martedì 5 novembre 2013

Before sunset - Prima del tramonto

Regia: Richard Linklater
Origine: USA
Anno: 2004
Durata:
80'
 



La trama (con parole mie): Jesse e Celine si incontrano a Parigi nove anni dopo la notte trascorsa a Vienna. Lui è uno scrittore affermato, che ha raggiunto il successo grazie ad un romanzo ispirato proprio alla loro storia, lei un'ambientalista che fatica a trovare l'equilibrio sentimentale.
Lui è sposato, ha un figlio, e quel giorno di sei mesi dopo il loro primo incontro aveva finito per presentarsi effettivamente a Vienna, mentre lei era rimasta in famiglia per i funerali della nonna. Entrambi sono cresciuti, ma forse nessuno dei due è davvero cambiato: cronaca di una storia d'amore quasi un decennio dopo il suo inizio e, in qualche modo, la sua fine, che potrebbe rimettere in discussione la Natura adulta di quelli che, quel 16 giugno di quasi un decennio prima, erano soltanto due ragazzi alla scoperta del mondo e di se stessi.





Di recente mi è capitato di avere un dialogo con un ex partigiano che, dall'alto dei suoi ottantasei anni, affermava che periodi come due o tre anni per quelli della mia età possono essere considerati lunghi, ma per chi è arrivato alla sua finiscono per valere quanto qualche ora.
Parallelamente, più o meno negli stessi giorni, forse addirittura in un film, è stata rispolverata la questione legata al rinnovamento cellulare che ognuno di noi affronta ogni sette anni, un cambiamento che ci vede mutare completamente, e del quale non riusciamo neppure ad accorgerci.
Il Tempo è davvero una cosa tosta, da affrontare, che si parli con saggezza o timore, coraggio o sfrontatezza, d'amore o di noia: e nove anni sono altrettanto tosti, specie quando separano i venti o poco più dai trenta o poco più, due età clamorosamente vicine eppure terribilmente distanti per ognuno di noi: nove anni fa lavoravo felicemente part time, mi godevo le zero responsabilità di stare a casa con i miei, collezionavo litigi più o meno feroci con mio fratello a proposito del possesso territoriale della stanza interrotte solo nei periodi d'assenza dei genitori, spendevo tutto quello che avevo per viaggiare, conducevo due vite separate, avevo un solo tatuaggio, zero muscoli, e bevevo in un anno la metà di quanto non beva ora in un mese.
Ora sto imparando a convivere con un lavoro che probabilmente sono arrivato ad odiare, mi sono sposato, ho avuto un figlio, ho comprato casa - se così si può definire un mutuo -, mio fratello è uno dei miei migliori amici - ed è sposato anche lui -, spendo pochissimo per evitare di arrivare strozzato a fine mese, cerco di buttare quanto e più possibile nella mia unica vita, i tatuaggi sono oltre la dozzina, la mia massa muscolare è aumentata di una quindicina di chili e tra un film e l'altro bevo in un mese il doppio di quanto allora bevessi in un anno.
Nove anni sono proprio tanti. Specie a quest'età.
Lo sanno bene anche Jesse e Celine, profondamente cambiati - e profondamente uguali a loro stessi - dall'incontro che segnò in qualche modo le loro esistenze il 16 giugno del 1994, nove anni prima dell'improvvisato giro turistico per le vie di una Parigi ai margini delle attrazioni turistiche che li vede ritratti in questo secondo capitolo della loro storia: un numero due a tratti nettamente superiore, per tecnica e piglio di sceneggiatura, al primo, arricchito da ottimi piani sequenza e fitti confronti legati, per l'appunto, alla crescita, ai suoi dolori e alle sue gioie.
Linklater, affidandosi a due protagonisti che paiono ancora più affiatati che nel primo capitolo - e questa volta anche autori dello script -, ritrova con una facilità a tratti sorprendente l'alchimia che aveva reso un piccolo cult Before sunrise, pur rimanendo lucido e ben cosciente di tutti i cambiamenti - necessari o voluti - ai quali Jesse e Celine sono andati incontro in uno dei periodi più intensi della vita di ognuno di noi, quello che separa, di fatto, l'essere ragazzi dall'essere adulti: così come fu per il film precedente, ho apprezzato moltissimo la costruzione della vicenda ed il finale aperto, i botta e risposta spontanei e la sincerità di pancia con la quale la vicenda è portata in scena, ed allo stesso modo ho finito per trovare più debole il momento apparentemente decisivo della sceneggiatura.
Se, infatti, nel già citato Before sunrise la sequenza del sesso consumato nel parco dopo aver guardato le stelle pareva fin troppo adolescenziale, il confronto sulle reciproche disgrazie sentimentali nel corso del viaggio in macchina di Before sunset appare decisamente oltre, quasi alleniano nel suo pessimismo emotivo, e se alcuni spunti paiono sensati e ben fotografati - l'incapacità di conciliare amore ed indipendenza di Celine, il sentimento per il figlio che supera quello per la moglie di Jesse - altri finiscono per scivolare quel tanto che basta da far perdere terreno ad un titolo altrimenti senza dubbio superiore al suo predecessore.
Certo, resta il dubbio che il sottoscritto abbia avuto questa percezione in quanto coinvolto in prima persona nei turbamenti che si finisce per passare con il primo, vero confronto con l'essere adulti, dal diventare genitore al doversi ritagliare uno spazio nel mondo, e che dunque il giudizio sia falsato, eppure l'impressione che Linklater ed i suoi due protagonisti - che il regista pare amare alla follia - debbano ancora giocare la loro carta migliore è netta.
Speriamo solo, in questo senso, che il sopraggiungere della "mezzanotte" non significhi necessariamente un naturale ed inesorabile declino quanto più una sorprendente esperienza che possa condurre fino alle stelle.
O per lo meno a rivederle.


MrFord


"Everything must change
nothing stays the same
everyone will change
no one, no one stays the same."
Nina Simone - "Everything must change" - 


lunedì 4 novembre 2013

Before sunrise - Prima dell'alba

Regia: Richard Linklater
Origine: USA
Anno:
1995
Durata: 105'



La trama (con parole mie): Jesse, americano di belle speranze in viaggio attraverso l'Europa a seguito della fine di una storia, e Celine, parigina dai genitori sessantottini profondamente legata all'indipendenza femminile, si incontrano per caso su un treno grazie al litigio di una coppia tedesca, e a seguito di una proposta improvvisa del ragazzo, decidono di passare una notte per le strade di Vienna insieme, prima che lui torni negli States il mattino dopo.
E' l'inizio di una grande avventura dialettica e sentimentale, grazie alla quale i due decidono di mettersi reciprocamente a nudo sfruttando l'attrazione e l'intesa creatasi in quelle poche battute scambiate sui sedili del treno: dai massimi sistemi agli attimi fuggenti, la cronaca di un amore che potrebbe finire quello stesso giorno, o durare in qualche modo per sempre.






Esistono alcuni titoli, piccoli o grandi, con merito oppure no, in grado di assurgere praticamente dalla loro uscita allo status di cult generazionali, e di conseguenza ammirati da pubblico e critica quasi a prescindere dai loro meriti effettivi.
Richard Linklater, regista dall'animo indie e dalle numerose sperimentazioni, nel pieno degli anni novanta confezionò questo piccolo gioiellino della commedia romantica sfruttando principalmente una sceneggiatura concentrata sui fitti dialoghi e l'affiatamento dei suoi due protagonisti, gli allora sex symbols Ethan Hawke e Julie Delpy, a spasso per le strade di una Vienna lontana dai consueti luoghi da cartolina e di fatto teatro di una vicenda destinata a rimanere nel cuore di chi si immagina l'abbia vissuta - e per il pubblico con loro - per sempre.
In questo senso lo spirito romantico ed in un certo qual modo spensierato della primavera della vita è catturato alla perfezione dagli scambi spontanei tra i due protagonisti, dalla richiesta improvvisata di Jesse a Celine di abbandonare il treno per passare con lui la notte per le strade della città nonostante si siano appena conosciuti - scelta che comprendo benissimo, in fondo avrei fatto la stessa cosa mosso dagli identici "dubbi" che assillano il protagonista maschile - ai botta e risposta che toccano temi come i ricordi d'infanzia, il rapporto con i genitori, le basi gettate - o che si crede di gettare - per il futuro.
Non che ci si trovi di fronte ad una vera e propria pietra miliare del genere, eppure il lavoro di Linklater funziona proprio per la sua spontanea ingenuità, quel suo essere naif tipico del lato positivo degli anni novanta, uno dei decenni più caotici e distruttivi della Storia recente, si parli di arte oppure di vita e sentimenti.
I due protagonisti, affiatati e perfetti nell'incarnare l'animo da finto sbruffone impacciato dell'americano Jesse e quello della sensibile ed artistoide Celine, parigina doc, hanno il grande merito di mostrare la luce del "grunge" e di tutto quello che, all'epoca, infuocava la ribellione di adolescenti e post-adolescenti senza dover finire necessariamente nel tunnel della depressione, quanto piuttosto raccogliendo il testimone dei Fab Four con il loro "All you need is love", vivendo un'avventura on the road tornando in qualche modo alla sperimentazione senza pensieri dell'epoca hippie.
Certo, nel complesso l'operazione alterna momenti di grande ispirazione poetica ad altri tendenti al paraculismo, eppure lo spirito che la pervade è sincero e convincente, così come il finale, che ha tutto il sapore di quelle cotte estive che lasciano con una grande nostalgia ed al contempo un'emozione che si è convinti non si avrà più l'occasione di provare nella vita, e chissà che in qualche modo non sia davvero così.
Personalmente, perdendomi con Jesse e Celine tra le vie di Vienna - città che, peraltro, devo ancora visitare -, ho ripensato alle storie di una notte avute a Barcellona e in Irlanda ormai quasi dieci anni fa, a quei ricordi sbiaditi di ragazze alle quali certo non avevo promesso lo stesso amore di Jesse a Celine, o dato appuntamenti ai quali difficilmente avrei prestato fede - del resto, ai tempi non rispettavo neppure quelli a Milano, quindi figurarsi addirittura oltre confine -: eppure, nonostante tutto, la magia di quel momento della vita in cui pare possibile effettivamente costruire il proprio futuro pezzo per pezzo è assolutamente percepibile ed elettrizzante in ogni fotogramma di questo piccolo, imperfetto, travolgente film, che non sarà nulla di eclatante ma senza dubbio finisce per essere unico ed irripetibile come un amore perduto.


MrFord


"More than words
is all you have to do to make it real
then you wouldn't have to say that you love me
'cause I'd already know."
Extreme - "More than words" - 


domenica 3 novembre 2013

Let me in

Regia: Matt Reeves
Origine: USA
Anno: 2010
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Owen è un ragazzino vittima dei bulli della scuola che vive solo con la madre, schiacciato dalle incertezze e dai timori tipici dell'adolescenza.
Un giorno, nell'appartamento accanto al suo, si trasferiscono la giovane Abby e suo padre: differente da chiunque altro Owen abbia mai incontrato in classe e fuori, Abby finisce per conquistarlo sotto ogni punto di vista, dagli stimoli a reagire con forza ai soprusi subiti al desiderio che, in qualche modo, quel suo strano atteggiamento risveglia.
Il rapporto tra i due si evolverà proprio mentre nella zona cominceranno a verificarsi efferati omicidi, e nel momento in cui il padre della ragazza si suiciderà dopo essere stato arrestato con l'accusa di aver commesso quegli stessi crimini ed il confronto con i persecutori di Owen avrà una fine, inizierà una storia destinata, forse, a durare ben più di una vita.







Avrei dovuto saperlo.
Nonostante Matt Reeves, pupillo di J. J. Abrams nonchè regista del giocattolone dal sottoscritto tanto adorato Cloverfield, avrei dovuto saperlo.
Let me in - remake del sopravvalutatissimo Lasciami entrare - nasceva sotto una cattivissima stella.
Ai tempi dell'uscita del lavoro di Alfredson, infatti, fui tra i pochi a giudicare la suddetta pellicola decisamente al di sotto delle entusiastiche recensioni raccolte dentro e fuori dalla blogosfera, un pippone lentissimo, bolso e tendenzialmente radical chic con due soli acuti, le splendide sequenze della bastonata rifilata dal protagonista al bullo sempre pronto a perseguitarlo - girata con un occhio in pieno stile Haneke - e quella del massacro in piscina conclusivo.
Ebbene, in questa versione americana si finisce per perdere perfino il valore di quei passaggi, e dunque per assistere ad una sorta di versione di grana decisamente più grossa di quella europea che, allo stesso modo, non riesce a sfruttare lo spunto comunque interessante del vampiro dall'età indefinita imprigionato nel corpo di una ragazzina: a questo proposito, neppure la di norma molto convincente Chloe Grace Moretz riesce a trasmettere l'intensità di Abby, risultando senza dubbio più scialba della sua controparte del Vecchio Continente.
Un vero peccato, perchè - come mi era già capitato di considerare rispetto all'originale - trovo che le basi per costruire un ottimo horror "sentimentale" ci fossero tutte, inevitabilmente schiacciate da un'eccessiva ambizione - il lavoro del già citato Alfredson - e da un'inadeguatezza di fondo che finisce per ridurre il potenziale dell'ambientazione - sarebbe stato più interessante provare a mescolare le carte in tavola evitando di riproporre la cornice innevata del film ispiratore - così come del cast - oltre alla Moretz, sparisce in un ruolo troppo marginale perfino il sempre ottimo caratterista Richard Jenkins, senza contare Elias Koteas, assolutamente sprecato per l'investigatore, quasi una comparsa -, senza contare l'amplificazione esponenziale della noia che già aveva attanagliato gli occupanti di casa Ford ai tempi della visione di Lasciami entrare.
Let me in perde dunque nettamente il confronto nonostante potesse contare sul vantaggio di poter difficilmente fare peggio, rivelandosi uno dei titoli meno interessanti e più velocemente destinati ad essere dimenticati che il genere mi abbia riservato nel corso delle ultime stagioni, finendo per entrare di diritto nella terrificante categoria di quei film non abbastanza brutti da farmi davvero incazzare o divertire nel corso della loro stroncatura, inutili al punto di rendere davvero difficile perfino arrivare decentemente alla fine di un post cercando di dare un senso allo stesso.
In qualche modo, si potrebbe parlare di titoli "succhiasangue" a tutti gli effetti.
Almeno da questo punto di vista, lo scialbo prodotto di Reeves ha reso onore al suo nome.


MrFord


"I've seen love go by my door
it's never been this close before
never been so easy or so slow
I've been shooting in the dark too long
when something not right it's wrong
you're gonna make me lonesome when you go."
Bob Dylan - "You're gonna make me lonesome when you go" -




sabato 2 novembre 2013

Dead in Tombstone

Regia: Roel Reinè
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 100'





La trama (con parole mie): Red Cavanaugh, bandito liberato dalla temibile gang di Blackwater ormai sull'orlo del patibolo, offre ai suoi compagni un colpo in una piccola città mineraria scarsamente protetta. Quando la rapina ha successo, però, Red si libera del leader del gruppo, il fratellastro Guerrero, in modo da affermare il suo potere sui loro uomini e sulla città stessa, che ribattezzerà Tombstone.
Condannato alla dannazione eterna, Guerrero convincerà Satana in persona a rimandarlo sulla Terra in modo da consegnargli le anime dei suoi sei ex compagni, Red compreso, ed avere in cambio la salvezza: la sua missione vedrà sparatorie e spargimenti di sangue, nonchè una rivolta della gente del posto stanca dell'egemonia dei membri della banda, ma nasconderà anche un inganno degno del Diavolo.





Probabilmente, se un buono sceneggiatore ed un grande regista si fossero messi al lavoro su una pellicola con protagonista Danny Trejo ambientata nel West più sordido e sanguinoso agli ordini di un Satana interpretato da Mickey Rourke in grado di mescolare il Clint Eastwood de Lo straniero senza nome e Il cavaliere pallido all'horror videoludico di Undead nightmare, nato da una costola del Capolavoro targato Rockstar Games Red dead redemption, probabilmente mi sarei trovato di fronte ad uno dei più grandi cult mai passati da queste parti: peccato che Dead in Tombstone sia firmato dal misconosciuto - e decisamente poco grande - Roel Reinè e sceneggiato con un piglio da dilettanti, finendo nel complesso per assumere le ben poco interessanti dimensioni della cagatona buona solo per i fan hardcore del genere e di Trejo.
Non che mi aspettassi di più, da un titolo uscito - per una volta sensatamente - in Italia direttamente per il mercato dell'home video e del quale non avevo praticamente sentito parlare, che sono riuscito a godermi principalmente come se si trattasse di un diversivo da merenda stravaccato sul divano in un giorno di riposo solo per la stima nell'attore messicano e che riconosco assolutamente lontano dal gusto di tutti quelli che non amano non solo le tamarrate, ma anche il Western e gli horror pseudo pulp di finta serie z che dai tempi del progetto Grindhouse hanno finito per proliferare in ogni dove - e spesso e volentieri senza che ce ne fosse davvero il bisogno -.
Certo, vedere Danny Trejo redivivo nel ruolo di cazzutissimo angelo vendicatore mandato dal Diavolo in persona su questa Terra nel ruolo di giustiziere, oltre che di parzialmente horror, ha tutto il sapore di quelle care, vecchie stronzate delle quali non riesco proprio a fare a meno, ed è un piacere osservare il grande amico del mitico Edward Bunker - si conobbero in carcere, ai tempi delle loro turbolente giovinezze - massacrare i suoi ex compagni traditori uno dopo l'altro e rivaleggiare con un Mickey Rourke più gigione che mai nel ruolo del sempre intrallazzone Lucifero - qui trasformato in una sorta di versione che incrocia l'Efesto classico al wrestler moderno -, ma al contempo è giusto sottolineare che il decisamente scarsino Reinè dietro la macchina da presa non ne sa certo una più del Demonio, e che il montaggio volutamente nervoso della pellicola risulta non solo fastidioso, ma anche ben poco interessante dal punto di vista tecnico - probabilmente se lo vedesse Thelma Shoonmaker avrebbe un collasso cardio circolatorio -.
Nel caso in cui, però, non siate troppo schizzinosi e cerchiate una trashatona da patatine e rutto libero, allora Dead in Tombstone potrebbe decisamente fare per voi in questi pomeriggi a cavallo di Halloween per trasportare la tradizione horrorifica di questo periodo in un contesto che, di norma, si mantiene lontano da tutto quello che è fantastico e oltre quelli che sono "sangue e merda", per usare un linguaggio pulp, e pure troppo: un'occasione da sbronza allegra accompagnata da un gruppo di brutti ceffi da competizione in grado di solleticare il testosterone e la voglia di attaccarsi alla propria console di gioco per rispolverare le pistole e dispensare una vagonata di sana giustizia da Frontiera.
Del resto anche il Diavolo ben sa che lungo certi confini viaggiano sempre più anime perdute.



MrFord



"I'm like evil, I get under your skin
just like a bomb that's ready to blow
'cause I'm illegal, I got everything
that all you women might need to know."
AC/DC - "Shoot to thrill" - 



venerdì 1 novembre 2013

Halloween

Regia: John Carpenter
Origine: USA
Anno: 1978
Durata: 91'




La trama (con parole mie): Michael Myers, che nella notte di Halloween del 1963 assassinò a sangue freddo la sorella, è internato in un istituto psichiatrico e sorvegliato durante tutta l'adolescenza e la crescita dallo specialista Loomis, che alla vigilia della ricorrenza nel 1978 scopre con orrore che il giovane è fuggito, facendo rotta verso la cittadina in cui è cresciuto.
Presa di mira una giovane studentessa, Laurie, Myers seminerà il panico nella notte delle streghe, nonostante l'intervento dello sceriffo locale e dello stesso Loomis, pronto a tutto - anche ad andare ben oltre i limiti imposti dal suo ruolo e dalla Legge - per fermarlo.




Basterebbero l'attacco del tema firmato dallo stesso John Carpenter ed il fantastico piano sequenza in apertura, per rendere Halloween uno dei grandi, veri supercult dello slasher e dell'horror tutto, senza neppure farci sopra troppi giri di parole.
Ma è davvero difficile non soffermarsi e dedicare un post - in una ricorrenza come il giorno di Halloween, per l'appunto - ad una delle pellicole che più ha influenzato il genere negli anni, un gioiellino girato con mezzi decisamente limitati eppure tecnicamente stupefacente, responsabile non solo di aver contribuito alla carriera straordinaria di John Carpenter, ma di aver regalato agli appassionati, alla settima arte e alla cultura popolare uno dei charachters più impressionanti del genere, Michael Myers.
Il giovane - anche se, ai tempi delle prime visioni di questo film, all'allora bambino Ford pareva praticamente un vecchio - serial killer dalla maschera bianca e gli occhi neri da predatore puro è stato, è e molto probabilmente resterà uno dei volti più terrificanti dell'horror, perfetto nell'incarnare la potenza distruttrice di un destino venuto a mietere le sue vittime tra noi comuni mortali.
Così come il suo "coetaneo" Leatherface, anche Myers porta sullo schermo una sorta di inquietante innocenza e naturalezza ad accompagnare i suoi atti - splendida e terrificante ancora oggi la sequenza che vede il protagonista inclinare leggermente di lato il viso per osservare, come incuriosito, una vittima morente -, rendendo il consueto massacro che lo slasher impone decisamente più interessante, grazie anche a quello che è il suo vero avversario, lo psichiatra Loomis interpretato da Donald Pleasance, nome di punta della pellicola ai tempi e ottimo nel rendere l'ossessione del medico rispetto alla crudeltà di Myers.
L'idea di Carpenter e della fidata produttrice Debra Hill di rendere lo psichiatra dell'inarrestabile Michael primo sostenitore della sua eliminazione fisica risulta senza dubbio innovativa rispetto ai tempi, e ancora oggi certamente d'impatto: a fare da contrappeso all'aggressività decisamente "armata" di Loomis/Pleasance l'acqua e sapone dell'allora esordiente Jamie Lee Curtis, vestita malissimo e perfetta nel ruolo della ragazza ligia alle regole costretta a reinventarsi survivor per scampare all'inesorabile avanzata dell'assassino che l'ha in qualche modo identificata nella sorella, che fu sua prima vittima quindici anni prima.
Ad una parte finale da cardiopalma Carpenter associa una prima metà giocata sull'attesa ed i tempi dilatati, i piani sequenza ed i carrelli laterali, la presenza incombente di Myers e l'utilizzo magistrale della colonna sonora, composta come già scritto dal regista e divenuta un cult imprescindibile della categoria.
Un gioiellino, dunque, capace d'intrattenere nella migliore tradizione del genere ed allo stesso tempo di attestarsi a standard tecnico elevatissimo ottimo per qualsiasi scuola di Cinema o palestra per aspiranti registi.
Rimasto ineguagliabile anche in tempi recenti per i due discutibili remake firmati da Rob Zombie, Halloween resta il titolo principe da godersi per festeggiare come si conviene la Notte delle streghe, e Michael Myers il suo straordinario alfiere.
Avercene anche oggi, di horror così.



MrFord


"This is Halloween, everybody make a scene
trick or treat till the neighbors gonna die of fright
it's our town, everybody scream
in this town of Halloween."
Marilyn Manson - "This is Halloween" - 



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...