La trama (con parole mie): Frank, piccolo spacciatore di Copenaghen legato al boss Milo, viene contattato da un vecchio compagno di cella svedese che gli richiede una partita d'eroina enorme rispetto agli standard cui è abituato lo stesso Frank. Così, con l'aiuto dello squilibrato amico Tonny, il nostro pensa di cogliere due piccioni con una fava, alzare il prezzo di vendita e ripianare così un vecchio debito con Milo, oltre a fare sulla partita una buona cresta.
Peccato che la polizia sia sulle tracce dello svedese, tanto che lo scambio va molto, molto peggio di quanto ci si sarebbe potuti aspettare: la droga è persa, i soldi sequestrati e pare proprio che Tonny abbia deciso di vuotare il sacco con gli sbirri.
A questo punto per Frank il tempo diviene tiranno, a fronte di una scadenza sempre più stretta per il debito divenuto enorme con Milo, tanto da costringerlo a commettere ogni genere di follia per riuscire ad uscire vivo da una settimana decisamente no.
Da anni sentivo parlare della trilogia di Pusher, la saga che portò alla ribalta dei Festival Nicolas Winding Refn, ormai uno dei miei registi di culto: dunque, dopo averla faticosamente recuperata, mi sono tuffato nella visione di questo primo capitolo con enormi aspettative.
Posso dire, onestamente, di essere rimasto completamente spiazzato.
Abituato alla slegata visionarietà di Bronson e Valhalla rising, una vicenda come quella di Pusher mi ha di fatto riportato sulla terra, ben lontano dai viaggi fisici e mentali cui il buon Refn mi aveva abituato: l'approccio del regista, infatti, assume in questa sua opera i connotati principali della scuola del Dogma, ai tempi - siamo a metà degli anni novanta - di gran voga in tutto il Nord Europa non sempre con risultati esaltanti, e li filtra con una serie di omaggi appassionati al Cinema che l'ha formato - dalle numerose locandine che si intravedono nel corso dello svolgimento della trama ad uno script che ricorda i tempi di lacrime e sangue del Mean streets di Scorsese -.
Un Refn completamente diverso, dunque, da quello che mi ero abituato a conoscere e gustare nelle sue produzioni più recenti, a tratti decisamente ancora acerbo e forse troppo condizionato dalla realtà cinematografica danese di allora, eppure in grado di confezionare un solidissimo, onesto prodotto che mi ha riportato alla mente i viaggi senza speranza di redenzione de L'odio e Killing Zoe, giocato tutto attorno all'inesorabile caduta di Frank, un personaggio completamente negativo ed approfittatore con il quale è difficile creare un legame empatico - cosa più semplice, paradossalmente, con il folle, irresistibile Mads Mikkelsen nei panni di Tonny - ma che si continua a seguire ugualmente giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, in attesa di scoprire quale sarà il suo destino.
Ottimi, oltre al già citato Tonny/Mikkelsen, i comprimari, fondamentalmente specchi di ciò che Frank non è o vorrebbe essere, dal boss appassionato di cucina e dai modi calorosi Milo al perfettamente caratterizzato personaggio di Rita, legata alla quale troviamo una delle scene migliori della pellicola, la telefonata di Frank che prelude alla presa di coscienza e alla fuga della giovane prostituta.
Il resto dell'ambientazione, invece, pare nutrirsi dello squallore di una Copenagher grigia e scialba, cui nulla servono i colori delle case basse o le luci martellanti delle discoteche e dei locali, teatro delle scene che più mostrano l'influenza esercitata su Refn dalle vicende scorsesiane di Johnny Boy e Charlie, che paiono, due decenni dopo e all'ombra del pessimismo del Dogma, aver perso anche quell'esiguo barlume di speranza che le attraversava.
Certo, si tratta di un ottimo inizio per quella che promette di essere una trilogia di tutto rispetto, nonchè l'opera più terrena e reale del visionario, sballatissimo Refn.
MrFord
"I am a big man
(yes I am)
and I have a big gun
got me a big old Dick and I
I like to have fun."
Nine Inch Nails - Big man with a gun
venerdì 22 luglio 2011
giovedì 21 luglio 2011
La ballata di Narayama
La trama (con parole mie): ai piedi del monte Narayama, una piccola comunità di contadini e pescatori vive dei frutti della terra affrontando le difficoltà e le prove che la vita e le stagioni riservano. Devoti alla divinità della montagna, gli abitanti seguono una regola secondo la quale ogni persona che abbia raggiunto le settanta primavere debba lasciare il villaggio accompagnata dal figlio maggiore per raggiungere Narayama e andare a morire sola, aspettando sotto forma di spirito che anche le persone amate la raggiungano, in futuro.
Una parabola legata a doppio filo con la Natura, che guarda all'Uomo come ad un curioso e contradditorio animale sociale ed analizza, dalle mura del focolare domestico alle leggi di paese, tutte le dinamiche di un piccolo, grande mondo.
Devo ammettere che, nonostante non conosca ancora a fondo la filmografia di Imamura, il regista nipponico ha sempre avuto il potere di stupirmi con ogni suo lavoro passato sugli schermi di casa Ford: ricordo la prima volta in cui incrociai il suo cammino, con il corto realizzato per la raccolta dedicata all'unidici settembre.
Alla prima visione rimasi sconcertato dalla follia che il regista pareva aver catapultato senza troppi patemi in quella manciata di minuti: eppure, con il passare del tempo, il suo messaggio è come sedimentato ed è riemerso cambiando pelle - dato che, nello specifico, il serpente era una figura centrale della simbologia utilizzata - divenendo ad oggi uno dei miei preferiti in quella raccolta.
Archiviata quell'esperienza, con le giuste tempistiche - non parliamo di un cineasta le cui pellicole passano come se niente fosse su uno schermo, per intenderci - cominciai a recuperare il resto dei suoi lavori, prendendomi il tempo e la freschezza mentale necessari ogni volta per intraprendere un viaggio all'interno del suo personalissimo universo.
Di La ballata di Narayama avevo già sentito parlare in più occasioni - in fondo è stata una delle più discusse palme d'oro degli anni ottanta -, e il dvd mi aspettava al varco da parecchi mesi, così, approfittando di qualche giorno di riposo in più, ho potuto trovare il respiro giusto per affrontarlo: devo ammettere che, rispetto alle aspettative che mi ero fatto, la materia e lo stile di Imamura sono molto più semplici di quanto non potessi pensare, i simbolismi - sempre presenti - molto chiari e di stampo che ora chiameremmo malickiano e la narrazione, seppur lenta, legata all'immaginario del Giappone rurale dei tempi andati che ho imparato ad apprezzare in pellicole indimenticabili come Onibaba o I sette samurai.
Le vicende dei contadini, dai biechi approfittatori ai grandi lavoratori, dall'amore alla morte, dalle risate al dramma profondo, mantengono una sobrietà sorprendente per lo stile spesso estremo del regista, che si libera soltanto nella parte finale, con la scalata della montagna da parte di Tatsuhei e della sua vecchia madre, in un crescendo che ricorda l'Herzog migliore e che, senza dubbio, rappresenta l'apice di una pellicola giocata fino a quel momento sul basso profilo tenuto dal suo autore.
La galleria dei personaggi - come sempre per le opere corali di questo tipo - è memorabile, per quanto limitante per lo spettatore occidentale, specie se non avvezzo all'ironia o all'approccio tutto giapponese rispetto alla vita, contestualizzata inoltre in un passato ancora più distante dagli usi e costumi che siamo stati abituati a conoscere dalle nostre parti.
Una pellicola, dunque, certo non per ogni palato, sicuramente in grado di risultare ostica o eccessivamente autoriale, eppure, vista da un'altra prospettiva, estremamente semplice e popolare, incentrata sui concetti di famiglia, società e ruolo degli anziani nella stessa.
Splendido, in questo senso, il monologo di Tatsuhei che, nel corso della scalata, racconta alla madre di come, a trent'anni da quel momento, sarà suo figlio a portarlo in spalla in cima al Narayama, e così ancora trent'anni dopo farà suo nipote con lui.
Un circolo di vite che non si esaurisce, e continua ad essere perpetrato anche dopo il ritorno al villaggio dello stesso Tatsuhei, testimone di nuove e future nascite.
Una lezione di semplicità per un film che, una volta scoperto, non si lesinerà certo dallo stupirci.
MrFord
"Am i cracking up
or just getting older?
you're not cracking up
you're just getting older
we're not cracking up
we're just getting older."
Oasis - "Getting older" -
Una parabola legata a doppio filo con la Natura, che guarda all'Uomo come ad un curioso e contradditorio animale sociale ed analizza, dalle mura del focolare domestico alle leggi di paese, tutte le dinamiche di un piccolo, grande mondo.
Devo ammettere che, nonostante non conosca ancora a fondo la filmografia di Imamura, il regista nipponico ha sempre avuto il potere di stupirmi con ogni suo lavoro passato sugli schermi di casa Ford: ricordo la prima volta in cui incrociai il suo cammino, con il corto realizzato per la raccolta dedicata all'unidici settembre.
Alla prima visione rimasi sconcertato dalla follia che il regista pareva aver catapultato senza troppi patemi in quella manciata di minuti: eppure, con il passare del tempo, il suo messaggio è come sedimentato ed è riemerso cambiando pelle - dato che, nello specifico, il serpente era una figura centrale della simbologia utilizzata - divenendo ad oggi uno dei miei preferiti in quella raccolta.
Archiviata quell'esperienza, con le giuste tempistiche - non parliamo di un cineasta le cui pellicole passano come se niente fosse su uno schermo, per intenderci - cominciai a recuperare il resto dei suoi lavori, prendendomi il tempo e la freschezza mentale necessari ogni volta per intraprendere un viaggio all'interno del suo personalissimo universo.
Di La ballata di Narayama avevo già sentito parlare in più occasioni - in fondo è stata una delle più discusse palme d'oro degli anni ottanta -, e il dvd mi aspettava al varco da parecchi mesi, così, approfittando di qualche giorno di riposo in più, ho potuto trovare il respiro giusto per affrontarlo: devo ammettere che, rispetto alle aspettative che mi ero fatto, la materia e lo stile di Imamura sono molto più semplici di quanto non potessi pensare, i simbolismi - sempre presenti - molto chiari e di stampo che ora chiameremmo malickiano e la narrazione, seppur lenta, legata all'immaginario del Giappone rurale dei tempi andati che ho imparato ad apprezzare in pellicole indimenticabili come Onibaba o I sette samurai.
Le vicende dei contadini, dai biechi approfittatori ai grandi lavoratori, dall'amore alla morte, dalle risate al dramma profondo, mantengono una sobrietà sorprendente per lo stile spesso estremo del regista, che si libera soltanto nella parte finale, con la scalata della montagna da parte di Tatsuhei e della sua vecchia madre, in un crescendo che ricorda l'Herzog migliore e che, senza dubbio, rappresenta l'apice di una pellicola giocata fino a quel momento sul basso profilo tenuto dal suo autore.
La galleria dei personaggi - come sempre per le opere corali di questo tipo - è memorabile, per quanto limitante per lo spettatore occidentale, specie se non avvezzo all'ironia o all'approccio tutto giapponese rispetto alla vita, contestualizzata inoltre in un passato ancora più distante dagli usi e costumi che siamo stati abituati a conoscere dalle nostre parti.
Una pellicola, dunque, certo non per ogni palato, sicuramente in grado di risultare ostica o eccessivamente autoriale, eppure, vista da un'altra prospettiva, estremamente semplice e popolare, incentrata sui concetti di famiglia, società e ruolo degli anziani nella stessa.
Splendido, in questo senso, il monologo di Tatsuhei che, nel corso della scalata, racconta alla madre di come, a trent'anni da quel momento, sarà suo figlio a portarlo in spalla in cima al Narayama, e così ancora trent'anni dopo farà suo nipote con lui.
Un circolo di vite che non si esaurisce, e continua ad essere perpetrato anche dopo il ritorno al villaggio dello stesso Tatsuhei, testimone di nuove e future nascite.
Una lezione di semplicità per un film che, una volta scoperto, non si lesinerà certo dallo stupirci.
MrFord
"Am i cracking up
or just getting older?
you're not cracking up
you're just getting older
we're not cracking up
we're just getting older."
Oasis - "Getting older" -
mercoledì 20 luglio 2011
Harry Potter e i doni della morte Parte 2
La trama (con parole mie): Harry Potter e i suoi fedeli amici Ron ed Hermione sono all'ultimo atto della loro battaglia contro Voldemort, il nemico che ha perseguitato il giovane mago fin dall'infanzia. La lotta sarà all'ultimo sangue, e coinvolgerà il mondo dei babbani così come tutte le creature magiche viste nel corso dei dieci anni che hanno dato vita ad una delle saghe letterarie e cinematografiche di maggior successo di tutti i tempi.
I nodi verranno al pettine, molti moriranno e lo stesso Harry dovrà essere pronto a sacrificare perfino se stesso per riuscire ad annientare il suo pericolosissimo nemico: effetti, combattimenti, aura dark, voli vorticosi come in una giostra in 3D, chi più ne ha più ne metta.
Peccato che la sceneggiatura di questo attesissimo ultimo capitolo sia, forse, la peggiore mai portata sullo schermo nel corso dell'epopea del signor Potter.
David Yates e la gigantesca produzione Warner si erano risparmiati tutto per il confronto decisivo Potter/Voldemort: la decisione di spezzare l'ultimo romanzo della serie in due film, oltre che dettata dalla praticità di poter approfondire meglio i molti avvenimenti, è stata influenzata certamente dal marketing e dalla volontà di tirare fuori più soldi possibili dagli ultimi incantesimi di Harry e soci.
Allo stesso modo, nello strutturare I doni della morte, regista e sceneggiatori si sono concentrati sul creare aspettativa nel corso dell'intera prima parte per poi esplodere il tripudio degli effetti e delle emozioni nella pellicola che, di fatto, chiude un lungo capitolo delle vite di spettatori, cast e, in qualche modo, del Cinema, che per la prima volta ha assistito alla creazione di un universo snodato attraverso dieci anni e otto pellicole, capace di accompagnare nella crescita i suoi protagonisti da una parte e dall'altra dello schermo.
Purtroppo, devo ammettere che l'avventura legata alla settima arte del mago più famoso della letteratura non si è conclusa nel migliore dei modi, e neppure in quello che speravo: nonostante il 3D - ma è davvero utile questo supporto che così tanto sta influenzando il mondo del Cinema? -, gli effetti, l'emozione inevitabile provata rispetto alla conclusione di una saga iniziata tanto tempo fa, la seconda parte de I doni della morte pare non decollare mai, e ad un inizio ancora più lento ed inconcludente del film precedente accoda l'ormai consueta, titanica, signoredeglianellesca battaglia con tutto il campionario delle creature e dei personaggi mostrati nel corso delle avventure di Harry, priva però di un supporto sostanzioso da parte dello script, che pare proprio tagliato - male - con l'accetta ed assolutamente inconsistente, a tratti privo di logica e votato a soluzioni di comodo confezionate giuste giuste per la risoluzione della singola scena - l'arrivo a Hogwarts e l'improvvisa apparizione dei membri dell'Ordine della fenice, la comparsa di Hagrid a tre quarti dello svolgimento del film già nelle mani di Voldemort, l'assenza di Codaliscia, il poco giustificato finale che non svela nulla del futuro dei protagonisti solo per citarne alcune - ma mai davvero efficaci.
Fortunatamente, a salvare l'intera visione, baracca e burattini, ci pensa una sequenza splendida dedicata al viaggio di Harry nei ricordi di Piton attraverso il Pensatoio di Silente, unico momento di vera, sentita, grande emozione all'interno di uno spettacolo che pare principalmente votato al profitto, e che neppure lontanamente - nonostante l'evidente ispirazione - raggiunge i livelli de Il ritorno del re, e neppure dei più riusciti film della saga - Il calice di fuoco è distante anni luce -.
Dimostrazione, questa, del fatto che Yates, forse, avrebbe dovuto, oltre che sull'atmosfera, concentrarsi sulle caratterizzazioni dei personaggi, sempre in grado di toccare il pubblico nel profondo ed ispirare chi sta dall'altra parte della macchina da presa regalando idee e sentimento, ancora la formula migliore del nostro amato Cinema, in barba alle nuove tecnologie e agli stessi effetti speciali, per quanto curati e d'impatto possano essere.
E' davvero un peccato non poter andare a fondo nell'analisi del viaggio nella memoria di Piton a causa degli spoiler che la stessa comporterebbe, dunque mi costringo a tacere e vi dico che se esiste un motivo per seguire quest'ultimo capitolo delle avventure di Harry Potter non è Harry stesso, la resa visiva, la battaglia contro le forze del male, il vorticoso viaggio all'interno della banca alla ricerca di uno degli Orcrux mancanti, o l'anticamera dell'Aldilà teatro del confronto tra Harry e Silente, e neppure la stessa conclusione: se esiste un motivo, sta tutto nell'esplosione di quello che, a conti fatti, è uno dei personaggi più sfaccettati, significativi ed interessanti dell'intero ciclo di film - e di romanzi -: Severus Piton.
A tenere alte le insegne del grande giocattolo di Harry Potter, dunque, alla fine è uno dei simboli della casa dei Serpeverde.
Uno che è sempre stato un outsider, e ha sacrificato il successo personale per continuare a tenere i cavalli che avrebbero portato in trionfo il giovane Harry.
Senza dubbio, se è successo quello che è successo, gran parte del merito è suo.
Come accade per ciò che di buono si può trovare nella visione di questo film.
MrFord
"It’s all part of his charm
well, he’s drunk with power
and he’s on Malfoy’s side
been saying it since the first one,
I don't trust this guy.”
The Remus Lupins - "Snape" -
I nodi verranno al pettine, molti moriranno e lo stesso Harry dovrà essere pronto a sacrificare perfino se stesso per riuscire ad annientare il suo pericolosissimo nemico: effetti, combattimenti, aura dark, voli vorticosi come in una giostra in 3D, chi più ne ha più ne metta.
Peccato che la sceneggiatura di questo attesissimo ultimo capitolo sia, forse, la peggiore mai portata sullo schermo nel corso dell'epopea del signor Potter.
David Yates e la gigantesca produzione Warner si erano risparmiati tutto per il confronto decisivo Potter/Voldemort: la decisione di spezzare l'ultimo romanzo della serie in due film, oltre che dettata dalla praticità di poter approfondire meglio i molti avvenimenti, è stata influenzata certamente dal marketing e dalla volontà di tirare fuori più soldi possibili dagli ultimi incantesimi di Harry e soci.
Allo stesso modo, nello strutturare I doni della morte, regista e sceneggiatori si sono concentrati sul creare aspettativa nel corso dell'intera prima parte per poi esplodere il tripudio degli effetti e delle emozioni nella pellicola che, di fatto, chiude un lungo capitolo delle vite di spettatori, cast e, in qualche modo, del Cinema, che per la prima volta ha assistito alla creazione di un universo snodato attraverso dieci anni e otto pellicole, capace di accompagnare nella crescita i suoi protagonisti da una parte e dall'altra dello schermo.
Purtroppo, devo ammettere che l'avventura legata alla settima arte del mago più famoso della letteratura non si è conclusa nel migliore dei modi, e neppure in quello che speravo: nonostante il 3D - ma è davvero utile questo supporto che così tanto sta influenzando il mondo del Cinema? -, gli effetti, l'emozione inevitabile provata rispetto alla conclusione di una saga iniziata tanto tempo fa, la seconda parte de I doni della morte pare non decollare mai, e ad un inizio ancora più lento ed inconcludente del film precedente accoda l'ormai consueta, titanica, signoredeglianellesca battaglia con tutto il campionario delle creature e dei personaggi mostrati nel corso delle avventure di Harry, priva però di un supporto sostanzioso da parte dello script, che pare proprio tagliato - male - con l'accetta ed assolutamente inconsistente, a tratti privo di logica e votato a soluzioni di comodo confezionate giuste giuste per la risoluzione della singola scena - l'arrivo a Hogwarts e l'improvvisa apparizione dei membri dell'Ordine della fenice, la comparsa di Hagrid a tre quarti dello svolgimento del film già nelle mani di Voldemort, l'assenza di Codaliscia, il poco giustificato finale che non svela nulla del futuro dei protagonisti solo per citarne alcune - ma mai davvero efficaci.
Fortunatamente, a salvare l'intera visione, baracca e burattini, ci pensa una sequenza splendida dedicata al viaggio di Harry nei ricordi di Piton attraverso il Pensatoio di Silente, unico momento di vera, sentita, grande emozione all'interno di uno spettacolo che pare principalmente votato al profitto, e che neppure lontanamente - nonostante l'evidente ispirazione - raggiunge i livelli de Il ritorno del re, e neppure dei più riusciti film della saga - Il calice di fuoco è distante anni luce -.
Dimostrazione, questa, del fatto che Yates, forse, avrebbe dovuto, oltre che sull'atmosfera, concentrarsi sulle caratterizzazioni dei personaggi, sempre in grado di toccare il pubblico nel profondo ed ispirare chi sta dall'altra parte della macchina da presa regalando idee e sentimento, ancora la formula migliore del nostro amato Cinema, in barba alle nuove tecnologie e agli stessi effetti speciali, per quanto curati e d'impatto possano essere.
E' davvero un peccato non poter andare a fondo nell'analisi del viaggio nella memoria di Piton a causa degli spoiler che la stessa comporterebbe, dunque mi costringo a tacere e vi dico che se esiste un motivo per seguire quest'ultimo capitolo delle avventure di Harry Potter non è Harry stesso, la resa visiva, la battaglia contro le forze del male, il vorticoso viaggio all'interno della banca alla ricerca di uno degli Orcrux mancanti, o l'anticamera dell'Aldilà teatro del confronto tra Harry e Silente, e neppure la stessa conclusione: se esiste un motivo, sta tutto nell'esplosione di quello che, a conti fatti, è uno dei personaggi più sfaccettati, significativi ed interessanti dell'intero ciclo di film - e di romanzi -: Severus Piton.
A tenere alte le insegne del grande giocattolo di Harry Potter, dunque, alla fine è uno dei simboli della casa dei Serpeverde.
Uno che è sempre stato un outsider, e ha sacrificato il successo personale per continuare a tenere i cavalli che avrebbero portato in trionfo il giovane Harry.
Senza dubbio, se è successo quello che è successo, gran parte del merito è suo.
Come accade per ciò che di buono si può trovare nella visione di questo film.
MrFord
"It’s all part of his charm
well, he’s drunk with power
and he’s on Malfoy’s side
been saying it since the first one,
I don't trust this guy.”
The Remus Lupins - "Snape" -
martedì 19 luglio 2011
Harry Potter e i doni della morte Parte I
La trama (con parole mie): il cerchio comincia a chiudersi sulla vicenda di Harry Potter e del suo antagonista Voldemort, dopo la morte di Silente divenuto il vero e proprio dominatore del mondo della magia, e non solo. Con gli organi di potere saldamente nelle mani dei suoi mangiamorte, colui che non deve essere nominato è pronto a sferrare il colpo decisivo all'Ordine della fenice e ai suoi membri: toccherà a Harry, Ron e Hermione fuggire e tenersi nascosti cercando al contempo di recuperare gli Horcrux, oggetti magici impregnati dell'anima del signore oscuro, per distruggerli e sperare di avere una chance per sopravvivere e salvare il mondo.
Onestamente, Harry Potter non mi è mai dispiaciuto.
Ho letto i primi cinque libri e visto tutti i film, e - con gli alti e bassi tipici di una saga così lunga - devo ammettere di essere sempre rimasto tutto sommato soddisfatto, considerato che, superati gli eighties ed escluso Il signore degli anelli, il grande schermo non è mai davvero stato capace, negli ultimi dieci/quindici anni, di proporre serie in grado di soddisfare il pubblico più giovane così come quello adulto che si incaricava di accompagnare figli, nipoti, fratelli e sorelle minori al Cinema.
Le vicende del mago creato dalla furbissima Rowling hanno senza dubbio il grande pregio di parlare a qualunque genere di spettatore mettendo in moto meccanismi d'immedesimazione in pieno stile fanciullesco "io sono questo e tu sei quell'altro, e ovviamente quello che sono io è molto migliore di quello che sei tu", un pò quello che accade a me e Cannibale quando non risparmiamo colpi bassi nelle nostre Blog wars.
A questo proposito, l'attesa per questo doppio ultimo capitolo era fervente sia da parte dei fan hardcore della saga, sia da parte di chi, pur avendola seguita solo cinematograficamente e magari senza averla apprezzata nella sua interezza si ritrova inchiodato alla poltrona mosso dalla curiosità del finale: il lavoro di Yates, già regista del cupissimo Il principe mezzosangue, è a mio parere senza infamia e senza lode, e se da un lato ha senz'altro il merito di risultare scorrevole ed accattivante, dall'altro paga il fatto di non essere altro che un raccordo tra il finale del succitato Il principe mezzosangue e la morte di Albus Silente e lo scontro finale tra Harry e Voldemort, fissato per la seconda parte di questo doppio ultimo capitolo.
In particolare, lo script pare funzionare a corrente alterna, e pur non risultando ostico per un non lettore del romanzo - e lo dico con coscienza, essendomi fermato al quinto dei libri - non riesce a generare la tensione che altri capitoli erano stati in grado di regalare all'audience - su tutti, il quarto, a mio parere ancora il migliore della serie, parlando sia dei romanzi che dei film -: l'atmosfera oppressiva e quasi dark della pellicola precedente viene addirittura resa più soffocante, ma appare più una questione di confezione che non di effettiva portata drammatica del lavoro di Yates, più preoccupato di seguire i suoi giovani divi nella loro corsa turbata dai tormenti adolescenziali e dalla presenza del malefico Voldemort che non di approfondire davvero l'intera galleria dei personaggi, quasi si volessero risparmiare i colpi migliori per la seconda parte.
Anche idee a loro modo coraggiose come la divertente scena dei molteplici Harry Potter o il racconto dei tre fratelli e i doni della morte - praticamente un corto d'animazione - finiscono per scomparire rispetto all'insistita attenzione posta dal regista sui suoi giovanissimi divi.
Una sorta di incompiuta, dunque, che probabilmente si rivelerà un successo o una delusione a seconda del risultato del finale che attende al varco in questi giorni i fan del giovane Harry e anche, probabilmente - ma non lo ammetteranno mai -, quelli che fingono che la cosa non li tocchi più di tanto, ma smaniano allo stesso modo di scoprire se, quando la polvere si sarà posata, Voldemort sarà sconfitto, e a quale prezzo.
Del resto, più o meno, poco importa.
Dimenticavo: io sono sicuramente un Serpeverde, ma Voldemort e soci li prenderei ugualmente a bottigliate.
In fondo, non vorrete mica che usi una bacchetta!
MrFord
"You brought it upon yourself
it's slow but final
with nothing to gain
you brought it upon yourself
it's slow but final
it starts today."
Dark tranquillity - "A closer end" -
Onestamente, Harry Potter non mi è mai dispiaciuto.
Ho letto i primi cinque libri e visto tutti i film, e - con gli alti e bassi tipici di una saga così lunga - devo ammettere di essere sempre rimasto tutto sommato soddisfatto, considerato che, superati gli eighties ed escluso Il signore degli anelli, il grande schermo non è mai davvero stato capace, negli ultimi dieci/quindici anni, di proporre serie in grado di soddisfare il pubblico più giovane così come quello adulto che si incaricava di accompagnare figli, nipoti, fratelli e sorelle minori al Cinema.
Le vicende del mago creato dalla furbissima Rowling hanno senza dubbio il grande pregio di parlare a qualunque genere di spettatore mettendo in moto meccanismi d'immedesimazione in pieno stile fanciullesco "io sono questo e tu sei quell'altro, e ovviamente quello che sono io è molto migliore di quello che sei tu", un pò quello che accade a me e Cannibale quando non risparmiamo colpi bassi nelle nostre Blog wars.
A questo proposito, l'attesa per questo doppio ultimo capitolo era fervente sia da parte dei fan hardcore della saga, sia da parte di chi, pur avendola seguita solo cinematograficamente e magari senza averla apprezzata nella sua interezza si ritrova inchiodato alla poltrona mosso dalla curiosità del finale: il lavoro di Yates, già regista del cupissimo Il principe mezzosangue, è a mio parere senza infamia e senza lode, e se da un lato ha senz'altro il merito di risultare scorrevole ed accattivante, dall'altro paga il fatto di non essere altro che un raccordo tra il finale del succitato Il principe mezzosangue e la morte di Albus Silente e lo scontro finale tra Harry e Voldemort, fissato per la seconda parte di questo doppio ultimo capitolo.
In particolare, lo script pare funzionare a corrente alterna, e pur non risultando ostico per un non lettore del romanzo - e lo dico con coscienza, essendomi fermato al quinto dei libri - non riesce a generare la tensione che altri capitoli erano stati in grado di regalare all'audience - su tutti, il quarto, a mio parere ancora il migliore della serie, parlando sia dei romanzi che dei film -: l'atmosfera oppressiva e quasi dark della pellicola precedente viene addirittura resa più soffocante, ma appare più una questione di confezione che non di effettiva portata drammatica del lavoro di Yates, più preoccupato di seguire i suoi giovani divi nella loro corsa turbata dai tormenti adolescenziali e dalla presenza del malefico Voldemort che non di approfondire davvero l'intera galleria dei personaggi, quasi si volessero risparmiare i colpi migliori per la seconda parte.
Anche idee a loro modo coraggiose come la divertente scena dei molteplici Harry Potter o il racconto dei tre fratelli e i doni della morte - praticamente un corto d'animazione - finiscono per scomparire rispetto all'insistita attenzione posta dal regista sui suoi giovanissimi divi.
Una sorta di incompiuta, dunque, che probabilmente si rivelerà un successo o una delusione a seconda del risultato del finale che attende al varco in questi giorni i fan del giovane Harry e anche, probabilmente - ma non lo ammetteranno mai -, quelli che fingono che la cosa non li tocchi più di tanto, ma smaniano allo stesso modo di scoprire se, quando la polvere si sarà posata, Voldemort sarà sconfitto, e a quale prezzo.
Del resto, più o meno, poco importa.
Dimenticavo: io sono sicuramente un Serpeverde, ma Voldemort e soci li prenderei ugualmente a bottigliate.
In fondo, non vorrete mica che usi una bacchetta!
MrFord
"You brought it upon yourself
it's slow but final
with nothing to gain
you brought it upon yourself
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Dark tranquillity - "A closer end" -
Maker's mark:
David Yates,
film d'avventura,
Harry Potter,
magia,
saghe,
sequel
lunedì 18 luglio 2011
La bettola: Cyb&Ford ( o Ford&Cyb) VS Unstoppable
La trama (con parole mie): sull'onda del successo dei recenti post a quattro mani, e non contento di gestire il saloon nel modo più selvaggio possibile, ho chiesto al buon vecchio Gè di intercedere per me in modo che l'altrettanto selvaggia Cybsix accettasse di aprire una rubrica con il sottoscritto che speriamo vivamente di mantenere ad un ritmo quasi regolare, o almeno il più regolare possibile per due sciamannati come noi.
Ci occuperemo, mantenendo una certa rispettabile scurrilità, di prendere un pò per il culo tutti quei film che ci sono rimasti indigesti, provocando postumi ben peggiori della peggiore delle sbronze.
Divertitevi, e non esitate a suggerirci nuovi titoli da massacrare come si conviene.
L'inaugurazione è toccata ad Unstoppable di Tony Scott.
KLING!
La porta si apre sul vecchio bar all’angolo, distraendo le quattro mummie ubriache intente da ore a rubarsi la pensione a colpi di briscola.
Il posto è buio e umido - non sto neanche a dirvi cosa ricorda - ma in fondo alla stanza, il bancone sembra un nido accogliente nella penombra dei due piccoli fari appesi al soffitto.
Il proprietario del locale è un tutt’uno con le bottiglie impolverate e i bicchieri ingialliti, ma ha un’espressione sincera e sembra quasi credibile mentre asciuga le poche tazze della giornata.
"Cazzo Ford! Tua moglie mi ha detto che avevi un viso “particolare” ma, ‘fanculo! Che cazzo fai, infili la faccia nella piastra dei panini la mattina, prima di aprire il bar?!"
"Assolutamente sì, Cyb! Altrimenti come vuoi che lo conservi il mio stato di forma? Tu, piuttosto, ti sei gettata in una latrina giusto per farti un bagnetto? Puzzi quasi peggio dei debosciati che servo uno dietro l’altro qua!"
"Se avessi saputo che eri così brutto, sarei venuta qui a guardarti per un paio d’ore, piuttosto che perdere il mio tempo con Anstoppabol! Che cazzo! Se devo soffrire, allora meglio scegliere! Certo che anche una ceretta inguinale sarebbe stata meglio, perfino un film di Von Trier è meno doloroso di quella boiata."
"Credo che mia moglie potrebbe rifarti i connotati, se ti fermassi qui a guardarmi per un paio d’ore, quindi forse hai fatto meglio a schiaffarti Anstoppabol, per quanto brutto sia! E se provi a dire ancora una volta che qualsiasi cosa è peggio di quella vagonata di merda di Antichrist ti prendo a bottigliate così tanto che quando ti svegli “i tuoi vestiti saranno passati di moda”, e così ti becchi anche la citazione!
Niente è peggio di Antichrist, tranne Il mercante di pietre. Ma mi pare si stesse parlando di Denzellone nosto, o no?"
"Cioè dài, Denzel Uoscinton che fa il negro non si può vedere, e il tizio inutile con la faccia inutile e la vita inutile che gli fa da spalla? Ma perché? A cosa serviva un secondo eroe in questo film? Non bastava il caro vecchio Denzel che porta il treno, scavalca i vagoni, prepara il pollo fritto, esegue equazioni matematiche, comunica con gli alieni, prepara dell’altro pollo fritto, salta i fossi per lungo e sostiene la causa a nome di tutti i ferrovieri del mondo?"
"Guarda che l’altro tizio è nientemeno che il Capitano Kirk di Star Trek, che i treni li guida con la sola forze dell’uccello mentre legge un trattato di estetica e si scaccola selvaggiamente il naso! Uoscinton farà anche il negro alla grandissima, ma questa spalla ti tira giù anche gli invasori di un altro pianeta! E ti dirò di più, secondo me è stato anche il primo uomo a scoparsi una razza aliena, con buona pace di Jay e di Kevin Smith!"
"Porcocazzo! Non mi parlare di Star Trek! Che quella volta mi è toccato vederlo solo per la speranza di limonarmi il tipo con cui ero uscita e, invece, quello stronzo la lingua l’ha usata solo per ammorbarmi con le sue inutili storie!
Comunque, guarda, - a proposito di gente che fa cazzate - io posso anche capire l’errore umano (a parte che se assumi il fratello stupido di Earl te lo devi pure aspettare) però ‘sti americani proprio non ce la fanno, cazzo! Prima di tutto mi devi dire che cacchio di misure usano: grattacieli??
“Hey! C’è un treno fuori controllo che viaggia a tutta velocità ed è lungo come un grattacielo!!”
Dove vai quest’estate in vacanza MrFord? Cosa?? A Canicattì? Minchia ma lo sai quanta strada c’è fino a Canicattì? Cioè, saranno 400-500 grattacieli! Io invece vado al lago. Saranno tre grattacieli e mezzo da dove sto io, mi piace stare comoda."
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| Ed ecco il cervello dietro la questione dei treni lunghi come grattacieli. |
"Premesso che io detesto Earl e dunque anche quell’obeso inutile di suo fratello, direi che se penso che per tornare a casa dal lavoro mi devo sparare quattro o cinque grattacieli, e per giunta in treno (!!!) mi viene lo scorbuto, che è quella malattia che ti rende ancora più scontroso di quanto tu già non sia."
"Scontroso?! Ma come cazzo parli Ford?!? Nel tuo caso io parlerei di gran SKASSALKAZZAJA!"
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| Lou Ferrigno ai tempi in cui soffriva di scorbuto. |
"Meno male che ho Lansdale da leggere nel tragitto! Spero giusto giusto che ci sia un Denzello pronto a prepararmi un bel pollo quando torno a casa!
Tra l’altro ho sentito qualche tuo mugugno in sala a proposito del tipo southern che pare quasi quasi un Kid Rock da vecchio, l’unica cosa che salverei della pellicola, con quel suo look da Sons of Anarchy che stimola immediatamente il mio rispetto. E poi che credi, non vedi che anche io ho la coda da redneck, cazzo?! Hai esagerato un’altra volta e cominci ad avere allucinazioni? Guarda che non ti faccio più bere razza di debosciata!"
"Senti ciccio, vedi di darti una calmata! Se a te piace attirare l’attenzione su quell’osceno codino floscio che ti ritrovi, piuttosto che qualcuno ti domandi che forma di vita aliena stia crescendo su quel pianeta chiamato pelata che hai, sono stracazzi tuoi!
A proposito di cose orribili… Rosario Dawson. Qualcuno vuole finalmente dire la verita?! E’ possibile che nessuno si sia accorto che è un travone?! Ma lo vedo solo io? E passi per il fatto che ha le tette e un ciccio, ma cosa ci fa Rosario Dawson a capo di un ufficio come quello? E si capisce che non sa dove sbattere la testa! Tutti lì a domandarsi: “quale sarà mai il misterioso materiale chimico che trasporta il treno??!”. E tutti lì a guardarsi intorno beoti, chi si scaccola, chi si gratta il culo, finché non arriva giusto giusto il tipo della sicurezza ferroviaria alias il portatore di luce! Ma scusa, mai sentito parlare di Wikipedia??!!"
"Parliamo invece di quanto ridicolo sia il solito confronto con il solito stronzo, cattivo, stupido, avventato, incontinente, impenitente, reticente, demente, prepotente, serpente e qualsiasi cosa che finisca in –ente, e magari anche ciellino? Ma solo nei film di ‘sti ammerrigani uno si prende tutte le cazzo di libertà che vuole senza uno straccio di lettera di contestazione, e alla fine ha pure ragione e il capo viene licenziato e lui/lei viene preso al suo posto?"
"Ma guarda che succede anche in Italia. Nella vita reale però."
"Cyb, ma ti è mai capitato di provare quell’istinto di scaraventare bicchiere, divano, telecomando e quant’altro contro il televisore, e l’unico freno è che lo stesso televisore l’hai pagato con gli ultimi soldi risparmiati in un anno e oltre di lavoro? Anstoppabol mi ha fatto correre il rischio due volte: con il cazzo di treno lungo meno di un grattacielo e pieno di bambini – che ovviamente non potevano fare una brutta fine – sfiorato dal trenone brutto grosso e cattivo, e quando il marine si cala mentre il macchinista stronzo e anche un po’ sindacalista cerca di frenare. Com’è che il soldato-pezzo di figo sopravvive, e l’altro sfigato di mezza età ci lascia le penne?"
"Non mi parlare di quei bambini! Diobono quanto facevo il tifo perché li beccasse in pieno! Ma perché devono urlare tanto?! Me lo devi spiegare. Non puoi pretendere che nei film ammerrigani uccidano un marine, lo sai che sono una delle due istituzioni più celebrate negli States: l’esercito e le ragazze di Hooters!
Perché, fatalità, le figlie – negre anche loro – di Denzellone lavorano da Hooters, però per pagarsi gli studi eh, chetticredi!! Mica come da noi che le zoccole la danno via al più poveraccio solo per poterla dare via un giorno a qualche cagasoldi!
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| La classe di meccanica quantistica che per mantenersi gli studi ha deciso di farsi assumere al gran completo da Hooters. |
Comunque, la scena clou, il motivo unico e solo per cui dobbiamo diffondere il verbo di Anstoppabol è la sparatoria per beccare il pulsantone rosso che dovrebbe far fermare tutto. Pulsantone che, ovviamente, sta a due centimetri dalla cisterna della morte, hai presente? Quella con sopra stampato un enorme teschio con scritto: NON SPARATE QUI."
"Io non sparo dritto in mezzo ai tuoi occhi da triglia lessa soltanto perchè altrimenti non riusciamo a finire la recensione, ma guarda che oltre al mio codino da redneck – che non è attaccato a nessuna pelata, bada bene, ora che mi tolgo il cappello da cowboy – mi sono annotato ogni tua parola contro quel pezzo di figliola di Rosario Dawson, una roba di quelle che ti ribalta neanche fossi Alessandro Magno. Quindi finisci di bere e vediamo di chiuderla qui, perchè io sparo meglio di quella mandria di rincoglioniti dei soldati finti duri di questa robaccia di cui stiamo parlando."
"Adesso ti lascio Ford, ho di meglio da fare. Ci vediamo la prossima volta, ma cerca di farmi trovare un bicchiere pulito almeno!"
"Brava, vedi di sparire dalla mia vista. E prima di uscire, vedi di salutare come si conviene e lavarti quelle manine luride la prossima volta che passi di qui, altrimenti tutto il mio lavoro di gomito non serve a una beata fava!"
KLING!
Lui continua a sbraitare, ma tanto lei se ne è già andata.
La porta si chiude lasciando intravedere per un attimo una luce, forse il sole di mezzogiorno. Ma a quelli della bettola non importa, a loro quel buco umido e puzzolente piace, piace da morire.
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