mercoledì 9 aprile 2014

The Ultimate Warrior - James Hellwig - (1959 - 2014)


So long, Warrior.


Di norma, quando si tratta di post legati agli addii, cerco sempre di mantenere il distacco giusto per evitare i classici coccodrilli dell'occasione.
Nel caso di James Hellwig, meglio noto agli appassionati di wrestling come The Ultimate Warrior, ho deciso di fare una fugace eccezione.
Malgrado, infatti, la sua evidente follia e le sue discutibili scelte politiche ed umane, il charachter portato in scena dal buon Jim è stato uno dei più importanti della mia infanzia da fan dello sport entertainment, e ricordo ancora oggi l'esaltazione legata al main event di Wrestlemania 6 - considerate che quest'anno siamo giunti alla trentesima edizione del pay per view più importante dell'anno nel circuito del pro wrestling - quando, in compagnia di mio nonno - lo stesso responsabile del mio amore per il Western -, fui testimone del momento in cui, per la prima volta, Hulk Hogan accettò di essere sconfitto e di passare la torcia proprio ad Ultimate Warrior, che avrebbe dovuto raccogliere la sua eredità e divenire il nuovo volto dell'allora WWF: la Storia racconta poi come e quanto le cose siano naufragate, l'abbandono del guerriero e le voci a proposito della sua morte - in un'epoca in cui internet era un miraggio - ed il ritorno clamoroso a Wrestlemania 8, quando al risuonare della theme song che precedeva la sua corsa verso il quadrato di combattimento ebbi un vero e proprio tuffo al cuore.
La sua morte si aggiunge alle tante che hanno colpito questa disciplina negli anni, e probabilmente dovrà cercare le cause in un utilizzo massiccio di steroidi ed antidolorifici, eppure non ce l'ho proprio fatta a non ricordarlo con qualcosa in più di due date, considerato che, in un certo senso, ha significato un'epoca e segnato molti dei miei ricordi di bambino.
Un'epoca che ora, pezzo dopo pezzo, ci abbandona, e lascia un vuoto che, probabilmente, non sarà mai davvero colmato.
Un brindisi a te, dunque, Ultimo Guerriero.
Mi hai fatto tornare bambino anche oggi.
E come, ai tempi, non mi chiedevo neppure quale fosse il lavoro dietro a quel grande spettacolo che è il wrestling, anche oggi penso che quella corsa non finirà mai per davvero.



MrFord





Nymphomaniac Vol. II

Regia: Lars Von Trier
Origine: Danimarca, Francia, Germania, Belgio, UK
Anno: 2013
Durata: 123'




La trama (con parole mie): prosegue il racconto di Joe, soccorsa in strada dal colto e pacato Seligman, divenuto il suo confessore nel viaggio attraverso la vita e le vicissitudini sessuali della donna, che non esita a definirsi malvagia e ninfomane.
Stretto un legame con Jerome ed avuto un figlio da lui, Joe pare estraniata dalla realtà, impossibilitata a provare il piacere dell'orgasmo malgrado lo desideri ardentemente. La sua ricerca del godimento perduto la porterà sulla strada di uomini sempre più violenti e legati al lato oscuro della società, costandole la storia con lo stesso Jerome e la custodia del bambino.
Anni dopo, divenuta una specialista del recupero crediti, la donna si troverà a svezzare ed educare alla sua stessa attività una giovane ragazza che finirà per prendere il suo posto in tutto e per tutto, letto di Jerome compreso.
La confessione riuscirà in qualche modo a purificare l'anima di Joe? O Seligman riserverà risposte inaspettate?






Caro Lars,
ti scrivo, molto contrariato, per la seconda volta in due giorni.
Ieri sera ho visto il Volume II del tuo Nymphomaniac, e passati i primi cinque minuti ho pensato che, forse, finalmente c'eravamo ritrovati: la partenza con la levitazione di Joe bambina e la visione duplice a seguito dell'orgasmo spontaneo era degna delle tue pagine peggiori, e ammetto di aver pregustato l'idea di un vero e proprio massacro della parte conclusiva di questo tuo ambizioso progetto.
Ma niente da fare. Questa volta ti sei proprio impegnato per fare in modo che la rivalità tra me e il Cannibale continui a rimanere tutto sommato sopita. Perchè posso capire perfino che ad uno spostato radical chic come il mio antagonista possa essere piaciuto questo tuo pippone.
Hai letto bene. Lo posso addirittura capire.
Non che questo significhi che Nymphomaniac mi sia piaciuto, sia chiaro: personalmente ritengo che questa seconda metà sia nettamente peggiore della prima, noiosa ed involontariamente comica in più di una sequenza, ed inutile per la maggior parte del suo minutaggio.
La realtà dei fatti, però, è che nelle quattro ore complessive di visione qualche idea interessante si può sicuramente trovare - giusto per citare un momento, nel confronto tra Joe e Seligman che precede il pessimo epilogo mi è quasi parso di intravedere un tuo grido d'aiuto, una sorta di confessione della difficoltà che devi avere a relazionarti in maniera socialmente umana con il mondo -, e probabilmente, se avessi realizzato un director's cult da un'ora e venti scarsa con il "greatest hits" di quello che hai mostrato, avresti perfino rischiato di incontrare un mio favore. Quasi.
E invece niente: tra un Jamie Bell decisamente poco credibile nel ruolo del dominatore pronto a punire e la parte dedicata al recupero crediti che pare uscita da un film di genere mal riuscito, hai voluto allungare il brodo finendo per diventare soporifero e decisamente poco scandaloso, se non per la questione - per quanto mi riguarda assurda e discutibile, che potrebbe addirittura far pensare ad un'altra confessione - decisamente interessante da discutere legata alla comprensione del pedofilo che non ha mai consumato le sue fantasie da parte di Joe, che di tanto in tanto esplode in passaggi al limite del ridicolo involontario come la fuga tra le montagne della protagonista, girata come capita con i porno amatoriali arrangiati nel giardino dietro casa o l'agghiacciante sequenza con la discussione dei due simpatici e decisamente dotati partner di letto della nostra "eroina" di origini africane - e bada bene, caro Lars, che non ho parlato forbito per evitare la tua trappola a proposito della Libertà e della Democrazia costruita attorno alla parola negri -.
Tralasciando, comunque, la tua evidente invidia del pene rispetto ai due signori appena menzionati, quello che resta è un verboso pistolotto radical chic che, però - e lo dico davvero con dispiacere - non raggiunge neppure alla lontana i vertici di follia cui mi avevi abituato, e finisce per scorrere senza far venire voglia di prenderti a pugni fino a farsi male alle mani o di esplodere in un'esultanza necessaria come una boccata d'aria giunta la conclusione.
Semplicemente, quello che hai portato sullo schermo è una complessa ed egoriferita analisi pseudo colta che racconta una delle storie più vecchie del mondo - la dipendenza da un certo tipo di istinti che tutti, in misura più o meno pronunciata, abbiamo -: peccato che non lo faccia in modo liberatorio ed interessante come avrebbe potuto.
E peccato che tu abbia perso completamente la tua caotica e malvagia follia.
Vedi di tornare in te, caro Lars, perchè se continui su questa strada di pseudo redenzione potresti finire, un giorno, per mettere d'accordo anche tu il sottoscritto e Cannibal.
E tutti gli dei e non solo ce ne scampino.
Atei o devoti, Oriente o Occidente, penitenza o godimento.



MrFord




"La visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, 
la visione della figa. 
Passano i secoli, passano i millenni, 
passano gli uomini che si alternano ai governi."
Elio e Le Storie Tese - "La visione" -  




martedì 8 aprile 2014

Nymphomaniac Vol. I

Regia: Lars Von Trier
Origine: Danimarca, Germania, Belgio, Francia, UK
Anno: 2013
Durata: 118'




La trama (con parole mie): Joe, una donna adulta vittima di un pestaggio, è ritrovata e soccorsa da Seligman, un vecchio pescatore di origini ebree che la conduce nella propria dimora, ripulendola e dandole un letto in cui recuperare dalle ferite. Costretta al riposo forzato e spinta dalla curiosità del suo nuovo confessore, Joe inizia il racconto della propria vita e del rapporto che ha avuto con il sesso fin dalla più tenera età, passando attraverso il legame con il padre, le prime scoperte e giochi adolescenziali, le "relazioni" adulte.
E tra un parallelo con la pesca ed il passato che si mescola al presente, la donna finisce per definirsi ninfomane ed una persona assolutamente malvagia, mentre Seligman, dal canto suo, cerca di riportarla ad una misura più equilibrata nel giudizio.






Caro Lars,
devo ammetterlo. Sono decisamente deluso, da te.
Dopo avermi fatto incazzare a morte con quella merda di Antichrist e sfracellato i maroni con Melancholia, attendevo al varco e con ansia Nymphomaniac, fiducioso nel fatto che avrebbe provocato non solo una delle mie recensioni più divertenti in termini di bottigliate e stroncature decise, ma anche alimentato la rivalità con il mio ormai quasi ex nemico Cannibal Kid.
E invece tu che combini!?
Mi sfoderi un filmetto senza troppo carattere che non riesce a smuovermi e che addirittura presenta una storia tutto sommato credibile, neanche fossi tornato alla prima parte della tua carriera, che tra una stronzata da radical chic e l'altra - vogliamo parlare dell'addizione e del parallelo tra i colpi ed i numeri di Fibonacci? Ma che pensavi di fare, un Lost da letto? - ogni tanto riesce perfino ad avere qualche idea interessante - le reazioni degli uomini alla bugia sul primo orgasmo di Joe, per esempio -, e che, alla fine, mi è parso quasi innocuo, lontano dai tuoi fasti sia in termini di provocazioni e scandalo - fa più specie il riferimento all'antisionismo rispetto all'antisemitismo, che non il sesso, presentato in modo molto più esplicito e provocatorio in cose decisamente migliori di questa come L'impero dei sensi di Oshima o Shortbus - che di aggressione mentale al pubblico.
Certo, i radical chic come Peppa Kid o i colleghi de Gli spietati andranno tutti in brodo di giuggiole per questa epopea sessuale suddivisa in capitoli neanche fossimo in Barry Lyndon - che poi, sceneggiate a parte, ormai lo sai anche tu di non essere Kubrick! -, ma ormai io sono vaccinato alle tue robette, e avendo già affrontato un prodotto simile - Dancer in the dark, altro pippone dei tuoi più memorabili - mi sono onestamente quasi trovato a provare un pò di compassione, per te.
Sì, so che adori far credere di essere un duro, un cattivo - anzi, il più cattivo tra i cattivi -, e che ti crogioli nello stato di "persona non grata", ma quello che mi pare venga fuori da questa prima metà del tuo Nymphomaniac è il ritratto di una persona che con il sesso deve avere proprio un rapporto pessimo - sempre che un rapporto con il sesso l'abbia, ovviamente -, perchè più che ninfomania o scandalo, ricerca o patologia clinica, mi è parso di trovare solo una grande tristezza, nelle immagini che hai scelto di portare sullo schermo: al contrario, invece, io ho sempre - o quasi - pensato al sesso come una delle cose più divertenti, liberatorie, selvagge che possiamo concederci nella vita.
In questo senso, ho trovato decisamente più "nymphomaniac" il superfilmone dell'anno The Wolf of Wall Street che non il tuo sproloquio pseudo intellettuale infarcito di Freud, Bach e teoremi matematici: forse non era quello che volevi rappresentare, o sono io ad averlo percepito in questo modo, ma l'impressione è stata di una di quelle scopate in cui la lei di turno è ferma sotto di te rigida come uno stoccafisso, in attesa giusto che la cosa finisca, pronta, forse, a contare i colpi proprio come hai fatto anche tu.
Quello che mi aspettavo, invece, era un vero e proprio amplesso da urlo, una roba da buttare giù i muri e spaccare le molle del letto, tante le bottigliate che avrebbe causato, o la sorpresa per aver assistito al ritorno dell'Autore di Dogville, perso chissà dove nell'illusione di essere un nuovo Tarkovsky.
E invece, perfino i miei ormai noti colpi proibiti destinati alle delusioni finiscono quasi per essere smorzati, privi di entusiasmo, come anestetizzati da un mordente che è mancato, se non in paio di momenti - le analogie con la pesca, la musica d'apertura, il pompino in treno -.
Troppo poco, caro Lars.
Specialmente per te, che aspiri così tanto ad essere il primo della classe da diventare l'ultimo per protesta se quello non ti riesce.
Sappi, dunque, che se non dovessi cambiare marcia nella seconda parte della tua ambiziosa opera, quello che ti destinerò sarà un posto centrale, perso nell'anonimato di una qualsiasi classe.
E penso che per te sarebbe davvero una condanna.



MrFord



"S is for the simple need.
E is for the ecstasy.
X is just to mark the spot,
Because that's the one you really want."

Nickelback - "S. E. X." -





lunedì 7 aprile 2014

Alabama Monroe - Una storia d'amore

Regia: Felix Van Groeningen
Origine: Belgio, Olanda
Anno: 2012
Durata: 111'




La trama (con parole mie): Elise è una tatuatrice, una che non ha paura di scrivere un nome sulla pelle, o di cancellarlo, e di mostrare con orgoglio i tratti che hanno contraddistinto la sua vita. Didier è un musicista bluegrass che teme l'idea del "per sempre", e pare alla ricerca di una semplicità che solo la sua musica può portargli in dono. Quando si conoscono, scocca la scintilla del grande amore, e più per caso che per volontà arriva Maybelle, una bambina che cambia la vita di entrambi e pare descrivere la grandezza dei sentimenti che li legano.
Quando la piccola, poco dopo i sei anni, si ammala di cancro, la vita per Elise e Didier cambia radicalmente, e i due si trovano ad affrontare il dolore e la realtà prendendo strade completamente diverse: lei cercherà rifugio guardando il cielo per dare nomi alle stelle, lui covando la lucida rabbia di chi si attacca con tutte le forze alla ragione.







"Dove va un uccellino quando muore?", chiede spaurita Maybelle a Didier, rendendo evidente il paragone che la stessa bambina sotto chemio fa tra se stessa e la sfortunata creatura alata che tiene in quel momento tra le mani.
Purtroppo per lei, nessuno può saperlo.
Non può Elise, che tempo dopo farà lo stesso paragone, osservando un uccellino posarsi sul davanzale senza sbattere contro il vetro.
Non può Didier, che risponderebbe semplicemente come la Natura - "L'uccellino muore, e non c'è più" -, salvo poi scriverci sopra una canzone da brividi.
E non possiamo neppure noi.
E' decisamente più semplice, invece, affermare che Alabama Monroe - Una storia d'amore, così tradotto dalle nostre parti pur non essendo - purtroppo - ancora uscito in sala, sia un film di quelli in grado di entrarti dentro e non uscire più, di andare dritto al cuore e scuoterlo come soltanto le pellicole dalla grande anima sono in grado di fare: non è un film come ce lo si aspetterebbe, ma un ibrido, una contaminazione, un cocktail da Frontiera che mescola la passione di Un sapore di ruggine e ossa e l'epica sommessa di Una storia vera o Un mondo perfetto, le parti migliori de La guerra è dichiarata con la carica di pancia di Mud.
E' una storia d'amore, in tutti i sensi: per la musica - splendida la colonna sonora, tutta dedicata al Bluegrass -, la vita - anche nei suoi momenti peggiori e più strazianti -, gli amici - straordinario il modo di stringersi gli uni agli altri dei componenti del gruppo di Didier - e la famiglia - almeno un paio le sequenze memorabili in questo senso -.
Ed è la storia di Elise, Didier e Maybelle.
Che è una storia normale, con i suoi momenti di straordinaria ed incontenibile felicità e quelli di profondo sconforto, con il sesso selvaggio e l'avventura di un amore appena sbocciato e la vita non più così immediata della coppia collaudata: ed è difficile scriverne - o anche solo dedicare al lavoro di Van Groeningen la visione - senza esserne profondamente toccati, e sentire il sorriso sbocciare o le lacrime pronte come bastarde traditrici in fondo agli occhi.
Ed è difficile cercare di non essere un fiume in piena rivelando troppo di questo gioiellino candidato all'Oscar per il miglior film straniero all'ultima edizione della celebre notte, mollare gli ormeggi e lasciare che tutto scorra, come una canzone intonata proprio nel momento in cui la voce si strozza in gola, e pare non esistere nient'altro se non la paura di noi povere scimmie abbandonate su questa grande palla di fango da un dio o presunto tale annoiato e senza tv.
O Cinema.
E' difficile guardare Maybelle e non pensare a quanto terribile sia il mestiere del genitore: la cosa più bella del mondo che può diventare inesorabilmente la più terribile.
E lo è ancora di più quando lo si è, e ci si rende conto di quanto inesplicabili possono apparire alcuni scherzi del Destino, e di quanto tutta la protezione che diamo - o cerchiamo di dare, o vorremmo dare - ai nostri figli non potrà mai davvero garantire la felicità che desideriamo per loro.
E' difficile amare, amare tanto e a fondo, o ferire chi amiamo, o peggio, vedere chi amiamo morire.
E' difficile vivere, perchè non sapremo mai se siamo capitati per caso da queste parti, o se avremo un'altra possibilità.
E' difficile credere, ed avere la forza di farlo, e dubitare, ed avere la forza di farlo.
Pare quasi di sbagliare sempre, sempre e comunque.
E invece il bello è proprio questo.
Vivere. Vivere a fondo. In ogni stagione, e di fronte a qualsiasi gioia o dolore.
Suonare il proprio strumento anche quando si vorrebbe solo piangere, o spaccare il mondo a pugni.
Segnare sulla pelle la nostra storia, la Nostra Storia, senza avere paura che possa cambiare, o non essere quella giusta, o rimanere incisa su di noi per sempre.
Come la luce delle stelle.
Quella che viaggia per secoli, e ci passa attraverso continuando ad andare avanti anche quando la stella che l'ha originata non c'è più.
E in quel momento, noi piccoli uomini su un piccolo pianeta, le diamo un nome.
Un nuovo battesimo. La fede incontra la ragione. Il cuore incontra la pancia.
Alabama Monroe.



MrFord



"A star fell from heaven right into my arms
a brighter star I know I've never seen
then I found out that it was only you with all your charms
who came into my life to fill a dream."
Bill Monroe - "A fallen star" - 



domenica 6 aprile 2014

5 giorni fuori

Regia: Anna Boden, Ryan Fleck
Origine: USA
Anno: 2010
Durata:
101'




La trama (con parole mie): Craig è un sedicenne introverso e riflessivo schiacciato spesso e volentieri dal peso delle sue doti e dal rapporto con il mondo esterno, dai genitori agli amici, dalla scuola alle aspettative per il futuro. Oppresso da una sensazione che lo vorrebbe suicida, decide di farsi ricoverare nel reparto psichiatrico dell'ospedale più vicino attrezzato per le cure delle malattie mentali, ritrovandosi a causa di una ristrutturazione accorpato, insieme agli altri adolescenti, al reparto degli adulti.
Nei cinque giorni di esame previsti prima delle sue eventuali dimissioni dalla struttura, Craig imparerà a crescere confrontandosi con il disequilibrato Bobby e la sua coetanea Noelle, riscoprendo se stesso ed il mondo e lasciando il segno tra i suoi compagni di ricovero.








Di tanto in tanto, devo ammettere che fa proprio bene lasciarsi trasportare da una qualche pellicola indie sentita, coivolgente e ben riuscita come 5 giorni fuori, titolo praticamente sconosciuto in Italia risalente ai tempi in cui Zack Galifianakis era ancora un quasi sconosciuto, scoperto grazie ad un amico di recente: la pellicola firmata a quattro mani da Anna Boden e Ryan Fleck, infatti, pur non brillando per originalità o rivoluzionarietà del linguaggio, riesce a toccare le corde giuste per emozionare sfruttando un curioso incrocio tra Qualcuno volò sul nido del cuculo e Noi siamo infinito in versione minore e molto, molto Sundance nel senso buono del termine.
La vicenda di Craig, sedicenne tormentato da una vita che non lo riempie e soddisfa, finito per scelta in un brevissimo ma intenso esilio volontario accanto a chi davvero deve combattere una battaglia troppo grande per una sola mente, o anima, o che dir si voglia, pronto a riscoprirsi non solo piacevolmente fragile - come è giusto che ogni ragazzo o ragazza di quell'età sia -, ma anche in una certa misura uomo cominciando a scontare sulla sua pelle le sconfitte che prima o poi tocca a tutti affrontare, da un amore deluso ad un'amicizia per la quale occorre rimboccarsi le maniche almeno quanto con la propria famiglia.
Seppur sfiorando soltanto in superficie temi decisamente complessi come la solitudine che attanaglia chi finisce per trovare troppo difficile anche solo muovere un passo fuori da un letto e sfiorando il quasi "oltre" con sequenze decisamente sopra le righe - la rappresentazione di Under pressure, pezzo che peraltro ho sempre amato molto -, i registi finiscono per riuscire a portare sullo schermo con una grande onestà di sentimenti e narrazione una vicenda piccola piccola eppure coinvolgente ed in qualche modo toccante, perfetta per chi cerca un riscatto o un nuovo punto di partenza, oppure accarezza in qualche modo il sogno di innamorarsi di nuovo nonostante le ferite che lo stesso amore è in grado di provocare in tutti noi.
Il personaggio di Bobby - molto azzeccato e divertente il gioco di citazioni ed omonimia con Bob Dylan -, interpretato decisamente bene da Galifianakis - in una versione paradossalmente più sobria e sensata delle macchiette oltre misura cui ci ha ormai abituati - funge dunque da benzina sul fuoco per l'evoluzione interiore e non solo di Craig, protagonista fragile - almeno ad una prima occhiata - e molto "Goonie" nel pieno rispetto della tradizione tutta eighties del giovane nerd pronto a conquistarsi, arrancando, il posto nel mondo - o almeno, nel suo mondo - che gli compete.
Il risultato è un cocktail certo non ammazzacristiani eppure decisamente piacevole da sorseggiare, un onesto e contenuto film dal sapore di primavera che stuzzica la voglia di correre nel vento abbandonando cappotti ed anfibi per liberare tutto quello che è possibile liberare in modo che il corpo e la mente riescano ad esprimere davvero quello che sentiamo, vogliamo, proviamo, ed anche quello che ancora è incerto, perso in un futuro di ipotetici concerti ed ipotetiche partenze, nonostante resti il dubbio che possano non essere avvenuti.
Ma il bello è proprio buttarsi ugualmente, spinti da un anelito di follia che è come ossigeno per i nostri polmoni soffocati da un'esistenza giocata tutta - o almeno in gran parte - sulla fatica e le energie spese per quel giorno speciale che continueremo a ricordare ogni volta che salteremo, e salteremo, e salteremo: perchè la vita è tutta lì, stupido o no che possa sembrare.



MrFord



"Insanity laughs under pressure we're cracking
can't we give ourselves one more chance
why can't we give love that one more chance
why can't we give love give love give love give love
give love give love give love give love give love."
Queen feat. David Bowie - "Under pressure" - 



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