lunedì 8 agosto 2011

Vento di passioni

Regia: Edward Zwick
Produzione: Usa
Anno: 1994
Durata: 133'


La trama (con parole mie): narrate dalla voce dell'anziano guerriero Colpo di pugnale, le vicende della famiglia Ludlow ci portano a conoscere la storia che vede intrecciarsi gli amori e le morti, le lotte e le conquiste di tre fratelli nati sul finire dell'ottocento, profondamente diversi per carattere ed aspirazioni.
Alfred, il maggiore, ligio alle regole della società ed aspirante politico, Tristan, dal carattere instabile e selvaggio, legato ad una natura di cacciatore, e Samuel, giovane timido eppure desideroso di avere la possibilità di affermare la sua gloria personale.
Da un'estate spensierata sotto gli occhi del padre e di Susanna, fidanzata di Samuel, agli orrori della Prima Guerra Mondiale, dai primi drammi umani e sentimentali all'epoca del proibizionismo, un'epopea assolutamente classica ed assolutamente americana nella migliore tradizione della grande retorica da blockbuster.


Ricordo, ormai con un sorriso a metà tra il divertito ed il "mi trattengo a stento all'idea di tornare indietro nel tempo e seppellirmi di bottigliate", il periodo travagliato - caratterialmente parlando - dell'adolescenza fordiana, dapprima legata ad un'eccessiva timidezza e dunque sfogata in atteggiamenti da stronzetto che fa il superiore o in fughe solitarie - fossero in montagna o chiuso in camera a scrivere -, in letture selvagge e ribellioni scritte ovunque - dalle strade al banco di scuola - o segnate dai pugni menati spesso e volentieri su muri, armadietti e chi più ne ha più ne metta.
Il risultato delle mie altalenanti reazioni al periodo più instabile della vita di ognuno di noi si sente ancora oggi, tanto da essere spesso e volentieri evitato da molti amici ed ex dei tempi ed uno dei due della vecchia classe delle superiori cui tutti gli altri hanno scelto di interdire l'accesso ad ogni cena di vecchi compagni da qui all'eternità.
Ebbene, ai tempi c'erano tre cose che mi permettevano di partire per i miei voli pindarici da cazzone sedici/diciassettenne - scrittura a parte -: Hermann Hesse, la musica classica e Vento di passioni.
Il personaggio di Tristan - un Brad Pitt credo al culmine del suo fascino -, con i suoi scatti d'ira e le pulsioni di fuga, slegato da tutti eppure da tutti profondamente amato, era la risposta a quello che ero allora: un ragazzino insicuro di quello che voleva, che mai avrebbe rinunciato a ciò che lo faceva sentire vivo ma, ad un tempo, desiderava ardentemente essere al centro del mondo, pur facendo di tutto per far credere il contrario.
Rivedere Vento di passioni ora fa un effetto molto strano, cinematograficamente così come emotivamente: innanzitutto, nel corso degli anni ho riscoperto Zwick come un regista all'americana nell'accezione peggiore - quelli dalla retorica facile e di grana grossa, per dirla pane al pane -, autore di pellicole assolutamente inguardabili ed altre - cerchia alla quale appartiene anche questo titolo - da schiaffarsi con la mente libera, senza troppi radicalchicchismi e soprattutto con un bel mollettone fissato al naso del buon gusto cinematografico.
Inoltre, la mia percezione dei protagonisti della vicenda è molto cambiata dai tempi in cui Tristan era circondato da un alone di perfezione quasi mitica, e se le sue fughe ed il suo continuo slegarsi dal contesto allora mi parevano la cosa più giusta ora hanno più il sapore della mancanza di responsabilità e, soprattutto, di un egoismo emotivo che lascia che tutti siano legati a lui indissolubilmente, ma che lui non lo sia rispetto a nessuno.
I personaggi del Colonnello Ludlow - un buon Anthony Hopkins - e di Alfred - che allora semplicemente detestavo - assumono una tridimensionalità assolutamente maggiore ai miei occhi di "adulto", e il dialogo tra lo stesso Alfred e Tristan nel canyon dove riposano i loro cari defunti, riassunto perfettamente nelle parole che il maggiore rivolge a suo fratello "Io ho seguito tutte le regole, di Dio e degli uomini, e tu non ne hai seguita nessuna: e tutti ti hanno amato di più. Nostro padre, Samuel, perfino mia moglie" ora trova nuovi significati, non più relegati ad una sorta di esaltazione per il coraggio di Tristan di rompere tutti gli schemi, quanto a quello di Alfred di sopportare il peso di tutte le macerie emotive lasciate da Tristan sulle sue spalle.
Una visione, dunque, quasi educativa nelle sue diverse percezioni, che mi rendo conto avere un significato molto più profondo a livello personale che non cinematografico, tanto da rendere questo post una sorta di riflessione, più che un'analisi della fotografia laccatissima - splendidi paesaggi, ma confezione da cartolina -, della colonna sonora tipica del film epico e della ricerca della commozione dello spettatore a più riprese, non ultimo il finale, culmine della ricerca dello stesso Tristan.
Del resto, il bello del Cinema è anche questo: trovarsi di fronte allo stesso film e scoprire quanto si è cambiati rispetto ad esso.
Uno specchio magico attraverso il quale perdersi e ritrovarsi.
Quasi quasi si scomoda Bergman.
Ma è meglio che mi fermi: non vorrei affossare troppo il povero, onesto Zwick.

MrFord

"I'm going hunting
I'm the hunter
I'll bring back the goods
but i don't know when."
Bjork - "Hunter" -

domenica 7 agosto 2011

Io no spik inglish

Regia: Carlo Vanzina
Produzione: Italia
Anno: 1995
Durata: 93'

La trama (con parole mie): Sergio Colombo, assicuratore sessantaduenne di Albenga soffocato da un matrimonio da incubo, è messo sotto esame dal suo superiore a causa di una serie di grossolani errori dovuti alla sua poca dimestichezza con l'inglese, pena il licenziamento.
L'uomo dovrà dunque sacrificare l'intero mese di ferie e trasferirsi ad Oxford per un corso intensivo che possa permettergli di conservare il posto: a causa di un misunderstanding, però, Colombo finisce in una classe composta da bambini. 
Dovrà dunque fare di necessità virtù, tornare sui banchi di scuola, studiare a fondo e, chissà, tornare con una consapevolezza del tutto nuova in patria.


Lo ammetto: mi fa davvero strano postare la recensione di un film che avrò visto mille milioni di volte - soprattutto nel periodo estivo e soprattutto nel corso dell'adolescenza -, che ho sempre considerato assolutamente scarso da ogni aspetto cinematografico ma che, in qualche modo, riesce a farmi rimanere inchiodato a vederlo recitandolo a memoria ogni volta che mi capita a tiro.
Sarà che a Paolo Villaggio sono sempre stato legato per Carlo Martello e Fantozzi, che la malinconia espressa dai suoi personaggi timidi ed impacciati mi ha sempre fatto tenerezza - così come provoca rabbia in molti altri spettatori, del resto -, sarà che d'estate mi piace tornare indietro nel tempo e concedermi viaggi nella mia memoria di spettatore, ma eccomi qui.
La cosa divertente è che proprio non saprei di cosa parlare, a meno di non citare le gag che vedono il protagonista Sergio Colombo alle prese con una lingua dapprima ostica - e qui, come Julez ben sa, non posso tacere la scena cult della valigia smarrita all'aeroporto di Heathrow - dunque perfettamente padroneggiata, o concedermi un elogio dell'evoluzione molto fantozziana del personaggio e della sua presa di coscienza rispetto all'idea di ribellarsi a quella che è la sua condizione quotidiana, soprattutto dentro casa.
Immagino che voi tutti abbiate film - d'accordo, tutti tranne Cannibale - clamorosamente trash che continuate ad amare pur essendo maturati come spettatori, o almeno, avendoci provato - d'accordo, tutti tranne Cannibale - e che sapete di poter vedere e rivedere senza effettivamente stancarvi mai: Io no spik inglish, per il sottoscritto, è uno dei cult al rovescio estivi di tutti i tempi, e già so che l'anno prossimo mi ritroverò bello fresco all'inizio di agosto con la voglia di tornare tra i banchi di scuola con Sergio Colombo, tra equivoci sui lati di guida ed altri sulle pippe - e attenzione, ai tempi l'attualissima Pippa Middleton non si sapeva ancora manco chi fosse! -.
La cosa divertente è che, guardandomi attorno in rete prima di scrivere questo post, ho scoperto che, due anni dopo, è stato anche prodotto un sequel chiamato Banzai dalla trama che ricorda, molto alla lontana, l'incipit di Una notte da leoni 2.
La cosa ancora più divertente è che, ora, sarà quasi impossibile resistere alla curiosità di recuperarlo.
Con la differenza che, probabilmente, mi ritroverò a menare bottigliate selvaggie.
Crescere, a volte, è proprio una fregatura.

MrFord

"In Inghilterra sei al verde avrai un sussidio In Italia sei al verde io non ti invidio.
in Italia sei gay ti sfotte la gente In Inghilterra sei gay ti fanno dirigente.
in Inghilterra non esiste l’IVA In Inghilterra non esiste Fibra.
in Italia le ragazze hanno la pelle liscia In Inghilterra le tipe bevono vodka liscia."
Fabri Fibra - "Speak English" -

sabato 6 agosto 2011

West side story

Regia: Jerome Robbins, Robert Wise
Produzione: Usa
Anno: 1961
Durata: 152'

La trama (con parole mie): nel pieno del degradato West side della Grande Mela si contendono il territorio i bianchi Jets ed i portoricani Sharks, guidati da Riff e Bernardo. Nel pieno del loro conflitto e alle soglie di un duello che dovrebbe determinare chi sarà a comandare quelle strade, Riff chiede aiuto a Tony, vecchio compagno d'armi ravvedutosi ed ormai inserito nella società: il giovane dapprima accetterà, ma l'amore per Maria, sorella di Bernardo, lo convincerà che la scelta migliore sarà quella di fare di tutto perchè la pace tra le due bande sia la soluzione finale.
Ma, come per Romeo e Giulietta - fonte d'ispirazione dichiarata del musical -, il destino dei protagonisti sarà tragico e terribile.

Grazie al rinnovato interesse risvegliatosi in casa Ford rispetto ai musical - da sempre genere di riferimento di Julez - abbiamo approfittato delle ferie - purtroppo ormai alle spalle - per rispolverare alcuni Classici del genere che da troppo tempo giacevano in attesa di una visione nonostante facessero parte del nutrito catalogo di dvd fordiano: West side story, in particolare, è risultato un vero e proprio colpo di fulmine.
Girato con perizia straordinaria da Robert Wise - affiancato alla regia dal coreografo Jerome Robbins -, questo film rappresenta l'esempio perfetto di quanto il talento e la resa possano valicare i confini dei generi ed appassionare il pubblico anche a distanza di decenni, inchiodando alla poltrona dal primo all'ultimo minuto nonostante la durata decisamente impegnativa - sulla carta, almeno -.
Tutto, dalle coreografie alle interpretazioni, dalla sceneggiatura al montaggio, fino agli straordinari testi delle canzoni - i Jets di fronte al negozio di Doc che cantano il disagio giovanile sono l'esempio di un'opera di totale avanguardia e rara potenza - e alla fotografia praticamente perfetta contribuiscono alla resa di un film fondamentale, un Classico di razza come raramente se ne incontrano, che fa dell'ispirazione a Romeo e Giulietta un punto di partenza per analizzare tematiche scottanti - allora come ora - come le tensioni razziali, il razzismo, l'ingiustizia legata agli organi di controllo - la figura del viscido Krupke - e l'imprevedibilità delle passioni umane.
Ironia e dramma - si pensi al divertentissimo confronto tra Bernardo e Anita a proposito della vita degli immigrati portoricani negli States o allo scontro tra Jets e Sharks che da inizio alla drammatica escalation della parte conclusiva - si mescolano al servizio dello script e delle coreografie, perfettamente inserite nello svolgimento della storia e spesso realizzate, ai tempi delle riprese, in pieno giorno nel West side, in quartieri allora difficili scomparsi con le loro strade più note.
Una storia d'amore che porta alla ribalta una sempre ottima Natalie Wood, supportata dalle interpretazioni dei premiati con l'Oscar George Chakiris e Rita Moreno e che vede i futuri protagonisti di Twin Peaks Richard Beymer e Russ Tamblyn - rispettivamente Ben Horne e il dottor Jacobi - in grande spolvero nei ruoli di Tony e Riff, quest'ultimo in grado di arricchire le sue performances con acrobazie notevoli, a metà tra lo stuntman e l'artista circense.
Una pellicola di qualità incredibile, fuori dal tempo ed in grado di parlare a generazioni differenti di spettatori come solo il meglio del Cinema è in grado di fare: il consiglio è, che siate amanti del genere oppure no, di buttarvi alla prima occasione in questa visione ed assaporarla dal primo all'ultimo minuto, godendovi i colori saturi tipici dell'epoca dei grandi Studios e le scale cromatiche dei costumi dei protagonisti, le canzoni e le coreografie, le risate e lo struggimento, i momenti d'introspezione e le lotte per la supremazia nelle strade che, senza dubbio, hanno influenzato anche cult esplosi in ambiti completamente differenti, in particolare I guerrieri della notte, che pare dovere ben più di un'ispirazione alla rivalità tra Jets e Sharks.
Quando si dice, insomma, che un film pare avere proprio tutto.

MrFord

"ANITA
I'll get a terrace apartment
BERNARDO
Better get rid of your accent
ANITA
Life can be bright in America
BOYS
If you can fight in America
GIRLS
Life is all right in America
BOYS
If you're a white in America."
Stephen Sondheim & Leonard Bernstein - "In America" -

venerdì 5 agosto 2011

KO Tecnico: la letteratura secondo Bens&Ford


La trama (con parole mie): così come i round in un incontro tosto che più tosto non si può, si susseguono le collaborazioni tra il vecchio cowboy ed altri viaggiatori incontrati al saloon. Questa volta tocca a Bens lettrice accanita e ruvida cantrice dei postumi da romanzo.
Per iniziare a scaldarci prima di continuare la collaborazione dedicandoci a qualche lista come le Blog Wars insegnano, abbiamo deciso di fare una corposa chiacchierata a proposito di un genere che riesce sempre a colpire entrambi come il colpo del KO: l'hard boiled.


Non è questione di gusti. È questione di scelte. Umane, non letterarie. Quindi siete liberissimi di andare via, di vendervi l’anima al perbenismo calvinista, di fottervi il cervello in concettualismi puritani. Questa è roba per chi ha scelto la disfatta al trionfo napoleonico, il ferro al cioccolato, il rum allo Chardonnay, la rumorosa solitudine di Settembre al muto caos di Maggio; è roba per chi offre il viso ad una sberla piuttosto che ad un cinico ammiccamento. Quindi, se non ve la sentite di perdere un po’ di sangue dal naso e farvela sotto, non c’è problema. È una questione di scelte, no?!

Bens

Fatevi sotto, dunque, se avete coraggio: questo è l'hard boiled.

Ford

Il vecchio Bunk: detenuto, romanziere, sceneggiatore, attore e chi più ne ha più ne metta.
Bens Io a Eddie Bunker devo tutto. La maggior parte delle mie letture successive è dipeso, e in un certo senso dipende ancora, da quel primo incontro con “Educazione di una canaglia”. È stato il mio 9 Termidoro: sanguinario, arterioso, implacabile, inarrestabile. Bunker mi ha teso la mano offrendomi il suo stomaco maciullato, le sue ossa spezzate, i calci in pieno volto, la terra imprigionata tra ciglia raggrumate da sangue secco che disegna profili deformi di zigomi putrefatti. Bunker mi ha regalato questo, una maschera di sangue che urla oscenità, un naso incollato al pavimento umido di una cella mesta guarnita dal nauseabondo fetore di piscio asciutto.
E poi mi ha teso l’altra mano: espiazione. Più animalesca di una sodomizzazione non autorizzata, primitiva come un morso che affonda nella carne viva, intensa come la follia dell’incomprensibile. Ecco, Bunker scriveva di uomini mentre il resto del mondo raccontava storie.

Ford Il vecchio, cagnesco, redento Eddie: anch’io devo molto ad un autore che è stato in grado di mostrare quanto, in letteratura – ma cazzo, anche nella vita – sia importante conoscere ed avere esperienza di tutto quello che si sceglie di raccontare. Più che una questione di utilità stilistica, parliamo di sincerità, di onestà verso il lettore.
La prima volta che assaggiai le sue pagine disperate, eppure sempre ribollenti passione e speranza, fu con “Little boy blue”, legato a doppio filo con “Educazione di una canaglia”, nonché versione romanzata di quella che è, a tutti gli effetti, l’autobiografia dell’autore.
Ma fu “Come una bestia feroce” a fare la differenza. Max Dembo, con il suo sforzo di rientrare in una società che, a ben guardare, non l’ha mai davvero voluto, la sua faccia da schiaffi ed i suoi “fanculo” alle regole del mondo, ha scassinato tutte le mie cassaforti interne divenendo il capostipite dei “maledetti” che tanto mi conquistano tra le pagine dei libri così come sul grande o piccolo schermo. Max Dembo è stato lo spartiacque tra il giovane Ford frenato da un carattere sempre un pelo troppo chiuso e quello dalla parolaccia facile e l’alcool deciso della “maturità”, il primo tra i tanti Sawyer amati per le loro imperfezioni, i disequilibri, gli slanci di umana passione e la ferocia degli altrettanto umani egoismi. Sincerità, si diceva.
Forse sono solo uno stronzo, proprio come Max Dembo. E l’ho scoperto grazie a Bunk.
 
Uno dei romanzi più importanti della letteratura americana contemporanea
Bens Sai qual è l’ultimo libro che per intensità umana, a tratti prevaricando quella letteraria, mi ha ricordato Bunker? “Il potere del cane” di D. Winslow.
Ovviamente Bunker sfiorava dei picchi di intimismo degni del più travagliato Van Gogh, mentre Winslow al massimo raggiunge la minuzia di Seurat. Ma prima di far conoscenza con la simpatica famiglia Barrera non avevo mai letto nulla di tanto malvagio. Il male assoluto, forse un po’ troppo stereotipato, a volte ipocrita. Un male che previene la nascita del più timido germoglio, che inaridisce e ti mastica per poi risputarti a terra, madido di bava e ciancicato, come un pezzo di tabacco della più infima qualità.
“Il potere del cane” è un libro cattivo, la violenza si lascia alle spalle ettari ed ettari di speranze bruciate, carcasse di vite spezzate, pietismi calpestati; e non importa a nessuno quanto bene tu possa fare, le cicatrici dell’orrore rimangono visibili sulla pelle martoriata.
Questo libro ha avuto su di me lo stesso impatto, fastidioso e magnetico che esercitò “Il Conte di Montecristo”, proprio come Bunker rispolverò gli amplessi emotivi della giovane e ruvida lettura di “Delitto e Castigo”.

Ford Il potere del cane. Il potere del cane. Il potere del cane.
Devo continuare a ripetermelo come se dovessi risvegliarmi da un sogno, un brutto sogno.
Uno dei libri più sconvolgenti che abbia letto negli ultimi dieci anni, una meraviglia per il cuore, per quanto crudele la stessa sia. 
Ho ancora impressa a fuoco quella volta in cui, salendo le scale della metropolitana, dovetti interrompere la lettura per non "vedere" Parada morire, o quando rimasi sconvolto dall'intensità della notte d'amore di Sean e Nora. Roba da essere lì, come se fosse un ricordo.
Quante volte noi possiamo dire di aver vissuto così intensamente qualcuno, in un letto? Winslow deve aver scavato in se stesso, per trovare pagine e personaggi così incredibilmente vivi, pieni, traboccanti quella cazzo di passione che ti sfonda a calci o apre il suo cuore solo per te, perchè tu sei l'unico per lei.
Il potere del cane, però, non è solo uno dei più grandi romanzi che la letteratura americana contemporanea abbia regalato a noi poveri stronzi, ma anche un monito: perchè quelle sono pagine, un intrigo legato al traffico di droga e alla politica, qualcosa di così grande da essere inseguito da Art Keller per una vita intera, eppure il potere del cane è lì, in agguato, che latra in ognuno di noi. Il tuo dove si nasconde?

Bens Il mio si nasconde dove nessuno lo può vedere: in superficie. E comunque, caro Ford, sei proprio un romanticone! Sai cosa mi ricordo bene di questo libro? Bambini che volano giù da un ponte, la testa mozzata di una donna con gli occhi increduli di chi si stupisce del labile confine che, a volte, separa il sesso dalla violenza, stragi gratuite in bische clandestine e la solitudine di Art Keller che combatte una guerra, da solo, più per orgoglio che per senso della giustizia.
Ma tu, giustamente, da lettore navigato ti chiedi dove Winslow abbia preso tutto quell’amore e appagamento, mentre dettagliatamente descrive rocambolesche acrobazie pubiche. Secondo me, il caro Don, questa scena l’ha tirata fuori dallo stesso posto in cui Meg Ryan tirò fuori quell’orgasmo in “Harry ti presento Sally”.

Ford Tu dici, Bens!? Io invece sostendo l'ipotesi del bunkerismo, e credo che le cose migliori vengano fuori dall'esperienza di uno scrittore, per quanto filtrata ed abbellita possa essere dalla prosa. 
Per la simpatica Meg non c'è posto nell'affresco terribile de Il potere del cane.
Mi dai del romanticone? Allora vuoi proprio che ti riveli un segreto: il potere del cane vive attraverso le gesta del personaggio con l'anima più oscura di tutta la storia, quel Tiburon che non guarda in faccia nessuno, perchè è l'unico che ha accettato davvero quel compromesso.
Neanche i Barrera si spingono tanto oltre.
El Tiburon ha capito che il potere del cane è parte di noi.
E non fa nulla per tenerlo a cuccia.

Bens El Tiburon. Avrebbe fatto rabbrividire anche Stavrogin. Tuttavia i miei precedenti riferimenti al male stereotipato, non ti nascondo mirassero, per buona parte, a lui.
Io ne ho odiati di personaggi, da Sorel a Javert, da Cathrine Earnshaw ad Emma Bovary e li ho odiati per quei fallimenti umani che si trascinavano dietro, patetici riflessi delle nostre comuni debolezze, emarginati custodi di vizi ed invidie, divinità greche ferite. El Tiburon è troppo cattivo, rasenta la banalità caricaturale, quindi come si fa ad odiarlo? Secondo me, era solo matto.

 Ford Una caricatura che non vorrei mai trovarmi a disegnare, quella del Tiburon. Un male così terribile, meschino e selvaggio da riportarmi alla mente Grenouille, in assoluto il personaggio che più ho detestato nel mio percorso di lettore.
Anche El Tiburon non emana alcun odore. Il suo è un destino nato, cresciuto e finito sotto il potere del cane nella sua forma più pura. Così terribile che neppure le peggiori e più oscure pagine del Lansdale de Il mambo degli orsi o Il valzer dell'orrore, o la violenza sotterranea del cinico Mickey Spillane possono pensare di poter sostenere. Il male oscuro del noir più nero.


Il buon vecchio Joe Lansdale, uno degli idoli di casa Ford, nonchè creatore della coppia più incredibile di investigatori della letteratura: Hap Collins e Leonard Pine.
Bens Io, con tuo grande disappunto, ho letto solo “Rumble Tumble”, più che altro per avere un’idea, generale sì, ma sufficiente, circoscritta tuttavia alla coppia Hap&Leonard. Mi aspettavo i fuochi d’artificio ed invece sono stata indisposta da bambineschi petardi che non farebbero saltare in aria nemmeno una fabbrica cinese costruita con il cartongesso.
Hap e Leonard sono simpatici come il compagno di corso che ti fa copiare l’esonero di Politica Economica. Grazie per il 26 e arrivederci: limitiamo però i contatti ad un puro gioco di benefici contrattuali.
Poi invece c’è l’amico genuinamente travolgente, senza nessun tipo di sforzo, come il Doc Sportello di Pynchon, per il quale ti faresti anche cacciare dall’aula il giorno della discussione della tua tesi. Quanto sei disposto a perdere? È una questione di sacrifici, anche con i libri. Ora ti dico una cosa che non c’entra nulla con quello di cui stiamo discorrendo, ma qualche giorno fa si ruppe una zampa del mio letto e per compensare l’altezza delle tre rimaste intatte, mia madre mi obbligò, letteralmente, ad usare alcuni dei miei libri. Ho salvato solo Pynchon, Moresco ed “Educazione di una canaglia”. Mentre Ellroy, Winslow, Chandler , hanno combattuto per 8 ore sotto il mio peso. Avrei dormito per terra, altrimenti.

Ford Il peso della cultura e quello della vita. Una bella metafora davvero. Ti sei salvata in corner, perchè nessuno parla male di Hap e Leonard – e cazzo, nessuno legge "Rumble tumble" prima di "Una stagione selvaggia" – e la passa liscia, dalle mie parti.
Inoltre, che ci vuoi fare!? Sarà che sono uno di quelli “che tengono i cavalli” - e prendo in prestito Peckinpah, McQueen e il Cinema, per stavolta – ma io preferisco stare con le spalle larghe a reggere peso che menarmela bello tranquillo sul comodino. 
E ti dico un'altra cosa: il vecchio Bunk, questo sgarro, non lo apprezzerà di certo.
Perchè lui sarebbe stato là in basso con me, Chandler, Winslow e, senza dubbio, i signori Collins e Pine.

Bens Ok, colpita ed affondata. Ma la mia era solo compassione femminile. Bunker in quel libro viaggia sui livello del più accorato Hugo, ecco perché mi ha fatto rabbia leggere Ellroy subito dopo. È stato come venir spinta giù dal carro dei vincitori, come un attacco di diarrea in un sconquassato bagno della metropolitana di Brooklyn (ogni riferimento a cose e persone è puramente casuale, ovviamente) o come pezzi di spinaci che, impavidi, si ancorano tra denti e gengive, durante la cena di un primo appuntamento.
Ellroy è il manifesto della geometria, è la quintessenza del radicalismo manicheo e la sua gamma di colori non va oltre un indisponente grigio topo. Ellroy è inodore, non c’è lo sbattimento genitale ed emotivo che converrebbe ad ogni libro “serio”: niente sudore, storia, passato, personalità. Vuoto, come il mio pacchetto di sigarette.

James Ellroy, il fighetto dell'hard boiled
Ford Questo te lo concedo, del resto si sa che l’esperienza – come Bunker insegna e Lansdale e Winslow tentano ostinatamente di trasmettere – e la passione per la vita – qualsiasi vita, a qualsiasi livello – siano determinanti per definire lo spessore emotivo di un romanzo, così come la sua capacità di reggere anche il peso di un letto, qualsiasi uso se ne faccia quando ci si sta sopra.
Spillane e Chandler, invece, stanno nel mezzo, quasi fossero degli ottimi incassatori che paiono farsi piccoli piccoli all’angolo per poi sfoderare l’uno due al corpo che ti piega togliendoti il fiato per finirti senza troppi patemi con un gancio dritto alla mascella. Ma qui si finisce in territori addirittura nordici, e prima che venga rapito dall’alcool facile e dalla mascella rotta di Harry Hole, direi che è il caso di battere cassa per questa dissertazione, e prepararsi a sparare le prossime cartucce.

Bens Alla mia età è difficile dividere la propria vita in capitoli: è tutta una somma di anni scolastici sfangati, passaggi in motorino rubati, coprifuochi violati, punizioni scontate. Ma se c’è un momento che non si è perso nella confusione dei miei vent’anni è stato quel primo Bunker letto.
Il giro di boa. Ci siamo guardati, studiati, annusati. Con diffidenza prima per poi scivolare in conturbanti amplessi di pagine sfogliate: come due adolescenti che si scoprono attraverso il sesso. Poi sono arrivati Winslow, Chadler, Ellroy, Lansdale, il Pynchon di Vizio di Forma, tutti accolti con la stessa voluttuosità di una notte d’amore, più o meno soddisfacente.
Vorrei solo che si apprezzasse l’hard boiled per i denti rotti, il sangue incrostato, i cazzotti sulla bocca dello stomaco, la rassegnazione, la paura di scoprirsi migliori, il compromesso, la perdita, l’umanità, lasciando ai poveri di cuore le scornate rifilate dalla purezza di ben altre letture.

Ford Dici giusto. In fondo, l’hard boiled è il balsamo per le ferite dei passionali, di quelli che scrivono e vivono con la pancia, prima che con la testa, e trovano il loro stile nel non averlo.
Quelli che si svegliano senza ricordarsi dove si sono addormentati, e spesso e volentieri passano dei guai, per questo. E quelli che lo facevano alla tua età, e poi, un passo dopo l’altro, un’esperienza dopo l’altra, finiscono per gustarsi un passo felpato e tranquillo, come vecchi gatti imbolsiti dalle ferite che cominciano a sparire sotto il pelo.
Che, come si dice in giro, si può anche perdere senza dover rinunciare al vizio.

L'uomo senza sonno

Regia: Brad Anderson
Produzione: Usa, Spagna
Anno: 2004
Durata: 94'



La trama (con parole mie): Trevor Reznik, un operaio che non dorme da più di un anno e si conforta soltanto tra le braccia della prostituta Stevie e grazie a caffè notturni all'aeroporto, non trova pace e risposte per gli strani post it che campeggiano spesso e volentieri sul suo frigorifero e all'atteggiamento assunto dai suoi colleghi di lavoro da qualche tempo a questa parte.
Qualcosa pare iniziare a muoversi quando nella sua vita fa la comparsa il misterioso Ivan, nuovo assunto della fabbrica che pare sapere più di quanto non sembri di quello che sta accadendo.
Inizierà così, per Trevor, la ricerca della verità.
Ma non ci saranno affatto piacevoli scoperte.


Esistono alcuni film che hanno solo la sfortuna di essere arrivati tardi, o portare quel troppo che stroppia le tracce lasciate dalle pellicole che li hanno ispirati: L'uomo senza sonno è sicuramente uno di questi.
Passato agli onori della cronaca principalmente per l'incredibile interpretazione fisica di Christian Bale - che a livello attoriale ha sicuramente fatto meglio, ma in quanto a trasformismo ha qui raggiunto un livello che supererà soltanto con il recente The fighter -, il lavoro di Brad Anderson altro non è che un'astuta riproposizione dei temi analizzati da cult indiscussi quali Memento e Fight club o pellicole decisamente meno note al grande pubblico ma ugualmente efficaci come Identità.
A distanza di anni dalla prima, infatti, questa seconda visione non ha cambiato la mia opinione a proposito del risultato raggiunto dal lavoro di Anderson, che continua a mantenere un discreto livello tecnico senza riuscire a tutti gli effetti - per quanto sia chiaramente nelle sue intenzioni - ad entrare nel novero dei registi che stanno a metà tra il cool e il cult, il grande pubblico e l'autorialità sfrenata: come fu per Session 9 - lavoro comunque superiore a questo -, anche qui tutto, comprese le sequenze migliori, sa di deja vu, e non toglie dagli occhi e dal cuore dello spettatore un pò più consumato immagini in qualche modo già vissute, spesso e volentieri più intensamente.
La responsabilità di questo deficit resta, a mio parere, legata ad uno script poco incisivo e coraggioso, che avrebbe potuto sfruttare gli elementi più noir e gore della vicenda per virare quasi all'horror invece di tentare una via che pare perdersi in un deserto di idee già sentite che sta da qualche parte tra Lynch e Hitchcock, Nolan e Fincher.
Lo stesso personaggio di Ivan, un pò Kurtz e un pò Tyler Durden, appare molto poco sfruttato nella sua inquietante ed ingombrante presenza, e soltanto con il crescendo finale pare muoversi qualcosa di insolito grazie al reiterato confronto tra Trevor e la stessa sua nemesi.
So che dalle mie parole qualcosa dello svolgimento della trama si sarà intuito anche senza aver concesso a questo film una visione, ma vi assicuro che, aguzzando almeno un poco vista ed ingegno, vi basteranno poche scene per scoprire il trucco, e a quel punto il tutto risulterà ridursi alla mera attesa della risoluzione dell'enigma, sostenuta dalla sola, incredibile prova del protagonista, che per interpretare questo ruolo perse una quarantina di chili: il miracolo più evidente legato a L'uomo senza sonno, in effetti, risulta essere il passaggio che Bale ottenne quando, soltanto qualche mese dopo aver terminato le riprese di questa pellicola, si ritrovò in piena forma sul set di Batman begins.
Guarda caso, con Nolan.
E lui sì, che è un vero illusionista.
MrFord

"Step off homes - get out of my way
taxing little girlies from here to L.A.
waking up before I get to sleep
cause I'll be rocking this party eight days a week."
Beastie Boys - "No sleep till Brooklyn" -

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