mercoledì 22 febbraio 2017

Manchester by the sea (Kenneth Lonergan, USA, 2016, 137')




La vita, per chi la vive e per chi, soprattutto, la riflette attraverso canzoni, romanzi, film e finisce per confrontare fiction e realtà, non è per nulla una passeggiata.
A prescindere dai lieti fini, nulla da questa parte dello schermo è regalato, e spesso e volentieri si finisce per trovarsi a fare i conti con la durezza di un'esistenza che, d'altro canto, non smette neppure nel peggiore dei momenti di regalare almeno un pizzico di speranza, fosse anche il ricordo di qualcosa di intenso che abbiamo vissuto.
Ad un certo punto di Manchester by the sea, Lee, che ha una ferita che pochi uomini potrebbero sopportare dentro ed ha appena perso il fratello maggiore, per affrontare la questione della visita in obitorio del nipote sedicenne descrive la situazione più o meno così: "Non è come se dormisse, perchè non c'è, ma non fa neppure schifo".
Ricordo quando, ormai quasi vent'anni fa, morì mio nonno Gianni, quello dei Western che spesso mi è capitato di citare da queste parti: il giorno prima del funerale feci una visita alla camera mortuaria, e rimasi dentro la cella frigorifera solo con lui.
A dire il vero, non c'era nessuno, lì con me.
Eppure, notavo una strana e dignitosa compostezza nel cadavere, che non faceva apparire fuori luogo neppure il freddo glaciale che si sentiva al tatto.
Quasi come se stesse bene.
Il bello del lavoro di Lonergan, forse, è proprio questo.
Perchè un lutto non si può superare, o dimenticare.
Si incassa, ci si rialza, si va avanti.
Perchè se così non è, si finisce seppelliti.
Per come sono oggi, animo tra il lebowskiano ed il surfista, easy ogni volta possibile, casinista e compagnone, forse dall'esterno nessuno penserebbe che non passa giorno in cui non pensi alla piccola Agnese, o al mio amico Emiliano.
I lutti ti stendono, ed i segni che ti lasciano sono più profondi di qualsiasi ferita, o tatuaggio, o qualsiasi cosa si possa immaginare.
Eppure, con il sorriso, l'energia, la rabbia, i pugni aperti o chiusi, il bello di sentirsi vivi è sapere di poter continuare a lottare.
Manchester by the sea è così.
Quasi come se Ken Loach avesse attraversato l'oceano e si fosse concesso una gita in Massachussets, o il vecchio Clint avesse dato un paio di dritte a proposito di come si racconta il dolore senza alzare la voce, pur entrando nel cuore.
Poi, a mente fredda, mi importa relativamente del fatto che mi abbia intimamente conquistato più Moonlight, o che forse Michelle Williams è stata fin troppo incensata - in carriera ha fatto sicuramente di più -: perchè questo film è uno di quelli che parla impercettibilmente, e soltanto tempo dopo la visione finisci per accorgerti di quanto sia andato in profondità, tirando fuori fantasmi che non si pensava neppure di avere.
Ma che sono presenti, e mangiano e bevono volentieri con noi.
Perchè tutti abbiamo affrontato - o affronteremo, mettetevi l'anima in pace - un lutto, tutti avremo un momento in cui quel turbinio di pensieri ed emozioni parrà troppo grande per essere gestito, in cui il mondo parrà un ingombro, in cui cadremo.
Non tutti, però, sono in grado di rialzarsi. O quantomeno di provarci.
In questo senso, Manchester by the sea, tristezza e dolore permettendo, è un film pieno di vita.
E per un ingordo di vita come il sottoscritto, non può che andare alla grande così.
Quello che resterà, al massimo, sarà una cicatrice con la quale fare i conti ogni giorno che ci resta.




MrFord




martedì 21 febbraio 2017

Moonlight (Barry Jenkins, USA, 2016, 111')




Quanti dolori, piccoli e grandi, nasconde una crescita? Una vita?
Quanto momenti e situazioni ci paiono insormontabili ad un'età per apparire quasi uno scherzo ad un'altra? E quanto di come siamo stati o siamo diventati è influenzato da quello che abbiamo vissuto, dalla strada che abbiamo percorso?
Di norma, associamo i nostri ricordi o i momenti più importanti ad un momento, una canzone, un film, una fotografia, un colore che ci riportino a quando quella ragazza ci appariva il potenziale amore imperituro, o quello con cui passavamo i pomeriggi al parco a far finta di realizzare grandi sogni come il migliore amico di sempre e per sempre.
Eppure, ogni giorno che passa, pur rimanendo noi stessi, finiamo per essere sempre diversi, non tanto perchè cambiamo, quanto perchè, come cantava Bowie, "Time may change me".
O meglio, quello che il tempo ci porta.
Ai tempi dei primi due anni delle superiori - credo i peggiori che abbia vissuto nella vita, in termini intimi e personali - ero timoroso, chiuso e timido, reagivo solo lasciando trapelare in parte la rabbia che provavo dentro, ero il più basso della classe ed un vero fuscello.
Ricordo quando una volta, mentre eravamo in palestra, venne a cercarmi la compagna che mi piaceva di più: i miei "amici" di allora, altri sfigati come me, si prodigarono in buffetti e complimenti, e quando fummo soli, lei non fece altro che chiedermi gli appunti di non ricordo pure quale materia, senza neppure sforzarsi troppo a farmela in qualche modo annusare.
Chi funzionava, allora - considerato lo standard della classe in cui ero -, era un ragazzo che faceva soldi presumo spacciando fumo in zona, che nei tre anni che condivisi con lui mi regalò solo due quasi magie, consigliando ad una ragazza che mi piaceva di mettersi con me - e pensare che io lo detestavo, e cercavo di parlarci il meno possibile - ed una testata in faccia al leccaculo della classe, al terzo anno.
Ricordo anche che, proprio in quel periodo, ebbe un terribile incidente in motorino: stampelle per mesi, denti rotti, diverse fratture. E ricordo che non fui dispiaciuto. Anzi.
Qualche anno fa, per caso, ci incontrammo a Milano la vigilia di natale.
Era imbolsito, aveva perso i capelli, zoppicava ancora e di sicuro non era diventato il boss della droga neppure di una qualche zona di periferia.
Chi mi conosce ora, invece, quasi non crede che io sia ancora quel ragazzino.
Ora che cerco di trasformare la rabbia che avevo in pazienza nello spiegare ai Fordini tutto quello che posso in modo che possano pensare di aver ricevuto qualcosa da me, ed evitarsi almeno qualcuno tra quei momenti in cui ti senti così profondamente sbagliato.
Ora che ho venticinque centimetri e trenta chili in più, i tatuaggi, un certo look, e finisco per risultare, almeno per chi non mi conosce, l'apparente spacciatore.
Nel corso della visione di Moonlight mi sono specchiato in Chiron e ritrovato in Juan, ho odiato Paula e pensato che, fossi stato proprio Chiron, non mi sarei limitato - SPOILER - ad aggredire il bullo che mi perseguitava: l'avrei ammazzato, quel sacco di merda, non avendo niente da perdere.
Nel corso della visione di Moonlight ho visto un "giovane" regista - siamo praticamente coetanei - raccontare una storia con una passione straripante, che prescinde lo stile jazz della narrazione, la fotografia ed i colori.
Nel corso della visione di Moonlight, ho rivisto e sentito tutto il carico da novanta di cose come Guida per riconoscere i tuoi santi.
Le cose che conoscono tutti quelli che si sono dovuti guadagnare, a prescindere dai drammi, ogni pezzetto minuscolo di ciò che sono, anche quando, per farlo, hanno dovuto diventare "cattivi".
Nel corso della visione di Moonlight ho pensato, per un attimo, che non ci sarà gara tra un titolo come questo e cose enormi come Arrival e La La Land.
Eppure, cazzo.
Questo film ha i muscoli.
E se li è tutti guadagnati.
Ed è giusto coccolarlo, abbracciarlo, toccarlo, sentirlo.
Perchè sono cose che chi ha fatto un certo percorso non lascia fare a quasi nessuno.




MrFord




lunedì 20 febbraio 2017

Sleepless - Il giustiziere (Baran Bo Odar, USA, 2017, 95')




Ormai è storia più che vecchia il fatto che da queste parti gli action movies, soprattutto di stampo crime e poliziesco, siano praticamente di casa, partendo in una certa misura avvantaggiati rispetto a qualsiasi altra pellicola - specialmente quelle radical - quando si tratta di solleticare i più reconditi piaceri cinematografici del sottoscritto.
Purtroppo, però, è sempre più raro incontrare titoli che possano eguagliare il livello di miticità - per dirla come Po - di quelli che sono stati indiscutibilmente i cult della mia infanzia, e solo raramente produzioni attuali riescono a rinverdire i fasti del decennio per eccellenza delle tamarrate, e parlo ovviamente degli indimenticabili eighties.
Negli ultimi anni, Expendables a parte, i riferimenti che più facilmente tornano alla mente sono quelli di John Wick - sono in trepidante attesa per il sequel - e The equalizer, due vere e proprie chicche che non mi hanno fatto per nulla rimpiangere l'epoca d'oro di Schwarzy, Sly, Van Damme e Kurt Russell, e che sono anni luce distanti da robetta come questo Sleepless: devo ammetterlo, le premesse in questo caso non erano per nulla buone già dal trailer, che puzzava di già visto lontano un miglio e rievocava inquietanti atmosfere da serial proposto sui canali Mediaset il sabato sera forse neppure in seconda serata, con una trama più che telefonata ed una scelta di casting che, inesorabilmente, rispetto agli spettatori più navigati - di recente è accaduto anche con La ragazza del treno, ma ne parlerò prossimamente - fondalmentalmente rivela qualsiasi possibile twist previsto nel corso dell'evoluzione della stessa.
Come se non bastasse, optando per il serioso Jamie Foxx come protagonista - lo preferisco di gran lunga nel ruolo di cazzaro come nell'ottimo Ogni maledetta domenica o dell'outsider come in Collateral - finiscono inesorabilmente morte e sepolte tutte le speranze di una visione spensierata e sopra le righe, a prescindere dal fatto che tutto fosse la riproposizione in salsa ammeregana di un film francese di respiro ben più autoriale, lasciando spazio al consueto prodotto gettato nella mischia sperando nel successo al botteghino - che, a quanto pare, non si è riscontrato, malgrado il finale aperto che lascia presupporre la realizzazione di un sequel - che non dice nulla di nuovo e riprende (male) il vecchio.
Un film che non risulta brutto o particolarmente fastidioso per qualche motivo in particolare, ma piuttosto così noioso ed anonimo da far quasi dimenticare che si tratta di una proposta action che dovrebbe tenere inchiodati alla poltrona lasciando liberi solo per saltare nei momenti di maggior tensione, che considerato tutto è forse peggio rispetto a tutte quelle volte in cui un titolo dal quale ci si aspettava qualcosa di buono finisce per scatenare una tempesta di bottigliate.
Con il nuovo anno mi sono ripromesso, dunque, di punire severamente tutti i prodotti inutili pur se non necessariamente brutti, e questo Sleepless è indubbiamente parte del novero, tanto che, considerati i ritmi scellerati di sveglie notturne della Fordina - noi Ford sì che siamo Sleepless, in questo periodo -, se non l'avessi visto a cavallo di un pranzo in solitaria ma in una qualsiasi serata sarei probabilmente crollato senza preoccuparmi troppo della prevedibile vicenda di Jamie Foxx e soci.
E non mi sarei perso nulla che meritasse di sacrificare del sonno ristoratore.




MrFord




domenica 19 febbraio 2017

Qualcuno sta per morire (Carl Franklin, USA, 1992, 105')




Una delle cose più stimolanti di essere appassionati di una qualche forma d'arte - il Cinema, in questo caso - è a mio parere data dalla possibilità di conoscere sempre nuove opere grazie ai passaparola ed alla passione di altre persone, uno dei fattori che, dopo quasi sette anni, mi fa ancora bazzicare con grande piacere la blogosfera.
Oltre a questo, ammetto di essere stato fortunato ad aver potuto condividere questa passione con mio fratello fin dai tempi in cui, bambini, ci schiaffavamo dai tre ai cinque film al giorno - soprattutto durante le vacanze estive - e tenevamo occupato un videoregistratore per le visioni mentre l'altro registrava costantemente titoli nuovi: proprio con il Natale, e sempre grazie al passaparola, sempre mio fratello ha fatto in modo di recuperare l'edizione in dvd di questo titolo perduto nel tempo ormai difficile da reperire, che onestamente non avevo mai sentito prima e che si è rivelato un prodotto con due palle d'acciaio, fordiano fino al midollo e perfetto nel raccontare una storia di crimine, vendetta, passione e morte come la Frontiera richiede, ovviamente dando grande spazio agli outsiders e sfiorando la mitologia dei registi più duri degli USA, da Friedkin a Cimino, passando per Eastwood.
Se non fosse stato per l'ambientazione decisamente country ed una tecnica più grezza, avrei quasi avuto l'impressione di trovarmi di fronte ad un fratellino del magnifico Vivere e morire a Los Angeles, che vide ai tempi un giovane - ed inguardabile - Billy Bob Thornton - che collaborò anche alla sceneggiatura - interpretare un criminale instabile e violento ed un sempre ottimo - e sempre fordiano - Bill Paxton il tipico sceriffo del Sud eccitato di avere la possibilità di dare una svolta alla sua routine di paese fin troppo noiosa, e di confrontarsi con due veri investigatori venuti da Los Angeles in caccia dei responsabili di una strage agghiacciante ed in fuga verso l'Arkansas.
Sul finire dell'anno appena trascorso aveva fatto breccia in questo vecchio cuore l'ottimo Hell or high water, del quale, senza ombra di dubbio, seppur assolutamente non noto - e non aiutato dall'adattamento italiano, pessimo come sempre e completamente diverso dall'originale One false move -, Qualcuno sta per morire è antesignano: anche in questo caso, infatti, troviamo anime perse "tra il nulla e l'addio", come direbbe Clint, che nel bene o nel male cercano di ritagliarsi uno spazio in un mondo per il quale saranno sempre ai margini - si resta quasi feriti alla scena in cui lo sceriffo ascolta i due sbirri di città deridere il suo sogno di trasferirsi a L.A. una volta risolto il caso per lavorare al loro fianco -, che sono disposti a tutto - perfino a tradire chiunque senza alcun ritegno - per il futuro della loro famiglia, o che, semplicemente, si lasciano guidare da un istinto che, sicuramente, la società ha ben coltivato dentro di loro.
L'escalation di rivelazioni sul passato dei protagonisti e di violenza estremamente realistica - la sparatoria decisiva è da brividi per la sua anticinematograficità - contribuiscono a rendere il lavoro di Carl Franklin un vero e proprio cult per qualsiasi appassionato di crime e di storie al confine, da sempre un vero e proprio calderone di idee ribollenti soprattutto per la cultura a stelle e strisce, che lontana dalle grandi metropoli e dai centri culturali più in fermento si trasforma, soprattutto nelle campagne del Sud, in una versione attuale ma non per questo troppo differente del vecchio West.




MrFord




 

sabato 18 febbraio 2017

American Horror Story - Roanoke (FX, USA, 2016)




Il mio personale rapporto con il brand di American Horror Story, creatura camaleontica di Murphy e Falchuk, è stato quantomeno travagliato: la tanto incensata prima stagione, infatti, ai tempi da queste parti non andò oltre le bottigliate; con la seconda, ambientata quasi interamente in un manicomio ed a cavallo tra diversi decenni, rimasi molto, molto sorpreso in positivo; dalla terza in poi fu un lento declino, che mi portò a lasciare il titolo alle visioni da sessioni di ferro da stiro di Julez senza che mi mancasse neppure lontanamente.
Con il duemilasedici e l'ottima prova dell'antologico American Crime Story - sempre creato dal duo - a risvegliare il mio interesse per AHS sono giunte molte recensioni positive di questa sesta annata, Roanoke, che a quanto pare rinverdiva i fasti delle prime due - ed ho sperato fortemente nella seconda, ovviamente -: in questo periodo da casalingo, dunque, accanto ai recuperi delle molte serie televisive passate su questi schermi nell'ultimo periodo, è giunto anche questo.
Il risultato è stato decisamente positivo per quella che, proprio con la già citata Asylum, è senza ombra di dubbio la miglior stagione della serie, costruita sfruttando più livelli di narrazione, metacinema, stili e mezzi di ripresa, e generi: partita come un incrocio tra il thriller e la ghost story e divenuta un vero e proprio incubo mortale per i protagonisti simile ad un survival, a metà del cammino chiude un arco narrativo per aprirne un altro trasformando il tutto in un grottesco ritratto dei reality e della società "social" attuale fino a diventare una delirante mattanza conclusa con un finale quasi lirico, e con il sacrificio dell'unico charachter superstite alle due "spedizioni" a Roanoake.
Quello che, come sempre, è interessante notare quando gli horror hanno spunti interessanti, è quanto, in realtà, a prescindere dagli incubi, dalle Macellaie e dalle streghe dei boschi, l'Uomo finisca sempre per risultare la minaccia più grande e pericolosa, che si tratti di squilibri mentali - i rednecks vicini di Matt e Shelby, Agnes -, vuoti interiori - Lee - oppure avidità di potere e successo - Ryan -: se, infatti, le creature venute dall'altro mondo, sanguinarie per imposizione, condizione e status, si muovono come se seguissero una macabra routine, gli esseri umani spinti dalle loro emozioni, dall'istinto e dal terrore o dalla furia del momento finiscono per risultare ben più pericolosi ed inquietanti pur non mostrando un aspetto particolarmente agghiacciante - sinceramente, i Chang o Testa di maiale non fanno venire i brividi quanto alcuni dei passaggi che coinvolgono e vedono protagoniste quelle che dovrebbero essere solamente le vittime sacrificali -.
Il viaggio a Roanoke, in bilico tra antiche maledizioni, violenza, sospetto, gelosie, rancori e follia, è stato senza dubbio, pur non risultando certo spaventoso quanto il Twin Peaks dei tempi d'oro, una delle sorprese più interessanti dell'ultimo periodo, segno che, inventiva ed originalità a parte, quando Murphy e Falchuk si concentrano sull'animo umano più che sulla volontà di stupire a tutti i costi, riescono ad essere convincenti e decisamente inquietanti, così come macabri e divertenti ad un tempo - il personaggio di Cricket è una chicca, in questo senso -: non voglio cantare vittoria troppo presto, ma direi che, se le premesse e le idee sono queste, il viaggio di American Horror Story può tranquillamente continuare tornando a trovare uno spazio importante anche qui al Saloon.



MrFord



 
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