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mercoledì 18 dicembre 2013

Minority Report

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 2002
Durata:
145'




La trama (con parole mie): siamo nel 2054, e a Washington il crimine e gli omicidi fanno ormai parte del passato grazie all'innovativo dipartimento di precrimine. 
Sfruttando le visioni di tre giovani allevati per vivere isolati dal mondo ed amplificare al massimo la propria sensibilità e chiaroveggenza, infatti, gli uomini guidati da John Anderton finiscono ogni giorno per arrestare ed assicurare alla Giustizia potenziali assassini colpevoli di delitti non ancora commessi, nel segno di un sogno creato dal loro direttore, Lamar Burgess, ormai in procinto di divenire una realtà nazionale.
Quando Anderton viene a contatto con la più dotata dei PreCog - così sono ribattezzati i sensitivi - e viene predetto un omicidio avvenuto per sua mano, il comandante in campo della Precrimine è costretto a darsi alla fuga nella speranza di poter invertire il corso del destino: purtroppo per lui in visita al dipartimento per verificare la sua funzionalità in vista del passaggio ad organo di controllo degli States interi c'è il giovane agente Danny Witwer, ansioso di fare luce sull'intera vicenda.
Ed i guai, per l'apparentemente inappuntabile John, sono appena cominciati.



Questo post partecipa alle celebrazioni dello Steven Spielberg Day, in compagnia di quelli che portano le firme del branco di squali cinefili qui presenti:
 




E' indubbio che, nonostante gli scivoloni degli ultimi anni, Steven Spielberg sia stato e resti uno dei registi dal talento visivo più incredibile del panorama statunitense moderno: il suo tocco, assolutamente magico, è sempre in grado, infatti, di lasciare almeno uno spiraglio aperto per quella meraviglia che, nel corso degli anni ottanta, portò alla realizzazione di opere magistrali come l'indimenticabile E. T., e dettò le regole alla base della generazione dei J. J. Abrams.
Altrettanto indubbia è la potenza del materiale tratto dai romanzi di Philip Dick, uno degli autori di riferimento della sci-fi letteraria di tutti i tempi, garanzia di qualità quasi assicurata per qualsiasi regista decida di lavorare a partire dalle visioni ancora assolutamente avveniristiche dello scrittore di Chicago.
Era dunque praticamente ovvio - come recita il testo di una nota canzone che, guarda caso, era legata al concetto di "altre forme di vita" - che il connubio tra i due producesse un lavoro degno di nota come Minority Report, action thriller di lusso che fila via rapido come gli interventi della Precrimine nonostante le due ore e venti di durata riservando allo spettatore una visione di altissima qualità - ottimi effetti, ritmo serrato ed alcune intuizioni che anticiparono, di fatto, il modo di girare ormai divenuto moda e subordinato al 3D - ed una serie di twist decisamente efficaci in grado di sorprendere anche quando la direzione della storia pare essere ormai definitivamente presa, senza considerare il consueto bagaglio di riflessioni che i lavori di Dick, di norma, finiscono per lasciare in eredità a chi li affronta.
Dunque, alle evoluzioni atletiche di un Tom Cruise scatenato - e per fortuna non travolto dal divismo come sarebbe stato con La guerra dei mondi - troviamo affiancati i risvolti di un dibattito etico legato al concetto stesso del precrimine e dell'essere arrestati per delitti ancora non commessi, senza contare quella che, di fatto, è la schiavitù dei PreCog che contribuiscono in maniera fondamentale al successo degli uomini di Anderton: e se questo non vi sembrasse abbastanza, le figure di Lamar/Von Sydow e Witwer/Farrell forniscono ulteriori sfaccettature ad una vicenda che riesce ad essere lineare ed estremamente complessa ad un tempo, e che all'intreccio macroscopico legato alle vicende del dipartimento unisce quello microscopico del dramma personale del protagonista, caduto nella dipendenza dalle droghe a seguito della scomparsa del figlio, evento che lo portò, anni prima, ad entrare nella speciale divisione precrimine.
Da padre, rivedere Minority Report in quest'ottica ha di molto approfondito l'esperienza della visione, e neppure il leggero calo presente nel finale - che ha il limite di giungere dopo quello che è il vero climax della pellicola, il momento dell'omicidio per il quale Anderton viene perseguito - è riuscito ad intaccare un'esperienza che, onestamente, non ricordavo così coinvolgente: e dall'ottimo scontro con gli ex colleghi nel vicolo sfruttando gli zaini a propulsione all'incursione dei ragni spia nel palazzo dove trova rifugio il tostissimo John, fino ai confronti con Witwer e la questione, per l'appunto, legata alla perdita del figlio, tutto contribuisce a rendere Minority Report uno dei migliori risultati dello Spielberg del Nuovo Millennio.
E se al buon Steven serve Dick per regalarci ancora grandi sogni, ben venga.


MrFord


"But don't you remember,
don't you remember?
The reason you loved me before, 
baby please remember me once more."
Adele - "Don't you remember" - 


mercoledì 18 luglio 2012

Molto forte, incredibilmente vicino

Regia: Stephen Daldry
Origine: Usa/UK
Anno: 2011
Durata: 129'




La trama (con parole mie): Oskar Schell è un ragazzino dalla fantasia fervida che ha perso il padre nel disastro del World Trade Center, chiudendosi di fatto in se stesso e nel ricordo del genitore, con il quale aveva un rapporto molto profondo.
Quando, per caso, scopre una chiave che potrebbe significare la rivelazione di qualcosa di più rispetto a quanto il giovane potesse conoscere del padre stesso, ha inizio una ricerca che ha il sapore della grande avventura e che porterà Oskar a conoscere le vite e le storie di decine di persone nell'area di New York, nonchè a riscoprire i ruoli di sua nonna e di sua madre e conoscere il nonno, rifugiato tedesco dato per scomparso.
Per quanto lo scopo di questa sua missione, però, potrà essere importante, mai potrà eguagliare lo spessore del percorso compiuto per giungere al suo compimento.




Da parecchio tempo, ormai, l'ultima fatica di Stephen Daldry giaceva come sopita, in attesa di passare finalmente sugli schermi di casa Ford: in un certo senso, posso dire che fosse in stand by da giorno in cui, all'inizio di gennaio, in sala con Julez  poco prima dell'inizio di J. Edgar, trastullandoci con i consueti trailer e pensando a quelle che sarebbero state le pellicole candidate all'Oscar per il miglior film, ipotizzammo che Molto forte, incredibilmente vicino avrebbe incarnato il tributo alla retorica della rosa dei nomi fatti dall'Academy.
In realtà ci sbagliavamo, perchè i tributi sarebbero stati due: accanto alla pellicola in questione, infatti, ritrovammo War horse, polpettone made in Spielberg girato con una tecnica incredibile eppure troppo zuccheroso per fare davvero breccia nel cuore del sottoscritto.
In questo senso, la pellicola di Daldry - che aveva fatto un gran bene con The reader - patisce gli stessi limiti con l'aggravante di un'abilità a mio parere di molto inferiore dietro la mdp rispetto a quella del creatore di E.T., una spanna - e oltre - sopra per quanto riguarda i movimenti di macchina ed il senso di meraviglia comunque impresso ad ogni fotogramma.
In realtà, a dispetto dell'inizio del post e di quello che scriverò di seguito, non ho trovato questo film così terribile, o almeno non tanto quanto mi potessi aspettare: certo è lento, fa pesare ogni minuto allo spettatore, è colpevole di aver portato sul grande schermo uno dei bambini più odiosi della Storia della settima arte - quel tamburello modello Oasis, giuro, l'avrei spaccato sulla testa del piccolo Oskar ad ogni piè sospinto -, sfrutta quegli odiosissimi ralenti che solleticano come pochi altri vezzi registici le mie bottigliate più selvagge, è intriso fino al midollo - in barba alle origini del regista - di quell'americanismo di grana grossa che tanto si fatica a digerire, eppure le idee alla base - figlie del romanzo, immagino, che non ho letto - risultano assolutamente valide ed interessanti, e rendono il prodotto finito più simile ad un'enorme occasione sprecata che non ad uno di quei titoli da incazzatura feroce e pulsioni omicide.
La ricerca di Oskar, trasformata in una sorta di incredibile avventura dal sapore simile a quelle de I Goonies o Stand by me funziona, così come la riscoperta progressiva della figura del nonno - un ottimo Max Von Sydow, protagonista dell'unica sequenza davvero interessante di tutta la visione, il gioco degli ossimori con Oskar in metropolitana, rimembranza dei momenti felici passati dal bambino con il padre - e l'idea di una chiave che possa aprire "qualsiasi cosa" ma che, di fatto, altro non permette se non l'apertura alla città - e al mondo - di un ragazzino rimasto così profondamente ferito da chiudersi in se stesso.
Dovendo pensare ad una sorta di difesa rispetto al lavoro di Daldry, si potrebbe quasi associare a Oskar la stessa New York, colpita al cuore dagli avvenimenti dell'undici settembre oltre che storicamente e macroscopicamente, microscopicamente, nelle coscienze e nelle vite di ognuno dei suoi abitanti: e nel percorso verso la rinascita del giovane protagonista si ritrovano proprio la metropoli ed i milioni di suoi abitanti con le loro milioni di esistenze e storie, tutte una diversa dall'altra.
Se dovessi spararla grossa, mi verrebbe quasi da pensare che un film come questo sarebbe stato più adatto ad uno Spike Jonze o addirittura ad un altro Spike, che alla Grande Mela ha dedicato la quasi totalità della sua poetica: il buon, vecchio, Lee.
Purtroppo, però, queste restano soltanto speranze naufragate in due ore piene di Cinema per famiglie, ben attento a non osare mai e a viaggiare nel modo più lineare possibile verso una conclusione che, più che di crescita e ritratto di un evento visto per una volta da un punto di vista più umano e quotidiano che non come cronaca o fatto storico destinato a segnare un'epoca, appare come una pacca sulla spalla consolatoria capace di scontentare sia il grande pubblico - stroncato dalla progressione con il freno a mano tirato - che quello di nicchia - che urlerà allo scandalo di fronte a sequenze come il vaso caduto in tempi biblici, che è riuscita a snervare anche me quanto e più di una qualsiasi visione radical chic da bottigliare -.
Un netto passo indietro per Daldry, che pareva al contrario lanciato verso lidi decisamente più interessanti di questo, ed un peccato per un soggetto che, forse, avrebbe meritato una mano più coraggiosa in modo da guidare l'audience con la fantasia di chi riesce a tornare bambino e la profondità dettata dalla saggezza dell'età adulta.
Come Oskar e suo padre.
O suo nonno.
Un mondo che si chiude in seguito ad una ferita, e da quella ferita rinasce.
Purtroppo, non questa volta.


MrFord


"And if the darkness is to keep us apart
and if the daylight feels like it's a long way off
and if your glass heart should crack
and for a second you turn back
oh no, be strong."
U2 - "Walk on" -


sabato 4 febbraio 2012

Lo scafandro e la farfalla

Regia: Julian Schnabel
Origine: Francia
Anno: 2007
Durata: 112'


La trama (con parole mie): Jean Dominique Bauby ha quarantadue anni, è un uomo di successo, con tre figli e una rivista da mandare avanti. Un ictus lo colpisce riducendo la sua mobilità al solo occhio sinistro. Prigioniero di questa nuova condizione, l'uomo dovrà superare la dolorosa fase della presa di coscienza del dolore, della solitudine e del rammarico prima di trovare la via per comunicare con l'esterno ed iniziare un nuovo percorso di vita.
Attraverso l'aiuto dei medici e di un'assistente, l'uomo progressivamente riuscirà a dettare un libro che ne rievochi le sensazioni legate ai ricordi, alla sua nuova condizione e alla percezione della vita da un punto di vista unico, oltre a riuscire ad imparare a comunicare con l'esterno grazie all'immaginazione e ad una palpebra.
Mica roba da poco.




Se c'è una cosa che non sopporto, sono le occasioni sprecate.
E quasi peggio, i film autoriali - non blockbuster, quelli sono fatti apposta - che lottano dal primo all'ultimo minuto per convincere pubblico ed eventuali giurie della loro sincerità, dell'emotività che portano alle platee sperando di incontrare indulgenza.
Ricordo quando Kate Winslet, nel corso di un episodio dell'interessante Extras, dichiarò che il modo più facile per essere premiati era recitare in un film che trattasse la disabilità o l'Olocausto.
Lo scafandro e la farfalla sfrutta gli stessi principi.
Se, infatti, da un lato troviamo una regia ottima ed interpretazioni da ricordare di Mathieu Amalric - che personalmente detesto, nonostante sia un attore eccezionale -, Niels Arestrup e Max Von Sydow, dall'altro l'approccio al protagonista, alla voce fuori campo e alle immagini che ne dovrebbero dare la dimensione troviamo il peggio che il Cinema abbia offerto dai tempi di Mare dentro, altra pellicola dallo stesso piglio che, per gli stessi motivi, detestai profondamente alla sua uscita.
A Schnabel va dato atto della grande abilità e del coraggio legati alla scelta di giocare sulla soggettiva per la maggior parte del tempo - nonostante l'evidente rischio noia dello spettatore, tutto sommato non troppo pervenuto -, mostrando un protagonista impossibilitato a comunicare con l'esterno nello stile del Capolavoro della Letteratura - nonchè cult cinematografico - E Johnny prese il fucile, che Dalton Trumbo, autore sia del romanzo che della regia, regalò al mondo con la fine del periodo della paura maccartista, mostrando la realtà dell'antimilitarismo e dell'obiezione di coscienza con una lucidità assolutamente profetica.
Purtroppo, al contrario del commovente incedere del Classico di Trumbo, Schnabel non riesce con la stessa costanza e determinazione del grande autore e sceneggiatore a mantenere le redini del suo lavoro, alternando il presente di narrazione ed i ricordi - certamente di ottimo livello - con tediose elucubrazioni in stile new age quando Jean Dominique decide di sfruttare la sua immaginazione per "viaggiare" costruendosi, di fatto, una nuova realtà di vita.
In questo modo, le sequenze dei ghiacciai sgretolati e dello scafandro e la farfalla che danno il titolo al film - così come al romanzo - divengono retorici e pesanti al confronto di sequenze decisamente più interessanti come quella del dialogo con il padre poco prima dell'ictus - emotivamente, il passaggio più importante della pellicola - o il continuo riferimento ai desideri sessuali certo non sopiti - almeno mentalmente - di Bauby.
Un'occasione sprecata che sarebbe valsa le bottigliate senza i guizzi legati alla realtà effettiva della pellicola e dell'esperienza del suo narratore, in grado di regalare anche una sequenza decisamente visionaria - ed efficace - con il viaggio dello stesso a Lourdes in tempi in cui la malattia non era ancora entrata nella sua vita: peccato poi che il tutto venga inesorabilmente rovinato da un crescendo conclusivo retorico dalla grana grossissima, quasi in grado di azzerare completamente l'emozione dell'audience.
Resta la curiosità di scoprire cosa sarebbe accaduto se a dirigere lo stesso film si fosse trovato il vecchio Trumbo, venendosi a confrontare con una persona reale capitata in una sorta di prigione - telefonati ma efficaci, in questo senso, i richiami a Il conte di Montecristo - terribilmente simile a quella del suo protagonista Johnny, finito su una mina e privato di ogni possibilità di comunicare con l'esterno: allo stesso modo, l'impresa incredibile di Bauby, che con la sola palpebra, due grandi palle e la determinazione riesce a mostrare tutta la voglia di vivere che continuo a condividere con lui.
Per quanto resti un incubo, una condizione come quella non riuscirebbe a farmi desistere dalla mia volontà di rimanere da queste parti a lungo ed il più a fondo possibile rispetto alle mie chances, nonostante continui a rispettare la decisione di chi decide di abbandonare questo mondo come mostrato - e con maggior efficacia rispetto al già citato Mare dentro o a questo film - dall'enorme Million dollar baby o da Kill me please.
Dunque, posso dire che Lo scafandro e la farfalla si è rivelato essere un film dalle ambizioni decisamente più grandi del talento di chi lo ha realizzato.
Ma questa, in un certo senso, è una colpa quasi sopportabile.


MrFord


"With your feet on the air and your head on the ground
try this trip and spin it, yeah
your head'll collapse
if there's nothing in it
and you'll ask yourself."
Pixies - "Where is my mind?" -
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