giovedì 4 agosto 2011
Across the universe
Regia: Julie Taymor
Produzione: Usa
Anno: 2007
Durata: 133'
La trama (con parole mie): Jude, giovane operaio inglese di belle speranze, decide di mollare tutto e partire per gli Stati Uniti alla ricerca del padre - un militare americano che fu di stanza a Liverpool - e del sogno di una vita lontana dal cantiere navale e più libera: negli States conoscerà Max e Lucy Carrigan, e con loro inizierà un viaggio sentimentale e di crescita che porterà i protagonisti ed i loro amici ad affrontare i grandi cambiamenti dell'epoca della contestazione e del Vietnam ritmando il tutto con nuove versioni dell'immortale campionario dei Fab Four.
Un omaggio ai Beatles e alla loro arte, più che per i fan della prima ora, per il nuovo pubblico della Glee generation.
Ho sempre ritenuto il musical un genere dalle enormi potenzialità, ricco di spunti e di riferimenti, in grado di stimolare l'estro dei registi ed il talento non soltanto interpretativo ma anche e soprattutto vocale degli attori, tendenzialmente sottovalutato dal grande pubblico.
Eppure, nel corso dei decenni, il Cinema ha conosciuto produzioni divenute Classici e Cult a tutti gli effetti figlie di questa parte di Cinema troppo spesso etichettato dall'audience maschile come "una cosa da donne": niente di più sbagliato, tanto che una perla come il Rocky horror picture show o questo stesso Across the universe - ma sono soltanto due dei numerosissimi esempi che si potrebbero portare - hanno tutte le carte in regola per riuscire ad emozionare l'adolescente inquieta con la voglia di innamorarsi e l'uomo consumato, fosse anche soltanto mosso dall'amore per la musica.
Da questo punto di vista occorre riconoscere diversi meriti all'opera di Julie Taymor, decisamente in grado di adattare il suo linguaggio e la ricca galleria di personaggi a diverse fasce di pubblico, e quando gli stessi non dovessero bastare, ecco irrompere i Beatles a salvare baracca e burattini con la loro musica, universalmente riconosciuta, amata, ascoltata, suonata e risuonata.
Eppure, nonostante l'indubbia qualità del prodotto, le ispirazioni musicali, le invenzioni visive, nel corso delle due ore e passa della visione ho sempre avuto in mente che Across the universe non sarebbe mai stato niente più che "carino", un pò come quando si esce con qualcuno che potrebbe anche piacerci e non avere nulla che non va, ma ad un tempo l'impressione che il cuore suggerisce è che non abbia neanche, e tristemente, qualcosa che davvero va.
Una sorta, volendo fare un paragone cinematografico, di Forrest Gump dei musical in cui tutto pare funzionare, o aggiustarsi, o semplicemente trovare rifugio nelle splendide canzoni dei fantastici quattro di Liverpool, realizzate impeccabilmente ma forse troppo legate da una linea generale tendenzialmente monocorde. Inoltre, l'impressione che tutto si muova in funzione dell'esecuzione delle canzoni stesse e non della storia finisce per minare la valutazione generale di un'opera che, con una mezzora abbondante in meno ed una maggiore attenzione alla sceneggiatura avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare un riferimento per il musical e non solo.
Non mancano le scene interessanti, dalla sequenza del reclutamento di Max per il Vietnam allo splendido passaggio che vede la realizzazione del quadro "strawberry" di Jude, sempre legato a doppio filo alle vicende della guerra, così come l'ottima coreografia - una delle poche davvero degne di nota - giocata sugli anni della spensieratezza da studente di Max e sull'ambiente universitario e ritmata dalle note di "With a little help from my friends", che aiutano a dimenticare passaggi meno fortunati - paradossalmente, quelli che vedono in primo piano gli ospiti illustri Bono e Joe Cocker, irritante il primo e pacchiano il secondo - e il generale appiattimento delle esecuzioni dei brani, a tratti decisamente poco ispirato.
Una mancanza d'ispirazione che non va comunque imputata al cast, perfetto per l'atmosfera dell'opera e decisamente in sintonia con le linee guida del lavoro, da Jim Sturgess a Evan Rachel Wood passando attraverso Joe Anderson, Dana Fuchs e Martin Luther, clamorosamente simili, rispettivamente, a Kurt Cobain, Janis Joplin e Jimi Hendrix.
Il risultato finale, dunque, sta in quel "giusto mezzo" che difficilmente permetterà a questa pellicola di passare alla Storia, ma ugualmente continuerà a garantirle un buon numero di sostenitori cui sarà bastato quel "carino" per affezionarsi senza doverci mettere troppo impegno: peccato, perchè con materia come quella che i Beatles hanno lasciato al mondo e alla musica, le possibilità erano pressochè infinite: una sensazione, questa, del resto non nuova rispetto alla regista, che già con Titus e Frida mi aveva dato la netta impressione di una buona mestierante cui è sempre mancata la zampata in grado di regalare al pubblico un cult a tutti gli effetti, confermata dall'occasione mancata di questo Across the universe.
MrFord
"Hey Jude don't be afraid
you were made to go out and get her
the minute you let her under your skin
then you begin to make it better."
Non mancano le scene interessanti, dalla sequenza del reclutamento di Max per il Vietnam allo splendido passaggio che vede la realizzazione del quadro "strawberry" di Jude, sempre legato a doppio filo alle vicende della guerra, così come l'ottima coreografia - una delle poche davvero degne di nota - giocata sugli anni della spensieratezza da studente di Max e sull'ambiente universitario e ritmata dalle note di "With a little help from my friends", che aiutano a dimenticare passaggi meno fortunati - paradossalmente, quelli che vedono in primo piano gli ospiti illustri Bono e Joe Cocker, irritante il primo e pacchiano il secondo - e il generale appiattimento delle esecuzioni dei brani, a tratti decisamente poco ispirato.
Una mancanza d'ispirazione che non va comunque imputata al cast, perfetto per l'atmosfera dell'opera e decisamente in sintonia con le linee guida del lavoro, da Jim Sturgess a Evan Rachel Wood passando attraverso Joe Anderson, Dana Fuchs e Martin Luther, clamorosamente simili, rispettivamente, a Kurt Cobain, Janis Joplin e Jimi Hendrix.
Il risultato finale, dunque, sta in quel "giusto mezzo" che difficilmente permetterà a questa pellicola di passare alla Storia, ma ugualmente continuerà a garantirle un buon numero di sostenitori cui sarà bastato quel "carino" per affezionarsi senza doverci mettere troppo impegno: peccato, perchè con materia come quella che i Beatles hanno lasciato al mondo e alla musica, le possibilità erano pressochè infinite: una sensazione, questa, del resto non nuova rispetto alla regista, che già con Titus e Frida mi aveva dato la netta impressione di una buona mestierante cui è sempre mancata la zampata in grado di regalare al pubblico un cult a tutti gli effetti, confermata dall'occasione mancata di questo Across the universe.
MrFord
"Hey Jude don't be afraid
you were made to go out and get her
the minute you let her under your skin
then you begin to make it better."
The Beatles - "Hey Jude" -
mercoledì 3 agosto 2011
Bitch slap
Regia: Rick Jacobson
Produzione: Usa
Anno: 2009
Durata: 109'
La trama (con parole mie): Trixie, Hel e Camero, tre simpatiche signorine che paiono uscite fresche fresche da uno strip club o dalle surreali atmosfere di Zombie strippers, sono alla ricerca di un famigerato tesoro che il criminale Gage pare abbia trafugato ad un misterioso, letale boss.
Le cose dovrebbero filare lisce, ma le ruggini tra le fanciulle, il loro passato ed i piani per il futuro complicheranno la vicenda causando scontri, lotte, sparatorie, morti a ripetizione e l'incontro con Hercules e Xena.
Le cose dovrebbero filare lisce, ma le ruggini tra le fanciulle, il loro passato ed i piani per il futuro complicheranno la vicenda causando scontri, lotte, sparatorie, morti a ripetizione e l'incontro con Hercules e Xena.
Il tutto senza dimenticarsi la doccia improvvisata da magliette bagnate come ormai non se ne vedono più neppure nei soft porno.
Onestamente, è difficile perfino con tutta la buona volontà di tamarro cinematografico quale sono difendere alcune pellicole. Perchè le stesse sono così oltre - in tutti i sensi - da generare confusione a proposito dello spirito con il quale il regista ha deciso di approcciare l'intera realizzazione: Bitch slap, cui questa categoria calza a pennello - praticamente quanto i vestitini attillati delle sue protagoniste -, mi ha lasciato senza parole dall'inizio alla fine, tanto da scomodare paragoni rispetto a cult di livello più che infimo come Zombie strippers, che vi consiglio caldamente in caso vi siate divertiti con questo lavoro - !?!? - di Jacobson.
Tecnicamente agghiacciante, questa sorta di versione dei poveri di A prova di morte è uno dei film più brutti - parlando "criticamente" - e kitsch che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni, eppure, lo dichiaro subito e senza alcun dubbio, non ho intenzione di sfoderare le mie ormai leggendarie bottigliate per massacrare ulteriormente regista, interpreti e chiunque abbia avuto a che fare con la creazione di questo piccolo mostro da grande schermo.
In fondo, è tutto talmente trash da risultare quasi simpatico, e se le aspettative che, effettivamente, facevano sperare almeno di assistere ad un delirio superstiloso e volutamente eccessivo - vedi Machete - vengono profondamente deluse, non sono riuscito neppure un istante a provare anche il più piccolo impeto di furia: certo, gli occhi mi si sono spalancati per lo stupore allucinato ben più di una volta, ma è bastato ritrovare nella stessa pellicola - seppur con ruoli tutto sommato marginali, purtroppo - Hercules ed il suo amichetto biondo così come Xena e la sua amichetta bionda - nel ruolo alquanto improbabile di monache - per sentirmi a casa circondato dall'atmosfera da primi anni novanta figlia dei Renegade di turno, felice come un bambino.
L'importante, approcciando questo film, è mantenere la mente più libera possibile e pensare di stare assistendo non ad un tentativo da grindhouse o pseudo autoriale di rilanciare un genere - quello di cui Russ Meyer e Gola profonda furono i progenitori -, quanto più ad un soft porno come ci avevano abituato qui nel Bel Paese tra gli anni settanta e ottanta.
Una cosa innocua e volgare, sbracata e senza il benchè minimo stile, ma che riesce comunque a tenere per tutta la sua durata stimolando il pubblico maschile grazie ai più bassi e biechi espedienti del genere e quello femminile mostrando un campionario di protagoniste irritanti e apparentemente rincoglionite sì, ma sempre battagliere e a loro modo vincenti, in questo mantenendo un certo legame con le ragazzacce del succitato A prova di morte.
Una cosa innocua e volgare, sbracata e senza il benchè minimo stile, ma che riesce comunque a tenere per tutta la sua durata stimolando il pubblico maschile grazie ai più bassi e biechi espedienti del genere e quello femminile mostrando un campionario di protagoniste irritanti e apparentemente rincoglionite sì, ma sempre battagliere e a loro modo vincenti, in questo mantenendo un certo legame con le ragazzacce del succitato A prova di morte.
Poi, certo, il resto è praticamente il nulla.
E vi assicuro che trovare gli spunti per scrivere anche una ventina di righe a seguito della visione di Bitch slap è praticamente un'impresa da record.
Sarebbe forse stato più indicato un post vuoto con una bella foto delle protagoniste con tutte le grazie in bella mostra ed un bel titolo in stile Qualunquemente.
Anzi, mi sa tanto che avrei incrementato gli accessi.
E non di poco.
MrFord
Anzi, mi sa tanto che avrei incrementato gli accessi.
E non di poco.
MrFord
"I'm a bitch, I'm a lover
I'm a child, I'm a mother
I'm a sinner, I'm a saint
I do not feel ashamed."
I'm a child, I'm a mother
I'm a sinner, I'm a saint
I do not feel ashamed."
Meredith Brooks - "Bitch" -
martedì 2 agosto 2011
Captain America: il primo Vendicatore
Regia: Joe Johnston
Produzione: Usa
Anno: 2011
Durata: 124'
La trama (con parole mie): siamo nel pieno del secondo conflitto mondiale, e Steve Rogers è un ragazzo gracile e di costituzione debole nato e cresciuto per le strade di Brooklyn, pronto a fare carte false per arruolarsi e poter dare il suo contributo alla sconfitta del Reich. Purtroppo per lui ogni strada sembra chiudersi, fino a quando il suo coraggio ed il senso della giustizia non sono notati da uno scienziato tedesco rifugiatosi negli States e responsabile della creazione del siero del supersoldato, una mistura in grado di portare al massimo tutte le capacità di chi sopravvive alla sua iniezione.
Il giovane si offre di sperimentare il trattamento, divenendo il primo - ed unico - Capitan America: dapprima sfruttato per la campagna di reclutamento, il giovane Rogers imparerà a farsi valere sul campo fino a divenire l'unico baluardo contro l'avanzata delle forze di Johann "Teschio rosso" Schmidt, capo dell'Hydra, sezione segreta delle forze naziste.
Ma salvare il mondo avrà un prezzo alto, per lui: rimasto ibernato nei ghiacci, verrà ritrovato quasi settantanni dopo dalle forze del Colonnello Nick Fury.
Devo ammettere, da appassionato di fumetti - anche se, negli ultimi anni, mi sono allontanato del tutto da mamma Marvel -, di non aver mai digerito troppo il personaggio di Capitan America: troppo perfettino, il buon Steve Rogers, per un vecchio cowboy come il sottoscritto, decisamente più legato ai "supereroi con superproblemi" come Devil e Spider man, o a personaggi oscuri in stile Batman.
Eppure, qualche anno fa, quando l'editrice di fumetti più potente del mondo decise di svecchiare i suoi eroi principali attraverso il progetto Ultimate - ovvero prendere i propri migliori autori e permettere loro di realizzare una sorta di reboot in chiave moderna delle saghe che avevano reso quegli stessi eroi delle vere e proprie icone -, rimasi folgorato dall'interpretazione che Mark Millar, sceneggiatore della nuova versione dei Vendicatori - chiamati per l'occasione Ultimates -, diede del buon Capitano.
Un uomo spaesato e tutto d'un pezzo che pareva uscito da Mad men ed era pronto a risolvere le questioni più spinose a suon di calci nel culo, neanche fosse il Walt Kowalski di Gran Torino.
Capirete dunque che il mio scetticismo rispetto al blockbusterone firmato nientepopodimeno che da quel fenomeno al contrario di Joe Johnston era quantomeno pronunciato: il rischio che si trattasse di una cagata galattica dei livelli di Wolverine origins c'era tutto, e la conseguente dose di bottigliate pesanti era già pronta pronta per regista e sceneggiatori.
Al contrario di quanto prevedessi, però, devo ammettere che il lavoro svolto da Johston e soci, per quanto ovviamente non memorabile, è stato onesto e decisamente ben gestito, in equilibrio tra l'azione sfrenata con strizzate d'occhio continue al film d'avventura anni settanta/ottanta - da Guerre stellari a Indiana Jones - e una discreta dose di divertita autoironia, in grado di permettere allo spettatore di associare la pellicola dedicata al futuro leader dei Vendicatori ai decisamente riusciti Iron man - il primo, s'intenda - e Thor.
Certo, non siamo qui a parlare di chissà quale filmone del secolo - si tratta sempre e comunque di solo intrattenimento -, eppure sequenze come quella dedicata al ruolo del Capitano e al suo sfruttamento nel corso della campagna di reclutamento - la più creativa e sorprendente della pellicola - unite alla consueta e robusta dose di esplosioni e scazzottate come ogni blockbusterone con la b maiuscola richiede permettono di passare un paio d'ore in assoluta spensieratezza godendosi la parte più giovanile e pura di un personaggio che, se gestito bene, potrebbe diventare il punto di forza del progetto Vendicatori, attesissimo dai fan per il prossimo anno e diretto da Joss Whedon, ed il tutto nonostante la statica ed inespressiva presenza del pur statuario Chris Evans.
Fortunatamente, dall'altra parte, troviamo un Hugo Weaving in ottima forma nel ruolo del Teschio rosso, nemesi storica di Steve Rogers cui è affidato, di fatto, il compito di traghettare il Capitano nell'epoca moderna, permettendo l'ormai consueta comparsata del Colonnello Fury/Samuel Jackson sempre in vista del film che vedrà riuniti lo stesso capitano, Iron man, Thor, Hulk ed i meno pubblicizzati Hawkeye, Wasp e Vedova nera.
Dunque, se volete una pellicola adatta alla spensieratezza della stagione, poco impegnativa ma ugualmente soddisfacente nel suo genere, potete andare abbastanza tranquilli seguendo le gesta del neppure troppo irritante e "gli Usa sono il meglio del mondo" Capitan America, mettendo in conto, nel caso non siate mai stati lettori di fumetti - o "veri credenti", come ama definirli Stan Lee, che come di consueto si concede una comparsata -, di perdere qualche passaggio o citazione in più rispetto alla maggior parte dei nerd fumettofili che troverete in sala.
Poco male, comunque: in fondo, qualche bella esplosione e tutto sarà passato.
L'azione è anche - e soprattutto - capace di questo.
MrFord
"Hey, Uncle Sam put your name at the top of his list,
and the Statue of Liberty started shaking her fist.
and the eagle will fly and it's gonna be hell,
when you hear Mother Freedom start ringing her bell.
and it'll feel like the whole wide world is raining down on you.
ah, brought to you, courtesy of the red, white and blue."
and the Statue of Liberty started shaking her fist.
and the eagle will fly and it's gonna be hell,
when you hear Mother Freedom start ringing her bell.
and it'll feel like the whole wide world is raining down on you.
ah, brought to you, courtesy of the red, white and blue."
Toby Keith - "Courtesy of red, white and blue." -
lunedì 1 agosto 2011
Con gli occhi dell'assassino
Regia: Guillem Morales
Produzione: Spagna
Anno: 2010Durata: 112'
La trama (con parole mie): Julia ha una gemella affetta da una grave malattia degenerativa che progressivamente la sta rendendo cieca, con la quale ha deciso di non parlare mai più dato che il marito Isaac ha pensato bene di portarsela a letto.
Peccato che, nonostante tutti i propositi, alla prima strana sensazione di pericolo provata, Julia convinca lo stesso Isaac a precipitarsi con lei dalla sorella Sara, che scopre essersi misteriosamente tolta la vita a causa del fallito intervento che avrebbe dovuto ridarle la vista.
Ma la nostra protagonista non vuole sentire ragioni, e nonostante la malattia cominci a manifestarsi anche in lei nel suo stadio più avanzato - ovviamente all'improvviso - decide di andare a fondo della questione per scoprire chi e per quale motivo ha tolto la vita a Sara.
Perchè - ebbene sì - non si è trattato di un suicidio.
E prima della resa dei conti Julia vedrà altri cadaveri seminati da un misterioso assassino che agisce nell'ombra, e pare volere proprio lei.
Se c'è una cosa che davvero scatena in me una voglia sfrenata di bottigliate sono gli horror pretestuosi, finti autoriali e privi di logica.
Come avrete già capito, Con gli occhi dell'assassino rientra perfettamente nella categoria.
Il lavoro di Morales manca completamente di tensione, rende inutili e sterili le numerose citazioni ed i richiami ai Maestri del genere - Hitchcock e DePalma, in particolare -, annoia profondamente e spesso e volentieri pare quasi divertirsi a prendere lo spettatore per ubriaco o stupido, o forse entrambe le cose: sequenze come quella della cena al ristorante di Julia e Isaac condita dall'intervento del cameriere - roba da incubo di sceneggiatura -, la semplice scelta di alcuni elementi di contorno completamente fuori luogo - sfido chiunque a trovare una non vedente che in casa porta i tacchi, o un infermiere che mette a letto la sua assistita sopra le coperte e completamente vestita: roba da sentire vibrare tutto l'armadietto degli alcolici! -, le pessime interpretazioni degli attori - su tutte proprio quella della rifattissima protagonista Belen Rueda, che mostra spesso e volentieri il capezzolo svettante neanche si trovasse ad un provino per un film di Tarantino e volesse convincere il cattivo ragazzo del Cinema Usa a scritturarla con la promessa di farsi inquadrare i piedi dal primo all'ultimo minuto - rendono questo film un serissimo candidato per la decina dedicata al peggio delle uscite in sala di questo 2011 prevista per fine anno, oltre ad una tipica pessima visione da serate d'estate in vacanza.
Il tutto senza neppure menzionare l'esile struttura della trama, telefonatissima fin dal principio e resa ancor più "accattivante" da un killer che vorrebbe tanto essere all'altezza dei Classici ma che resta soltanto l'ombra di se stesso, proprio quello che lo stesso personaggio teme nel corso dello svolgimento della trama.
Un film così poco incisivo, esageratamente lungo e davvero insignificante da costringermi a spezzare la visione in due parti, una cosa che non accadeva, in casa Ford, dai tempi che furono, e che certo non va a migliorare la già critica posizione del lavoro di Morales, che non si prende una sfilza di bottigliate da guinness soltanto perchè originario di una delle mie città preferite al mondo, la magnifica Barcellona.
E' vero, sto divagando.
Ma che ci volete fare!? Quando la materia è così scarsa, meglio concedersi un bel viaggio, e cercare di non pensare che anche l'ottimo Cinema spagnolo degli ultimi anni, a volte, si concede il lusso di sfornare una boiata di queste proporzioni.
Speriamo solo non diventi un'abitudine.
MrFord
"Ma quando poi lei è tutta nuda nel mio letto
non so perché non fa lo stesso effetto
ero più arrapato quando ti ho immaginato
ancora non ci credo grido viva il vedo-non-vedo."
non so perché non fa lo stesso effetto
ero più arrapato quando ti ho immaginato
ancora non ci credo grido viva il vedo-non-vedo."
Gem Boy - "Vedo non vedo" -
Iscriviti a:
Post (Atom)




