le sue priorità ed il suo futuro nel corso della settima stagione.
Senza ombra di dubbio - e in barba, una volta ancora, ai verdetti degli Emmy -, la stagione migliore finora passata sugli schermi di Grey's anatomy, ricca di spunti di riflessione, tematiche sociali di grande attualità negli States e non solo - crisi economica, etica del lavoro, adozione, coppie gay, reperibilità ed uso delle armi da fuoco - e mai priva dell'ironia e della carica emotiva che i suoi protagonisti, ancora una volta, e ancora più nettamente, portano agli spettatori.
Inutile dire che, nonostante non si parli di Lost, Dexter o True blood, il prossimo anno sarò in fervente attesa di tornare fra i corridoi e le sale operatorie del Seattle Grace Hospital.
Se tenete alla vostra salute, vedete di seguirmi.
MrFord
"Somewhere along in the bitterness
and I would stay up with you all night
had I know how to save a life."
The Fray - "How to save a life"
venerdì 3 settembre 2010
giovedì 2 settembre 2010
L'uomo nell'ombra
E alla fine arrivò Polanski.
Dopo giorni e giorni di visioni terrificanti - non in senso di genere, quanto di qualità - finalmente le ferie mi hanno permesso di mettere gli occhi sull'ultimo lavoro del regista di origini polacche, da troppo tempo in silenzio e nonostante il buon Oliver Twist ancora in debito con il sottoscritto per il pessimo La nona porta.
L'uomo nell'ombra, prima che possa cominciare a parlarne, è, innanzitutto e senza dubbio, un ottimo film, degno erede della tradizione della prima produzione del regista, concentrato su un protagonista che, come Rosemary, si trova solo contro tutto e tutti, schiacciato da un mondo e da poteri troppo grandi per poter essere anche solo lontanamente intaccati dal singolo.
Anche Adam Lang/Pierce Brosnan, nemesi e controparte, in qualche modo, del ghost writer interpretato da Ewan McGregor, è un uomo lasciato in disparte e in balia di eventi non più in suo potere da tempo (o da sempre?), emblema di una posizione politica che richiede personaggi di facciata in grado di celare le vere, terribili, intoccabili eminenze grigie del sistema, causa ed effetto di ogni decisione, presa di posizione, vita o morte.
Se, ormai quarant'anni fa, Polanski gettava sull'uomo l'ombra della follia religiosa grazie all'indimenticabile Rosemary's baby - che, peraltro, fu preludio alle drammatiche vicende personali del regista culminate con la morte di Sharon Tate per mano della Family di Charles Manson l'anno successivo all'uscita della pellicola nelle sale -, ora pare che il vecchio Roman identifichi il demoniaco influsso delle sette con i corridoi glaciali di chi "controlla i controllori", per usare un vecchio adagio tanto caro al sottoscritto.
La vicenda di Lang, della sua biografia e del ghost writer assume connotati sempre più claustrofobici con il passare dei minuti della pellicola, in barba alle numerosissime scene girate in esterna - piccolo inciso: sempre grande Eli Wallach, inossidabile! -, quasi a mostrare che il vero, oscuro potere è in grado di soffocare a prescindere dal luogo in cui ci si trova.
Il confronto, in questo senso, fra il McGregor e Tom Wilkinson è specchio di tempi in cui il potere è divenuto un mostro capace di inghiottire chiunque, al pari della malavita che spesso e volentieri si diverte a condannare attraverso i media, o dei terroristi cui da la caccia per nascondere i propri peccati: nessun ghost writer, giornalista, padre disperato può opporsi al meccanismo di questa macchina infernale, come direbbe Carpenter, o pensare che, con i propri soli mezzi, si possa affrontare avendo anche soltanto una remotissima chance.
In questo senso, il destino del predecessore del protagonista è profetico quanto simbolico.
Un film soffocante, tesissimo, senza speranza, che mostra tutto il pessimismo umano e "politico" di un regista con tante ombre, ma dal talento indiscusso e cristallino.
Tiro un profondissimo sospiro di sollievo, ormai conscio del fatto che La nona porta sia stato solo un episodio sfortunato, e che Polanski sia a tutti gli effetti uno dei più grandi cineasti europei viventi.
Ti attendo al varco, Roman.
In attesa di scoprire se "l'orrore" è davvero così sterminato, o se c'è sempre, da qualche parte, un Capitano Wilm Hosenfeld pronto a salvare la vita di un pianista deperito e in fuga.
MrFord
"Down in a hole, feelin' so small
down in a hole, losin' my soul
I'd like to fly,
but my wings have been so denied."
Alice in chains - "Down in a hole"
mercoledì 1 settembre 2010
The box
Lo confesso. Non ho mai, ma proprio mai amato Richard Kelly.
E voi direte: certo, a parte Donnie Darko ha cagato fuori solo schifezze, facile!
Ma io rispondo: neanche il coniglione ha fatto breccia nel mio cuore, immaginatevi il resto!
Ad ogni modo, dopo la sequela di inguardabili film di serie "l'importante è partecipare", nonostante la sfilza di recensioni negative, ci siamo accostati a The box, giusto per soddisfare la curiosità rispetto alle reazioni di sgomento che ha suscitato praticamente in tutti i critici cinematografici, online e non.
Comodi comodi sul divano, con l'aria fresca della sera al mare che filtrava dalla finestra e il fido Jack&Coca stretto in mano, abbiamo passato la prima metà del film a chiederci come mai era stato così maltrattato dai recensori, fatta eccezione per l'impresentabile trucco di Frank Langella, che dopo la splendida performance di Frost/Nixon pare essersi totalmente rincoglionito per tornare agli standard del suo Skeletor di He-man e i dominatori dell'universo - cult totale della mia infanzia, tra le altre cose -.
Neanche il tempo di cominciare a sentirmi in colpa rispetto ai pregiudizi mostrati verso il film - fino a quel momento un thriller d'intrattenimento senza picchi particolari, ma neppure così terribile - e Richard Kelly smette di resistere alla sua vera natura di pippone clamoroso con manie di protagonismo e anche un filo del tanto malsopportato radicalchicchismo: perchè, io mi chiedo e domando, occorre rovinare una trama funzionale nella sua semplicità - una scatola con pulsante consegnata ad una coppia con la promessa di un milione di dollari in cambio del pulsante premuto, con l'effetto collaterale della morte di una persona sconosciuta - con improbabili spiegazioni e prese di posizione poco coerenti e pretenziosamente intellettualoidi?
La clamorosa debacle della seconda parte della pellicola ha qualcosa di mitico, tanto da rendere possibile non solo il calo di tensione costruito al principio, ma anche il progressivo approccio ironico e divertito dello spettatore di fronte a tanti episodi che sfociano nel ridicolo involontario - non ditemi che la sequenza nella biblioteca legata alle tre vasche con tanto di esondazione casalinga dopo il "teletrasporto" non vi ha strappato almeno una risata di scherno, non ci crederei! -.
Devo ammettere di sentirmi sollevato, ora, superato lo choc dell'agonia che è stata il termine della visione.
Posso sedermi tranquillo, e sospirare sorridendo, compiaciuto dal fatto che, effettivamente e senza riserve o possibilità ulteriori, Richard Kelly sia proprio una pippa.
Conigli oppure no.
MrFord
"I started living outside of the box
crossing over lines where I always used to stop."
Katy Perry - "The box"
E voi direte: certo, a parte Donnie Darko ha cagato fuori solo schifezze, facile!
Ma io rispondo: neanche il coniglione ha fatto breccia nel mio cuore, immaginatevi il resto!
Ad ogni modo, dopo la sequela di inguardabili film di serie "l'importante è partecipare", nonostante la sfilza di recensioni negative, ci siamo accostati a The box, giusto per soddisfare la curiosità rispetto alle reazioni di sgomento che ha suscitato praticamente in tutti i critici cinematografici, online e non.
Comodi comodi sul divano, con l'aria fresca della sera al mare che filtrava dalla finestra e il fido Jack&Coca stretto in mano, abbiamo passato la prima metà del film a chiederci come mai era stato così maltrattato dai recensori, fatta eccezione per l'impresentabile trucco di Frank Langella, che dopo la splendida performance di Frost/Nixon pare essersi totalmente rincoglionito per tornare agli standard del suo Skeletor di He-man e i dominatori dell'universo - cult totale della mia infanzia, tra le altre cose -.
Neanche il tempo di cominciare a sentirmi in colpa rispetto ai pregiudizi mostrati verso il film - fino a quel momento un thriller d'intrattenimento senza picchi particolari, ma neppure così terribile - e Richard Kelly smette di resistere alla sua vera natura di pippone clamoroso con manie di protagonismo e anche un filo del tanto malsopportato radicalchicchismo: perchè, io mi chiedo e domando, occorre rovinare una trama funzionale nella sua semplicità - una scatola con pulsante consegnata ad una coppia con la promessa di un milione di dollari in cambio del pulsante premuto, con l'effetto collaterale della morte di una persona sconosciuta - con improbabili spiegazioni e prese di posizione poco coerenti e pretenziosamente intellettualoidi?
La clamorosa debacle della seconda parte della pellicola ha qualcosa di mitico, tanto da rendere possibile non solo il calo di tensione costruito al principio, ma anche il progressivo approccio ironico e divertito dello spettatore di fronte a tanti episodi che sfociano nel ridicolo involontario - non ditemi che la sequenza nella biblioteca legata alle tre vasche con tanto di esondazione casalinga dopo il "teletrasporto" non vi ha strappato almeno una risata di scherno, non ci crederei! -.
Devo ammettere di sentirmi sollevato, ora, superato lo choc dell'agonia che è stata il termine della visione.
Posso sedermi tranquillo, e sospirare sorridendo, compiaciuto dal fatto che, effettivamente e senza riserve o possibilità ulteriori, Richard Kelly sia proprio una pippa.
Conigli oppure no.
MrFord
"I started living outside of the box
crossing over lines where I always used to stop."
Katy Perry - "The box"
Tre romanzi di Mike Hammer
Fortunatamente per il sottoscritto, come già anticipato con il ciclo del drive in di Lansdale, le letture da spiaggia hanno avuto il merito di risollevare il livello culturale portato ben oltre i six feet under dalla pessima qualità media dei film visti: a raccogliere il testimone del vecchio Joe, ci ha pensato un vero e proprio mostro sacro della macchina da scrivere, nonchè uno dei padri del noir in letteratura, quel Mickey Spillane da una cartella in cinque minuti capace di sfornare un libro dietro l'altro "solo per soldi" - parole sue -.
Il volumone in questione raccoglie tre dei romanzi più famosi della serie dedicata da Spillane a Mike Hammer, la sua creatura di maggior successo: detective ruvido e spiccio, incrocio di Eastwood e Bogart con una spruzzata di Bruce Willis, amante di alcool, Lucky Strike e donne, uomo dalla pistola facile quando si tratta di raddrizzare torti e rimettere il conto in pari con una Giustizia più alta della legge.
Io ti ucciderò, primo romanzo della serie, è un esempio perfetto della "scomodità" del personaggio, che si muove per le strade di una New York anni '50 capace di nascondere torbide vicende e caldissime pagine ad alto contenuto sessuale - per l'epoca, s'intenda - e di violenza.
La morte di un commilitone cui doveva la vita dai tempi della guerra porta Mike a giurare pubblicamente di rintracciare il killer ed ucciderlo "con un proiettile nella pancia", riservandogli un destino di agonia come quello patito dal suo vecchio amico.
Le indagini, svolte in parallelo, come in una gara, con la polizia ed il suo confidente Pat Chambers, tenente della squadra omicidi, porteranno ad un'agghiacciante conclusione che vedrà Mike compiere la propria vendetta, seppur pagando un prezzo emotivo altissimo.
Una ragazza e una pistola si concentra, invece, sullo status di eterno solitario di Hammer, che nonostante la volontà di onorare la memoria di una ragazza uccisa proprio al principio del suo percorso di rinascita e lo sbocciare di un nuovo, grande amore, continuerà a cavalcare solo, figlio anch'egli, volente o nolente, di un sottobosco di uomini pericolosi e violenti, pronti a tutto per raggiungere i loro scopi e persi nei labirintici meandri di una città mai così fosca e brumosa, che mi ha riportato alla mente quella bomba di film che è La città nuda, senza contare il capolavoro di Aldrich Un bacio e una pistola, uno dei miei personali impresindibili.
Con La vendetta è mia si chiude - purtroppo, oserei dire - la raccolta: nell'ultimo dei romanzi Mike Hammer si ritrova "felicemente" privato della licenza di detective da parte del procuratore distrettuale, che vede il granitico personaggio di Spillane come il fumo negli occhi.
Mike, irretito da una misteriosa "dea" a capo di un'agenzia di moda, dovrà lavorare - in coppia con la sua splendida assistente - per risolvere il caso, riabilitare la sua credibilità, riconquistare il tesserino ed avere le scuse del suddetto procuratore.
Anche in quest'ultimo romanzo le sfumature erotiche si fanno sentire nel corso della serratissima narrazione dell'indagine, fornendo anche più di uno spunto di riflessione rispetto a tutta la vicenda della "dea" Juno e del suo rapporto con Mike.
Il detective di Spillane, badate, non è un personaggio simpatico: si potrebbe definire tranquillamente reazionario e scorbutico, violento e sottilmente cattivo, con le donne, i criminali e, in qualche misura, anche con se stesso.
Come Callaghan, Mike soffre di tutti i malanni dell'uomo d'acciaio, gli stessi che lo rendono irresistibilmente affascinante ed irrimediabilmente triste e solo: c'è chi dice che la sua indole violenta e repressiva sia giustificata soltanto dal raggiungimento dei risultati nelle indagini, ma dalle mie parti viene più naturale pensare che, nella giungla di una città come quella - che non è tanto diversa dalle nostre, oggi - solo gli animali più forti hanno speranza di sopravvivere.
I predatori, da una parte e dall'altra della barricata.
Onestamente, spero sempre di stare dalla sua.
Perchè avere contro uno come Mike Hammer significa solo che, presto o tardi, si farà indigestione di piombo.
MrFord
"Justice will be served
and the battle will rage,
this big dog will fight
when you rattle his cage."
Toby Keith - "Courtesy of red, white and blue (The angry american)"
Slither
Continua la galleria degli horror terribilis passati su questi schermi durante le ferie con un'altra perdibilissima pellicola di genere: James Gunn - lo stesso che impartiva lezioni sul programma Scream queens di Mtv, tanto per dare uno spessore alla sua sproporzionata qualità - confeziona una vera e propria schifezza cercando di omaggiare un classico immortale nonchè capolavoro assoluto del Cinema come L'invasione degli ultracorpi riuscendo a fare peggio del pensabile.
Dico davvero.
Se il da poco citato Within, infatti, poteva - solo parzialmente - giustificare la sua pochezza con i mezzi limitatissimi di cui disponeva in fase realizzativa, in questo caso abbiamo di fronte una produzione a tutti gli effetti, con tanto di major a distribuire nelle sale e per l'home video l'abominio di cui si sta (s)parlando.
In seguito all'impatto con un meteorite, un volgare tizio di provincia sposato all'insegnante da fantasia adolescenziale di turno viene infettato in pieno stile Alien dal contenuto del meteorite stesso, cominciando a mutarsi in una sorta di ammasso informe di carne semovente - realizzato malissimo, come se non bastasse - con tentacoli e piccole spore simili a sanguisughe che prendono a muoversi per le strade del paese felice di provincia cercando di "possedere" tutto e tutti sul loro cammino.
Toccherà alla brava maestrina, supportata dallo sceriffo nonchè suo amore mai nato e ad una ragazzina scampata alle sanguisughe mettere fine al regno di terrore imposto dal di lei marito, in un crescendo che prevede un tasso di terrore ben sotto lo zero e neppure troppe risate rispetto alla pessima qualità della pellicola.
E pensare che il cattivissimo ammasso di carne, un tempo, fu protagonista di quel filmone che è Henry pioggia di sangue - e di Cliffhanger, ma questa è un'altra storia -: Michael Rooker, come ti sei ridotto!
Più di così, sinceramente, non riesco a scrivere, un pò come nei temi dati a casa ai tempi del liceo pescati fra i titoli che non avevi - e non avresti mai - scelto in classe.
Anche perchè Slither è così brutto che non riesco nemmeno a prenderlo in giro divertendomi.
MrFord
"I got a problem with the snakes that are crawling
through my area when the darkness has fallen."
Papa roach - "Snakes"
Dico davvero.
Se il da poco citato Within, infatti, poteva - solo parzialmente - giustificare la sua pochezza con i mezzi limitatissimi di cui disponeva in fase realizzativa, in questo caso abbiamo di fronte una produzione a tutti gli effetti, con tanto di major a distribuire nelle sale e per l'home video l'abominio di cui si sta (s)parlando.
In seguito all'impatto con un meteorite, un volgare tizio di provincia sposato all'insegnante da fantasia adolescenziale di turno viene infettato in pieno stile Alien dal contenuto del meteorite stesso, cominciando a mutarsi in una sorta di ammasso informe di carne semovente - realizzato malissimo, come se non bastasse - con tentacoli e piccole spore simili a sanguisughe che prendono a muoversi per le strade del paese felice di provincia cercando di "possedere" tutto e tutti sul loro cammino.
Toccherà alla brava maestrina, supportata dallo sceriffo nonchè suo amore mai nato e ad una ragazzina scampata alle sanguisughe mettere fine al regno di terrore imposto dal di lei marito, in un crescendo che prevede un tasso di terrore ben sotto lo zero e neppure troppe risate rispetto alla pessima qualità della pellicola.
E pensare che il cattivissimo ammasso di carne, un tempo, fu protagonista di quel filmone che è Henry pioggia di sangue - e di Cliffhanger, ma questa è un'altra storia -: Michael Rooker, come ti sei ridotto!
Più di così, sinceramente, non riesco a scrivere, un pò come nei temi dati a casa ai tempi del liceo pescati fra i titoli che non avevi - e non avresti mai - scelto in classe.
Anche perchè Slither è così brutto che non riesco nemmeno a prenderlo in giro divertendomi.
MrFord
"I got a problem with the snakes that are crawling
through my area when the darkness has fallen."
Papa roach - "Snakes"
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