Come ormai tutti voi saprete, Sofia Coppola con il suo Somewhere ha conquistato il Leone d'oro per il miglior film in questo Festival di Venezia 2010, raccogliendo il testimone di Lebanon, vincitore della passata edizione.
Le mie impressioni a caldo, gettate nel calderone casualmente, sono più o meno così riassumibili:
- Somewhere difficilmente potrà essere peggio di Lebanon, uno dei film più pretenziosi, compiaciuti, schiavi di una violenza sadica e anche un pò malata degli ultimi anni. Buon segno.
- Sofia Coppola e i suoi fan tendenzialmente radical chic non me ne vogliano, ma l'ho sempre trovata una regista sopravvalutata e difficilmente collocabile al posto in cui si trova senza il cognome che porta. Il giardino delle vergini suicide mi è sembrato insipiduccio ed è passato quasi senza che me ne accorgessi, ho detestato - ma proprio detestato - lo snob e vuotissimo Lost in translation e Marie Antoinette - che fino ad ora mi è parso il suo lavoro migliore - mi ha discretamente divertito, pur senza farmi strappare i capelli dal tripudio cinefilo.
- Non avendo ancora visto Somewhere, non voglio sbilanciarmi, ma il Leone mi incuriosisce un pochino di più ad approcciarlo. Ora resta soltanto da convincere Julez.
- Confido nel miracolo di The wrestler, che mi fece cambiare opinione su Aronofsky, e spero ardentemente che si possa ripetere.
- Quentin Tarantino era presidente della giuria. Nonchè ex fidanzato di Sofia Coppola. Ora, non voglio necessariamente fare il provocatore, ma essendo stato membro di una giuria di un festival cinematografico - piccolo e dedicato a documentari, ma pur sempre un festival - per quattro anni ho ben presenti le dinamiche che vengono sviluppate in seno ai giurati e agli organizzatori dell'evento.
- Quentin Tarantino, qualche anno fa, a Cannes, premiò Fahrenheit 9/11, il film peggiore di Michael Moore, a scapito di Mystic river. Ancora non l'ho digerita.
- Quentin Tarantino ha fatto il suo show alla premiazione, e anche in questo post è citato più della regista vincitrice del Leone d'oro - che, tra le altre cose, il ragazzaccio di Knoxville non ha ancora vinto, ma chissà che in futuro non possa accadere, magari con la sua ex fidanzata a presiedere la giuria -.
- Quentin Tarantino, forse, a Venezia ha già vinto. E di certo, a quest'ora, avrà anche festeggiato. Con Sofia Coppola?
MrFord
"Venezia che muore,
Venezia appoggiata sul mare,
la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi
Venezia la vende ai turisti."
Francesco Guccini - "Venezia"
domenica 12 settembre 2010
venerdì 10 settembre 2010
La guerra dei Roses
Il rapporto fra un uomo e una donna, anche nelle migliori relazioni, si sa, è frutto di un connubio quasi simbiotico di gioie e dolori che ha dato origine ad una vera e propria mitologia che tocca tutte le forme d'arte e narrazione possibili, e trova ispirazione nella realtà del vissuto di ogni artista che si sia cimentato nel genere.
Del resto, come è solito dire Joe Lansdale - "è sempre meglio parlare di ciò che si conosce bene" - ed io sono solito confermare, nessun uomo conosce un argomento meglio del "conflitto" - anche e spesso soprattutto piacevole - con la sua metà: le serate con gli amici, i pranzi al lavoro, le sbronze sono i momenti migliori in cui tutti i maschi, alfa o meno, rivelano senza pudore la loro condizione di eterni sconfitti nello scontro con il gentil sesso, specchio di una situazione che da secoli e secoli, ormai, vede imperversare - a ragione, del resto, considerate le maggiori doti di controllo, convincimento e prettamente intellettive del genere femminile - il rosa.
So che suonerà un pò sessista questo incipit, soprattutto considerato che la discriminazione e la violenza sulle donne ancora rappresentano un problema culturale enorme anche nei cosiddetti paesi evoluti e civili, ma il mio discorso è frutto di testimonianze legate alla vita nel suo normale svolgimento, in normali case e nei normali rapporti fra normali persone.
E in questo universo di normalità, non c'è verso, ma proprio per nulla, che un uomo riesca ad avere l'ultima parola rispetto alla sua compagna: a testimoniare questo fatto è il regista ed interprete Danny DeVito, avvocato divorzista ritratto nel pieno di un tentativo di recupero di un suo potenziale cliente, attraverso la macabra storia di Barbara e Oliver Rose.
Diciassette anni di matrimonio, una casa perfetta, una carriera avviata, due figli in procinto di entrare ad Harvard, solidità economica e posizione sociale: insomma, niente di meglio rispetto a quello che una qualsiasi famiglia potrebbe chiedere.
Eppure, dopo una vita passata fianco a fianco, Barbara e Oliver non sopportano più l'uno la presenza dell'altra, e complici egoismi e meschini giochi di ego, si ritrovano, sull'orlo del divorzio, a contendersi il nido che ha significato il loro stesso matrimonio.
Da questa scintilla scatta l'epica guerra che da titolo al film, favola nera che mescola Tim Burton a Sam Raimi e diviene uno spaccato crudele, divertente e cinico dell'evoluzione dei rapporti di coppia.
Le scene di culto non si contano, e l'escalation di violenza fisica, psicologica e verbale che si innesca fra i coniugi è irresistibilmente divertente quanto spaventosa, in un crescendo di colpi bassi - in tutti i sensi - che non risparmiano neppure gli animali domestici e la casa stessa, oggetto della disputa: ad ogni quasi impercettibile segno di riconciliazione dell'uno corrisponde un nuovo tiro mancino dell'altra - e viceversa -, quasi ci si trovasse all'interno della più classica delle tragedie greche o shakespeariane e che il Destino - o come lo si voglia chiamare - sarà comunque pronto, alla fine, a chiedere il suo pesante fio.
DeVito, sorta di Grillo parlante appassionato di piedi femminili, lotterà fino all'ultimo per spingere i due protagonisti a seppellire l'ascia di guerra, e ancora oltre, quando la storia dei Roses sarà solo il ricordo degli avvenimenti che scatenarono il suo ritorno al tabagismo, e il cliente di fronte a lui sarà solo un uomo normale in procinto di divorziare.
Il regista/attore incede sornione, e ricorda che una soluzione pacifica in favore della futura ex consorte o una riflessione sui motivi che hanno spinto la coppia all'unione e alla separazione con conseguente nuovo tentativo di avvicinamento sono le strade consigliate, in questi casi.
Perchè non si sa mai dove si può finire, quando inizia una guerra di cuore.
Quello che è certo, è che l'uomo può sperare solo, e miracolosamente, di pareggiare.
Fate i vostri conti, ragazzi.
MrFord
"Dress sexy at my funeral,
my good wife!
For the first time
in your life."
Smog - "Dress sexy at my funeral"-
Del resto, come è solito dire Joe Lansdale - "è sempre meglio parlare di ciò che si conosce bene" - ed io sono solito confermare, nessun uomo conosce un argomento meglio del "conflitto" - anche e spesso soprattutto piacevole - con la sua metà: le serate con gli amici, i pranzi al lavoro, le sbronze sono i momenti migliori in cui tutti i maschi, alfa o meno, rivelano senza pudore la loro condizione di eterni sconfitti nello scontro con il gentil sesso, specchio di una situazione che da secoli e secoli, ormai, vede imperversare - a ragione, del resto, considerate le maggiori doti di controllo, convincimento e prettamente intellettive del genere femminile - il rosa.
So che suonerà un pò sessista questo incipit, soprattutto considerato che la discriminazione e la violenza sulle donne ancora rappresentano un problema culturale enorme anche nei cosiddetti paesi evoluti e civili, ma il mio discorso è frutto di testimonianze legate alla vita nel suo normale svolgimento, in normali case e nei normali rapporti fra normali persone.
E in questo universo di normalità, non c'è verso, ma proprio per nulla, che un uomo riesca ad avere l'ultima parola rispetto alla sua compagna: a testimoniare questo fatto è il regista ed interprete Danny DeVito, avvocato divorzista ritratto nel pieno di un tentativo di recupero di un suo potenziale cliente, attraverso la macabra storia di Barbara e Oliver Rose.
Diciassette anni di matrimonio, una casa perfetta, una carriera avviata, due figli in procinto di entrare ad Harvard, solidità economica e posizione sociale: insomma, niente di meglio rispetto a quello che una qualsiasi famiglia potrebbe chiedere.
Eppure, dopo una vita passata fianco a fianco, Barbara e Oliver non sopportano più l'uno la presenza dell'altra, e complici egoismi e meschini giochi di ego, si ritrovano, sull'orlo del divorzio, a contendersi il nido che ha significato il loro stesso matrimonio.
Da questa scintilla scatta l'epica guerra che da titolo al film, favola nera che mescola Tim Burton a Sam Raimi e diviene uno spaccato crudele, divertente e cinico dell'evoluzione dei rapporti di coppia.
Le scene di culto non si contano, e l'escalation di violenza fisica, psicologica e verbale che si innesca fra i coniugi è irresistibilmente divertente quanto spaventosa, in un crescendo di colpi bassi - in tutti i sensi - che non risparmiano neppure gli animali domestici e la casa stessa, oggetto della disputa: ad ogni quasi impercettibile segno di riconciliazione dell'uno corrisponde un nuovo tiro mancino dell'altra - e viceversa -, quasi ci si trovasse all'interno della più classica delle tragedie greche o shakespeariane e che il Destino - o come lo si voglia chiamare - sarà comunque pronto, alla fine, a chiedere il suo pesante fio.
DeVito, sorta di Grillo parlante appassionato di piedi femminili, lotterà fino all'ultimo per spingere i due protagonisti a seppellire l'ascia di guerra, e ancora oltre, quando la storia dei Roses sarà solo il ricordo degli avvenimenti che scatenarono il suo ritorno al tabagismo, e il cliente di fronte a lui sarà solo un uomo normale in procinto di divorziare.
Il regista/attore incede sornione, e ricorda che una soluzione pacifica in favore della futura ex consorte o una riflessione sui motivi che hanno spinto la coppia all'unione e alla separazione con conseguente nuovo tentativo di avvicinamento sono le strade consigliate, in questi casi.
Perchè non si sa mai dove si può finire, quando inizia una guerra di cuore.
Quello che è certo, è che l'uomo può sperare solo, e miracolosamente, di pareggiare.
Fate i vostri conti, ragazzi.
MrFord
"Dress sexy at my funeral,
my good wife!
For the first time
in your life."
Smog - "Dress sexy at my funeral"-
Compagni di scuola
Nella serata "di recupero" di ieri - giunta dopo una settimana a ridosso delle novità - si è verificata una condizione particolare per casa Ford: le due pellicole passate sul nostro schermo erano una prima visione per il sottoscritto ed una "revisione" per Julez che, al contrario, è normalmente iniziata dal sempre pronto James a nuove esperienze cinematografiche che spesso terminano in sonore dormite davanti al televisore, specie quando cerco di propinarle titoli d'essai poco avvezzi al ritmo serrato.
Compagni di scuola, a detta di molti critici il miglior film di Verdone regista, lascia da parte la comicità macchiettistica tipica della maggior parte dei lavori del cineasta romano per celebrare, in qualche modo, la fine - solo apparentemente divertente, e spesso tristemente drammatica - degli anni ottanta e della sua generazione "d'oro".
Verdone recupera un modello che ha fatto la storia del cinema americano - Altman docet - e trasforma questa amara commedia in un film corale che incrocia i destini di un'intera classe di ex compagni che si ritrovano, invitati dalla ricca Federica, a fare il punto della loro vita quindici anni dopo la fine delle scuole superiori.
Come io stesso ben so - non manca poi molto al momento in cui anche io avrò lasciato quindici anni di distanza dal fatidico giugno millenovecentonovantotto - non sempre le reunion con vecchie conoscenze possono portare qualcosa di positivo, per se stessi o per gli altri, e a discapito delle apparenze, o delle finte curiosità, possono scoprire scheletri scomodi nell'armadio di chiunque abbia passato insieme un periodo così delicato della vita - dicesi adolescenza -.
Gli esempi del povero Fabris - bersagliato dai compagni a causa del suo tracollo fisico - e del senza vergogna Ciardulli - finta celebrità alla ricerca di soldi che troverà la sua personale vendetta nella rivalsa contro Santolamazza -, in questo senso, sono terribili nella loro involontaria comicità.
Ma il vero salto di qualità della pellicola, nonchè personaggio che ogni attore vorrebbe interpretare una volta letto un copione come questo, è dato da Valenzani, unico, vero "realizzato" dei compagni di scuola, uomo di potere in tutto e per tutto capace di mostrare il vero aspetto dello stesso, assumento i connotati di una neppure troppo velata critica agli uomini di governo - italiani e non -.
Il burinissimo Finocchiaro, cinico e parecchio stronzo, appare come uno scolaretto a confronto dell'onorevole Valenzani, in una perfetta sintesi fra classe dirigente e popolo.
Un'opera notevole per il Cinema italiano di allora, frastornato dalle prime ondate di quelli che diverranno, nel corso degli anni novanta, i cinepanettoni.
Certo, non stiamo parlando di America oggi o di Un matrimonio, e il modello americano è ben lontano, ma Compagni di scuola resta un'onestissimo buon lavoro che associo, come Regalo di Natale di Avati, ad un momento in cui, anche in Italia, l'idillio con l'ottimismo degli anni "da bere" stava giungendo al termine.
In questo senso, l'inesorabile declino del Patata, interpretato dallo stesso Verdone, è un esempio perfetto di quella che è stata un'epoca forse presa un pò troppo in velocità dai suoi protagonisti, come una curva giusto quel tantino troppo stretta: c'è chi è uscito, chi si è perso, chi è morto, chi è andato avanti e chi non si sa dove finirà.
Forse, per avere una risposta, occorrerebbe chiedere a Verdone e compagni.
MrFord
"Gli anni d'oro del grande Real,
gli anni di Happy days e di Ralph Malph,
gli anni delle immense compagnie,
gli anni del tranquillo siamo qui noi."
883 - "Gli anni"
Compagni di scuola, a detta di molti critici il miglior film di Verdone regista, lascia da parte la comicità macchiettistica tipica della maggior parte dei lavori del cineasta romano per celebrare, in qualche modo, la fine - solo apparentemente divertente, e spesso tristemente drammatica - degli anni ottanta e della sua generazione "d'oro".
Verdone recupera un modello che ha fatto la storia del cinema americano - Altman docet - e trasforma questa amara commedia in un film corale che incrocia i destini di un'intera classe di ex compagni che si ritrovano, invitati dalla ricca Federica, a fare il punto della loro vita quindici anni dopo la fine delle scuole superiori.
Come io stesso ben so - non manca poi molto al momento in cui anche io avrò lasciato quindici anni di distanza dal fatidico giugno millenovecentonovantotto - non sempre le reunion con vecchie conoscenze possono portare qualcosa di positivo, per se stessi o per gli altri, e a discapito delle apparenze, o delle finte curiosità, possono scoprire scheletri scomodi nell'armadio di chiunque abbia passato insieme un periodo così delicato della vita - dicesi adolescenza -.
Gli esempi del povero Fabris - bersagliato dai compagni a causa del suo tracollo fisico - e del senza vergogna Ciardulli - finta celebrità alla ricerca di soldi che troverà la sua personale vendetta nella rivalsa contro Santolamazza -, in questo senso, sono terribili nella loro involontaria comicità.
Ma il vero salto di qualità della pellicola, nonchè personaggio che ogni attore vorrebbe interpretare una volta letto un copione come questo, è dato da Valenzani, unico, vero "realizzato" dei compagni di scuola, uomo di potere in tutto e per tutto capace di mostrare il vero aspetto dello stesso, assumento i connotati di una neppure troppo velata critica agli uomini di governo - italiani e non -.
Il burinissimo Finocchiaro, cinico e parecchio stronzo, appare come uno scolaretto a confronto dell'onorevole Valenzani, in una perfetta sintesi fra classe dirigente e popolo.
Un'opera notevole per il Cinema italiano di allora, frastornato dalle prime ondate di quelli che diverranno, nel corso degli anni novanta, i cinepanettoni.
Certo, non stiamo parlando di America oggi o di Un matrimonio, e il modello americano è ben lontano, ma Compagni di scuola resta un'onestissimo buon lavoro che associo, come Regalo di Natale di Avati, ad un momento in cui, anche in Italia, l'idillio con l'ottimismo degli anni "da bere" stava giungendo al termine.
In questo senso, l'inesorabile declino del Patata, interpretato dallo stesso Verdone, è un esempio perfetto di quella che è stata un'epoca forse presa un pò troppo in velocità dai suoi protagonisti, come una curva giusto quel tantino troppo stretta: c'è chi è uscito, chi si è perso, chi è morto, chi è andato avanti e chi non si sa dove finirà.
Forse, per avere una risposta, occorrerebbe chiedere a Verdone e compagni.
MrFord
"Gli anni d'oro del grande Real,
gli anni di Happy days e di Ralph Malph,
gli anni delle immense compagnie,
gli anni del tranquillo siamo qui noi."
883 - "Gli anni"
giovedì 9 settembre 2010
Dragon trainer
Non ho neppure finito di denigrare le scelte della Dreamworks e l'abisso che la separa dalla Pixar che m'imbatto in quello che, a tutti gli effetti, è diventato il mio film preferito della casa madre di Shrek e soci.
Consigliatissimo ai tempi della sua uscita dal mio compare di fumetto Tommy, è rimasto nel limbo fino a ieri sera, quando la ricerca di qualcosa di non eccessivamente impegnativo ha portato alla terra lontana "in cui nove mesi l'anno nevica, e gli altri tre grandina" di Hiccup e compagni.
Vichingo di nascita, ma certo non per vocazione, il giovane protagonista assiste alle prodigiose gesta guerresche di Stoick, suo padre, e di Astrid, innamorata che non ha speranze lo corrisponda, contro i draghi di varie specie che quasi quotidianamente assaltano e razziano il villaggio in cui ha trovato dimora la popolazione di Hiccup da quasi trecento anni.
Imbranato e poco affine al combattimento, il nostro si ritrova quasi per caso ad essere il primo vichingo a catturare ed avvicinare - grazie alla sua perizia tecnica, al caso e all'intelligenza - una delle furie nere, tipologia leggendaria di drago, solo per scoprire che, attraverso un percorso di avvicinamento che mescola Il piccolo principe alle disavventure che chiunque abbia avuto un animale domestico ben conosce, la realtà è molto meno violenta di quanto non appaia dalle continue battaglie, e che gli stessi draghi sono costretti ad attaccare il villaggio da una forza decisamente superiore alla loro.
Mantenendo il gusto per la meraviglia di Avatar e delle cavalcate dei Kraan - so già che il Cannibale storcerà il naso -, ed unendolo allo spirito di un "eroe" che ricorda incredibilmente Marty McFly, la Dreamworks confeziona una pellicola che di certo non inventa nulla in materia di script - il conflitto con il padre, l'outsider che progressivamente diventa eroe della comunità grazie alla sua abilità "alternativa", il ricambio generazionale ed il suo valore -, ma che si rivela ironica, emozionante, sentimentale ma non troppo, coraggiosa - la scelta di riportare Hiccum "quasi intero" dall'ultima battaglia è ammirevole, non banale ne tantomeno retorica - e divertente per grandi e piccini.
Certo, restiamo ancora ben lontani dalle creature di Lasseter e soci, ma per la prima volta ho avuto l'impressione che, in casa Dreamworks, si sia voluto realizzare un film, e non la consueta sequenza di scenette divertenti giocate sulla simpatia - principalmente visiva - dei personaggi. Il rapporto fra Hiccum e Sdentato - così verrà chiamato il drago ritrovato dal protagonista -, con ironia e dolcezza, rivive tutti i passi che si compiono - o si compieranno - nel rapporto con un animale, fatto di avvicinamenti progressivi, di sguardi sfuggenti, di cortesie ricambiate, fino ad arrivare alla piena fiducia e lealtà.
Un pò come accade anche fra gli uomini, che non per nulla sono gli animali più ingombranti del pianeta.
E visto che, fino ad ora, mi sembra di essere stato troppo buono per i miei standard e non vorrei deteriorare troppo la mia immagine di "antieroe delle recensioni", butto il sasso sorridendo alla curiosa situazione che vede i due registi della migliore opera Dreamworks venire dalla Disney - DeBlois&Sanders, infatti, diressero Lilo&Stitch, che personalmente adoro - : forse anche questa è una dimostrazione dello strapotere Pixar?
MrFord
"Take the time to think about it
walk the line, you know you just can't fight it,
take a look around, you'll see what you can find,
like the fire that's burning up inside me."
Def Leppard - "Two steps behind"
mercoledì 8 settembre 2010
Twin peaks Stagione 1
Per la terza volta, torno ad affrontare la serie che ha cambiato il mondo del piccolo schermo tra gli anni ottanta e novanta: ricordo quando - credo fosse il 1991 -, nel pieno delle scuole medie, attendevo terrorizzato ogni nuova puntata temendo - e segretamente sperando - che apparisse Bob, il mio vero, enorme, terribile spauracchio dell'infanzia.
Bob, al secolo Frank Silva, pare illuminò Lynch quando, da decoratore - collaborò con il regista anche in altre occasioni nello staff tecnico -, venne "sorpreso" dal regista nascosto dietro una scenografia durante la realizzazione del set, e fu immediatamente scritturato nel cast, pur non essendo mai accreditato nei titoli di testa della serie.
Ammetto che, ancora oggi, un brivido percorre la mia schiena ad ogni sua comparsa, figlio della paura ormai radicata che, nonostante i film horror all'epoca visione quotidiana, si faceva strada nel mio cuore alla vista di quest'uomo perfettamente normale, privo di maschere o trucchi, eppure semplicemente terrificante.
Grazie a Julez - che ben conosce il finale, e quindi, purtroppo, l'assassino di Laura Palmer, ma non la serie -, torno di nuovo al confine con il Canada, in quel luogo che appare lontano da tempo e spazio frutto del connubio artistico fra Mark Frost e David Lynch, che crearono il pilota della serie scommettendo che non sarebbe mai andata in onda e finirono per sfornare la pietra angolare del piccolo schermo dell'epoca.
Con Laura Palmer moriva un'epoca e ne nasceva un'altra, così come a Twin Peaks.
La giovane reginetta, conosciuta in tutta la cittadina e vero e proprio idolo e modello, scopre con il suo sacrificio il marcio celato oltre la maschera di perbenismo e natura incontaminata del luogo, rivelandosi ricettacolo di tutti i segreti più sordidi e terribili degli abitanti perduti in esso.
Come un agnello sacrificale, Laura assume il ruolo di portatrice di un peso che nessuno dei suoi concittadini pare essere in grado di sopportare almeno fino alla sua morte, capace di innescare, ricordo di una (fasulla) epoca d'oro ormai alle spalle, una catena di eventi che porteranno alcuni a morire, altri a crescere, a smarrirsi o a ritrovare se stessi.
Agente - in tutti i sensi - esterno di questo processo è Dale Cooper, mandato dall'Fbi per indagare su Ronette, collega di Laura scampata al suo assassino, e Teresa, un'altra giovane uccisa dallo stesso uomo tempo prima, in un altro stato: con il suo mood strambo e maniacale, Cooper avrà il compito di smuovere le acque quasi fosse un emissario di Laura stessa - e i sogni dell'agente, specialmente con l'incedere delle puntate, lo definiranno sempre più come tale -, unico vivente in grado di cambiare lo status quo di Twin peaks.
Inizialmente bocciata dal network, poi divenuta una sorta di miniserie di soli sette episodi, questa prima stagione affronta la vicenda partendo da un punto di vista noir per virare, con l'ultimo capitolo, all'onirismo e al grottesco che sarà motore della seconda serie, che grazie all'immediato successo della prima avrà una durata nettamente superiore.
Mi riservo i momenti migliori proprio per quando avremo completato la visione, in parte per non incorrere in spoiler - ricordate la vicenda Grey's anatomy? -, in parte perchè ci sarebbe così tanto da dire rispetto alla creatura di Frost&Lynch da riempire non un post, ma un blog intero.
Del resto, parlando con il cuore, il terrore o la testa, non riesco a togliermi il pensiero che Twin peaks sia stato il Lost del vecchio millennio, e che la sua importanza, un pò come i Nirvana per la musica, sia stata fondamentale nel determinare, in qualche modo, la fine di un'innocenza.
Bobby, fidanzato tradito e traditore di Laura, al funerale della giovane grida di rabbia: "Volete sapere chi l'ha uccisa? Siamo stati tutti noi."
Incredibile quanto avesse ragione.
MrFord
"Idiots psychology, promising equality
so where is the land of the free?
Stop it you're killing me."
Therapy? - "Stop it you're killing me"
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