Visualizzazione post con etichetta biografie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta biografie. Mostra tutti i post

domenica 16 agosto 2015

Tokyo Vice

Autore: Jake Adelstein
Origine: USA
Anno: 2011
Editore: Einaudi





La trama (con parole mie): Jake Adelstein, ragazzo ebreo del Missouri laureatosi a Tokyo e divenuto cronista del colosso Yomiuri Shinbun, a partire dalla sua esperienza di gaijin impiegato in una grande azienda giapponese, esplora anche grazie al ruolo di specialista di cronaca nera il lato oscuro di uno dei paesi più sicuri e dal costo della vita più alto del mondo, dal ruolo della Yakuza alla situazione della donna, stringendo legami profondi con fonti e poliziotti, colleghi e criminali, divenendo parte di una società che al principio lo vede quasi come un alieno e finisce per entrare così nel profondo del suo animo da farlo sentire più giapponese che americano.
Nel mezzo, le esperienze di una vita passata più sulla strada che non a casa con moglie e figli ed i conflitti con alcuni dei boss più pericolosi della mala, su tutti Tadamasa Goto, oggetto di un'indagine che porterà Adelstein a rischiare anche la vita.








Se qualche mese fa chiunque di voi mi avesse chiesto chi fosse Jake Adelstein, non avrei saputo cosa rispondere, e avrei finito per tentare sparandola grossa ed immaginandolo come un nome da protagonista di film poliziesco in stile Homicide, o di Woody Allen: è stato grazie ad un collega, che ho invece scoperto un altro grande romanzo di questo duemilaquindici ricco di soddisfazioni letterarie, Tokyo Vice, ed un cronista riuscito a portare sulla pagina la sua personale epopea e personalità in modo così genuino da trasmettere la passione che tanto infiamma anche il sottoscritto ed una familiarità che, di norma, si finisce per avere solo con gli amici più stretti.
Dai giorni appena successivi alla laurea alla serie di colloqui ed esami sostenuti per entrare allo Yomiuri Shinbun - colosso della stampa giapponese -, si ha subito l'impressione della qualità cinematografica della prosa del buon Jake, che pagina dopo pagina diviene un vero e proprio Virgilio all'interno del lato oscuro del Giappone, un paese tanto avanzato e legato ad un benessere economico che da queste parti ci sognamo quanto grottesco e crudele, rispettoso e sempre "sottovoce" quanto spietato e terrificante.
Non pensiate, però, che Tokyo Vice sia una cronaca in stile Scarface delle imprese degli Yakuza più pericolosi e potenti: il lavoro di Adelstein, infatti, percorre la società nipponica e le sue ombre toccando tematiche disparate e profondamente interessanti sia a livello sociale che culturale, dall'alienazione che richiede il lavoro - a prescindere dai livelli dello stesso - alle impari condizioni in tutti i campi di uomo e donna - agghiacciante il racconto legato al destino di una delle più care colleghe dell'autore -, dal ruolo assolutamente alla luce del sole delle organizzazioni criminali - la Yakuza, fondamentalmente un'industria riconosciuta all'opera a tutti i livelli della società - al contesto votato alla sicurezza pronto ad essere scosso per ogni singolo omicidio "civile" - sono esclusi gli scontri tra bande rivali sempre Yakuza e quelli di stranieri, giudicati più "normali" -, dal rispetto profondo e perfino eccessivo del proprio interlocutore, dei colleghi ed amici più anziani o di grado superiore a quello mancato per le donne in genere e le lavoratrici dell'industria del sesso, tra le più diffuse e redditizie del Paese.
Assistiamo, inoltre, alle battaglie ingaggiate da un uomo pronto a colpire con la penna, e non con la pistola in pugno, che spesso e volentieri si trova a dover affrontare scelte decisamente umane e meno fantasiose di quanto ci si potrebbe immaginare rispetto ad un'opera di questo tipo, che riguardano la propria salute, la famiglia, la sicurezza, le amicizie costruite in anni di favori, consigli, visite a qualsiasi ora del giorno e della notte e ricorrenze - splendido il rapporto con Sekiguchi, poliziotto e mentore di Adelstein, e la sua famiglia, così come quello con il ribattezzato "Alien cop", pronto a regalare una delle perle più interessanti del libro rispetto all'importanza di mentire sempre a chi si ama, e l'ex boss Yakuza assunto da Jake per guardargli le spalle nel periodo conclusivo del suo scontro a distanza con Tadamasa Goto, uno dei vertici più pericolosi della malavita giapponese nonchè bersaglio principale di una delle più importanti inchieste del giornalista americano -.
Personalmente, oltre ad un ottima "guida" per un futuro viaggio nella terra del Sol Levante, ho trovato Tokyo Vice un'espressione perfetta dell'umanità in tutte le sue forme, e in Jake Adelstein non solo un suo grande interprete, ma anche, per l'appunto, cronista: nel suo percorso professionale ed umano c'è tutta l'imperfezione che è possibile immaginare, proprio perchè nessuno di noi potrà mai sognarsi di essere perfetto: la cosa migliore è quella di lottare per quello in cui si crede, e cercare, nel farlo, di non provocare troppi danni, soprattutto volontariamente.
Se la nostra libertà finisce dove inizia quella degli altri, Jake Adelstein con Tokyo Vice è stato un esempio imperfetto - e proprio per questo credibile ed assolutamente da sostenere - di quanto bisogno abbiamo di trasformare quella libertà in un simbolo, un valore ed una forza.
Per noi e per chi amiamo.




MrFord




"When you're big in Japan, tonight 
big in Japan, be tight 
big in Japan, where the Eastern sea's so blue 
big in Japan, alright 
pay, then I'll sleep by your side 
things are easy when you're big in Japan 
when you're big in Japan..."
Alphaville - "Big in Japan" - 






giovedì 11 aprile 2013

Alessandro il grande

Autore: Georges Radet
Origine: Francia
Anno: 1931
Editore: BUR




La trama (con parole mie): la vita di uno dei più grandi conquistatori dell'antichità - se non il più grande - raccontata attraverso le parole degli storici che per primi narrarono le sue gesta e le ricerche svolte sulla sua figura nel corso dei secoli.
Dall'infanzia a Pella all'influenza di Filippo ed Olimpiade, dall'educazione ricevuta da Aristotele all'ascesa al trono, dalla sfida all'impero persiano alla conquista del mondo, la leggendaria epopea del giovane sovrano, in bilico tra realtà e leggenda, mito e coscienza politica, una visione moderna e cosmopolita ed eccessi d'ira e passione degni del più dissoluto tra gli uomini.
Amato o odiato, illuminato o despota, un personaggio destinato a cambiare il destino del mondo ed essere ricordato come uno dei più temerari esploratori dell'esistenza mai vissuti.





Spinto dalla nascita del Fordino, di recente ho riscoperto il mio antico interesse per una delle figure che considero più importanti della Storia antica, Alessandro Magno.
Così, dopo aver rispolverato il film di Oliver Stone, mi sono lanciato su uno dei due testi che da troppi anni sonnecchiavano nella libreria di casa Ford venendo sfogliati soltanto con il pensiero: il rapporto con il lavoro di Radet - studioso dalla fama indubbia -, primo dei suddetti, si è rivelato in realtà molto più complicato di quanto potessi credere, scoprendosi almeno parzialmente una delusione.
Se, infatti, dal punto di vista della ricostruzione degli eventi che portarono il giovane sovrano cresciuto a Pella a dare inizio ad una delle imprese più incredibili della Storia ed al suo tentativo di conquista - ed unione sotto un'unica guida - del mondo allora conosciuto e del recupero di materiale proveniente dagli scritti che molti storiografi di allora dedicarono proprio al figlio di Filippo il macedone non si può certo rimanere delusi dalla lettura, l'approccio di Radet - fazioso al limite del sopportabile, neanche si trattasse di uno degli attendenti del buon Alessandro - appare pomposo ed estremamente pesante, ed il linguaggio decisamente datato - parliamo di un testo del 1931, del resto - non aiuta a rendere fluido lo scorrere dei capitoli.
Questo aspetto, tuttavia, non riesce a togliere fascino ad alcuni episodi dell'epopea del conquistatore macedone come l'arrivo a Babilonia, il confronto con l'oracolo di Ammone, la spedizione in India ed il periplo di Nearco, uno dei fedelissimi tra i suoi comandanti che il sovrano inviò in una spedizione che prevedeva la circumnavigazione del continente indiano risalendo verso la penisola arabica: immaginare quello che sono state città e società ormai sepolte, infatti, permette di provare un brivido addirittura superiore rispetto a quello che potrebbe offrire il grande schermo, senza contare che, obiettivamente, il grande viaggio del cosiddetto "nuovo Achille" fu qualcosa di talmente straordinario da eclissare le più recenti imprese dei grandi esploratori di terra e di mare, ed ispirarle almeno quanto fece con quelle di altri illustri condottieri come Giulio Cesare o Napoleone.
Per gli appassionati della figura del re che unì - o almeno, tentò di farlo - Oriente ed Occidente sotto un unica, grande bandiera portando avanti idee cosmopolite ed avveniristiche - come i matrimoni misti tra i suoi generali e le donne provenienti dai Paesi conquistati, o la formazione di giovani non ellenici in modo da poter contare su una nuova generazione ed un continuo ricambio per l'esercito, o la fusione dei culti religiosi - risulterà comunque un'interessante digressione sulla complessità di quello che fu il suo disegno globale.
Certo non si tratta di una lettura da pendolarismo facile e scorrimento veloce, e rispetto ad un romanzo - o ad una biografia resa allo stesso modo - apparirà in più di un'occasione paurosamente simile ad un testo scolastico da bombardamento di date e nomi fino alla perdizione, senza lasciare da parte riferimenti geografici o mitologici: tutte cose estremamente interessanti, ma che decisamente poco si prestano alla narrazione, e che fanno di Radet un esempio di professore esimio durante le lezioni del quale nove studenti su dieci finiscono per schiacciare un sonoro pisolino aprendo gli occhi di tanto in tanto giusto per buttare l'occhio all'ora, sognando nel frattempo l'incredibile avventura di questo indimenticabile protagonista della Storia in un modo certamente più avvincente.


MrFord


"And I want to conquer the world,
give all the idiots a brand new religion,
put an end to poverty, uncleanliness and toil,
promote equality in all my decisions
with a quick wink of the eye.

And a "God you must be joking!"
Bad religion - "I want to conquer the world" -





mercoledì 30 gennaio 2013

Lincoln

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 150'



La trama (con parole mie): la Guerra di Secessione impazza negli Stati Uniti del 1865, e mentre cominciano a non contarsi più le vittime da entrambe le parti della barricata il Presidente Lincoln, eletto per la seconda volta, cerca di muovere ogni pedina politica possibile affinchè venga finalmente approvato dal Congresso l'emendamento che prevede l'abolizione della schiavitù, viatico fondamentale per una pace da troppo tempo inseguita.
L'operazione, però, è più complessa di quanto non si possa pensare, e passa attraverso scambi di favori e continue trattative anche con l'opposizione, richiedendo il sacrificio, l'abnegazione ed il lavoro non soltanto del Presidente stesso, ma di tutti i suoi uomini più fidati.
Nel frattempo, osserviamo quanto una figura adorata dall'opinione pubblica vivesse un'esistenza tormentata in seno alla famiglia, in un continuo rinnovarsi dei conflitti con la moglie - che non superò mai la morte di uno dei figli - e con il primogenito, ansioso di emanciparsi dalla scomoda figura paterna.





E così, anche quest'anno mi tocca.
Era già capitato, nel pieno della corsa agli Oscar 2012, di dover dare fondo da queste parti alle bottigliate più selvagge all'indirizzo di quello che è stato, soprattutto negli anni ottanta, uno dei registi più importanti che l'immaginario collettivo mondiale degli appassionati della settima arte potesse sperare di ammirare: Steven Spielberg.
Ormai in ombra da qualche anno, il regista di Cincinnati toccò il punto più basso - o almeno uno dei - della sua carriera con War horse, sbrodolata retorica senza dubbio girata da dio ma infarcita da talmente tanto zucchero da far rischiare il diabete anche al più reticente degli spettatori, oltre a far riconsiderare cose come Salvate il soldato Ryan praticamente pezzi di ghiaccio fatti pellicola senza alcuna concessione alla lacrima facile.
Lincoln - e badate, perchè neppure il Cannibale oserà tanto - è anche peggio.
Perchè è un film stantìo, moscio, noioso, autocelebrativo, che puzza di vecchio lontano un chilometro.
Certo,  è realizzato con tutti i crismi, fotografato da restare a bocca aperta - anche se il buon Steven, forse, pensa di essere diventato il Kubrick di Barry Lyndon: impresa impossibile, bello mio - da Janusz Kaminski, reso prezioso da un cast all star e da interpretazioni notevoli - su tutte, quella di James Spader, per nulla uno dei miei favoriti, ma in questa occasione fenomenale -, portato a termine con una perizia maniacale per i dettagli.
Eppure rappresenta un Cinema che ormai ha segnato il suo tempo, e che soltanto i Maestri - e ne sono rimasti pochi -  sono in grado di portare sullo schermo senza risultare anacronistici e pomposi: perfino il tanto celebrato Daniel Day Lewis - attore fenomenale che ho sempre adorato - mi è parso fin troppo gigioneggiante nel suo rendere Lincoln un personaggio se non addirittura una macchietta.
Un Cinema verboso, compiaciuto di se stesso, fintamente democratico e profondamente buonista, che fa di una morale soltanto suggerita il suo cavallo - neanche a farlo apposta - di battaglia e si spaccia per monumentale opera d'autore in grado di far credere allo spettatore occasionale di aver assistito ad un vero e proprio miracolo della settima arte.
Tutte palle, signori miei, lasciatevelo dire.
Osservando le immagini splendide firmate Spielberg scorrere mentre pregavo che le due ore e mezza giungessero al termine - rovinando, tra l'altro, anche quel poco di interessante che poteva esserci con un finale infarcito di retorica delle peggiori, una sorta di versione su pellicola delle sparate di Bono -, mi è tornato alla mente un personaggio interpretato dallo stesso protagonista di questo film ormai una decina d'anni or sono, Bill Cutting il macellaio nell'imperfetto eppure mitico Gangs of New York di Martin Scorsese.
Bill, aquila spietata e volto di un'America che non guarda in faccia a nessuno perchè forgiata nella violenza ed abituata alla legge del più forte è tutto quello che questo Lincoln non ha il coraggio di essere e diventare: e non parlo dell'approccio politico e sotto le righe - almeno apparentemente -, degli intenti e del messaggio, dello spessore di uno dei Presidenti più importanti che gli States abbiano mai avuto - non per nulla finito assassinato -, ma della spocchia che il gioco del buon samaritano di Spielberg ben nasconde fingendo che tutto sia legato, in realtà, ad una sorta di omaggio alla politica democratica attuale e alle rivincite di Obama rispetto agli anni oscuri del regime bushista.
Peccato che il mordente si perda tutto in intrighi di palazzo che non hanno nulla a che fare con la denuncia o il riscatto, la voglia di mostrare la forza della democrazia ed i suoi lati nascosti - per questo è decisamente più efficace l'ottimo Le idi di marzo -, quanto con il compiaciuto benessere da Fattoria degli animali all'interno della quale "tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri".
In questo senso è assolutamente esemplare la vicenda del figlio maggiore di Lincoln, una delle poche cose interessanti della pellicola, che forse avrebbe fatto meglio a vertere sulle imperfezioni della vita privata del Presidente piuttosto che sui suoi verbosi racconti sempre pronti ad enfatizzare la sua presenza pubblica.
Mi dispiace davvero, per Spielberg.
Perchè la sua mano è sempre strepitosa, ma tutto quello che era rimasto della meraviglia è ormai da tempo sepolto come i ricordi di un grande Presidente che ormai fa parte della Storia.
Caro Steven, se vuoi guardare avanti e puntare al futuro, sarà davvero il caso che tu ti possa liberare della forma per tornare allo stupore.


MrFord


"You may say I'm a dreamer
but I'm not the only one
I hope someday you'll join us
and the world will be as one."
John Lennon - "Imagine" -


 

lunedì 10 dicembre 2012

Marley

Regia: Kevin MacDonald
Origine: UK, USA
Anno: 2012
Durata: 144'




La trama (con parole mie): dalle origini rurali al ghetto di Trench Town fino agli stadi gremiti in tutto il mondo, uno sguardo approfondito sulla vicenda umana e musicale di una delle icone pop del ventesimo secolo, l'artista che ha segnato il successo del reggae ed ispirato generazioni intere di ascoltatori, musicisti ed appassionati.
Una fotografia traboccante emozione e musica che passa attraverso le testimonianze di compagni, parenti, figli, donne, produttori e filmati di repertorio tratti da concerti ed interviste in grado di dare uno spessore nuovo non solo al personaggio, ma soprattutto alla persona Bob Marley: non soltanto, dunque, l'idolo delle masse, ma anche il padre, il convinto rastafariano, l'amico, l'amante, l'Uomo.
Dall'Africa agli States, dalla Giamaica all'Inghilterra, l'ascesa e la morte di uno dei più grandi comunicatori che la Musica abbia mai conosciuto.





Kevin MacDonald è da parecchio tempo, ormai, una piccola certezza di casa Ford, soprattutto per quanto riguarda il documentario: il giovane regista nativo di Glasgow, infatti, più noto per i lungometraggi State of play, The eagle e L'ultimo re di Scozia, dalle mie parti si è fatto notare per gli splendidi La morte sospesa e One day in September, incentrato sulle drammatiche vicende che turbarono il clima di festa nel villaggio olimpico a Monaco '70.
Con Marley si segna il suo ritorno al format che gli è più congeniale, e che fin dalle prime battute si conferma come una scelta quanto mai azzeccata per il cineasta in ottica di un suo ritorno ufficiale nelle schiere del lato più "autoriale" della settima arte: le panoramiche a volo d'uccello sugli splendidi paesaggi giamaicani, così come le interviste per le strade del minuscolo borgo di St. Anne - luogo di nascita del meticcio Robert Marley, padre vecchio soldato anglosassone, madre giovanissima e nativa del luogo, fino al momento del successo spesso e volentieri rifiutato proprio per la sua diversità di "mezzosangue" - fanno intendere da subito che il buon Kevin ha intenzione di portare a casa - e nei cuori degli spettatori - un lavoro con tutti gli attributi al loro posto, regalando una vera e propria perla non soltanto ai fan del più grande interprete della storia della musica reggae o della musica in genere, ma anche agli appassionati di Cinema e a chi, per quanto difficile possa suonare, dell'autore della celeberrima No woman no cry conosce poco o nulla.
La cosa interessante - oltre ai numerosissimi filmati di repertorio recuperati da concerti, interviste, servizi dell'epoca - è l'intenzione di MacDonald di presentare non soltanto il Bob Marley personaggio, cantante ed icona della scena musicale internazionale, ma anche la sua storia, dall'infanzia alla morte, il legame con i precetti rastafari, il rapporto con la moglie Rita e tutte le altre donne della sua vita - undici eredi da sette unioni diverse, di sicuro non era il tipo da farsi troppi problemi in questo senso -, il legame con i figli - in particolare Ziggy, cantante anch'egli pur se non noto quanto il padre, e Cedella -, i viaggi e la scoperta del mondo nonchè la condotta rispetto alla scena politica giamaicana, complessa e molto violenta soprattutto sul finire degli anni settanta.
Con un tocco assolutamente leggero che mi ha ricordato quello di Jonathan Demme nel meraviglioso The agronomist - e le due sequenze legate alla visita giamaicana di Hailè Selassiè, icona del rastafarianesimo, e del ritorno dello stesso Marley in patria dopo il suo "esilio" ricordano non poco quella che vide protagonista ad Haiti Jean Dominique -, MacDonald prende per mano l'audience per le strade di Kingston così come nei più gremiti degli stadi europei - alcuni tra noi ricorderanno, e avranno avuto la fortuna di assistere, alla sua storica performance a Milano, nello stadio di S. Siro, il 27 giugno del 1980 - senza risparmiarsi nulla a proposito del carismatico leader dei Wailers, dall'infanzia nel ghetto fino al complicato rapporto con i suoi primi compagni di band, dai successi locali all'affermazione planetaria che lo vide sconvolgere la scena musicale globale come pochi altri avevano fatto - e faranno -: personalmente, malgrado le mie influenze siano sicuramente più rock, ho sempre amato la musica reggae e ska pur non condividendo praticamente per nulla i rigidi precetti rastafari e la visione piuttosto impostata rispetto alle donne e alla religione, eppure nonostante l'importanza politica e mediatica del personaggio, ho trovato innovativa ed assolutamente potente la parte di questo film dedicata al Bob Marley uomo e padre, appena accennata eppure clamorosamente profonda e complessa.
Le parole di Ziggy - che racconta di quanto il genitore fosse rigido, o di come, nelle gare di corsa con loro sulla spiaggia se ne fregasse del fatto di vedersela con dei bambini mettendo tutto se stesso in modo da arrivare alla vittoria - e di Cedella - che si chiede come sia stato possibile per sua madre Rita accettare di buon grado tutte le infedeltà del marito considerandole parte del loro rapporto, o di quanto le sia mancato un padre presente anche quando, di fronte al suo letto di morte, capì che sarebbe stato impossibile trovare un momento che fosse soltanto loro - rendono vivida e credibile una figura forse più nota come simbolo su bandiere e t-shirt, passata alla Storia - almeno in Occidente - come fosse fondamentale nella crociata per la liberalizzazione delle droghe leggere - crociata che condivido, ma che appare superficiale rispetto alla vita e alla cultura dell'uomo e dell'artista in questione -.
Bob Marley non era perfetto, anzi: accanto alla sua ferrea volontà di ricerca di un mondo all'interno del quale potesse essere possibile la pacifica coestistenza tra le razze e le culture vi era un ragazzo estremamente ambizioso - nonostante lui stesso dichiarasse il contrario -, dall'incontenibile voglia di vincere ed arrivare al successo, fianco a fianco con la passione sfrenata per la vita - la musica, le donne, il calcio, l'erba - un distacco quasi glaciale dai figli, dalle compagne più importanti, dagli amici e dai musicisti, quasi fosse promesso a qualcosa di più grande, dalla necessità di lottare accanto al suo pubblico alla scelta di trascurare una ferita che avrebbe potuto salvargli la vita dal tumore che l'ha portato via, combattuto troppo tardi e troppo frettolosamente.
Ma il bello è proprio questo: perchè - e non me ne vogliano il vecchio Bob ed i suoi compagni rastafariani - l'ideale fatto uomo, la divinità, l'icona, non esiste.
Esiste l'umanità profonda di quello che è stato a suo modo un profeta, e senza dubbio uno dei più grandi comunicatori che la Musica abbia mai conosciuto.
Get up, stand up, Bob.
Don't give up to fight.
E qui dalle mie parti non si smette mai di lottare. E di Resistere.


MrFord


"Emancipate yourselves from mental slavery;
none but ourselves can free our minds.
Have no fear for atomic energy,
'cause none of them can stop the time.
How long shall they kill our prophets,
while we stand aside and look? Ooh!
Some say it's just a part of it:
we've got to fulfill the Book.
Won't you help to sing
These songs of freedom?
'Cause all I ever have:
Redemption songs,
redemption songs,
redemption songs."
Bob Marley - "Redemption song" -


 

mercoledì 11 gennaio 2012

J. Edgar

Regia: Clint Eastwood
Origine: Usa
Anno: 2011
 Durata: 137'




La trama (con parole mie):  racconto che incrocia il presente degli ultimi anni di vita ed il passato legato alla carriera dai primi anni venti di J. Edgar Hoover, creatore e direttore dell'FBI per quasi cinquant'anni, simbolo per eccellenza del potere occulto negli Stati Uniti, passato attraverso otto Presidenti, la lotta al comunismo, la caccia ai grandi gangsters, il maccartismo, le rivolte sociali degli anni sessanta, l'assassinio Kennedy e le prime avvisaglie dell'agghiacciante gestione Nixon.
Ma anche la cronaca di una storia d'amore che passa dalla madre al compagno di una vita Clyde, senza dimenticare la fedele segretaria Helen: un ritratto capace di raccontare tutto il grigio di uno degli uomini più potenti degli Usa senza dimenticarne la disarmante umanità.




Ed eccomi qui, reduce dalla visione del nuovo lavoro di Clint dopo le critiche contrastanti legate al meraviglioso Hereafter ed uno scarso entusiasmo che ha contraddistinto tutta l'attesa di J. Edgar, che reputavo potesse essere una sorta di nuovo Changeling - il film del Nostro che ho meno apprezzato negli ultimi dieci anni -.
Cosa dire, dunque?
Si può dire che questa pellicola sia un inno al classicismo del Cinema? Di sicuro.
Si può dire che siamo comunque distanti da Capolavori come Gran Torino o Million dollar baby? Senza dubbio.
Si possono trovare difetti - per presa di posizione, gusto, ostilità, onestà - ? Non ci piove.
Si può definire il vecchio, granitico Eastwood un conservatore del Cinema? Assolutamente sì.
Eppure J. Edgar, biopic che scava nel cuore del suo protagonista certamente più di quanto non fu con il pur ottimo Invictus, è un film solido, tosto, girato benissimo - ho notato solo una sbavatura sul montaggio in una delle prime scene, ma è proprio andare a cercare il pelo nell'uovo -, in grado di ribaltare le limitate aspettative che nutrivo trasformando tra la prima e la seconda parte una cronaca dei fatti principali legati alla carriera e alla vita di Hoover in un profondo viaggio nel cuore di uno degli uomini più potenti ed oscuri della storia Usa, nonchè una dichiarazione d'amore per l'Amore come concetto e per il Cinema.
Attraverso gli episodi più significativi, infatti, della vita di Hoover - legata a doppio filo a quella della sua creatura, il Bureau -, hanno attraversato la mia mente immagini legate a Quarto potere - la corruzione che progressivamente conquista il conquistatore, lasciandolo solo con i suoi intimi sogni irrealizzati, la sua "Rosebud" -, Nemico pubblico - interessanti i riferimenti a Dillinger e alla vicenda fotografata alla grande da Michael Mann nel suo ultimo magistrale lavoro -, il filone gangsteristico rappresentato da James Cagney, The aviator - sottovalutatissimo e bistrattato lavoro di Scorsese, da me amatissimo, con il quale condivide l'attore protagonista -, Psyco e soprattutto Il divo.
L'idea di Eastwood di portare in scena un protagonista certamente negativo, figlio di un'America costruita attraverso inganni, manipolazioni ed una conduzione interna e legalizzata non così dissimile da quella delle organizzazioni che il sistema combatteva mostrando tutta la sua clamorosa - e fragile - umanità risulta assolutamente vincente, supportata da un'interpretazione maiuscola non soltanto di un "titanico" Di Caprio - che sarebbe ora fosse premiato dall'Academy -, ma anche di un'austera Judy Dench, della sempre ottima Naomi Watts e soprattutto della sorpresa Armie Hammer, superlativo nel ruolo di Clyde Tolson, compagno di una vita - sul lavoro e probabilmente ben oltre - dello stesso J. Edgar, già visto nel ruolo dei gemelli Winklevoss in The social network.
L'incedere della pellicola, partita come un biopic nel senso più classico del termine, si fa serrato ed emotivamente coinvolgente con il passare dei minuti, toccando momenti di grande impatto soprattutto quando l'attenzione del regista si sposta all'interno della sfera più intima del direttore dell'FBI: dai due confronti con la madre - il primo, elegantissimo nel suo passaggio dal passato al presente, con l'Edgar bambino portato su un piedistallo dalla genitrice ed il secondo, alla morte di quest'ultima, in una sequenza allo specchio che è un confronto con se stessi, nonchè l'espressione di un rapporto con l'interno e l'esterno filtrato proprio attraverso giochi di immagini a nascondere il vero io - al rapporto con il Potere costituito e con i Presidenti - il reiterarsi del suo apparire al balcone durante la parata di celebrazione della vittoria del nuovo occupante della Casa Bianca, e la routine del primo colloquio con il Capo di Stato - fino al legame con Clyde - che passa dall'incontro del colloquio in un'atmosfera da commedia romantica anni cinquanta alla lotta nella suite, per culminare nella magnifica sequenza del loro ultimo faccia a faccia, quando, ormai vecchi, tornano a guardare la loro storia negli occhi, e nel passaggio di quel fazzoletto ho visto non soltanto la sensibilità incredibile di un uomo di più di ottant'anni, figlio di un'altra epoca e per giunta di formazione politica decisamente conservatrice mostrare un ritratto dell'amore in grado di andare ben oltre le preferenze sessuali, ma una celebrazione toccante e poetica dello stesso -, senza dimenticare la sequenza potentissima che, sfruttando immagini di repertorio, mostra una parte delle nefandezze compiute dal Bureau quasi a costruire un parallelo con il discorso di Hoover a proposito dello "stare in guardia" che mi ha riportato alla mente le peggiori fobie della più recente era Bush.
Ma, come scrivevo, è quando dall'universale si passa al particolare, che J. Edgar cambia davvero marcia.
E quando la Storia degli Usa diviene la storia tra Edgar e Clyde, ed il Potere diviene lo sfogo di un amore mai vissuto, scopriamo quanta umanità è celata anche dai peggiori individui: così come per i public enemies di Michael Mann, o per l'Howard Hughes di Scorsese, personaggi capaci di grandi imprese e clamorose bassezze trovano la loro più incredibile dimensione mostrando la più semplice, passionale, romantica umanità.
All you need is love, cantavano i Fab Four.
Senza l'amore, la Storia sarebbe forse meno sanguinosa, ma la troveremmo anche priva di tutte le storie che hanno contribuito a scriverla.
Una di questa, lontana dagli States, dai corridoi del Potere, dall'FBI, dagli intrighi, dai delitti e dalle intercettazioni, dai ruoli e dagli incarichi, era quella di due giovani uomini, Edgar e Clyde, che - forse - si sono amati dal primo giorno.
E hanno continuato a farlo per tutta la vita.


MrFord


"Don't need money, don't take fame
don't need no credit card to ride this train
it's strong and it's sudden and it's cruel sometimes
but it might just save your life
that's the power of love,
that's the power of love."
Huey Lewis and The News - "The power of love" -

mercoledì 2 novembre 2011

La versione di Barney

Regia: Richard J. Lewis
Origine: Canada
Anno: 2010
Durata: 134'



La trama (con parole mie): Barney Panofsky è un produttore televisivo aggressivo e dissoluto, di origini ebraiche, figlio di poliziotto, aspirante artista finito ad essere una sorta di sboccata via di mezzo tra un mecenate ed uno squalo del dietro le quinte.
Dagli anni settanta passati in Italia al Canada del nuovo millennio, tra la passione per l'hockey e quella per le donne, un sigaro e un whisky, tre matrimoni e due figli, passiamo in rassegna una vita intera di affetti ed amicizia, eccessi e successi, cuori spezzati e cadute rovinose.
Un biopic che pare quasi vero legato ad uno dei protagonisti più riusciti - ed autobiografici - del romanziere Mordecai Richler.



A volte esistono film d'autore potenzialmente da urlo, girati alla grande da talenti assoluti eppure incapaci di risultare qualcosa più che insipidi.
Ed altre, pellicole che di autoriale hanno solo una certa qual patinatura, che riescono a sopperire con il cuore ed un pò di mestiere alla mancanza assoluta di buone premesse tecniche.
La versione di Barney fa senza dubbio parte della seconda categoria.
Consigliato caldamente da mio fratello - che ben conosce la potenzialità guascone ed in una certa misura autodistruttive del sottoscritto, così come le mie passioni, siano esse passate o presenti, per vita, donne e alcool -, il lavoro del modestissimo regista Lewis mi ha conquistato, toccato e coinvolto molto da vicino, e nonostante l'intero lavoro abbia tutto l'aspetto del marchettone finto autoriale patinatissimo che ad annate alterne torna in auge giusto in tempo per la notte degli Oscar, devo dire di essermelo davvero goduto dall'inizio alla fine, senza patire per nulla questo aspetto della sua confezione ed il minutaggio abbondante.
Anzi, per citare due opere decisamente più note, allo stesso modo inclini alla strizzata d'occhio a pubblico e critica ad un tempo ma ugualmente coinvolgenti e da me sempre apprezzate, direi che le vicende dell'incostante Barney tratte dal romanzo di Mordecai Richler devono molto, almeno sul grande schermo, alle epopee di Forrest Gump e soprattutto di Benjamin Button, pur se meno influenzate nella loro narrazione dal legame con la Storia.
Questo principalmente perchè il vecchio Panofsky sembra proprio il tipo da scriversi da solo, i capitoli del grande libro della vita, un pò per gioco e molto per passione: non abbiamo di fronte un protagonista piacevole - anzi, tutt'altro -, eppure nelle sue scelte - spesso e volentieri istintive, talvolta clamorosamente sbagliate - si traduce un'umanità profondamente vera e vissuta, figlia senza dubbio della consistente connotazione autobiografica che l'autore del romanzo ha voluto dare ad un protagonista dal background "alleniano" clamorosamente simile al suo.
Paul Giamatti, in questo senso, si fa carico di tradurre in un'interpretazione decisamente sentita - pur se, a tratti, un pò gigionesca - del protagonista queste sensazioni, portando sulle spalle la pellicola e catalizzando l'attenzione dello spettatore, venendo surclassato soltanto nei momenti in cui sulla scena compare un ottimo Dustin Hoffmann, che da volto e corpo al personaggio più fordiano del cast, il padre di Barney - già piccoli cult il suo siparietto a casa dei genitori della futura seconda moglie del figlio e quello al cimitero, parlando della sua defunta moglie e della voglia di scopare -.
Il resto è tutto mestiere e accademia, e sta allo spettatore e alla sua esperienza personale sentirsi più o meno coinvolto dalle vicende dell'esplosivo produttore televisivo: dai due matrimoni falliti al grande amore della sua vita, dal senso di colpa per il suicidio della prima moglie a quello per la paura che porta alla fine della storia con l'ultima, dai figli alla memoria che, un passo alla volta, scompare con una vita piena, goduta nel profondo come fosse il più buono dei whisky, o dei Montecristo.
Ed è proprio sul finale, e nella progressiva solitudine di Barney, che in un modo o nell'altro ho sentito vibrare quelle corde che cerchiamo di far tacere nel loro canto quando vogliamo apparire tutti d'un pezzo, inattaccabili e forti, decisi ed incapaci di sbagliare: perchè la realtà è che per gran parte della mia vita ho mantenuto la convinzione che il destino del vecchio Ford sarebbe stato simile a quello di Barney, sempre nel pieno di una bufera di umanità diverse e profonde eppure profondamente solo, ed anche perchè nessuno di noi - sottoscritto incluso appieno - è perfetto ed infallibile.
La nostra natura è così, godereccia e tendente all'errore. Un'autodistruzione positiva.
Si vive una volta sola, recita il detto.
Del resto, Barney lo sa.
E Miriam, così diversa, piena e forte - forse troppo, per lui -, altrettanto.
E Boogie, che porta fino alla fine la parte più estrema di Panofsky, e resta uno dei suoi più grandi rimorsi.
Ma attenzione a credere a detectives troppo decisi o a convenzioni sociali predefinite.
Perchè quella che conta davvero, è la versione di Barney delle cose.
Non fosse altro perchè le ha vissute davvero.
Fino all'ultimo respiro.

MrFord

"If you want a lover
I'll do anything you ask me to
and if you want another kind of love
I'll wear a mask for you
if you want a partner
take my hand
or if you want to strike me down in anger
here I stand
I'm your man."
Leonard Cohen - "I'm your man" -

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...