venerdì 4 novembre 2011

Last friday night


La trama (con parole mie): parrà incredibile, ma nonostante la rivalità sempre più accesa, io e il Cannibale abbiamo più o meno comunemente in accordo deciso di trasformare quella che era la sua rubrica nuova di pacca nella nostra rubrica nuova di pacca.
Eccoci dunque qui, pronti a deliziarvi ogni venerdì con una personalissima guida ai film in uscita in sala filtrata attraverso gli usualmente opposti punti di vista dei suoi autori: giusto perchè, nel caso doveste trovarvi in difficoltà rispetto a come spendere i vostri soldini sudatissimi al Multisala o al Cinema d'essai, saremo sempre lieti di farci la guerra pur di darvi un buon - nel mio caso, ovviamente - consiglio.




L’avevo detto fin da subito che la mia rubrica dedicata alle uscite nelle sale cinematografiche italiane non sarebbe stata destinata a una longeva durata. 
E invece a sorpresa la rubrica non muore, bensì si amplia. A partire da questa settimana ci sarà infatti una guest-star speciale, a dire il vero non delle migliori, visto che io avrei preferito avere ad esempio al mio fianco una Natalie Portman o una Kirsten Dunst che, oltre a capirne indubbiamente di più di Cinema, sono anche un tantino più gradevoli. 
Con tutto il rispetto che non ho verso il mio acerrimo nemico di cui mi devo accontentare. 
Avete già capito di chi sto parlando, vero? Ecco a voi l'Alfonso Signorini del mondo dei blog...
Mr. James Ford, venuto a rovinare, pardon ad arricchire questa neonata rubrica del venerdì, il cui titolo potrebbe essere T.G.I.F.: Thank God It's Friday? No: Thank God I'm not Ford!
Sbrigati i convenevoli, ecco qui i film che arriveranno nelle nostre sale questo weekend, con i miei preziosi e i suoi dannosi consigli.
Cannibal Kid

Evidentemente le Blog Wars non sono bastate a risparmiare alla blogosfera la convivenza forzatissima dei due acerrimi nemici per antonomasia della rete, ovvero il sottoscritto e quella bocca larga del Cannibale.
Mosso da pietà a causa della tristezza della neorubrica del mio rivale destinata ad un inesorabile dimenticatoio, ho fatto dunque appello a tutta la mia buona volontà per venirgli in soccorso evitando una debacle degna della peggior Waterloo: ecco dunque i nostri commenti congiunti per questa nuova nuova rubrica intitolata per l'occasione Thank God I'm not Cannibal but Ford. Enjoy!
Mr. James Ford

Caro Cannibale, so che mi avresti voluta per questa tua nuova rubrica, ma una come me te la puoi scordare! Al mio posto ho mandato il buon Ford, che sa come tenerti a bada!

I soliti idioti


Il giudizio di Cannibal Kid: un sacco promettente!
Leggete bene il titolo: è al plurale. Quindi no, non si tratta dell’atteso film d’esordio autobiografico scritto, prodotto, diretto e interpretato da Mr. Ford e che sarà intitolato appunto Il solito idiota ed è in arrivo a breve nelle peggio sale. I soliti idioti è invece il film tratto dalla spassosissima serie sketch comedy del Nongio e Biggio trasmessa da Mtv e che si preannuncia esilarante anche su grande schermo. Ma mi sa che sto parlando di qualcosa di troppo ggiovane per il mio rivale...
Il passaggio dalla tv al cinema è comunque una gigantesca incognita, un po’ come il passaggio di questa rubrica dalla mia sola illuminata gestione a quella a 4 mani con Ford.
Dai GianFord, smettila di fare tutto il serio, lo sposato e il timorato deddio, posa ‘sta Bibbia e ‘nnamo a mignotte, ‘nnamo. Dai cazzo!

Il giudizio di Ford: una sonora minchiatona per nulla promettente.
Ho sempre, da sempre e per sempre detestato Nongio e Biggio così come i loro sketch, idioti ma idioti idioti idioti in modo assurdo, e ogni volta che mi capita di incrociarli per sbaglio vengo assalito da una brama di bottigliate decisamente poco controllabile.
Ti ricordo, inoltre, come ben sa la mia amica Cybsix, che ho un rapporto privilegiato con Gè, e tu e i tuoi amichetti mignottari dovreste stare attenti, quando parlate con me!

Warrior


Il giudizio di Cannibal Kid: molto promettente!
Film che mi è stato consigliato da un mio amico (dai gusti forse persino più cannibali dei miei e di cui quindi mi fido ciecamente) che l’ha visto in Inghilterra e l’ha definito una figatonza. Incredibilmente potrebbe però essere anche un film fordiano, vista la presenza di Tom Hardy e la tematica delle arti marziali (anche se quello psicopatico preferisce la lotta per fichette, ovvero il wrestling).

Il giudizio di Ford: dannatamente promettente.
Questo mi pare un film clamorosamente fordiano decisamente lontano dalle corde fighettine da unghie limate del Cannibale, ma se addirittura lui si dichiara incuriosito non posso che gioire nella speranza che prima o poi il mio rivale possa cominciare a scendere sul ring da uomo senza rifugiarsi dietro lo schermo del pc ed una completa ignoranza in materia di wrestling.
E poi, c'è Tom Hardy: uno che mette d'accordo il pubblico maschile in cerca di una testosteronica immedesimazione e quello femminile, che cercherebbe volentieri più in profondità.

Pina 3D


Il giudizio di Cannibal Kid: maaah
Documentario realizzato da Wim Wenders, di cui non sono particolarmente fan, sulla coreografa tedesca Pina Bausch. Non me ne sarebbe fregata ‘na cippa, eppure dopo Il cigno nero una mezza possibilità a una pellicola sul mondo della danza la posso concedere…

Il giudizio di Ford: chi vivrà, vedrà.
Wenders è un regista strano, decisamente radical chic, autore di cose assolutamente notevoli - Lisbon story, Il cielo sopra Berlino, Alice nelle città - ed altre decisamente meno riuscite - Palermo shooting -.
Onestamente la materia non mi attrae per nulla, ma se proprio dovessi trovarmi in una serata d'autore una visione non la negherei.

The Tomorrow Series – Il domani che verrà


Il giudizio di Cannibal Kid: un filo promettente, ma non troppo
Pellicola australiana (territorio prediletto da Ford) di matrice teen (territorio prediletto dal sottoscritto Cannibal). Ma visto che il confine cannibal-fordiano è più pericoloso della striscia di Gaza, a meno che non ci troviamo di fronte a un capolavoro - e non mi sembra questo il caso - potrebbe finire semplicemente per non piacere a nessuno dei due.

Il giudizio di Ford: per nulla promettente. Ma proprio per nulla.
Se non fosse per le origini australiane - il down under è il territorio adottivo di ogni vero fordiano - liquiderei questo film in due parole, invece mi ritrovo a spenderci addirittura più di una frase intera.
Tolti gli splendidi paesaggi del mio posto preferito al mondo, infatti, poco resta se non una trama che pare agghiacciante. Sento già l'odore delle bottigliate.

La kryptonite nella borsa


Il giudizio di Cannibal Kid: quasi promettente
Pellicola italiana con un buon cast (Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Libero de Rienzo), ambientata a Napoli negli anni ’70. Sembra un Virzì in salsa partenopea, peccato non sia Virzì e quindi è una notevole incognita.

Il giudizio di Ford: in bilico.
Qui potrebbero esserci le premesse per una buona, sana commedia pane e salame - anzi, spaghetti e mandolino - da godersi senza troppi patemi.
Ma ahimè, siamo in Italia, quindi tra titolo e trama credo proprio ci troveremo di fronte all'ennesima porcata da Terra dei cachi.

Sexlist


Il giudizio di Cannibal Kid: una mezza possibilità gliela darei, forse
Commedia più o meno romantica che negli Usa è stata un superfloppone e che sembra una discreta cazzata, però come protagonista c’è la mitica Anna Faris e quindi di sicuro è meglio di un film con Sarah Jessica Parker. O anche di uno con Van Damme...

Il giudizio di Ford: calci rotanti.
Classica commediola scialba sullo stile delle peggiori del genere con l'inespressiva torcia umana e le classiche attricette che tanto piacciono al Cannibale.
Se proprio voglio una serata senza pretese, mi basta tornare ai grandi classici di JCVD.

Il mio domani


Il giudizio di Cannibal Kid: maaah *___*
Un film che sembra cucito su misura per far fare il salto alla Claudia Gerini, attrice pure bravina per carità, però una pellicola tutta da protagonista la reggerà?

Il giudizio di Ford: bah.
Onestamente, mi pare il tipico film finto impegnato da salottino. Io lo salto a piè pari.

Tormenti – Film disegnato


Il giudizio di Cannibal Kid: non mi ispira, anzi non mi aspira
Ford, va bene che siamo in Italia, però non credi anche tu che da noi escano troppi film italiani? Non ti sembra una forma di razzismo al contrario? Ci sono un sacco di film giapponesi, britannici, francesi, spagnoli etc. che secondo me meriterebbero molto più spazio…

Il giudizio di Ford: mi prudono le mani.
Cannibale, sembrerà strano, ma concordo totalmente.
Oltretutto, questo mi sembra il classico film da snob milanesi di merda da caffè letterario e aperitivo in centro nel locale più cool.
Se penso ad Arrietty passato in sala solo nel pomeriggio, o a tutti i film che non sono usciti qui da noi per fare spazio a questa robetta, mi si scatena la furia da sciame di bottigliate.

A presto, con le nubi di una nuova Blog War Cannibal VS Ford che si stanno addensando all'orizzonte...

giovedì 3 novembre 2011

Strange circus

Regia: Sion Sono
Origine: Giappone
Anno: 2005
Durata: 108'



La trama (con parole mie): Taeko, una scrittrice di successo, lavora ad un nuovo romanzo legato alle vicende di Mitsuko e sua madre Sayuri, violate nel corpo e nello spirito dal padre/marito, padrone indiscusso della loro casa nonchè preside della scuola della ragazzina.
I ruoli tra le due, in bilico tra sesso e morte, si ribaltano in una sarabanda di incubi e visioni che pare non avere fine, e coinvolge la stessa Taeko ed il suo assistente, l'enigmatico Yuji.
Nel corso di un viaggio che dovrebbe favorire la conclusione dell'opera e la risoluzione della storia realtà e fantasie si mescolano sempre più a fondo, generando una serie di scontri sempre più cruenti e torbidi tra Taeko, Mitsuko, Yuji ed il padre padrone, nel pieno di un numero che pare preso dal più sconvolgente e terrificante dei circhi.



Direi che l'ideale, in questo caso, sia di partire deciso e diretto, il più chiaramente possibile, in giusta contrapposizione con lo spirito di questa pellicola: Sion Sono e il suo Strange circus mi hanno irritato così tanto da farmi rimanere in dubbio fino all'ultimo se rifilare loro le mie più sentite, sonore, pesantissime bottigliate o valutare questo film cercando di mantenere almeno parzialmente un certo composto equilibrio.
Trovo, infatti, clamorosamente fastidioso - anzi, direi che è una cosa che mi fa proprio incazzare - che un regista dal talento visivo indubbio come questo insista e persista nel propinare una sequela di intricatissimi incubi e visioni soltanto per mostrare quanto borderline, alternativo e sconvolgente è in grado di essere il suo Cinema: da Kim Ki Duk a Kitano, da Park Chan Wook - escludendo il compiaciutissimo, pessimo Thirst - a Imamura, molti grandi autori asiatici, mostrando sensibilità ed approcci molto differenti da quelli europei, sono sempre riusciti a portare sugli schermi storie profonde ed appassionanti comunque guidate da senso logico, e senza la necessariamente sconvolgente scappatoia del "butto dentro tutto il possibile, tanto la (non) struttura della sceneggiatura mi permette di cambiare le carte in tavola a mio piacimento".
Troppo comodo, caro il mio Sion Sono, tirare il sasso e nascondere il braccio: ringrazia che il tuo talento regali passaggi come il breve ma intensissimo piano sequenza legato alla scoperta di Sayuri del rapporto tra sua figlia Mitsuko ed il suo stesso marito, che la fotografia divenga una sorta di prolungamento del senso - o non senso - del film stesso o che la protagonista Masumi Miyazaki tiri fuori dal cilindro un'interpretazione da urlo, perchè senza la meraviglia che indubbiamente riesci a produrre quando hai una macchina da presa per le mani, a quest'ora mi sarei divertito come un matto a smontare a gran colpi di bottiglia la tua esilissima sceneggiatura da finto alternativo, traboccante di quella voglia di strafare che non si sa mai quanto sia spontanea e quanto no che normalmente detesto nei presunti fenomeni che la settima arte ed i suoi più spocchiosi critici cercano di propinare spesso e volentieri al pubblico - ovviamente solo quello di nicchia, perchè loro selezionano sempre - come fossero una manna dal cielo.
Un vero peccato, dunque, che un concentrato di temi profondi e sconvolgenti come quello trattato, supportato da un'abbondanza d'immagine in grado di mescolare Videodrome, Lynch e la mancanza di limiti - legata a Chiesa e società - che difetta a noi del Vecchio Continente risulti inesorabilmente spocchioso ed incredibilmente lento: onestamente, neppure con il più statico dei Sokurov, dei Tarkovskij - che, per quanto possa ammirare, rappresentano in qualche modo il meglio della "monumentalità" cinematografica - o dei Valhalla rising - vero, Cannibale!? - sono riuscito a provare la fatica fisica che quest'opera di Sono mi è costata per portarla a termine.
Senza dubbio, una visione che incuriosisce a proposito del resto dell'opera di questo indubbio talento, ma che, di contro, non mi sentirei mai e poi mai di consigliare a qualcuno che non abbia raggiunto un certo livello di durezza nella sua scorza di spettatore incallito: Strange circus è un film da amare alla follia o odiare senza limiti, in grado di scavare nel profondo dello spettatore o apparire completamente vuoto nei suoi insistiti tentativi di mostrarsi a tutti i costi rivoluzionario.
Ammetto senza troppi patemi d'animo che l'unico brivido a percorrermi la schiena una volta terminata la visione sia stato quello del sollievo per essermela lasciata alle spalle.
E certo non per disagio o sconvolgimento.

MrFord

"I've been waiting here to be your guide
so come
reveal the secrets that you keep inside
step up!
No one leaves 'til the night is done
the amplifier starts to hum
the carnival has just begun."
Kiss - "Psycho circus" -

mercoledì 2 novembre 2011

La versione di Barney

Regia: Richard J. Lewis
Origine: Canada
Anno: 2010
Durata: 134'



La trama (con parole mie): Barney Panofsky è un produttore televisivo aggressivo e dissoluto, di origini ebraiche, figlio di poliziotto, aspirante artista finito ad essere una sorta di sboccata via di mezzo tra un mecenate ed uno squalo del dietro le quinte.
Dagli anni settanta passati in Italia al Canada del nuovo millennio, tra la passione per l'hockey e quella per le donne, un sigaro e un whisky, tre matrimoni e due figli, passiamo in rassegna una vita intera di affetti ed amicizia, eccessi e successi, cuori spezzati e cadute rovinose.
Un biopic che pare quasi vero legato ad uno dei protagonisti più riusciti - ed autobiografici - del romanziere Mordecai Richler.



A volte esistono film d'autore potenzialmente da urlo, girati alla grande da talenti assoluti eppure incapaci di risultare qualcosa più che insipidi.
Ed altre, pellicole che di autoriale hanno solo una certa qual patinatura, che riescono a sopperire con il cuore ed un pò di mestiere alla mancanza assoluta di buone premesse tecniche.
La versione di Barney fa senza dubbio parte della seconda categoria.
Consigliato caldamente da mio fratello - che ben conosce la potenzialità guascone ed in una certa misura autodistruttive del sottoscritto, così come le mie passioni, siano esse passate o presenti, per vita, donne e alcool -, il lavoro del modestissimo regista Lewis mi ha conquistato, toccato e coinvolto molto da vicino, e nonostante l'intero lavoro abbia tutto l'aspetto del marchettone finto autoriale patinatissimo che ad annate alterne torna in auge giusto in tempo per la notte degli Oscar, devo dire di essermelo davvero goduto dall'inizio alla fine, senza patire per nulla questo aspetto della sua confezione ed il minutaggio abbondante.
Anzi, per citare due opere decisamente più note, allo stesso modo inclini alla strizzata d'occhio a pubblico e critica ad un tempo ma ugualmente coinvolgenti e da me sempre apprezzate, direi che le vicende dell'incostante Barney tratte dal romanzo di Mordecai Richler devono molto, almeno sul grande schermo, alle epopee di Forrest Gump e soprattutto di Benjamin Button, pur se meno influenzate nella loro narrazione dal legame con la Storia.
Questo principalmente perchè il vecchio Panofsky sembra proprio il tipo da scriversi da solo, i capitoli del grande libro della vita, un pò per gioco e molto per passione: non abbiamo di fronte un protagonista piacevole - anzi, tutt'altro -, eppure nelle sue scelte - spesso e volentieri istintive, talvolta clamorosamente sbagliate - si traduce un'umanità profondamente vera e vissuta, figlia senza dubbio della consistente connotazione autobiografica che l'autore del romanzo ha voluto dare ad un protagonista dal background "alleniano" clamorosamente simile al suo.
Paul Giamatti, in questo senso, si fa carico di tradurre in un'interpretazione decisamente sentita - pur se, a tratti, un pò gigionesca - del protagonista queste sensazioni, portando sulle spalle la pellicola e catalizzando l'attenzione dello spettatore, venendo surclassato soltanto nei momenti in cui sulla scena compare un ottimo Dustin Hoffmann, che da volto e corpo al personaggio più fordiano del cast, il padre di Barney - già piccoli cult il suo siparietto a casa dei genitori della futura seconda moglie del figlio e quello al cimitero, parlando della sua defunta moglie e della voglia di scopare -.
Il resto è tutto mestiere e accademia, e sta allo spettatore e alla sua esperienza personale sentirsi più o meno coinvolto dalle vicende dell'esplosivo produttore televisivo: dai due matrimoni falliti al grande amore della sua vita, dal senso di colpa per il suicidio della prima moglie a quello per la paura che porta alla fine della storia con l'ultima, dai figli alla memoria che, un passo alla volta, scompare con una vita piena, goduta nel profondo come fosse il più buono dei whisky, o dei Montecristo.
Ed è proprio sul finale, e nella progressiva solitudine di Barney, che in un modo o nell'altro ho sentito vibrare quelle corde che cerchiamo di far tacere nel loro canto quando vogliamo apparire tutti d'un pezzo, inattaccabili e forti, decisi ed incapaci di sbagliare: perchè la realtà è che per gran parte della mia vita ho mantenuto la convinzione che il destino del vecchio Ford sarebbe stato simile a quello di Barney, sempre nel pieno di una bufera di umanità diverse e profonde eppure profondamente solo, ed anche perchè nessuno di noi - sottoscritto incluso appieno - è perfetto ed infallibile.
La nostra natura è così, godereccia e tendente all'errore. Un'autodistruzione positiva.
Si vive una volta sola, recita il detto.
Del resto, Barney lo sa.
E Miriam, così diversa, piena e forte - forse troppo, per lui -, altrettanto.
E Boogie, che porta fino alla fine la parte più estrema di Panofsky, e resta uno dei suoi più grandi rimorsi.
Ma attenzione a credere a detectives troppo decisi o a convenzioni sociali predefinite.
Perchè quella che conta davvero, è la versione di Barney delle cose.
Non fosse altro perchè le ha vissute davvero.
Fino all'ultimo respiro.

MrFord

"If you want a lover
I'll do anything you ask me to
and if you want another kind of love
I'll wear a mask for you
if you want a partner
take my hand
or if you want to strike me down in anger
here I stand
I'm your man."
Leonard Cohen - "I'm your man" -

martedì 1 novembre 2011

The mentalist Stagione 1

Produzione: Cbs
Origine: Usa
Anno: 2008
Episodi: 23




La trama (con parole mie): Patrick Jane è uno specialista nella manipolazione, esperto nel mentire e nell'individuare le menzogne, con un passato da imbonitore e truffatore televisivo soffocato dal serial killer John il rosso nel sangue di sua moglie e sua figlia, punite per l'arroganza dell'uomo.
Ora Jane, profondamente cambiato - ma non del tutto -, è un collaboratore del CBI, ente governativo che si occupa dei casi di omicidio su tutto il territorio della California, e alle indagini che lo vedono affiancato ai colleghi Lisbon, Cho, Van Pelt e Rigsby continua ad affiancare la ricerca che, un giorno, giura lo porterà faccia a faccia con il responsabile della perdita incolmabile che ha dovuto affrontare.
E a quel punto, si giocherà la partita tra Giustizia e Vendetta.
Ammesso che le due non coincidano.



Ammetto di essere stato assolutamente scettico, a fronte dell'ipotesi di iniziare a seguire questa serie.
Passata l'esperienza - iniziata bene, chiusa con un calo evidente - di Lie to me e considerata la mia viscerale antipatia per House, seguire le imprese di un personaggio che si pone praticamente a metà tra le due situazioni mi lasciava quantomeno perplesso: eppure, conclusa questa prima stagione, posso tranquillamente ammettere di essermi goduto, in una certa misura, le avventure di Patrick Jane - interpretato da un discreto Simon Baker, attore che, neanche a farlo apposta, tendenzialmente non sopporto - alla ricerca del serial killer John il rosso, rivelatesi come un prodotto senza grandi picchi ma ugualmente in grado di intrattenere come si conviene gli occupanti di casa Ford nelle ore dei pasti - la fascia dell'eventuale pranzo e della cena è destinata alle serie tv, giusto per recuperare un pò di tempo nelle visioni - senza troppo sfigurare.
Certo, l'approfondimento psicologico dei protagonisti e la loro storia risultano appena accennati - fatta eccezione per lo stesso Jane e, in una certa misura, John il rosso - e la struttura pare essere più quella di una serie in stile Cold case, che cerca di non osare troppo sulla lunga distanza e concentra tutto sulla singola puntata, in modo da non strafare proprio perchè conscia dei propri mezzi.
Questo porta inevitabilmente a confrontarsi con episodi decisamente più ispirati di altri, ma certamente riesce a garantire una certa consistenza al prodotto finale, che non pretende e non chiede più di quanto non presenti e, anzi, cresce con il tempo - una buona speranza, questa, per le prossime stagioni -.
In particolare, l'escalation dell'ultimo episodio con tanto di doppio colpo di scena - la rivelazione dell'identità del complice di John e l'intervento di Jane in aiuto di Lisbon - pone interessanti premesse per la seconda annata, e proprio mentre negli States la serie continua ad essere confermata una certa soddisfazione - per quanto limitata al riempimento da pasto - rimane anche nel sottoscritto, che forse, a seguito dell'ennesima sorpresa legata ad un personaggio tendenzialmente un pò stronzo e provocatore, potrebbe addirittura prima o poi ritirare l'embargo posto sul famoso dottore con il bastone che ho sempre rifiutato di veder passare dalle mie parti.
Tornando alle avventure di Jane e soci, sento di poter dire che l'idea di opporre al pungente protagonista una nemesi invisibile ed apparentemente inarrestabile come John il rosso - atmosfera che ricorda quelle dei cartoni animati dei tempi d'oro, con il protagonista perennemente all'inseguimento di un cattivo implacabile, senza pietà e sempre un passo avanti ai "buoni" - risulta sicuramente accattivante ed efficace - nella misura, comunque, di una serie che non porti avanti ambizioni "alte" - quanto la scelta di lasciare che il resto della squadra - dalla solo apparentemente severa Lisbon al sempre composto Cho, passando per la storia mai consumata tra Rigsby e Van Pelt - si accolli il compito non sempre facile di sdrammatizzare ed alleggerire un'atmosfera che, se troppo legata ai drammi del suo eroe, rischierebbe di diventare troppo impostata e pesante.
Una visione, dunque, che certo non farà la Storia del piccolo schermo, ma che si pone in tutta onestà nel pieno di quegli intervalli utili a separare le ottime produzioni tra loro dando il giusto respiro al cervello degli spettatori senza che gli stessi accarezzino l'impressione di essersi totalmente rincoglioniti.
O di essere stati ipnotizzati da qualcuno.

MrFord

"Biggie Biggie Biggie can't you see
sometimes your words just hypnotize me
and I just love your flashy ways
guess that's why they broke, and you're so paid."
Notorious B. I. G. - "Hypnotize" -

Brothers and sisters Stagione 5

Produzione: Abc
Origine: Usa
Anno: 2010/2011
Episodi: 22



La trama (con parole mie): le vicende della famiglia Walker tornano sul piccolo schermo sconvolte da un incidente che ha turbato le vite di tutti, lasciando ferite che difficilmente potranno rimarginarsi. 
Kitty è chiusa nel suo dolore, Sarah cerca di reinventarsi professionalmente ora che la storia con Luc pare andare a gonfie vele, Justin sta per fare ritorno dal fronte mentre Kevin e Scotty si concentrano sul loro sogno di diventare finalmente padri.
Il tutto mentre Nora torna a confrontarsi con l'idea di trovare un nuovo compagno che possa finalmente darle l'amore che ha inseguito per tutta la vita.
Un'ultima stagione che cerca - senza successo - di tirare le fila di quelle che furono le storylines principali delle precedenti annate.


I serial "in famiglia", in un modo o nell'altro, hanno sempre - titolo più, titolo meno - esercitato un certo fascino, sul sottoscritto, complici i successi di meraviglie come I Soprano o Six feet under, titoli che hanno fatto la storia del piccolo schermo riuscendo - pur se in modo non proprio convenzionale - a convogliare le situazioni ed i sentimenti che viviamo tra le mura della nostra casa - da quando siamo figli a quando diventiamo genitori a nostra volta - portando lo spettatore ad un livello di coinvolgimento unico.
Brothers&sisters, pur non assestandosi sugli standard di titoli come quelli appena citati, si era sempre difesa mantenendo quella giusta dose di "onestà" che permette una visione d'intrattenimento senza infamia e senza lode con qualche picco di emozione di tanto in tanto: paradossalmente, la stagione che poteva significare, oltre alla continuazione della programmazione, anche il vero e proprio salto di qualità, è coincisa con il peggior momento della serie, soprattutto in fase di script.
Fin dal primo episodio, infatti, e dal fantomatico incidente che costerà la memoria a Holly e la vita a Robert, la sceneggiatura e le scelte legate ai personaggi appaiono quantomeno nebulose, poco giustificate e spesso talmente improvvise da apparire più come tentativi disperati di risollevare i dati di ascolto che non come vere e proprie decisioni legate all'evoluzione della storia: dall'incidente appena citato ai continui cambi di direzione presi per la vita e la professione di Kitty dopo la perdita del marito fino all'utilizzo praticamente nullo del figlio adottivo Evan - un vero e proprio peso morto per il personaggio interpretato dalla Flockhart -, passando per la sieropositività di Saul ed il tradimento di Scotty, per non parlare dei ritorno della vecchia fiamma di Nora Brody, tutto pare decisamente confusionario e privo di un vero senso.
Un velo andrebbe calato anche sui due ritorni "part-time" di Tommy, passato dall'essere uno dei personaggi cardine della famiglia ad una sorta di macchietta - anche in questo caso completamente liberata dagli elementi dell'ex moglie e della figlia, che avrebbero certo fornito uno spessore maggiore - con poco o nulla a che spartire con quello che fu uno dei protagonisti delle prime - e migliori - annate di questa produzione.
L'unica situazione che pare, al contrario, in linea con l'evoluzione naturale dei protagonisti è quella che vede Luc e Sarah percorrere la strada che li porterà al coronamento del loro sogno d'amore, quel matrimonio che chiuderà stagione e serie sfiorando, in qualche modo, le atmosfere da campeggio in famiglia che erano state i pezzi forti di questo titolo nei suoi momenti migliori: certo, davvero poca cosa per ventidue episodi che appaiono sempre tendenzialmente privi di una vera e propria direzione, ma che soddisferanno ugualmente i fan più legati alla saga dei Walker ed accompagneranno senza troppi patemi anche gli spettatori occasionali o divenuti tali - come il sottoscritto - ad un finale che, comunque, si adatta alla produzione e non risulta troppo traumatico o "aperto" anche in vista della fine della serie stessa.
Effettivamente, mettendosi dalla parte degli autori così come del pubblico, meglio che Brothers&sisters chiuda i battenti ora, di fronte alle prime evidenti cadute di stile, piuttosto che trascinarsi sempre più stancamente per altre tre o quattro stagioni che avrebbero corso il rischio di scatenare inesorabili, robustissime bottigliate.
MrFord

"We are family
I got all my sisters with me
We are family
get up ev'rybody and sing."
Sister Sledge - "We are family" -

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