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lunedì 4 maggio 2020

White Russian's Bulletin



Per festeggiare come si conviene l'inizio della tanto agognata Fase 2 ho pensato che uno dei vecchi e cari ritardi del Saloon ci stesse alla perfezione, considerato che, per la prima volta da sei settimane, sono riuscito ad allontanarmi da casa per allenarmi. 
Nel frattempo, all'interno del Saloon continuano a farla da padrone proposte seriali nascoste pescate su Netflix e affini e le serate Cinema con i Fordini, che cominciano ad avere all'attivo un buon numero di visioni che spero possano essere la base per il loro amore futuro per il Cinema.


MrFord



GRENSELAND - TERRA DI CONFINE - STAGIONE 1 (Netflix, Norvegia/Germania/Svezia, 2017)

Grenseland - Terra di confine Poster

Questa quarantena resterà sicuramente nella mia memoria, parlando di visioni, come quella dei recuperi pescati dal bacino dello streaming che, con ogni probabilità, in un periodo normale, tra orari di lavoro e impegni, nonostante trame interessanti sarebbero rimasti clamorosamente nella lista dei "forse un giorno". Dopo The Valhalla Murders e Bordertown, approda al Saloon un altro prodotto nordico distribuito da Netflix, legato alla figura di un detective di Oslo che, tornato al paese natio, è costretto a fare i conti con la propria integrità e la coscienza quando la sua famiglia si trova al centro di un caso che potrebbe cambiare completamente la sua vita lavorativa e non.
Il prodotto risulta interessante per cast e ambientazione, la trama ricorda quella del crime nordico che negli ultimi anni va tanto forte tra le pagine dei libri, mancano forse quella scintilla che accende la passione dello spettatore ed un finale fatto e finito, probabilmente perchè, ai tempi della sua produzione, si poteva supporre la programmazione di una seconda stagione che non è mai - o ancora - arrivata. Personalmente ho preferito la prima parte, più legata al thriller e alle ambientazioni di provincia, che non la seconda, più crime e rimbalzata a Oslo - sempre bellissima -, ma comunque, in tempi di quarantena, si lascia guardare senza patemi.




TREMORS (Ron Underwood, USA, 1990, 96')

Tremors Poster

Una delle cose più belle delle serate Cinema è poter rivedere cult della mia infanzia attraverso gli occhi dei Fordini, affascinati dalle loro prime scoperte cinematografiche: nella pausa che è intercorsa tra la cavalcata de Il signore degli anelli e quella de Lo hobbit, ho inserito come cuscinetto Tremors, una chicca dal sapore anni ottanta arrivato a cavallo con i novanta che avrebbero - ma non per sempre, per fortuna - ucciso un certo tipo di immaginario tamarro e sguaiato.
La divertente storia di un gruppetto di persone tanto folli da vivere in uno sperduto paesino dal sapore di vecchio West in Nevada pronte a lottare con le unghie e con i denti contro dei vermoni giganti giunti chissà da dove, pronti a scavare nel sottosuolo fino ad abbattere edifici e divorare uomini e animali è piacevole e sempre divertente anche a trent'anni di distanza, grazie all'ambientazione molto redneck, i battibecchi da buddies tra Kevin Bacon e Fred Ward - caratterista sottovalutatissimo - ed una serie di sequenze action molto ben realizzate.
Un intrattenimento che funziona ancora oggi, di quelli "old school" come piacciono a me, e che, come pensavo, sono riusciti ad intrattenere i Fordini e rilassare le loro giovani menti di spettatori tra una fatica di Peter Jackson e l'altra.




LO HOBBIT (Peter Jackson, Nuova Zelanda/USA, 2012/2013/2014)

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato Poster

Terminato il viaggio de Il signore degli anelli, passati attraverso Avatar e il succitato Tremors, i Fordini hanno richiesto a gran voce di tornare nella Terra di mezzo buttandosi nella trilogia de Lo hobbit, di fatto prequel delle avventure di Frodo e compagni, pronto a riprendere le gesta di Bilbo Baggins e degli accadimenti che portarono l'anello nelle sue mani.
Rivisto a distanza di quasi dieci anni dall'unica visione il mio giudizio si è completamente ribaltato: ai tempi avevo trovato il primo capitolo molto bello per la gestione della malinconia e del fascino della trilogia del Signore degli anelli, ed il secondo ed il terzo più deboli, figli dei doveri di produzione verso il successo commerciale. Ebbene, nonostante si tratti sicuramente di un prodotto meno incisivo e potente del suo predecessore, ho trovato - ma potrebbe essere un merito legato al fatto di averli visti in tre giorni, quindi a distanza ravvicinata - il suo crescendo interessante, ed il primo capitolo, decisamente favolistico, più debole di quanto ricordassi.
Hanno riscosso un discreto successo rispetto ai Fordini Gandalf - che già era il preferito del Fordino prima - e Radagast, mentre tra i "cattivi" a farla da padroni sono stati gli orchi Azog e Bolg, anche se la curiosità rispetto a Gollum - presente solo nel primo capitolo - e Smaug l'ha fatta da padrona.
Una cavalcata interessante, anche se, senza dubbio, per sempre sorella minore di quella legata al viaggio dell'unico anello.


lunedì 23 marzo 2020

White Russian's Bulletin



In questi giorni e scenari assurdi da quarantena forzata, nonostante le difficoltà - che sono più da imposizione che altro - il Saloon continua nel suo viaggio attraverso la lotta verso il ritorno alla normalità, alternando le serate Cinema con i Fordini alla scoperta di titoli che normalmente, con ogni probabilità, sarebbero passati sotto silenzio.
Ecco dunque cos'ha offerto il bancone negli ultimi sette giorni.


MrFord



SCRUBS - STAGIONE 9 (ABC, USA, 2010)

Scrubs: Medici ai primi ferri Poster


Alla fine, anche la cavalcata di Scrubs, voluta fortemente dai Fordini, è giunta al termine.
Purtroppo, e non mi spiego davvero per quale motivo sia accaduto, Bill Lawrence decise, ai tempi, di non salutare il pubblico con il bellissimo ultimo episodio dell'ottava stagione e di tornare con una nona inutile e poco interessante, sconclusionata a livello di scrittura e con un finale assurdo degno dell'annata dello sciopero degli sceneggiatori.
Un vero peccato considerata l'affezione che questa proposta ha generato non solo in casa Ford nel corso delle stagioni, ed un vero spreco che, almeno dall'esterno, vedo legato solo ad un tentativo fallito di monetizzare su un titolo che aveva sempre funzionato. 
Peccato davvero.




THE VALHALLA MURDERS (Netflix, Islanda, 2020)

The Valhalla Murders Poster


Pescato quasi per caso nel grande bacino di Netflix al termine della cavalcata di Hunters, The Valhalla Murders, produzione islandese dal sapore che ricorda quello dei romanzi di Nesbo e della trilogia di Millennium, è stato una scoperta decisamente piacevole, per quanto imperfetta, che in condizioni di normalità lavorativa e quotidiana probabilmente non avrebbe avuto spazio all'interno della routine da crollo sul divano della sera. 
Nell'innevata Reykjiavik, alle prese con il primo serial killer della sua storia, la poliziotta veterana Kata e l'islandese Arnar, richiamato da Oslo per lavorare sul caso, si trovano invischiati in una vicenda che risulterà essere molto più grande di quanto non ci si potesse aspettare.
Alcune ingenuità di scrittura, altre parti trattate troppo superficialmente, ma nel complesso un prodotto che intrattiene decisamente bene che in questo periodo di quarantena, se si è appassionati del genere, potrebbe fornire una buona alternativa per qualche giorno di visioni.




BLOODRIDE (Netflix, Norvegia, 2020)

Bloodride Poster


Restando in Nord Europa, terra ormai molto ben voluta al Saloon, sempre cercando proposte che possano intrattenere in questo periodo di isolamento forzato, è stato pescato Bloodride, antologico norvegese di soli sei episodi che richiama, con venature più horror, il celebratissimo Black Mirror.
Non parliamo, ovviamente, di qualcosa che possa eguagliare o anche pensare di farlo il titolone britannico ormai divenuto cult, ma in termini puramente di svago i sei racconti hanno un sapore interessante e portano a casa la pagnotta, in particolare, per quanto mi riguarda, il quinto, per quanto sicuramente derivativo. Ad ogni modo, un titolo interessante per passare un paio di serate senza troppi patemi e senza avere la sensazione di essere stati fregati.
Le tematiche ci sono, gli spunti anche. Sempre per appassionati di genere, come per The Valhalla Murders, ma comunque da non sottovalutare.




CHI HA INCASTRATO ROGER RABBIT? (R. Zemeckis, USA, 1988, 104')

Chi ha incastrato Roger Rabbit Poster


Alle spalle l'avventura della trilogia di Indiana Jones, con i Fordini abbiamo approcciato un altro dei grandi classici della mia infanzia, quel Chi ha incastrato Roger Rabbit che lasciò a bocca aperta ai tempi divenendo un instant cult leggendario: un'antologia di sequenze memorabili, una tecnica spettacolare - per i tempi ma, a ben guardare, anche per oggi -, una storia noir degna dei migliori Chandler, personaggi rimasti nella Storia.
Certo, comincia a sembrare più un vecchio film di quelli che guardano i genitori o i nonni, e rispetto ad altri del periodo - mi vengono in mente La storia fantastica e Labyrinth, tra i più amati dai Fordini - ha fatto meno breccia nel cuore dei piccoli del Saloon, ma in fondo, a ben vedere, di fatto parliamo di un film assolutamente da adulti.
Ad ogni modo, Eddie Valiant e lo spassosissimo Roger sono una coppia cinematografica tra le più riuscite di sempre.




HARRY POTTER E IL CALICE DI FUOCO (M. Newell, UK/USA, 2005, 157')

Harry Potter e il calice di fuoco Poster

Dovete sapere che il Fordino, senza ombra di dubbio, ha l'animo del nerd. 
Con tutti i pro e i contro, il quasi più giovane di casa Ford ha infatti ereditato dal suo vecchio la capacità di appassionarsi senza limiti alle cose, portandole in una certa misura alla maniacalità: a differenza di me, però, lui tende a cercare di far partecipare tutti alle stesse, finendo spesso e volentieri per stremarci a suon di domande e racconti.
La più recente di queste passioni è la saga di Harry Potter, che abbiamo deciso, dopo avergli visto concludere i primi due romanzi, di fargli assaporare anche cinematograficamente, considerato che non stava più nella pelle di scoprire cosa sarebbe accaduto ai protagonisti: in questo senso devo ammettere che il primo titolo inserito nel percorso delle serate Cinema - gli altri li avevano visti per conto loro -, Il calice di fuoco, non solo è il mio preferito per quanto riguarda il grande schermo, ma anche rispetto ai romanzi stessi.
Rivederlo, considerata anche la firma autorevole di Mike Newell, è stato un vero piacere, i piccoli Ford hanno tenuto botta nonostante la durata e già ora tempestano di domande rispetto alle evoluzioni della trama: senza dubbio passaggi come la prima apparizione di Voldemort o i turbamenti adolescenziali dei protagonisti rimangono ben impressi, e la macchina spettacolare che fu nei primi Anni Zero questa saga non è mai apparsa così ben oliata.




ELEFANTE A SORPRESA (Joe R. Lansdale, USA, 2019)

Risultato immagini per elefante a sorpresa


Per la seconda volta in due settimane, fiero di essere tornato a ritmi di lettura come quelli che avevo qualche anno fa, torna da queste parti Joe Lansdale con i suoi due più amati protagonisti, Hap e Leonard, impegnati in una nuova avventura nel pieno rispetto di quello che, ormai, è il loro stile.
Certo, la brillantezza dei bei tempi se n'è andata così come l'età per i due main charachters, ma devo ammettere che, da poliziesco action senza troppe pretese, Elefante a sorpresa è il migliore degli ultimi tre romanzi della serie, usciti a distanza molto ravvicinata l'uno dall'altro e decisamente di un livello più basso rispetto ai capitoli che hanno costituito la base del mito dei due improvvisati detectives.
In un certo senso, Elefante a sorpresa ricorda il fu Rumble Tumble, che paradossalmente fu forse il meno amato tra i primi romanzi della serie da queste parti ma che ora, considerato tutto, appare quasi come un miracolo, considerata la stanchezza che, per certi versi comprensibilmente, ha colto con il tempo lo scrittore e i suoi due personaggi principe.
Da questo punto di vista, dunque, questa sorpresa è stata più che piacevole.


venerdì 1 giugno 2018

Oslo



E come lo scorso anno a Bruges, i Ford si prendono qualche giorno di vacanza - anche dai Fordini - per visitare la città di Harry Hole.
Chissà se in Norvegia sono preparati per la nostra invasione?



MrFord

giovedì 13 giugno 2013

Il cacciatore di teste

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Anno:
2008 (2013 in Italia)
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Roger Brown è il miglior headhunter di Oslo, forse addirittura della Norvegia. E' un uomo intelligente, acuto, in grado di manipolare e compensare con l'abilità della parola il suo metro e sessantotto di altezza. Ha una moglie bellissima cui ha fatto dono di una galleria d'arte, un tenore di vita che va ben oltre le sue possibilità e coltiva in segreto il desiderio di sistemarsi per sempre godendosi la fortuna sentimentale che ha avuto ripagando la sua sposa con il figlio che le ha sempre negato. Tutto questo attraverso una seconda esistenza legata ai furti e al traffico di opere d'arte, pronta a finanziare il suo futuro.
Quando Clas Greve, uomo dal fascino magnetico e dalle mille qualità giunto dall'Olanda, entra nel mirino di Roger per un ruolo manageriale di altissimo livello e lo stesso scopre che il candidato è venuto in possesso di un rarissimo quadro di Rubens dato per disperso nel corso della Seconda Guerra Mondiale, tutto pare destinato a cambiare in meglio.
Quello che Roger Brown non sa, però, è che un incubo su misura per lui sta per cominiciare.




Quando lessi di una nuova uscita targata Jo Nesbo priva della figura ormai mitica qui al Saloon di Harry Hole ammetto che storsi e non poco il naso, quasi il fatto che il talentuoso scrittore norvegese avesse - anche solo momentaneamente - preso una pausa dal suo personaggio più importante - nonchè responsabile del suo successo internazionale - rappresentasse in qualche modo un peccato dal quale neppure il vincitore degli ultimi due Ford Awards dedicati ai libri avrebbe potuto mai affrancarsi.
Evidentemente, nonostante l'ammirazione che provo per lo scaltro Jo, ho finito per sottovalutare - e decisamente troppo - l'abilità di un uomo fuori dal comune, che iniziò come calciatore - costruendosi una carriera che non andò mai oltre la serie A norvegese - per poi finire a fare il broker, l'analista finanziario e, per l'appunto, lo scrittore noir di successo.
Le risorse di questo intelligentissimo romanziere e musicista - perchè il suo gruppo, i Di Erre, continua ad esibirsi in tutto il suo Paese ancora oggi -, infatti, paiono essere infinite, e perfino quando all'interno di una sua opera manca all'appello il personaggio più importante e profondo che potesse creare il risultato risulta convincente e terribilmente appassionante, giocato dalla prima all'ultima pagina su una tensione continua ed un ritmo da grandissimo thriller che non viene intaccato neppure dalla scelta della narrazione in prima persona, notoriamente avversa ad ogni soluzione che riguardi in qualche modo la suspance e l'incertezza.
La vicenda di Roger Brown, cacciatore di teste perennemente in cerca di una rivincita sul mondo e la società, la Natura ed il ruolo da outsider che fisicamente gli è stato cucito addosso - la sua statura ed un'apparenza decisamente molto poco "norvegese" e giusta per ricoprire qualche incarico di spicco in Società il cui solo nome riesce ad incutere soggezione in qualsiasi candidato -, è un thriller classico della migliore tradizione possibile, Hitchcock che incontra Stieg Larsson, gli anni sessanta degli intrighi a sfondo passionale che riscoprono il macabro e la violenza dei moderni David Fincher.
Dal rapporto con la bellissima moglie Diana - stupendo il flashback dei loro anni a Londra, e l'aneddoto a proposito dei Queens Park Rangers, squadra minore della capitale inglese nonchè preferita della signora Brown - a quello con l'amante Lotte, dal confronto con l'apparentemente perfetto Clas Greve, statuario e forte, deciso e seducente, a quello con il padre, autista per personale diplomatico duro e dipendente dall'alcool - toccante il racconto della partita a scacchi e del confronto tra i due a proposito del barare -Roger vive in un mondo agli occhi del quale è ad un tempo temuto e sottovalutato, un lupo in un recinto di agnelli di colpo gettatosi nella gabbia delle tigri.
Perchè questo è quello che si scopre attorno l'apparentemente inappuntabile Brown, quello che nasconde l'altezza dietro una maschera di intelligenza ed acume, lucidità e sicurezza di portare a casa il successo: un campo da gioco all'interno del quale lui è l'anello debole, la vittima braccata, il candidato che dovrà essere esaminato e al quale "verrà fatto sapere", ben sapendo quanto quella frase di norma sta a significare.
Il problema è dato dal fatto che, questa volta, in gioco non ci saranno un posto di lavoro, o una carriera promettente, ma la vita stessa: e Roger dovrà guardare dentro di sè e capire cosa sarà disposto a sacrificare, di se stesso e del mondo perfetto - o quasi - che aveva voluto come un biglietto da visita, pronto a dimostrare quanto l'apparenza possa contare in un qualsiasi colloquio, e l'impressione di essere vincenti, se ben utilizzata, rappresenti di fatto la chiave per ogni porta.
Il cambiamento di Roger sarà decisamente più drastico di quanto non si sarebbe mai aspettato, e chissà, forse meno lontano dalla sua vera natura di quello che crede: di fatto era dai tempi di Breaking bad che non osservavo un personaggio messo alle strette allo stesso modo rivelare un carattere decisamente più determinato e pericoloso di chi avrebbe voluto sgranocchiare le sue ossa come stuzzichini ad un vernissage da galleria in.
Resta da vedere se Roger saprà trovare il candidato giusto per ogni ruolo - il suo compreso - e rimettere le cose a posto portando avanti la propria vita conscio del fatto di aver guardato l'abisso negli occhi, e di portare dentro almeno un pò di quel buio che lascia in eredità il brivido di un duello all'ultimo sangue.
Per un cacciatore di teste, chissà, potrebbe anche risultare più facile del previsto.


MrFord


"Well, I met a girl in West Hollywood
I ain't naming names
she really worked me over good
she was just like Jesse James
she really worked me over good
she was a credit to her gender
she put me through some changes, Lord
sort of like a waring blender."
Warren Zevon - "Poor poor pitiful me" -


mercoledì 1 agosto 2012

Lo spettro

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Anno: 2011
Editore:
Einaudi




La trama (con parole mie):  sono passati tre anni dall'ultima volta in cui Harry Hole è stato a Oslo. Tre anni dalle vicende narrate tra le pagine de Il leopardo. L'ex poliziotto è fuggito, si è lasciato alle spalle l'alcolismo ed una vita a combattere e perdere chi ama per crogiolarsi nella solitudine ritagliata tra le moltitudini di vite di Hong Kong, addetto al recupero crediti.
Tre lunghi anni. Oslo è cambiata, Oslo è sempre uguale.
Harry Hole è tornato.
Perchè in città c'è un nuovo re della droga, un uomo misterioso che si dice vaghi per le strade come un fantasma, un reduce di troppe battaglie - proprio come Harry - forgiato dalla Siberia e dalle sue regole ferree, soprattutto nel mondo del crimine.
Perchè la polizia ha cambiato assetto, ed i suoi vecchi amici sono ormai ingranaggi di un sistema che pare senz'anima.
Perchè ci sono spettri da mettere a tacere, una volta per tutte.
Oppure niente di tutto questo.
Harry Hole è tornato in città perchè quello che considera un figlio ha bisogno di lui.
Oleg, il suo Oleg, ormai diciottenne, è accusato di omicidio.




Jo Nesbo.
Poco più di un anno fa questo nome mi sarebbe passato attraverso come un fantasma.
Lo spettro di una letteratura di stampo crime - quella scandinava - salita agli onori della cronaca negli ultimi anni, spinta dal successo mondiale della trilogia "interrotta" di Stieg Larsson eppure troppo algida, lontana, quasi consunta.
Quei titoli buoni per l'estate, da leggere in spiaggia sognando il refrigerio delle grandi capitali del paradiso apparente che è il Nord Europa e da dimenticarsi tra le onde, come un'avventura estiva senza troppi coinvolgimenti.
Poi, quasi per caso, decisi di affrontare Il leopardo.
E scoprii sulla pelle che quel fantasma sapeva graffiare ed affondare i denti in profondità, lasciando segni nel corpo e nell'anima dei suoi lettori quanto sulla pelle del suo incredibile, eccezionale protagonista: Harry Hole.
Poliziotto anticonvenzionale, investigatore alla ricerca di se stesso, alcolista senza speranza, un "solitary man" destinato al fallimento quanto alla presenza, quasi un contrappasso dantesco.
Esserci sempre, eppure non esserci mai.
Come un fantasma, per l'appunto.
E come se non bastasse, uno stile clamoroso: chirurgico, razionale, in perfetto stile da illusionista nolaniano - pensando al Cinema -, eppure sofferto, ribollente, gonfio, pronto ad esplodere come il peggiore degli hangover.
Negli ultimi dodici mesi ho recuperato, uno dopo l'altro, tutti i precedenti capitoli della saga dedicata al Commissario Hole, affondando nelle sue quasi radici - purtroppo in Italia ancora restano inediti i primi due romanzi della serie - e scoprendo la meraviglia di un crescendo da togliere il fiato, in attesa di ritrovarmi, per la prima volta, ad attendere una nuova uscita con la stessa trepidazione di un grande appuntamento sul grande schermo.
E dopo mesi in cui già sapevo della sua uscita in Norvegia e nei paesi anglosassoni, eccolo giungere finalmente anche nelle nostre librerie.
Lo spettro.
Bentornato, Harry Hole.
Bentornato nella Oslo dalla quale sei fuggito.
La Oslo delle cicatrici, del tutto cambia per non cambiare, del passato che non vorresti ritornasse.
E che desideri con tutta l'anima.
Tre anni senza un goccio.
Tre anni allontanandosi, passo dopo passo, da una vita da rappresentante della legge.
Ma tu non sei un fantasma, Harry. Non sei uno spettro.
Sei un cacciatore, un ghostbuster.
Quella tua stella di plastica da sceriffo, neanche fossimo lungo la frontiera, tornerà a chiamarti sempre e comunque, anche più forte del vecchio amico Jim Beam, sempre in agguato, sempre pronto ad attentare alla tua anima, alla mente, alla vita.
Questa volta, però, le regole sono cambiate.
Non sei qui per una caccia. Per fiutare la tua preda, e consegnarla al sistema.
Sei qui per un colpevole, e dimostrare la sua innocenza.
Sei qui per Oleg. Il tuo Oleg.
Il bambino delle sfide a Tetris sul Gameboy, il figlio del tuo grande amore, il giovane pattinatore, lo stesso che salvasti su, in cima al vertiginoso salto di Holmenkollen, nel faccia a faccia finale con L'uomo di neve.
Il bambino diventato un uomo. O quasi.
Il diciottenne che ora ha una dipendenza, proprio come te.
Il figlio dei quartieri alti di Oslo stregato da un giovane così bello da ipnotizzare e portare sulla via della perdizione: ma siamo davvero sicuri che le colpe siano tutte di Gusto?
Forse anche lui è una vittima. Del resto, è la vittima. Perchè è del suo omicidio che Oleg è accusato.
Alle loro spalle, giochi di potere tra polizia, governo ed elite criminali, maglie dell'Arsenal fieramente indossate per le strade della ricca Oslo dal record di consumo di eroina alle prese con una nuova, dirompente sostanza.
Alle loro spalle, un fantasma.
E non l'ataman, il boss di un gruppo ristretto e temibile, un "solitary man" come te, Harry.
Alle loro spalle Jo Nesbo.
Che non è un fantasma, e fa di tutto per dimostrarlo.
Tanto da ingannarci cucendoti addosso un completo di lino e tre anni di astinenza, un'apparente infallibilità neanche ci trovassimo nel pieno di un episodio di 24, in cui Jack Bauer arriverà sempre e comunque alla fine, e sbatterà i colpevoli con il culo per terra.
Ingannarci mostrando il lato di successo di Harry Hole, prima di giocare il suo jolly più sconvolgente.
Perchè Lo spettro è il libro più terribile e spietato dello scrittore norvegese.
La sfida più grande di Harry Hole.
E' un romanzo che parla di eredità, di padri e figli, di amore incondizionato ed egoismo profondo.
Di massimi sistemi, nel crimine e nel cuore. In amore e in guerra.
Ma soprattutto, è un affresco da restare senza fiato sulla dipendenza.
Il fantasma che si porta dietro il resto degli spettri.
La cacciatrice che ti illude, ghermisce, seduce, e solo quando sei convinto di essere arrivato in paradiso, sorride e ti affonda i denti nelle carni.
Altro che leopardo.
Questo è l'inferno, Harry Hole.
Quando la dipendenza più grande, l'amore, ti spinge al limite, per poi portarsi via tutto.
Lasciate ogni speranza, o voi che entrate.
Questo è l'inferno, Harry Hole.
Ed il silenzio che ti avvolge non è pace, ma il coro dei fantasmi che non riescono a tacere.


MrFord


"How can I try to explain, cause when I do it turns away again.
It's always been the same, same old story.
From the moment I could talk I was ordered to listen.
Now there's a way and I know that I have to go away.
I know I have to go."
Cat Stevens - "Father and son" -


venerdì 8 giugno 2012

Morte apparente

Autore: Thomas Enger
Origine: Norvegia
Anno: 2009 (in Italia 2011)
Editore: Iperborea



La trama (con parole mie): Henning Juul, giornalista con un fiuto da investigatore, da tempo vive come sospeso, annientato nel corpo e nello spirito dall'incendio che provocò la morte di suo figlio.
Cicatrici sulla pelle e nell'anima, torna al lavoro agli ordini di quella che era la sua giovane assistente per raccontare un efferato omicidio apparentemente rituale avvenuto sulla collina dell'Ekeberg, la cui vittima è una studentessa di Cinema amata ed ammirata da tutti.
Alla vita della ragazza e ai suoi progetti paiono essere legate a doppio filo le attività di un giovane immigrato pakistano coinvolto in loschi traffici con una banda di criminali chiamata Bad Boys Burning.
La polizia pare trovare proprio in quest'ultimo il colpevole ideale, ma Juul, risvegliando progressivamente le sue doti sopite anche per ricacciare indietro il dolore che continua ad attanagliarlo, scoprirà che le cose non sono come sembrano, e troverà la forza per arrivare in fondo alla vicenda e conquistarsi la spinta per far ripartire la sua vita.




A volte il problema più grosso di un romanzo - o di un film - risulta essere, di fatto, il modello che lo precede.
Thomas Enger ed il suo Morte apparente - primo di una serie di sei volumi - sono arrivati in casa Ford spinti dal consiglio di un collega, le ottime recensioni presenti sul web e lo sdoganamento del noir norvegese passato da queste parti per mano di Jo Nesbo, ormai uno degli autori di culto del sottoscritto: in realtà, tra tutti i pareri, quello che più si è rivelato vicino al mio giudizio finale è stato quello di Julez, che aveva già affrontato questo titolo lo scorso anno, praticamente appena uscì dalle nostre parti: quel "carino" che ha segna già il destino delle opere destinate a non fare breccia.
Come se questo non bastasse, ammetto che l'esordio ed i primi paragrafi siano stati una piccola sofferenza, considerata l'immagine ormai impressa nei miei occhi di lettore della Oslo di Harry Hole, eppure Enger si è dimostrato in grado di catturare l'attenzione quel tanto che basta da non farmi abbattere - allungando, di fatto, i tempi di lettura - e proseguire andando a scoprire quelli che, senza dubbio, sono un autore ed un personaggio potenzialmente molto interessanti, ma che per ora restano parcheggiati in un limbo "senza infamia e senza lode" principalmente perchè schiacciati inequivocabilmente dalla già citata premiata ditta Nesbo&Hole.
Henning Juul, arguto giornalista ed antieroe di questo futuro ciclo di romanzi, ha tutte le caratteristiche da "maledetto" che, di norma, decretano l'istantaneo successo di un personaggio: solitario, poco amichevole, ai margini nonostante il talento evidente, segnato nel corpo e nello spirito dall'incendio che l'ha sfigurato ed ha portato alla morte di suo figlio, devoto ad una madre tabagista e alcolizzata nonostante l'evidente odio della donna per lui, lontano dall'unica sorella e dall'ex moglie, ormai legata ad un suo collega.
Eppure, c'è qualcosa che stona, in questo quadro di disperazione e caos tipico del ramingo e malinconico personaggio da epopea noir, così come nell'intera vicenda narrata, legata a doppio filo ad un contesto estremamente intimo - l'amore, il movente principale della maggior parte degli omicidi -, ad un altro da crime story - traffico di droga, bande criminali - per chiudere con uno assolutamente sociale - l'integrazione e la religione -: una sorta di troppo che stroppia.
Perchè Henning Juul è vessato dal destino, ma al contrario del sempre mitico Harry Hole non è mai artefice della sua dannazione, e pare più una vittima sempre un pò troppo pura per entrare in reale empatia con il pubblico: a poco servono gli improperi contro il nuovo compagno dell'ex moglie, o qualche sommesso moto di ribellione rispetto all'ex assistente divenuta il suo capo nel lungo periodo della convalescenza che l'ha tenuto lontano dalla strada e dalla professione.
Gli stessi personaggi di contorno - se si escludono il poliziotto Brogeland e Anette, migliore amica della vittima - appaiono poco approfonditi, quasi l'autore avesse già la certezza di riuscire a pubblicare tutta la serie ancora prima di portare a termine questo primo capitolo, nonostante il protagonista e la vicenda, al contrario, diano l'impressione di essere grandi calderoni in cui Henger tende a buttare quanti più elementi possibile, finendo per perdere nell'insieme anche le idee più valide.
A peggiorare la situazione l'inutile colpo di scena finale - che ha provocato nel sottoscritto un moto di rabbia da bottigliate simile a quello dei film dal sequel telefonato -, che rovina un climax forse prevedibile ma indiscutibilmente ben costruito: resta dunque una lettura piacevole ma non imprescindibile, buona per quei periodi estivi in cui ci si cimenta con il classico thriller da ombrellone - in questo caso in una sua versione d'autore -, ma che non va oltre - almeno per il momento - dall'essere una sorta di fratellino molto, molto minore di un qualsiasi romanzo targato Nesbo.



MrFord


"All wet hey you might need a raincoat
shakedown dreams walking in broad daylight
three hun-dred six-ty five de-grees
burning down the house."
Talking heads - "Burning down the house" -


sabato 5 novembre 2011

Nemesi

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Editore: Piemme
Anno: 2002 (in Italia 2008)



La trama (con parole mie): Harry Hole, l'autodistruttivo commissario dell'anticrimine di Oslo, ancora ossessionato dalla ricerca del responsabile della morte della collega Hellen e lasciato solo dall'amata Rakel - a Mosca intenta a battersi in tribunale per la custodia del figlio Oleg con l'ex marito - è contattato da una vecchia fiamma che dopo averlo incontrato, al termine di una notte di blackout, è ritrovata morta apparentemente suicida.
Come se non bastasse questo, un misterioso rapinatore di banche soprannominato Speditore semina il terrore quando, nel corso di un colpo, uccide a sangue freddo l'impiegata Stine Grette dando inizio ad una spirale di tradimenti e vendette che affonda le sue radici nella storia di due fratelli zingari profondamente legati ed altri due, norvegesi, inesorabilmente divisi.



Ho definitivamente trovato il mio autore di culto per questo 2011.
Se, infatti, il 2010 era stato praticamente consacrato a Lansdale e ai formidabili Hap e Leonard, Nesbo e il suo Harry Hole sono stati la scoperta letteraria più felice dell'anno in corso.
Già con Il leopardo la rivelazione di questo incredibile autore era stata fulminante, mostrando la sua capacità di illusionista che più volte, nel corso della lettura, aveva riportato alla mente del sottoscritto le architetture incredibili dei film di Christopher Nolan, ed in altrettante occasioni mi aveva lasciato letteralmente a bocca aperta per la perizia e l'intelligenza della costruzione della trama ed il suo svolgimento.
Il tutto senza contare che il protagonista - l'alcolista e scostante Harry Hole - da subito si è dimostrato uno di quei personaggi in grado di entrare da subito nel cuore del lettore, conquistandolo inesorabilmente e finendo per scatenare il desiderio di recuperare tutti i capitoli precedenti della sua saga: così, non molto tempo fa, mi ero dedicato a Il pettirosso, il primo dei romanzi con protagonista il commissario dell'anticrimine di Oslo pubblicato in Italia - purtroppo, restano ancora due titoli precedenti ancora in attesa di una ristampa qui nella Terra dei cachi -.
Ed è così che arriviamo a Nemesi.
E' un'impresa davvero ardua, per un autore, riuscire ad imbastire quella che, a tutti gli effetti, è la trama di un sequel praticamente come se non lo fosse, eppure Nesbo recupera i temi principali rimasti in sospeso alla conclusione del romanzo precedente e li sviluppa riuscendo a mantenerli in secondo piano, portandoli avanti scegliendo un basso profilo e mascherandoli, in un modo o nell'altro, dietro le vicende più altisonanti della trama principale.
E devo ammettere che, questa volta, i suoi trucchi devono aver funzionato anche meglio del previsto, perchè - in una certa misura, come lo stesso Hole - sono caduto nella trappola della Nemesi ed ho attraversato le pagine smarrito e confuso, senza alcun punto di riferimento fisso, come il protagonista, alla ricerca di una spiegazione per la morte della sua ex amante Anna, segnato dal senso di colpa per aver - forse - tradito Rakel ed impegnato sulla complessa vicenda dello Speditore, orchestrata clamorosamente bene con uno stile degno del miglior Michael Mann - volendo fare un paragone cinematografico - da Nesbo, che sfoggia anche un capitolo strepitoso nel doppio confronto finale tra Harry e la collega Beate con lo Speditore ed i suoi superiori in riunione, trasportando di fatto il concetto di montaggio alternato sulla pagina.
Il tutto senza dimenticare le vicende di Hellen e di Tom Waaler, personaggio cardine la cui presenza risulta fondamentale dal già citato Il pettirosso e lo sarà fino al successivo La stella del diavolo: un antagonista credibile, deciso, intelligente e caratterizzato magnificamente come non ne trovavo dai tempi della Vanilla Ride di Hap e Leonard o dei fratelli Barrera de Il potere del cane.
Come di consueto, inoltre, attorno a Hole si snoda un intero universo di comprimari che prendono vita e spessore grazie all'ispiratissimo autore, da Beate Lonn - che diverrà uno dei volti fondamentali della serie - ad Halvorsen, dal viscido Ivarsson agli Aune, da Oystein e Moller all'enigmatico Raskol, un personaggio che pare uscito da un'antica fiaba orientale mescolata alla più cruenta delle vicende di un Kaiser Soze della letteratura.
E poi, certo, c'è lui: l'imponente, fallibile, decadente, outsider Harry.
Un loser vincente che si trascina lottando dalla prima all'ultima pagina, e tra una Camel, un Jim Beam e le cicatrici che porta non troppo fiero dentro e fuori, regala alla letteratura di genere - ma non solo - uno dei protagonisti più riusciti e profondi al momento in circolazione, uno che quando minaccia un criminale lo fa con una pistola della Playstation, che dalla "gioventù bruciata" con gli Stone Roses sta cercando di passare alla tranquillità adulta dei Kings of convenience, e l'unica volta in cui spara nel corso dell'intera vicenda lo fa rivolgendo la pistola contro se stesso.
Un colpo doloroso, inflittosi non per morire, ma per vivere.
Un colpo per Beate, per Stine, per Rakel, per Oleg.
Ma soprattutto per Hellen.
E perchè no, anche un pò per lui: che potrebbe avere il massimo e invece tende ad accontentarsi degli avanzi di una vita che sogna ma non pensa di meritare di vivere.
Come un vecchio cane.
Come un eroe dei tempi che furono.
Che, fortunatamente, è finito per essere qui, ora.
Con i suoi fantasmi e le sue nemesi.

MrFord

"Sometimes I fantasise
when the streets are cold and lonely
and the cars they burn below me
don't these times fill your eyes."
The Stone Roses - "Made of stone" -

sabato 15 ottobre 2011

Il pettirosso

 Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Editore: Piemme
Anno: 2000 (2006 in Italia)



La trama (con parole mie): Harry Hole, detective dell'anticrimine, a seguito di un eccesso di zelo e una circostanza fortuita combaciati durante la visita del Presidente americano in Norvegia, viene trasferito al POT e promosso commissario, in una sorta di "esilio dorato" che permetta agli organi diplomatici di lasciare che l'episodio cada nel dimenticatoio. 
Assegnato al controllo delle possibili minacce neonaziste rispetto alla celebrazione nazionale del 17 maggio, il solitario segugio si ritrova invischiato in un caso di vendetta che porta ad una serie di omicidi legato a fatti risalenti ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Affidandosi al suo istinto e alla sua completamente imperfetta umanità, Hole dovrà affrontare un viaggio nel passato dalle ripercussioni più che drammatiche sul presente.



Spinti dall'entusiasmo mosso dal clamoroso Il leopardo - ultimo romanzo della serie dedicata al ramingo commissario Harry Hole, imperfetto, tendenzialmente alcolista e clamorosamente umano - con Julez abbiamo dato la caccia ai titoli precedenti dedicati al fautore principale del successo di Jo Nesbo, uomo dalle mille risorse e scrittore di capacità fuori dal comune: al suo indimenticabile protagonista, di quelli in grado di entrare dalla prima riga nel cuore del lettore, l'autore ha dedicato finora ben otto fatiche letterarie, delle quali, purtroppo, le prime due non hanno ancora avuto un'edizione italiana.
Dunque, il primo tomo con il quale confrontarsi in ordine cronologico è risultato essere Il pettirosso, che presenta un Harry Hole ancora tendenzialmente equilibrato, privo - o quasi - di tutte le cicatrici interiori e non che ho imparato a conoscere nel corso dell'ultimo romanzo lui dedicato, ma già incline ad una certa quale autodistruzione legata ai sensi di colpa derivanti dalle responsabilità che il nostro sente di avere specialmente rispetto alle persone a lui care: nel caso di questo romanzo, gli esempi più importanti sono quelli della collega Ellen e della futura compagna Rakel, personaggio chiave della sua intera saga, in grado con la loro presenza di sorreggere l'incostante e scostante protagonista e, ad un tempo, di abbatterlo, volontariamente oppure no, come nessuno potrebbe.
A conferma di quello che sarà con il già citato Il leopardo, Nesbo mostra - pur se soltanto "in fieri" - tutta la sua straordinaria abilità di scrittore chirurgico e di illusionista, lasciando il lettore spesso e volentieri a bocca aperta, invogliato a tornare sui suoi passi per poter capire a fondo quali "trucchi" lo scrittore abbia attuato per celare così bene la verità inevitabilmente portata a galla con il passare delle pagine.
La vicenda di Urias ed Helena, narrata parallelamente alle trame che mostrano il misterioso ruolo del neonazista di bassa manovalanza Sverre Olsen negli omicidi avvenuti ad Oslo e la drammatica vicenda di Harry ed Ellen, così come la resistenza di Rakel alla presenza invadente del funzionario Brandhaug si incastrano alla perfezione una con l'altra, dando vita ad un cast di personaggi unici, portati sulla pagina con passione ed una prosa coinvolgente ed acuta, conferma della natura "vulcanica" - e si torna di nuovo a Il leopardo - del suo autore.
Tutti i pezzi del puzzle trovano, capitolo dopo capitolo, una loro collocazione, le soluzioni proposte una giustificazione, i sentimenti una loro esplosione, sia essa attraverso un colpo del letale fucile di precisione Marklin - invenzione dell'autore, come fu per la mela di Leopoldo nel suo ultimo romanzo -, una partita a Tetris o la carezza di una persona che si scopre, quasi inconsciamente, di amare.
Perchè Il pettirosso è anche una drammatica cronaca di storie d'amore che iniziano e finiscono, incarnate dal piccolo pennuto che da titolo al romanzo, che affronta tutti i rischi del rigido gelo invernale per potersi garantire la tana migliore a primavera.
Dunque la domanda principale è questa: rischiare l'assideramento per il calore di un focolare, o arrivare troppo tardi, e morire soli, senza un nido?
La scommessa di Ellen, l'azzardo di Rakel, il ballo goffo di Harry, la vendetta di Urias, la morte di Daniel, il sentimento di Helena sono tutte espressioni dei tentativi che, da esseri umani, facciamo per cogliere appieno una Natura che ci accomuna clamorosamente al pettirosso.
Soprattutto e specialmente in amore.
Così come in guerra.
In fondo, spesso e volentieri, sono la stessa cosa.
In fondo, anche non volendolo ammettere, siamo tutti pettirossi.
Quello che ci distingue è il rischio di una scelta, e l'accettazione delle sue conseguenze.

MrFord

"Like a bird on a wire
like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free."
Johnny Cash - "Bird on a wire" -

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