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martedì 5 agosto 2014

I poliziotti di riserva

Regia: Adam McKay
Origine: USA
Anno: 2010
Durata: 107'





La trama (con parole mie): quando Danson e Highsmith, i due superpoliziotti spaccaculi di New York eroi di colleghi e cittadinanza muoiono in azione, si scatena una sorta di lotta interna al dipartimento per capire quale sarà la coppia di detectives che prenderà il loro posto. I meno papabili ad assumere il ruolo di protagonisti sono Terry Hoitz ed Allen Gamble, male assortita coppia formata da colui che costò agli Yankees la vittoria nelle World Series e un ex contabile forense.
Apparentemente sfavoriti per natura e sottovalutati anche dal loro stesso capitano, i due decisamente scombinati poliziotti riusciranno non solo a coesistere, ma anche a svelare i retroscena di un losco affare di alta finanza che potrebbe rischiare di approfittare proprio del fondo pensioni della Polizia.








Nonostante il sottoscritto sia un fan sfegatato dei buddy movies da neurone in vacanza sin dai tempi dell'infanzia, un vero e godurioso recupero del genere qui al Saloon è stato reso possibile, in questi anni, principalmente grazie all'entusiasmo che suscitò, ai tempi, la lettura della serie di romanzi firmati da Joe Lansdale dedicati alle avventure di Hap e Leonard, gli improvvisati detectives più incredibili della Letteratura recente, idoli assoluti da queste parti - Joe, per favore, vedi di pubblicare presto un nuovo capitolo della saga! - e base più che solida dell'amicizia che mi lega a Dembo, conosciuto proprio grazie al blog e all'autore texano. 
Dunque, a partire proprio dalle gesta del duo appena citato, passando per Apatow ed i recuperi di epopee come quella di Arma letale, questo particolare filone ha conosciuto una vera e propria seconda giovinezza, finendo per portare alla luce titoli ai tempi dell'uscita snobbati quasi radicalchiccamente come I poliziotti di riserva: letteralmente idolatrato dai miei colleghi e da tempo noto come un vero e proprio riferimento per le serate tra amici con alcool a fiumi e rutto libero, il lavoro di McKay è giunto dunque a furor di popolo qui al Saloon, riscontrando, com'era decisamente prevedibile, un successo immediato.
A partire dall'apertura dedicata alle imprese dei durissimi e fighissimi poliziotti spaccaculi idoli di New York interpretati da The Rock e Samuel Jackson fino agli improbabili duetti degli altrettanto improbabili Marc Wahlberg e Will Ferrell, The other guys - questo il titolo originale, come spesso accade decisamente più sensato - ha finito per intrattenermi e divertirmi dall'inizio alla fine senza perdere ritmo e mordente, ricordando, di fatto, una sorta di versione di grana un pò più grossa della Trilogia del Cornetto firmata da Edgar Wright: perfetti i protagonisti - irresistibile Ferrell in versione pappone e tranquillo contabile, divertentissimo Wahlberg, stizzoso e "lento" almeno all'apparenza come e più di quanto mostrato in Ted e Pain&Gain -, azzeccata l'ambientazione hard boiled comprensiva di tutte le fasi di rito - i protagonisti dapprima quasi rivali, poi messi in difficoltà da un caso apparentemente più grande di loro e dunque pronti finalmente a spalleggiarsi per portare a casa il risultato centrando il bersaglio grosso - e da manuale le sequenze che, una dietro l'altra, vanno a comporre una vera e propria antologia di perle da citazione - su tutte l'intera scena della cena a casa dei coniugi Gamble, con un Wahlberg allibito di fronte al successo che il suo apparentemente sfigato collega pare riscuotere rispetto al genere femminile, o almeno ai suoi esponenti più sexy -.
Una scommessa vinta, dunque, da McKay, che riesce nell'intento di produrre un titolo scanzonato e divertente senza per questo consegnare al pubblico un lavoro svilente e volgare almeno nelle accezioni peggiori del termine, grazie al quale dal cast ai tecnici, fino ovviamente all'audience tutti paiono uscire vincitori e con un sorriso idiota di grande e goduriosa soddisfazione stampato in piena faccia: e dalle battute sulle macchine all'utilizzo di un perfetto Michael Keaton - che, come giustamente sottolineato da Julez, appare sempre in grande spolvero e, a conti fatti, enormemente sottovalutato -, senza contare le sfaccettature regalate dai due protagonisti - il precisino Ferrell con il suo passato turbolento e l'irrequieto Wahlberg intento a studiare cose come la danza classica e l'arte contemporanea soltanto per il gusto di mettere alle strette i radical chic di turno - ed una realizzazione più che onesta per un film assolutamente "di cassetta", perfetto per soddisfare le aspettative di un branco di scalmanati amici per la pelle - o anche solo compari di una qualche notte da leoni - senza dover chiedere chissà quale pegno in cambio, se non il divertimento senza un domani.
Avere la possibilità, diciamo una volta al mese - almeno -, di staccare la spina con proposte di questo calibro lasciandosi andare come in occasione della partita a calcio - o a paintball, o a quello che volete - con i colleghi o gli scapoli e ammogliati di turno, è un pò come pensare di avere un salvagente in grado di mescolare testosterone e capacità di essere assoluti cazzoni tipica dei maschi adulti, e che come nella sbronza settimanale all'inglese permette di lasciare tutto alle spalle e godere del momento, senza pensare troppo al fatto che il giorno dopo si potrebbe finire con dei postumi più pesanti di quelli che ormai si è in grado di sopportare o ad affrontare i rimproveri di mogli e fidanzate - e in questo caso, se la soluzione a questo tipo di inconvenienti è la stessa proposta da Ferrell e dalla Mendes, con tanto di "telefono senza fili" costituito dalla madre di lei, il divertimento potrebbe essere anche soltanto all'inizio -.
Senza contare che, a ben guardare e a meno di casi eccezionali, quei "The other guys" siamo proprio noi, improbabili "eroi" pronti ad affrontare le prove della vita moderna che da veri Goonies finiamo per dibatterci tra aspettative, il posto che abbiamo e quello che vorremmo, ed una vita decisamente più movimentata di quella che pensiamo possa essere quella dei nomi sulla locandina: perchè non è detto che quegli stessi nomi abbiano davvero così tanto più di quello che possiamo offrire - ed offriamo - noi ogni dannato giorno in cui combattiamo le nostre - piccole o grandi - battaglie.




MrFord




"Don't know what's comin' tomorrow,
maybe it's trouble and sorrow;
but we'll travel the road, sharin' our load,
side by side."
Ray Charles - "Side by side" -




mercoledì 22 maggio 2013

Come un tuono

Regia: Derek Cianfrance
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 140'




La trama (con parole mie): siamo nella profonda provincia dello Stato di New York, a Schenectady, e Luke, stuntman e motociclista dal passato dubbio, scopre di aver avuto un figlio dall'amante occasionale Romina. Lasciato il circo itinerante per il quale lavorava, il giovane si stabilisce vicino a quella che vorrebbe fosse la sua famiglia, e quando il lavoro di meccanico non gli basta più per mantenerla ed il clima si fa pesante rispetto al rapporto con Romina ed il suo compagno, decide di dedicarsi alle rapine in banca in modo da avere da parte una cospicua somma da lasciare al suo bambino anche nel caso in cui non dovesse mai conoscere il padre.
Luke, però, muore in una sparatoria ucciso troppo frettolosamente da un agente fresco di uniforme, Avery Cross, che passa per eroe e sfrutta le malefatte di un gruppo di colleghi corrotti per diventare un pezzo grosso della procura grazie anche alla sua laurea in legge.
Quindici anni dopo AJ, figlio di Avery, si ritrova nello stesso liceo di Jason, figlio di Luke: tra i due nasce un'amicizia che presto si trasforma in un drammatico confronto tra passato e presente.




Cosa posso dire, del discusso Derek Cianfrance, ora che al Saloon sono passati i due titoli che l'hanno portato alla ribalta cinematografica internazionale spaccando l'opinione di pubblico e critica, passata dal definirli Capolavori a bottigliarli selvaggiamente neanche si trattasse delle più ignobili delle schifezze?
Sicuramente che la verità sta nel mezzo, e che se in parte il buon Derek è portatore di un talento che non riesce a compensare il peso della sua ambizione, dall'altra senza dubbio mostra le doti del narratore di razza, portando sullo schermo un'altra grande epopea delle stelle e strisce dimenticate agli angoli della Frontiera in cui la Leggenda ha lasciato da tanto tempo il posto alla Realtà.
Ed è tutta Realtà, quella che Cianfrance mostra seguendo la vicenda di The place beyond the pines - titolo originale decisamente più profondo ed interessante del semplicistico Come un tuono nostrano -: le vite bruciate di Luke e di suo figlio Jason a fronte di quelle che avranno sempre un paracadute, nel bene o nel male, di Avery ed AJ.
Quel "luogo oltre" in cui veniamo trasportati che è quasi più del cuore, più della geografia di cittadine dimenticate da dio in cui la Legge pare ancora funzionare come ai tempi del vecchio West, figlie delle "badlands" cantate da Springsteen e teatri di tante tragedie della storia recente e non degli USA, dalle stragi nelle scuole a quelle nelle sale cinematografiche, quasi il nulla attorno togliesse tutta la magia che nei favolosi anni ottanta pareva poter salvare chiunque - bellissima la citazione dei Goonies - per lasciare soltanto briciole, rancore e scheletri nell'armadio.
Il luogo in cui Luke lancia la sua moto come un destriero indomabile, Avery scansa la morte non una, ma ben due volte, AJ non arriverà mai a comprendere e Jason coglie, forse, anche meglio del suo defunto padre, quando decide di sfruttarne l'eredità per costruire un sogno che è modellato nella stessa materia di quel West verso il quale si dirige e che, in tempi decisamente più lontani, forse avrebbe salvato, con le già citate Leggende, anche il suo vecchio.
Certo, scritto in questo modo pare quasi che Come un tuono non abbia punti deboli e che si tratti di qualcosa di epico e sconvolgente, i cui unici limiti stanno nella troppa carne al fuoco messa dal regista e sceneggiatore e da alcuni accorgimenti decisamente trascurati dallo stesso - possibile che, in quindici anni, sia solo Romina/Eva Mendes ad invecchiare? - e dalla facilità di alcuni passaggi risolutivi: in realtà il lavoro del regista è acerbo e non sempre ben centrato, il minutaggio è eccessivo ed il personaggio di Avery Cross - in realtà fulcro della vicenda - troppo semplicistico, così come la seconda parte - decisamente la più debole del film -, ed il confronto con un altro grande nome legato alla geografia dello Stato di New York e della Grande Mela è sicuramente impietoso - sto parlando del James Gray, già citato ieri nel post dedicato a Blue Valentine -.
Dovessi pensare freddamente a Come un tuono lo assocerei più ad una grande occasione sprecata che non ad un successo, eppure non riesco a non prendere le parti di Cianfrance principalmente perchè il suo operato - per quanto imperfetto - trabocca di passione come i suoi personaggi, che seppure imperfetti a loro volta mostrano quanto sfaccettato ed assolutamente grigio sia l'orizzonte umano, privo di quei bianchi e neri che dovrebbero costituire gli estremi e che paiono scomparsi come il West verso il quale ha intenzione di viaggiare Jason, cercando di portare con se la parte migliore di quello che era suo padre.
Così Luke non è l'eroe romantico e tormentato, ma uno sbandato che cerca di risolvere i suoi problemi nell'unico modo che conosce, Avery non è il volto pulito di un mondo che può andare nella giusta direzione, ma un arrampicatore che pensa alla sopravvivenza, Romina non è una vittima delle scelte impulsive e sbagliate, ma un'ipocrita in grado di negare e negarsi anche l'evidenza, AJ non è un ribelle che pare quasi equilibrare le sorti rispetto ai trascorsi di Luke e di suo padre, ma un viziatello che attende solo la lezione giusta, o quella peggiore.
E Jason? Chi è Jason?
Non è un delinquente, per quanto voglia mostrarlo.
E neppure un cowboy pronto a sfidare tutto e tutti, pistola in pugno e redini salde.
Jason è solo un ragazzo che non ha conosciuto suo padre, e decide di andare all'Ovest per cercarlo.
A cavallo di una moto, proprio come avrebbe fatto lui.



MrFord



"I'm wandering, a loser down these tracks
I'm dying, but girl I can't go back
'cause in the darkness I hear somebody call my name
and when you realize how they tricked you this time
and it's all lies but I'm strung out on the wire
in these streets of fire."
Bruce Springsteen - "Streets of fire" - 



mercoledì 12 dicembre 2012

Holy motors

Regia: Leos Carax
Origine: Francia
Anno: 2012
Durata: 115'




La trama (con parole mie): le molteplici vite di Monsieur Oscar, dall'alba al tramonto intento a rappresentare, esplorare, mettere fine ed osservare esistenze che passano e vanno, trovano il loro senso o lo perdono. Nella cornice di una Parigi che potrebbe avere un tempo, oppure no, in bilico tra dramma e commedia, osserviamo il padre, l'uomo, il mostro, l'assassino, l'amante, il solitario.
Dov'è il segreto del grande spettacolo della settima arte? E quello della commedia umana?
E' proprio vero che la nostra specie sta cercando progressivamente di sbarazzarsi delle cineprese e dei motori sempre più ingombranti, divenuta come insofferente alle loro dimensioni?
Morire e resuscitare. Perchè non c'è come sperare in un nuovo giorno, uguale e differente dal precedente, per sentire quell'unico, inconfondibile brivido.




Non è da tutti, riuscire ad interpretare - e soprattutto rappresentare - il concetto più profondo di Viaggio all'interno dei confini - o oltre, come in questo caso - di un film: si contano sulle dita, gli esempi in questo senso, e tutti illustri.
Kubrick con 2001: odissea nello spazio - e, in una certa misura, anche Eyes wide shut -, Noè con Enter the void, Refn con Valhalla rising, Tarkovskij con Solaris e Stalker.
Roba grossa, insomma.
Da oggi, al Saloon, Leos Carax farà parte di questa ristrettissima, clamorosa, elitaria ed incredibile cerchia: Holy motors, film maestoso, geniale, ipnotico, splendido nella forma quanto profondo nella sostanza, coinvolgente quanto enigmatico, è una delle esperienze più incredibili che questo 2012 possa aver regalato ad uno spettatore.
Costruito sulle spalle della clamorosa interpretazione di Denis Lavant - che ruota attorno a ben undici charachters, tutti con un'identità precisa e ben definita, dalla fisicità alla storia - e sulla splendida resa tecnica, questa pellicola rappresenta senza dubbio una sfida vinta dal suo eccentrico regista, che rischia grossissimo chiedendo al pubblico non soltanto di fidarsi del suo operato, ma di seguirlo come in un cammino alla cieca che resta in equilibrio tra realtà e sogno, e si fonde nella sua evoluzione con l'elemento all'interno del quale uno come lui pare essere nato per nuotare, respirare, esistere: la settima arte.
Martin Scorsese, qualche anno fa, chiuse uno dei suoi film a mio parere più sottovalutati - e che ancora ritengo straordinario -, The aviator, lanciando come una bomba verso l'audience il valore di "mezzo del futuro" del Cinema stesso, l'elemento che Orson Welles plasmò con Quarto potere e che le "macchine" di Holy motors portano al cuore dalla prima all'ultima sequenza - entrambe alle soglie della genialità, così come lo splendido intervallo musicale -.
"Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso. Quale sarà il tuo verso?", citava Whitman l'indimenticato professor Keating de L'attimo fuggente.
"Perchè è così la dannata commedia umana va avanti", sussurrava sornione lo Straniero ne Il grande Lebowski.
Ed è proprio da qui che passano i molteplici significati di questa esplorazione di un mondo che siamo abituati a vedere dall'altra parte dello schermo, e che finisce per passarci davanti agli occhi così come in fondo all'anima, senza lesinare sui generi - la commedia, il grottesco, il metaCinema, il noir, l'horror, il musical, l'amore e la morte -, sfruttando cavalli d'acciaio che fanno finalmente dimenticare la delusione che fu, in questo senso, il vuoto, inefficace Cosmopolis di David Cronenberg.
Oscar, Virgilio multiforme e poliedrico, guida il nostro essere scarrozzati mettendosi a nudo - in tutti i sensi -, uccidendo se stesso e sfidando ogni nuova forma, scommettendo su qualcosa di talmente stratificato da dover essere assimilato come un cocktail della cui potenza potremo accorgerci soltanto quando sarà troppo tardi: la teatralità ed i grandi spazi, la carne ed il sangue e lo spirito più elevato, i giochi ad incastro e l'illusione del velo bianco che si dipinge grazie ad un calderone di colori e sensazioni che paiono caotiche e finiscono per risultare quasi cristalline, nella loro primordiale semplicità.
Siamo Uomini, siamo Animali, siamo le scimmie di 2001. 
Quelle che chiudono una giornata di lavoro intensa di questo attore dai mille volti, e ci rivelano che prima o poi tutto finirà, anche per noi che vogliamo vivere per sempre: ma come vivere per sempre, senza una Madre?
Lo diceva Boccadoro all'amico di una vita Narciso, sul letto di morte.
"Senza madre non si può amare, senza madre non si può morire".
La settima arte è quella madre.
E Holy motors uno dei suoi figli prediletti.
Il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso.
Quale sarà il tuo verso?
Abbiamo un tempo limitato per trovare il nostro.
Carax, nel frattempo, ha senza dubbio scovato il suo.


MrFord


"I just can't get you out of my head
boy your loving is all i think about 
I just can't get you out of my head
boy it's more than I dare to think about."
Kylie Minogue - "Can't get you out of my head" -


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