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lunedì 25 maggio 2020

White Russian's Bulletin



Settimana particolare, questa del Saloon, che rappresenta anche quella che, per motivi organizzativi legati ai cambiamenti che hanno travolto il sottoscritto negli ultimi mesi, sarà momentaneamente l'ultima del Bulletin per qualche giorno, o settimana, o il tempo che ci vorrà per arrivare a sistemare parecchie cose: è particolare anche perchè legata principalmente alle visioni delle serate Cinema con i Fordini trasformatesi in pranzi e cene, fatta eccezione per quella che è, senza dubbio, una delle serie più chiacchierate di quest'anno così strano, The Last Dance.
Proprio ad essa devo uno degli entusiasmi da appassionato più forti del VentiVenti, per uno dei titoli che rivedremo, senza dubbio, nelle classifiche di fine anno.


MrFord


THE LAST DANCE (Netflix, USA, 2020)

The Last Dance Poster


L'avrete letto e riletto in tutte le salse, ma quando una verità è sentita e inconfutabile, è impossibile che resti nascosta a lungo: The last dance è una macchina del tempo, per chi ha vissuto di persona l'incredibile periodo che vide quello che probabilmente è il più grande cestista di sempre - l'equivalente di Maradona per il calcio o Alì per il pugilato - regalare ai suoi Bulls il sesto e ultimo titolo NBA. 
Per quanto mi riguarda, dopo aver passato i cinque anni del liceo a detestare il basket, tra il novantasette e il duemila iniziai, spinto dalla lettura dello splendido manga Slam Dunk - il cui autore è un fan accanito dei Bulls di Jordan -, a frequentare quotidianamente il campetto del parco dove, fino a quel momento, avevo dedicato quasi tutte le mie energie al calcio e alle ragazze. 
Furono anni di gran divertimento, grazie ai quali riscoprii la pallacanestro e la sua bellezza da ultimo secondo, considerato che non esiste uno sport in cui il concetto stesso di ultimo secondo valga allo stesso modo.
Personalmente non sono mai stato un fan sfegatato dei Bulls - i Lakers restano i miei favoriti -, ma indubbiamente quella che rese famoso il franchise di Chicago in tutto il mondo - come giustamente viene sottolineato, in un'epoca in cui non esistevano social di nessun genere - fu una delle formazioni più incredibili della Storia degli sport di squadra: attorno al fuoriclasse per eccellenza Jordan si trovarono atleti e giocatori incredibili ma anche gregari che seppero tirare fuori il meglio di loro stimolati, probabilmente, dalla presenza del migliore al loro fianco.
Non farò spoiler perchè questa incredibile miniserie non ne ha bisogno, considerato che, nonostante sapessi già come sarebbe andata a finire, ricordassi le azioni più memorabili ed i tiri più incredibili, ho vissuto l'adrenalina di The last dance dal primo all'ultimo secondo, in quella che è una lezione di passione prima che per lo sport, per la vita: neanche il migliore, se vuole restare il migliore, può sedersi e aspettare, ma deve rimboccarsi le maniche e farsi il culo come e forse anche più degli altri. La differenza, a prescindere dal talento, è tutta lì. Non me ne voglia il Drugo, ma la fatica e l'allenamento e la determinazione faranno sempre la differenza a parità di talento.
Poi, Michael Jordan resterà sempre "Dio travestito da Michael Jordan", e su questo non c'è dubbio.
Ma se lui si fa il culo a strisce, ed è Michael Jordan, per quale motivo non dovremmo farcelo noi?




TESORO, MI SI SONO RISTRETTI I RAGAZZI (Joe Johnston, USA/Messico, 1989, 93')

Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi Poster


Con l'avvento al Saloon di Disney+, ho approfittato per rispolverare un classicone dell'infanzia fordiana - visto, se non ricordo male, addirittura in sala - in una delle serate Cinema con i Fordini, consapevole del fatto che l'avventura dei quattro protagonisti nel giardino di casa divenuto una vera e propria giungla avrebbe colpito nel segno: infatti, paradossalmente, le avventure dei ragazzini rimpiccioliti alle dimensioni di una pulce, hanno finito per conquistare i più piccoli tra i Ford più de La maledizione della prima luna - abbastanza snobbato, a dirla tutta - e della seconda trilogia di Star Wars. Dalla sequenza cult con la morte della formica a causa dell'attacco dello scorpione - presa malissimo dalla Fordina - ai siparietti di Rick Moranis, l'esperimento è risultato decisamente riuscito, e nonostante si tratti solo ed esclusivamente di un giocattolo ad uso e consumo delle visioni per famiglie, devo ammettere che ha resistito bene anche alla prova del Tempo, considerato che dovevano essere più di vent'anni che non lo rivedevo.




LA PRINCIPESSA E IL RANOCCHIO (Ron Clements&John Musker, USA, 2009, 97')

La principessa e il ranocchio Poster


Richiesto a gran voce dalla Fordina - in pieno periodo principesse, con una delle rappresentanti della categoria che ancora le mancava -, La principessa e il ranocchio è tornato sugli schermi del Saloon per la prima volta dai tempi della sua uscita, confermando la solidità della coppia Clements/Musker, un'affascinante ambientazione ed una colonna sonora jazz davvero efficace.
Gli autori di Oceania, La sirenetta e Il pianeta del tesoro confermano la loro ottima alchimia e portano sullo schermo un lavoro solido e piacevole, non clamoroso per originalità ma che conquista e diverte, e regala una delle scene più toste che la Disney abbia mai proposto nei suoi prodotti - la morte della lucciola Ray, forse il charachter più emozionante -: promosso dalla Fordina e anche dal Fordino - che inizialmente aveva protestato -, è stato davvero un piacere rivederlo, conferma della validità della struttura che Mamma Disney mette a disposizione dei suoi utenti.





lunedì 2 gennaio 2017

Oceania (Ron Clements&John Musker, USA, 2016, 107')




Una delle prime cose che ricordo dei tempi dell'amicizia con Julez fu il suo dichiarato amore per il mare, almeno quanto del profumo di una chioma che pareva una criniera ed una lingua lunga che era quasi impossibile mettere a tacere: quando, una volta iniziato il nostro viaggio insieme, affrontammo le prime vacanze, ed i viaggi, potei sperimentare sulla pelle quell'amore.
In tutta onestà, non ho mai conosciuto nessuno a suo agio quanto lei in acqua, quasi fosse un ambiente più confortevole e consono della terra sulla quale camminiamo ogni giorno della nostra vita: io nuoto e mi arrangio senza nessun timore, posso sperare di vantare una certa tenuta atletica, eppure se mi immergo e devo fare i conti con l'apnea o la respirazione, vado in corto circuito.
Tendenzialmente, non tengo neppure troppo gli occhi aperti, una volta in immersione.
Ricordo le risate che - sue, soprattutto - giunsero quando, in Australia, sulla barriera corallina di Green Island, tentai una goffa esperienza di snorkeling - e non parliamo di spedizioni negli abissi, sia chiaro -, o sempre nel continente down under cercai con altri di salire controcorrente una cascata in un fiume nel Kakadu National Park - fallendo dopo aver bevuto un paio di litrazzi d'acqua -.
Il tutto mentre lei pareva, come spesso si definisce, una sirena.
La visione di Oceania è stato in parte come rivivere quei momenti, ora che gli anni mi hanno reso sensibilmente più grosso di quando ci siamo conosciuti ed i nostri battibecchi, ancora oggi, paiono gli stessi di Maui e Vaiana - modificato per l'occasione dall'originale Moana, effettivamente poco vendibile qui in Italia -, il primo istintivo e pasticcione, la seconda volitiva e decisa a trovare e percorrere la sua strada: ma la bellezza dell'ultimo lavoro della premiata ditta Musker e Clemons non si limita alla capacità di evocare ricordi ed emozioni in questo vecchio cowboy.
Perchè Oceania, oltre a vantare un comparto tecnico pazzesco - ormai anche in casa Disney possiamo ritrovare la meraviglia dell'animazione offerta dagli standard Pixar -, un gran bell'adattamento - per una volta - ed una bellissima colonna sonora, è un viaggio che tocca corde di modernità e riconoscimento del ruolo della donna nella società e nel mondo che porta ad un altro livello quello già analizzato negli ultimi anni - Ribelle e Frozen sono forse i due esempi più importanti - dalla grande D, un'avventura di formazione che coinvolge e colpisce a qualsiasi età, commuove con la figura - splendida - della nonna di Vaiana e strappa sorrisi grazie ai botta e risposta tra i due protagonisti, fino a regalare un crescendo finale visivamente strepitoso grazie alla battaglia con Teitani ed alla risoluzione della stessa, quasi una lezione di umanità ed ecologia, ed un monito al rispetto non solo del nostro pianeta ma anche e soprattutto della figura della Madre e della Donna, divinità che, come la Terra, è creatrice di vita, e se privata del suo cuore finisce per diventare una potenza distruttrice che nessun uomo da solo potrà mai affrontare.
E sono stato molto fortunato, a poter godere di un'esperienza di visione come questa accanto a Julez ed ai Fordini - nonostante sia curioso che il momento più apprezzato dal Fordino sia stato quello del "mondo dei mostri", unica parentesi a mio parere davvero stonata con la liricità del resto del film aggiunta probabilmente proprio per intrattenere il pubblico più piccolo - in una sala praticamente deserta - "Che bello vedere i film solo noi!" ha sentenziato AleLeo - il pomeriggio della vigilia di natale: perchè ho potuto solleticare lo spirito di viaggiatore dentro di me, immaginarmi bambino, uomo ed un giorno vecchio, sperando di poter essere un esempio come quello della nonna di Vaiana per i miei nipoti, vedere i miei bambini accanto a me e commuovermi anche per quelle scene che loro comprenderanno soltanto tra molti anni, e vedere la magia negli occhi e nei capelli di quella sirena che è entrata nella mia vita ormai quasi undici anni fa e destinata, in un modo o nell'altro, risate da snorkeling o scontri all'ultima parola, a restarci per sempre.
Oceania definisce, una volta ancora e con una profondità oceanica, il concetto di donna e di madre.
Ed avere la fortuna di viverlo accanto ad una Donna ed una Madre, rende tutto ancora più magico.




MrFord




 

venerdì 30 dicembre 2016

Ford Awards 2016: i film (dal 20 all'11)


Siamo giunti quasi in vetta alla classifica, e seppur in un'annata non particolarmente pazzesca in termini di film usciti in sala - vincono, senza dubbio, a mani basse le serie tv - la lotta si fa più dura, anche grazie ad alcune visioni dell'ultimo minuto e rimaneggiamenti.
Ad ogni modo, ecco a voi i dieci titoli appena sotto i migliori dell'anno.
Sempre per il sottoscritto, ovviamente.







N°20: WHERE TO INVADE NEXT di MICHAEL MOORE

 

Michael Moore, da sempre sagace e brillante, confeziona una sorta di road movie all'interno del quale si riserva di "conquistare" tutti quei Paesi che hanno qualcosa che gli States dovrebbero imparare per migliorare le vite dei loro abitanti: interessante vedere qualcuno che guarda anche all'Italia - pare impossibile - come ad un esempio, ed estremamente toccanti - per diversi motivi - tutte le realtà scandinave mostrate. Una piccola chicca di intelligenza, civiltà e coscienza.



 

Ignorato ai tempi dell'uscita in sala a causa del suo regista e recuperato quasi per caso soltanto mesi più tardi, Eye in the sky si è rivelato non solo un thriller umano serratissimo e da apnea, ma una delle riflessioni sulla guerra ed il suo utilizzo più devastanti dai tempi di American Sniper e The hurt locker. 
Portato in scena da una squadra di attori perfetta - fu l'ultimo lavoro di Alan Rickman, tra i tanti scomparsi di questo duemilasedici - e scritto alla grande, è un esempio di quanto possa offrire il Cinema bellico anche privo di grandi spazi, battaglie o profumi da Oscar.


N°18: LA GRANDE SCOMMESSA di ADAM MCKAY


Di finanza io non capisco un beneamato cazzo.
Eppure, il film di Adam McKay ed il suo cast in grandissimo spolvero sono riusciti ugualmente a farmi percepire, in mezzo a tutta una serie di termini capiti poco e nulla perfino quando spiegati dalle star con parole loro, la grandezza di questo film.


N°17: EL ABRAZO DE LA SERPENTE di CIRO GUERRA

 

Alla ricerca di confini da superare come un lavoro di Herzog e mistico come un viaggio di Jodorowski, il lavoro di Ciro Guerra è quello che al Saloon viene considerato un vero film d'autore: ostico, difficile, magico e misterioso.
Un trip che non si dimentica.


N°16: IL CASO SPOTLIGHT di TOM MCCARTHY


Vincitore dell'Oscar come miglior film - non era, comunque, il mio favorito per la statuetta - il lavoro di Tom McCarthy rispolvera la grande tradizione dei film inchiesta figli della New Hollywood anni settanta, appoggiando una struttura classica sulle spalle di un cast in grandissima forma.
Forse non rivoluzionario, ma solido e necessario.


N°15: MACBETH di JUSTIN KURZEL

 
Che Shakespeare fosse il più grande sceneggiatore prestato dal Teatro al Cinema era indubbio, per quanto mi riguarda, da una ventina d'anni.
Il fatto che un regista praticamente esordiente potesse tirare fuori una pellicola visionaria e potentissima tanto quanto ostica ed imponente era molto meno probabile.
Un plauso a Kurzel, che confeziona un lavoro più che impegnativo per il pubblico - messo alla prova dall'inizio alla fine - ma emotivamente e visivamente straordinario.


N°14: SULLY di CLINT EASTWOOD

 

L'inossidabile Clint, a ottantasei anni suonati, continua a non sbagliare un colpo anche quando, di fatto, sforna un film "minore": Sully, ispirato alla vicenda del Capitano Sullenberger, che salvò centocinquantacinque vite effettuando un incredibile ammaraggio sull'Hudson, è un film rigoroso e solido come il suo regista, che tesse le lodi del lato più bello degli USA senza scadere nel patriottismo becero e nella retorica.
Come sempre, un esempio.


N°13: OCEANIA di RON CLEMENS e JOHN MUSKER



Visto il pomeriggio della vigilia di Natale con Julez e i Fordini in una sala praticamente deserta, Oceania è l'ennesima conferma della qualità tecnica ed emotiva altissima ormai caratteristica dei prodotti di grande distribuzione Disney: il lavoro di Clemens e Musker è un omaggio alle proprie radici, alla Natura, all'oceano e soprattutto alla figura della donna, che è ragazzina coraggiosa, guida dei popoli, vecchia saggia e lungimirante, creatrice, madre e dea.
Tutte cose che noi uomini dovremmo ricordare ogni giorno.


N°12: STEVE JOBS di DANNY BOYLE

Regia sorprendentemente asciutta di Boyle, sceneggiatura da antologia di Sorkin, interpretazione pazzesca di Fassbender.
Basterebbero questi tre fatti a rendere Steve Jobs un grande film.
Ma non c'è soltanto tecnica: siamo probabilmente di fronte al biopic più anomalo e strepitoso del passato recente. Una bomba.


N°11: THE REVENANT di ALEJANDRO GONZALES INARRITU


Inarritu, che avevo parzialmente bastonato per il troppo celebrato e sopravvalutato Birdman, torna a sorprendermi grazie ad una pellicola non priva di difetti ma tecnicamente strepitosa, con un paio di sequenze da Storia del Cinema e che sarà impressa nella memoria anche per aver permesso a DiCaprio di stringere il suo primo Oscar - pur se non grazie alla sua migliore interpretazione -.
Lacrime e sangue, qualche sogno di troppo, ed una vicenda all'interno della quale mi trovo a mio agio come un ape sul fiore.



TO BE CONTINUED...

sabato 26 gennaio 2013

Aladdin

Regia: Ron Clements, John Musker
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 90'




La trama (con parole mie): il giovane Aladdin è un ladruncolo che vive alla giornata con la scimmia Abu nella città ai piedi del palazzo del sultano, da sempre in cerca di un marito per la figlia Jasmine, principessa che vorrebbe sposarsi per amore e non per legge.
Alla loro ombra trama il perfido visir Jafar, che consigliato malignamente dal pappagallo Jago individua proprio in Aladdin il "diamante grezzo" che lo spirito della Cava delle meraviglie necessita per aprire il passaggio che conduce al tesoro più grande di tutti quelli che si possono immaginare: una lampada magica in grado di evocare un Genio, ovvero uno spirito dotato di poteri quasi divini che è costretto a mettersi a disposizione di chi sfrega la lampada stessa per avverare tre suoi desideri.
Aladdin e Abu, ingannati da Jafar, riescono a fuggire rubando il potente artefatto, che potrebbe - grazie al contributo del Genio - spalancare al ragazzo le porte del palazzo e del cuore di Jasmine.





Il periodo invernale è sempre ottimo, almeno in casa Ford, per recuperare qualche vecchio, sano film Disney di quelli che hanno, di fatto, segnato infanzia e crescita del sottoscritto: ricordo che facevo le medie ed era una delle mie prime uscite con gli amici senza genitori a seguito quando, con i miei tre inseparabili compari di allora, vedemmo Aladdin in sala.
Come era stato con Stargate – visto con mio padre non troppo tempo prima – ebbi la percezione per la prima volta che il Cinema fosse entrato in una nuova era ancora più meravigliosa e magica di quella che mi aveva accompagnato per tutti gli anni ottanta: come la grande D avrebbe dimostrato anche l’anno successivo con La bella e la bestia, la nuova frontiera per l’animazione classica – che avrebbe aperto le porte al fenomeno Pixar – aveva raggiunto il pubblico lasciandolo a bocca aperta con preziosismi tecnici e profondità di campo tali da anticipare, di fatto, quello che è il 3D attuale – e portandosi a casa un risultato anche migliore -.
Ma Aladdin e la sua magia non sono soltanto cura tecnica: grazie all’ispirazione e all’atmosfera de Le mille e una notte ed un approccio che incrocia l’azione sfrenata – ancora oggi in titoli come Prince of Persia si nota l’influenza delle avventure del nostro “diamante allo stato grezzo”, che a sua volta pescò a piene mani da Il ladro di Baghdad interpretato da Douglas Fairbanks – con una struttura da musical – ed una manciata di canzoni che anche in italiano divennero degli instant cult come Notti d’Oriente, Il mondo è mio o Il grande Alì –, tutto funziona per uno dei “Classici moderni” più riusciti della casa madre di Topolino e soci.
Uno dei grandi meriti dell’appena citata riuscita risiede senza dubbio nell’aver anche azzeccato praticamente ogni personaggio: dal protagonista impavido e scavezzacollo – e con una spalla d’eccezione, la scimmia Abu – alla principessa – una delle meno fighe di legno, nonostante il suo ostruzionismo ai pretendenti, mai viste in una proposta Disney -, dal cattivo – il perfido Jafar con tanto di anima nera pennuta – all’incomparabile Genio, mattatore della pellicola doppiato in originale da Robin Williams ed in italiano – per una volta reso alla grandissima – da un Gigi Proietti in assoluto spolvero.
Proprio le sequenze giocate tutte attorno alla magica creatura blu mi fecero uscire, all’epoca, ad un metro da terra dalla sala, ed ancora oggi travolgono per la loro energia e dinamismo: i giochi di parole e di effetti non hanno infatti perso nulla dello smalto che resero immediatamente il lavoro di Clements e Musker – che in seguito portarono sugli schermi anche il discreto Il pianeta del tesoro – uno degli imperdibili per gli appassionati del genere, grandi o piccini che fossero.
Il gusto dell’avventura ed i colori caldi ed accesi d’Oriente, mescolati a temi interessanti ed accessibili – il riscatto sociale di Aladdin e l’importanza della sua identità, la libertà del Genio ed i suoi poteri praticamente divini confinati “in un minuscolo spazio vitale” – contribuiscono dunque a conferire spessore anche nel divertimento ad una pellicola che ha avuto senza dubbio la fortuna che ha meritato, aprendo la strada al riconoscimento dell’animazione made in USA – il discorso dell’Europa, di Miyazaki o di Ocelot è differente – anche nell’ambito autoriale e confermandosi come uno degli ultimi acuti della produzione Disney “disegnata” – con l’ascesa della già citata Pixar, passeranno anni prima di poter assistere ad uno spettacolo dello stesso spessore completamente “home made” -.
Non vi fosse più capitato di rispolverarlo, concedete a questo film un recupero senza aspettare che sia di nuovo trasmesso in tv: passaggi come la comparsa della Caverna delle Meraviglie in pieno deserto o l’arrivo di Aladdin versione principe in città sono una vera gioia per gli occhi da gustare senza età o limitazioni di sorta, cantando a squarciagola una delle colonne sonore più belle mai realizzate per un titolo di questo genere e lasciando che l’insieme di questa magia vi travolga, fosse anche soltanto per sperare nel trionfo del cattivo che, in ogni caso, puntualmente non si verificherà.
In fondo, il Genio mica è presente all’appello per niente, no!? E siamo o non siamo nel cuore pulsante della Disney!?
E già che ci siete, potrete anche dilettarvi nel riflettere su quali sarebbero, in caso, i vostri tre desideri.
Io un paio li ho già per la mente.


MrFord


"Grande Alí, eccolo lì, Alí Ababua!
Muscoloso, meraviglioso, vale per tre!
Ci piace a sua signoria!
E' mitico alla follia!
E' un'altra categoria!
E' il grande ali'!
Sono d'oro i suoi mille cammelli!
(E vediamo i cammelli che entrano in campo)
E i pavoni color viola e blu!
(Veramente favolosi e d'alta moda)
Le sue bestie son veri gioielli!
Che cos'é?
Uno zoo?
Bee io lo so,
E' un serraglio di sangue blu!"
Gigi Proietti - "Alì Ababua" -


sabato 31 marzo 2012

Il pianeta del tesoro

Regia: Ron Clements, John Musker
Origine: Usa
Anno: 2002
Durata: 95'



La trama (con parole mie): Jim Hawkins è un giovane e scapestrato ammiratore delle imprese dei grandi navigatori dello spazio, e sogna, come molti pirati delle galassie, di mettere le mani sul leggendario Tesoro dei Mille Mondi, che molti addirittura ritengono non esistere, e sistemare per sempre sua madre - che vive mandando avanti sola, e faticosamente, una locanda - coronando contemporaneamente il suo sogno di divenire un esploratore delle stelle.
Quando un pirata moribondo atterra sul suo pianeta e gli consegna la mappa che conduce al mitico tesoro, per Jim avrà inizio la più grande avventura che potesse immaginare, nel corso della quale troverà nel nemico anche la figura che più si avvicina a quella di suo padre, fuggito anni prima abbandonando la famiglia.




A volte è davvero un piacere sedersi sul divano e lasciarsi trasportare dall'immaginazione neanche fossimo tornati bambini, godendosi pellicole in grado di ricreare un'atmosfera magica come questa.
Complici la crescita e l'avvento della Pixar, mi sono ritrovato all'inizio degli anni zero a snobbare clamorosamente i Classici Disney per eccellenza, quelli che ai tempi delle elementari mi facevano attendere con ansia il sabato pomeriggio in sala e le patatine di Burghy dopo il film: mi ero perso dunque anche questo davvero interessante Il pianeta del tesoro, ispirato dal romanzo di Stevenson L'isola del tesoro - un supercult della narrativa per ragazzi e non solo di tutti i tempi - e realizzato dallo stesso team responsabili del già molto carino La sirenetta e dello splendido Aladdin.
L'ambientazione sci-fi unita all'atmosfera piratesca dai richiami da Isola che non c'è non hanno fatto che rendere questo prodotto ai miei occhi ancora più coinvolgente, nonostante l'esperimento di mescolare computer graphic e metodo tradizionale non può essere definito riuscito completamente: quello che, più di tutto, però, ha reso la visione coinvolgente è stata l'ottima gestione del rapporto tra il protagonista Jim Hawkins ed il vecchio cyborg Silver, ad un tempo nemesi e migliore amico del giovane aspirante esploratore dei "mari stellari".
L'incontro delle loro due solitudini - quella di Jim, abbandonato dal padre, e di Silver, abituato a non avere un amico e a non fidarsi di nessuno per meglio rendere nel suo ruolo di "cattivo" - genera un climax emotivo che pare quello di un film di formazione come Stand by me, evitando il facile scivolone nella retorica ed affrontando temi decisamente adulti per un prodotto nato sotto l'egida della più tradizionale realtà Disney, finendo per somigliare più ad un lavoro uscito dai Pixar Studios, e ugualmente attento all'evolversi della storia e al divertimento degli spettatori più piccoli - e non solo -.
La rappresentazione, inoltre, della varietà di creature presenti negli spazioporti e sulla nave in cui lo scavezzacollo Hawkins si imbarca risulta affascinante, divertita e divertente come quella delle popolazioni della galassia di Star Wars, dai marinai che si esprimono per mezzo di sole flatulenze ai malvagi pirati dalle forme aracnoidi.
Non mancano i buoni sentimenti, così come l'ormai rodata struttura dei film d'animazione di Mamma Disney costruita sull'asse "scintilla che accende la vicenda - divertimento e amicizia - canzone - momento di crisi - risoluzione": in questo senso i più accaniti detrattori degli standard di questo gigantesco colosso dell'entertainment strorceranno il naso senza ritegno - vero, Cannibale? -, ma voi non lasciatevi trarre in inganno.
Certo non stiamo parlando de La carica dei 101, Biancaneve o La bella e la bestia, eppure Il pianeta del tesoro avvince e diverte, sorprende e fa sognare come non si potrebbe sperare di fare di più nei momenti in cui si cerca rifugio nell'epoca d'oro dell'infanzia, quando tutti i sogni sono ancora a portata di mano e paiono possibili: quindi mollate gli ormeggi, recuperate il vostro passato da pirati o aspiranti tali, e buttatevi in questa avventura.
Male non potrà farvi di certo.
E chissà, potreste scoprire che la vita per mare - che sia spaziale o no - non era davvero niente male.
Forse addirittura meglio di quanto si potrebbe ricordare. 


MrFord


"E so
che non è una fantasia 
non è stata una follia
quella stella
la vedi anche tu
perciò
io la seguo ed adesso so
che io la raggiungerò
perchè al mondo
ci sono anch'io."
Max Pezzali - "Ci sono anch'io" -


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