giovedì 24 ottobre 2013

Thursday's child


La trama (con parole mie): la polvere dell'ultima, vittoriosa - per il sottoscritto - Blog War non si è ancora posata, ed ecco che Cannibal Kid e questo vecchio cowboy si ritrovano pronti a commentare le uscite di questa settimana. Rispetto alle ultime puntate della rubrica, però, pare esserci almeno in parte un'inversione di tendenza alla sequela di schifezze che ci siamo dovuti sciroppare per tutto ottobre, e ritroveremo - miracolosamente - almeno due potenziali uscite molto interessanti.
Probabilmente pagheremo dazio il prossimo weekend: per il momento, godiamoci dunque tutto questo grasso che cola.

"O mio Dio! Non pensavo che i film consigliati dal Cannibale fossero così brutti!"
Dark Skies – Oscure presenze di Scott Stewart


Il consiglio di Cannibal: oscurate WhiteRussian!
Thriller-horror-fantascientifico guardabile ma non memorabile. Gli appassionati del genere possono comunque dargli una possibilità e, considerando che appartiene al genere sci-fi, e pure a quello a thriller ed è pure un pochetto horror, è indirizzato a un sacco di gente. Ford, che è appassionato di un altro genere di film, i film brutti, può anche astenersi.
Post cannibale a breve.
Il consiglio di Ford: un'oscura presenza, quella del Cannibale!
Thriller discreto che mescola horror e sci-fi che è stato una positiva sorpresa: iniziato a vedere con la stessa voglia di un reprise di The tree of life si è invece rivelato piacevole e teso fino alla fine, ricordandomi cose come il recente The conjuring o Sinister, uscito l'anno scorso.
Non sarà il titolone del secolo, ma fa il suo sporco lavoro. E funziona senza dover necessariamente sbracare in un finale buonista. Meno male.
Recensione fordiana a brevissimo.

"Il Cannibale mi aveva impiantato un chip, ecco perchè trovavo interessante The tree of life!"

La vita di Adele di Abdellatif Kechiche


Il consiglio di Cannibal: è da una vita che voglio vederlo
Ai più distratti, come MrFord, segnalo che questo non è il film biopic sulla vita della cantante Adele. Si tratta invece della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes e sarà sicuramente una delle visioni più interessanti di questa fine 2013, anche perché si preannunciano 3 ore di lesbicate d’autore. Cosa chiedere di più a un film?
Vista l’ottima accoglienza ricevuta, è già pronto il sequel. Si chiamerà La vita di Ford e sarà un western-fantasy stile Wild Wild West su un uomo dei nostri giorni che crede di essere un vecchio cowboy. Il protagonista sarà Sylvester Stallone e la regia sarà di Michael Bay. In pratica non so quanto c’entrerà con il film originale…
Il consiglio di Ford: almeno non abbiamo dovuto attendere una vita per vederlo anche in Italia.
Il buon Peppa Kid, cui piace fare il sapientone e invece a stento conosce Abdellatif Kechice, non vedrà l'ora di menarsela parlando di questo film come il più grande degli espertoni.
Io, invece, attendo con il cuore e la testa quello che promette di essere uno dei film più interessanti dell'anno, ultima fatica di un regista che fino ad ora non mi ha mai deluso. Speriamo che la vicinanza del mio antagonista non porti male!

"Ti meriti un bel bacio per aver preferito la listona di Ford alla listina di Peppa Kid!"
Il quinto potere di Bill Condon


Il consiglio di Cannibal: sarà il quinto porchere?
Questo è il film rischio dell’anno.
L’idea di un film su Julian Assange e su Wikileaks era molto intrigante. Quando però sono venuto a sapere che Julian Assange ha accusato la pellicola, parafrasando un pochino le sue parole, di essere una cagata colossale e di non riportare assolutamente la verità dei fatti, l’entusiasmo è parecchio sceso. Considerando che alla regia c’è l’atroce Bill Condom, pardon Bill Condon, che ha firmato Breaking Dawn 1 e 2, i due episodi più agghiaccianti della già discutibile saga di Twilight, il rischio disastro è altissimo. Non a caso negli USA è partito in maniera pessima. Anzi, più che pessima, visto che ha fatto il peggior incasso d’apertura del 2013 tra i film distribuiti in molte copie.
Poteva andare peggio?
Solo se Wikileaks tra i suoi documenti segreti diffondeva delle immagini di MrFord nudo…
Il consiglio di Ford: il quinto potere? Quello di Ford che sconfigge il Cannibale ad ogni nuova Blog War!
Bill Condon per gli amici Condom è uno degli spauracchi peggiori che la settima arte possa avere, ancor più di gentaglia come Michael Bay o Lars Von Trier. O Marco Goi.
L'idea che possa aver sfruttato da par suo una delle vicende potenzialmente più interessanti degli ultimi anni mi fa gelare il sangue nelle vene neanche fossi un bromantico vampiro in stile Twilight, dunque credo che eviterò questo film come se fosse una fumante zuppa d'aglio.

"Dunque questo è il vero volto del Cannibale." "E' terribile, forse è meglio che resti un segreto."
Runner Runner di Brad Furman


Il consiglio di Cannibal: I run away from Ford
Justin Timberlake + Ben Affleck + Gemma Arterton = un cast niente male in un film che invece promette abbastanza male. Dovrebbe trattarsi infatti di un mediocre thrillerino sul mondo del gioco d’azzardo su cui è meglio non puntare troppo. Finirò per vederlo comunque, ma senza correre. Preferisco risparmiare il fiato per fuggire a gambe levate dai film consigliati da Ford.
Il consiglio di Ford: corriamo via da questi film, e soprattutto da quelli che consiglia il Cucciolo Eroico!
Filmetto inutile ma probabilmente innocuo buono per quelle serate da neuroni zero che di tanto in tanto servono a riequilibrarsi dopo settimane di lavoro particolarmente intense.
Non credo proprio finirà in cima alla lista, ma se dovesse capitarmi, non correrò a perdifiato per fuggirgli.
Un po’ come con il Cannibale, che attenderò in agguato per la prossima battaglia.

"Justin, mi dispiace: io quel bruto di Ford in barca non lo invito!"
Cani sciolti di Baltasar Kormákur


Il consiglio di Cannibal: ancora sciolti? E legateli!
Di Cani sciolti avevamo già parlato quest’estate. Pensavo fosse uscito nell’indifferenza generale e invece è stato rimandato a questo weekend. Sempre nell’indifferenza generale. È il classico film action fordiano che promette un grado di originalità pari allo zero e un livello di noia pari all’infinito. So già che Ford cercherà di vendercelo come un capolavoro assoluto, ma con lui c’è solo una cosa da fare: Smithers, libera i cani!
Il consiglio di Ford: sciolgo una compressa di cicuta nel drink del Cannibale per festeggiare il mio imminente compleanno.
La distribuzione italiana è proprio una cosa curiosa: questo film, perfetto per atmosfere e tamarraggine per il pieno del solleone estivo, è stato inspiegabilmente dirottato ad autunno inoltrato, periodo in cui il suo potenziale di svago risulterà quantomeno dimezzato.
Peccato.
Comunque non me lo perderò, anche perchè promette di essere una di quelle cose tremendamente fordiane che tengono lontano il mio rivale.

"Cannibal un esperto di Cinema!? Ma non fatemi ridere!"

Justin e i cavalieri valorosi di Manuel Sicilia 


Il consiglio di Cannibal: valorosi coloro che andranno a vederlo
Ed ecco il solito filmetto d’animazione che farà andare in brodo di giuggiole il pubblico dei più piccoli, Ford compreso. Scopiazzando un po’ Brave e un po’ Dragon Trainer, un nuovo cartone fantasy storico che costringerà il povero Fordino a portare suo padre al cinema. Se non siete obbligati, però, o miei cavalieri valorosi, potete anche saltarlo con il vostro destriero.
Il consiglio di Ford: valoroso, ovvero l'opposto di Pusillanime Kid.
Filmetto d'animazione fondamentalmente ed inesorabilmente inutile scopiazzato selvaggiamente da pellicole ben più interessanti che faccio finta di non aver neppure visto inserito nella lista delle uscite: mi basta Peppa Kid come cartone animato, per questa settimana!

"Sono amico del Cucciolo Eroico: per favore, non siate troppo cattivi con me!"

Oh Boy, un caffè a Berlino di Jan Ole Gerster


Il consiglio di Cannibal: Oh old man, un caffè a Lodi
Film tedesco che sembra originale e molto meritevole. In patria è stato apprezzatissimo, rivedere Berlino anche se solo su uno schermo è sempre un piacere, il trailer non è male e c’è pure il rischio che possa trattarsi di una di quelle pellicole radical-chic da me tanto amate e da Ford tanto disprezzate. E potrebbe essere proprio questo il vero valore aggiunto della seconda pellicola più promettente della settimana dopo La vita di Adele.
Il consiglio di Ford: Oh, c'è nessuno!? Un caffè a Casale.
Berlin è uno dei dischi di Lou Reed che preferisco. A Berlino sono stati girati molti grandi film. Berlino è una delle mie città europee favorite.
Insomma, se non fosse che probabilmente il Cannibale e molto del pubblico radical chic che tanto detesto attenderanno ferventi questo titolo, potrei dire che mi incuriosisce quasi quanto quello di Kechiche: spero solo che per una volta non si riveli la solita fregnaccia d'essai e sia effettivamente interessante come promette di essere.

"Vedi, con Ford è facile: basta farlo ubriacare, e riesce a farsi piacere anche i pretenziosi film d'autore!"

mercoledì 23 ottobre 2013

Las acacias

Regia: Pablo Giorgelli
Origine: Argentina, Spagna
Anno: 2011
Durata:
82'




La trama (con parole mie): Ruben è un autista di camion di mezza età che percorre solitario con il suo mezzo le strade che collegano Paraguay e Argentina, un uomo introverso e decisamente poco incline al dialogo, con un figlio ormai cresciuto che non vede da otto anni.
Quando un amico, Fernando, gli chiede di dare un passaggio a Jacinta - donna con una figlia di cinque mesi sola e senza prospettive che vorrebbe raggiungere la cugina per trovare un lavoro - in modo da condurla a Buenos Aires, Ruben si mostra molto riluttante: il viaggio si rivelerà invece una scoperta per l'uomo, conquistato dalla piccola Anahì e per la prima volta da troppo tempo toccato oltre la sua scorza di viaggiatore ramingo.





Il Cinema è davvero curioso, a volte: in uno stesso giorno è capace di mostrare, infatti, aspetti e sfumature distanti anni luce - in tutti i sensi -, quasi come si trattasse non tanto di una trasposizione, quando di una vera e propria cronaca della vita.
Las acacias, infatti, misconosciuto film di produzione ispano-argentina datato duemilaundici uscito soltanto all'inizio del mese qui in Italia realizzato con mezzi più che limitati, un cast che si conta sulle dita di una mano ed un setting quasi completamente legato all'abitacolo del camion del protagonista, è passato sugli schermi di casa Ford poche ore prima del gigantesco - in termini di mezzi, effetti e tecnica - Gravity.
Il lavoro di Giorgelli, a differenza di quello di Cuaron, si gioca però tutto sull'aspetto emotivo della storia raccontata, e sulle due solitudini - quella del burbero autista Ruben e della speranzosa madre single Jacinta pronta a ricominciare da capo in un altro Paese insieme alla figlia - che si incontrano andando a costruire con semplicità disarmante un road trip scarno e di pancia, o "da tempi di crisi", per usare un'espressione che negli ultimi anni ha preso sempre più piede a tutti i livelli della società.
Potendo, in qualche modo, unire la sincera commozione portata con grande onestà sullo schermo da Las acacias e la produzione stellare di Gravity, probabilmente, avremmo avuto in mano uno dei film più importanti dell'anno, invece che due pellicole a loro modo incomplete, ma ce la faremo andare bene così: un pò come Ruben, che ritrova la gioia dell'essere genitore osservando le espressioni della piccola Anahì, o i turbamenti sentimentali che pensava di aver lasciato alle spalle insieme all'illusione di una famiglia o di un amore, o come Jacinta, pronta a ricominciare a casa di una cugina disposta ad accoglierla una vita che in Paraguay non offriva più alcuna prospettiva a lei come - e soprattutto - alla piccola.
Limitando i dialoghi e concentrandosi su gesti ed impercettibili sfumature e dilatando il ritmo Giorgelli sfodera un piccolo e rurale Una storia vera, lasciando il pubblico a bocca aperta per la sincerità intellettuale ed emozionale con la quale viene raccontato l'incontro - e scontro, per certi versi - di queste due solitudini basate l'una sull'isolamento e l'altra sulla speranza: ma se gli incontri che i due protagonisti sono portati a fare nel corso del loro viaggio vengono rappresentati sempre e comunque molto sotto le righe, con il finale di fronte alla casa della cugina di Jacinta il regista gioca la sua carta migliore, sfiorando la commozione e regalando un colpo d'ala da grande autore, mostrando quanto può essere importante la voglia - se non addirittura la necessità - di raccontare una storia prima ancora della tecnica grazie alla quale la stessa è portata in scena.
Senza dubbio non si tratterà di un film per tutti, o di un titolo destinato a cambiare la storia del duemilatredici cinematografico, eppure lavori come questo sono una vera e propria boccata d'ossigeno per chi, anche dall'altra parte del mondo, vive una vita da maniche arrotolate come Ruben e Jacinta, e con il poco che la fatica ripaga spera di poter costruire un avvenire felice per i propri figli: e se non sempre le cose sono destinate ad andare come vorremmo, è sempre vero che rinunciare ad un viaggio finisce comunque per privarci di un'esperienza che potrebbe non solo sorprendere, ma addirittura divenire un nuovo inizio.


MrFord


"I'd rather live in a doll's house in a small street
where it always rains
you kid yourself you're working all for me
but older kids play with bigger trains."
Howard Jones - "Two souls" - 


martedì 22 ottobre 2013

Gravity

Regia: Alfonso Cuaron
Origine: USA, Messico
Anno: 2013
Durata: 91'
 



La trama (con parole mie): Matti Kowalski e Ryan Stone sono due membri dell'equipaggio di una missione in orbita attorno alla Terra con l'intento di effettuare alcune riparazioni su un'istallazione. Quando l'esplosione di un satellite porta su di loro una pioggia di detriti e lo shuttle viene distrutto, i due si ritroveranno ad affrontare, legati l'uno all'altra, una deriva che dovranno pilotare verso una stazione orbitante russa in modo da raggiungere un modulo di salvataggio e fare ritorno sulla Terra.
Il tentativo, però, risulterà ben più arduo di quanto non potessero già immaginare, ed il rientro sul pianeta comincerà ad assumere i connotati di un'utopia, più che di una speranza.





Alfonso Cuaron ha una storia strana, qui al Saloon.
Partito discretamente bene con il piacevole road movie stile Sundance Y tu mama tambien agli inizi del nuovo millennio, il regista di Città del Messico finì per perdere parecchie quotazioni con Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, a mio parere uno degli episodi meno riusciti della saga cinematografica del maghetto più famoso della letteratura: giunse poi I figli degli uomini a lasciare a bocca aperta il sottoscritto e rilanciare il buon Alfonso come riferimento della settima arte messicana pronto a soppiantare l'inaridito Inarritu.
L'hype per Gravity, dunque, accolto anche decisamente bene all'ultimo Festival di Venezia, era clamorosamente alto, considerate anche le opinioni di molti blogger cinefili pronti a spendere grandi parole per quest'epopea umana più che sci-fi come se fosse la cosa più naturale del mondo: onestamente, e non credo per colpa delle aspettative, devo dire che l'attesa è stata almeno parzialmente delusa.
Certo, è d'obbligo ammettere che a livello tecnico e visivo ci troviamo di fronte, con ogni probabilità, ad una delle opere più incredibili del passato recente - almeno per quanto riguarda il genere -, roba da avere l'impressione di precipitare nello schermo e perdere gli occhi per la meraviglia tra effetti speciali da togliere il fiato, piani sequenza da brivido ed evoluzioni della macchina da presa che probabilmente avrebbero lasciato a bocca aperta anche i pionieri dei "Viaggi nella Luna": un'esperienza da spettatori assolutamente incredibile, che vale la pena di vivere al pieno delle possibilità tecnologiche attuali - tanto odiato dal sottoscritto 3D compreso - e dal primo all'ultimo minuto, sostenuta da un'ottima idea rispetto al titolo - il riferimento alla gravità sulla Terra, e non alla sua assenza nello spazio - e da una Sandra Bullock in grandissimo spolvero, ma che, dal punto di vista emozionale e dell'originalità nella scrittura difetta come l'ultimo dei blockbusteroni hollywoodiani.
Non so se la produzione, lo stardom presente o chissà quale imposizione dall'alto abbiano influenzato il lavoro di Alfonso e Jonas Cuaron nel corso della stesura dello script, ma l'impressione è che tutto quello che è finito nella parte squisitamente tecnica e "meravigliosa" della pellicola abbia finito per succhiare il midollo della vita alla sceneggiatura, molto scontata e a tratti davvero al limite dello scivolone - il dialogo tra Ryan ed il miracolosamente rientrante Kowalski nella stazione orbitante russa -.
Per nulla una delusione da bottigliate, ma classico esempio di "bello senz'anima", dunque, questo Gravity trascinato con i piedi per terra si attesta, di fatto, ben lontano dall'Olimpo cinematografico cui certamente aspirava: un peccato, perchè quella che è una delle più incredibili avventure visive dell'anno finisce per essere associata ad un titolo destinato a transitare in un'orbita ben lontana dai primi posti della classifica dedicata al meglio del duemilatredici.


MrFord


"Oh twice as much ain't twice as good
and can't sustain like a one half could
it's wanting more
that's gonna send me to my knees."
John Mayer - "Gravity" - 


lunedì 21 ottobre 2013

Vertigo - La donna che visse due volte

Regia: Alfred Hitchcock
Origine: USA, UK
Anno: 1958
Durata: 128'




La trama (con parole mie): John "Scottie" Ferguson, ex detective della polizia ritiratosi a seguito di un tragico incidente che mise a nudo il suo terrore per le altezze e costò la vita ad un collega, viene contattato da un vecchio amico in modo da sorvegliarne la moglie, Madeleine Elster, che vive un periodo di sconvolgimenti legato ad una sorta di immedesimazione con una sua antenata, resa folle dall'amore e suicida alla sua stessa età. Nell'eseguire il suo compito, Scottie finisce per sviluppare un'attrazione irresistibile per Madeleine, divenuta più forte nel momento in cui l'uomo salva da un primo tentativo di suicidio la giovane: tra i due sboccia l'amore, ma proprio quando i sentimenti esplodono la donna decide di porre fine alla sua vita gettandosi dal campanile di una missione proprio davanti agli occhi dell'inerme Scottie, messo in ginocchio dalle vertigini mentre cercava di inseguire l'amata.
Distrutto dal dolore, Ferguson impiega oltre un anno per riprendersi, e ancora segnato dalla presenza di Madeleine, rimane sconvolto quando, per caso, incontra Judy, identica in tutto e per tutto al suo amore perduto: sarà l'inizio di una spirale di emozioni che porterà John ad affrontare le sue paure e scoprire la verità di un delitto apparentemente perfetto.




A volte si incontrano pellicole di fronte alle quali si finisce per rimanere a bocca aperta, ammettendone il valore senza troppi giri di parole - cose come Il mucchio selvaggio, I sette samurai, Furore, Tempi moderni - e altre, invece, che paiono offrire ad ogni visione una nuova lettura, e la possibilità di riscoprirle quasi potesse essere sempre e comunque una "prima volta" - 2001, Apocalypse now, Quarto potere -: senza dubbio La donna che visse due volte, il mio personale favorito nell'incredibile filmografia hitchcockiana, fa parte di questa seconda categoria.
L'ultima volta che mi capitò di vederlo, ad esempio, fui travolto dalla sensazione di smarrimento del protagonista gettato tra le fauci di un intrigo noir decisamente più grande di lui e più pericoloso delle vertigini che, di fatto, lo rendono vulnerabile almeno quanto il suo esordio sugli schermi dell'allora casa Ford fu caratterizzato principalmente dalla meraviglia scaturita dalla tecnica prodigiosa come di consueto messa in campo dal Maestro, senza dubbio uno dei registi più dotati, importanti e talentuosi della Storia.
L'occasione del ritorno in sala - anche se per soli tre giorni a partire da oggi - di questa pietra miliare mi ha dunque dato modo - grazie anche agli amici di QMI - di esplorarlo da un altro e profondo punto di vista: quello dell'amore.
Dalla vertigine che da il titolo alla versione originale della pellicola ai conflitti interiori vissuti dal protagonista Scottie e da Madeleine/Judy rispetto al destino della loro storia, dall'ironia disseminata con acume dal vecchio Hitch - sfruttando soprattutto la spalla di Ferguson, l'ex fidanzata ed amica Midge - al ruolo del Destino, sempre pronto a mettere la parola fine a qualsiasi pretesa umana - la straordinaria conclusione -, il sentimento che è, di fatto, la benzina per il motore di gran parte dell'arte gioca un ruolo fondamentale in questa intensa favola nera mascherata da thriller, in grado di raggiungere in più di un'occasione - la sequenza sulla spiaggia con il primo bacio tra Scottie e Madeleine - una tensione emotiva e quasi erotica incredibile, decisamente più avanti rispetto anche ai nostri tempi.
Lo sprofondare di Ferguson nel dolore della perdita di quello che, di fatto, costituisce il suo primo - ed unico, forse - amore, culminato con la spettacolare sequenza dell'incubo - un vero e proprio cocktail in netto anticipo rispetto all'epoca della psichedelia - così come la progressiva trasformazione di Judy in Madeleine nata per compiacere i desideri del proprio compagno sono volti che ognuno di noi ben conosce - o ha sperimentato sulla propria pelle - dell'amore, in grado di mutare nella più grande gioia e nell'incubo peggiore della vita di qualsiasi persona, dal più duro all'ultimo dei teneri.
Hitchcock, troppo spesso accusato di essere un regista freddo e votato esclusivamente alla tecnica, mostra ancora una volta la grande passione della sua arte, la carica emozionale nata dal bisogno di scoprire il grande dramma del sentimento, che proprio come un'epopea alcolica riesce a portarci ad imprese incredibili ed estasi quasi mistiche tanto quanto a dolori pronti a spezzarci in due.
E come barche alla deriva risucchiate da un maelstrom di sentimenti, finiamo per ritrovarci schiavi di una vertigine che finiremo per superare soltanto nel momento in cui saremo davvero disposti ad andare oltre il passato, ed anche in quel caso, non saremo mai davvero protetti dal Destino, così come dalle follie dell'organo più pericoloso e stupefacente di cui siamo dotati: il cuore.


MrFord


"Lights go down, it's dark
the jungle is your head
can't rule your heart
a feeling is so much stronger than
a thought
your eyes are wide
and though your soul
it can't be bought
your mind can wonder."

U2 - "Vertigo" - 




domenica 20 ottobre 2013

Caccia al ladro

Regia: Alfred Hitchcock
Origine: USA, UK
Anno: 1955
Durata: 106'




La trama (con parole mie): siamo negli anni appena successivi al termine della Seconda Guerra Mondiale, e John Robin, ex ladro di gioielli divenuto eroe della Resistenza in Francia e dunque rimesso in libertà, si trova a dover lottare per dimostrare la sua innocenza quando un misterioso rapinatore che imita il suo vecchio stile comincia ad eseguire un colpo perfetto dopo l'altro nelle più ricche località della Costa Azzurra.
Tallonato dai poliziotti che lo credono colpevole e dai suoi vecchi compagni turbati dall'idea di dover tornare in cella a seguito dell'apparente ripresa dell'attività di Robie, John dovrà guardarsi le spalle e grazie all'aiuto di una giovane ereditiera e di sua madre smascherare il vero colpevole mettendo al sicuro la sua libertà ed il suo cuore.




Quando al Saloon approda il Maestro Hitchcock si finisce sempre per pulire il bancone di legno grezzo come se si trattasse di una grande occasione: il regista inglese, uno dei nomi più importanti della Storia della settima arte, infatti, è sinonimo di qualità sopraffina nonchè di visione meritevole sempre e comunque.
E' così anche per quello che, di fatto, ho sempre considerato uno dei suoi divertissements più rilassati e lontani dalle vette di La donna che visse due volte o Psyco, Caccia al ladro: saggio di eleganza stilistica, pulizia di esecuzione, ritmo e tecnica - la fotografia è da leccarsi i baffi, le riprese aeree della Costa Azzurra da capogiro -, questa commedia romantica mascherata da spy story è uno dei più fulgidi esempi di quanto girare divertisse il Maestro, decisamente lontano dalla tensione che altri suoi esimi colleghi inevitabilmente trasmettevano ad attori e tecnici dal primo all'ultimo momento delle riprese - Stanley Kubrick docet -.
Un elegantissimo Cary Grant nei panni dell'ex ladro di gioielli divenuto partigiano John Robie conduce il pubblico dalla prima all'ultima scena spalleggiato da una Grace Kelly mai così bella, lasciando spazio al regista per la sua consueta apparizione, ad una trama degna dei classici del genere e ad una serie di passaggi in cui la raffinatezza della messa in scena si fonde perfettamente con la leggerezza della storia e del suo svolgimento: se c'è, dunque, da trovare un limite - anche al voto complessivo - a questo lavoro del vecchio Hitch è giusto questo, la voglia di divertirsi e divertire che supera l'indagine interiore e la profondità, rendendo Caccia al ladro una sorta di fratellino minore di Intrigo internazionale, pietra miliare venuta "dallo stesso campo da gioco" - come direbbe il Vincent Vega di Tarantino - ma evolutasi ad un livello tecnico ancora superiore.
Molto interessante la scelta dell'ambientazione, esotica per gli USA ai tempi ma in qualche modo un ritorno a casa per il regista, che al Vecchio Continente, non dimentichiamolo, deve i suoi natali e le sue origini: per il resto, il pubblico femminile ebbe - ed ha ancora - la soddisfazione di farsi coinvolgere dalla parte sentimentale delle gesta di John Robie - un charachter che ai giorni nostri vedrei benissimo interpretato dal Cary Grant del Nuovo Millennio, George Clooney, o in una versione più sbarazzina da Robert Downey Jr - mentre quello maschile potette assistere ad una sorta di Ocean's eleven dei tempi provando ad ipotizzare chi si nascondeva dietro l'identità del nuovo Gatto - questo il vecchio "nome d'arte" di Robie -.
E guardando ad entrambe le soluzioni il buon Alfred non concede neppure una sbavatura, tenendo sulla corda la componente in rosa grazie ai confronti tra la giovane ex partigiana e l'ereditiera interpretata dalla già citata Grace Kelly e quella in azzurro con uno scioglimento della trama che riesce a sorprendere perfino quando la risposta a tutti i sospetti pare essere certa, assicurata e definitiva.
Come se non bastasse la chiusura ed il "furto del cuore" subito dal leggendario ex ladro ha il sapore di una vittoria del romanticismo tipico del film d'avventura dei tempi così come del garbato sberleffo all'idea di un uomo d'azione costretto suo malgrado a dover cedere il passo ad un unione sentimentale che con il suo "per sempre" finirà per significare una pensione da qualsiasi impresa che possa portare a brividi come quelli appena vissuti.
Un piccolo scherzo very british che rende la visione ancora più piacevole, e a distanza di ormai sessant'anni regala soddisfazioni ad un'audience che non solo ha cambiato i suoi orizzonti, ma che a breve non penserà neppure più che un tempo potessero essere realizzate chicche "minori" come questa.



MrFord


"Why must I be the thief?
Why must I be the thief?
Oh Lord please won’t you tell me,
why must I be the thief."
Radiohead - "The thief" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...