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domenica 24 novembre 2013

Killing season

Regia: Mark Steven Johnson
Origine: USA, Belgio
Anno: 2013
Durata:
91'




La trama (con parole mie): nella prima metà degli anni novanta, nel pieno della guerra nell'ex-Jugoslavia, Emil Kovac faceva parte di un gruppo armato serbo responsabile di torture, morte e stupri messo a tacere dall'esercito americano, pronto a fare piazza pulita di alcuni dei loro nemici catturati ed uccisi neanche ci si trovasse ancora ai tempi del selvaggio West.
Kovac, però, è miracolosamente scampato alla morte e guarito completamente, e dopo vent'anni si prepara ad una spedizione negli States in modo da rintracciare e sfidare ad una sorta di caccia uno contro uno lo stesso nemico che premette il grilletto con il fucile puntato alla base del suo cranio due decenni prima: il colonnello Benjamin Ford, che vive tra le montagne in compagnia dei dischi di Johnny Cash e dei dolori - fisici e mentali - delle ferite di guerra.
Lo scontro tra i due avrà il potere di cambiare il destino più di quanto non abbia fatto il conflitto tra serbi e bosniaci.




Dovete sapere che se esiste un altro blogger Expendable e pane e salame almeno quanto il sottoscritto - se non di più - è senza dubbio il mitico Frank Manila.
L'uomo più spiccio della blogosfera si trova in perfetta sintonia con questo vecchio cowboy quando si tratta di parlare di film di botte, esplosioni, tamarrate action e quant'altro: capirete dunque la mia preoccupazione quando, a proposito proprio di una di queste ultime, Killing season per l'appunto, il suddetto Frank si espresse in maniera decisamente negativa finendo per demolire le aspettative che nutrivo rispetto ad uno scontro di una certa caratura tra due ormai ex grandi attori - uno più dell'altro, a dire il vero -, Robert De Niro e John Travolta.
In cuor mio speravo che, per una volta, il Manila si sbagliasse, ed invece mi sono trovato a confermare la sua posizione minuto dopo minuto di una visione decisamente prevedibile, noiosa, qualitativamente molto bassa e come se non bastasse resa ancora peggiore da un finale che, più che buonista, ha tutto il sapore delle peggiori edizioni di Studio Aperto.
Un De Niro bolso come non mai ed un Travolta pronto a sfoggiare un improbabile accento dell'Est Europa accompagnato alla mimica di Vincent Vega si danno battaglia neanche ci trovassimo in una versione di serie molto b del magnifico I duellanti o del discreto The Hunted - La preda, mandando minuto dopo minuto in fumo - con il contributo di uno dei registi peggiori del panorama USA, Mark Steven Johnson - un'idea di base neppure così malvagia: peccato davvero, perchè sarei andato volentieri a nozze con un'ambientazione ed un plot come questi, fatti di montagna, amicizia virile, rivalità profonda, Jagermeister - marchettone galattico quello della bevuta dello storico amaro, che la scorsa ho riscoperto grazie alla cosiddetta Jagerbomb -, cottage di legno, camino e Johnny Cash in sottofondo.
Purtroppo resta soltanto una produzione che a stento riesce a raggiungere la qualità necessaria per il piccolo schermo - una cosa in stile sabato sera su Italia Uno, tanto per rimanere in tema - con riferimenti a metà tra la retorica ed il fuori tempo massimo sulla guerra che lacerò l'ex Jugoslavia e alla condizione attuale del Medio Oriente, soluzioni al limite della fantascienza - il personaggio di Travolta, colpito alla base del cranio da un proiettile, che miracolosamente riacquista l'uso di gambe e braccia e torna a vendicarsi di chi premette il grilletto vent'anni dopo - ed una presentazione dei due protagonisti che invece di fornire la descrizione del duello all'ultimo sangue di due macchine per uccidere tratteggia una scampagnata un pò più movimentata del solito di due compagnoni che vorresti avere accanto per animare qualche bel weekend in campeggio nei boschi.
Onestamente, nonostante tutta questa vagonata di merda spalata sul discutibile lavoro del discutibile Johnson, non riesco comunque a volere male a Killing season, che finisce principalmente di avere come unica colpa quella di non avere semplicemente i mezzi per potersi imporre come piccolo riferimento del genere: considerato quanto produzioni decisamente più grosse e dalle ambizioni maggiori mi hanno fatto incazzare nel corso degli ultimi mesi, potrebbe quasi - ma dico quasi - essere un successo.


MrFord


"Don't take your guns to town son,
Leave your guns at home Bill,
Don't take your guns to town."
Johnny Cash - "Don't take your guns to town" -


giovedì 25 luglio 2013

The following - Stagione 1

Produzione: FOX
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 15



La trama (con parole mie): Ryan Hardy è un ex agente dell'FBI specializzato nella caccia ai serial killer ormai "in pensione" da una manciata d'anni, a seguito dei traumi fisici e mentali che la cattura dello spietato Joe Carroll ha lasciato su di lui prima che fosse finalmente incarcerato.
Quando lo stesso serial killer, supportato da una vera e propria "famiglia allargata" di seguaci pronti a tutto per lui riesce ad evadere, Hardy viene richiamato in modo che possa consegnarlo una volta ancora alla Giustizia: in realtà è lo stesso Carroll a volere un rinnovato confronto con il suo antagonista, spinto dal desiderio di scrivere un nuovo capitolo - se non addirittura un romanzo intero - della loro storia di rivali.
Per Hardy inizierà una caccia che presto si trasformerà in un vero e proprio incubo per l'agente, i suoi colleghi, gli States nonchè per l'ex moglie di Carroll - della quale Ryan è innamorato - e suo figlio, il piccolo Joey.





Film, serie tv, romanzi che abbiano come cornice un'ambientazione legata a serial killer, morti ammazzati e chi più ne ha, più ne metta, sono di norma molto ben accetti in casa Ford, forti del fatto di rappresentare una di quelle categorie in grado di mettere d'accordo il sottoscritto e Julez senza dover necessariamente ricorrere al compromesso come capita con il Cinema d'autore o un certo tipo di musica - un nome su tutti, Tom Waits -.
Accanto ai consueti Criminal minds e Jo Nesbo, dunque, devo ammettere che l'arrivo di una grossa e pubblicizzatissima produzione come The following aveva creato un certo hype qui al Saloon, nella speranza che lo stesso si potesse tradurre in una serratissima caccia/confronto tra l'agente Hardy - Kevin Bacon, altro attore molto ammirato da queste parti - e l'assassino seriale Joe Carroll - un molto, molto meno ammirato James Purefoy - in grado di tenerci praticamente inchiodati allo schermo.
Il risultato è stato decisamente più deludente - o diludendo, per usare un termine ormai mitico - di quanto non si presentasse sulla carta e non fosse stato spinto dalla massiccia campagna pubblicitaria della Fox, che ha presentato il prodotto di Kevin Williamson neanche si trattasse di una sorta di versione tv de Il silenzio degli innocenti: certo, la confezione è buona, il cast - Purefoy a parte - discreto, la tensione regge e la curiosità stuzzica, eppure il risultato pare più simile ad una sorta di improbabile affresco nello stile di Harper's Island - altra robetta spacciata per grande thriller uscita qualche stagione fa - che non ad un'opera da mozzare il fiato come sono state, in sala, il già citato Il silenzio degli innocenti, Manhunter o Zodiac.
Se, dunque, da un lato la questione della setta di seguaci di Carroll, unita alla devozione per il killer e alle azioni perfettamente coordinate intriga e suscita riflessioni importanti sul controllo che esercitano - ed hanno esercitato, vedasi Charles Manson - figure dubbie ma oltremodo carismatiche su menti più influenzabili e ne escano personaggi sfaccettati e ben scritti come quello di Emma - braccio destro di Joe -, dall'altro spesso e volentieri si sfiora la quasi fantascienza per la facilità con la quale i suddetti followers Carrolliani riescono a tenere in scacco le forze dell'ordine, o si inciampa in dettagli poco curati - cellulari triangolati solo ed esclusivamente quando serve alla risoluzione della trama, il problema di alcolismo di Hardy già dimenticato alla seconda puntata, l'utilizzo di figure decisamente troppo sopra le righe come la vicina di casa nonchè ex dello stesso Ryan - che, fondamentalmente, finiscono per minare la credibilità del risultato finale.
Un peccato, perchè se si fosse puntato meno sulle scene madri - l'inutilmente troncato e sopra le righe season finale - e più sulle sfumature convincenti - i personaggi di Roderick e Jacob, in assoluto i più interessanti tra i seguaci della setta, l'ossessione di Hardy per Carroll ed il rapporto con sua moglie - il risultato sarebbe stato senza dubbio ricordato non tanto come l'ennesima sparata delle major del piccolo schermo ma come una produzione di qualità autoriale in grado di solleticare paure ed inquietudini con potenzialità da blockbuster.
Nonostante tutto, comunque, in casa Ford si continuerà a seguirlo anche il prossimo anno, nella speranza che, come fu per American Horror Story, ad una prima stagione decisamente al di sotto delle attese segua una seconda in grado di lasciare a bocca aperta: in caso contrario, nonostante i morti ammazzati ed i killer siano pane per i denti degli occupanti del Saloon, non avrò certo difficoltà a destinare Ryan Hardy ed i suoi tormenti al limbo dei serial abbandonati senza troppi patemi d'animo.
Nel frattempo, nonostante mantenga alta la guardia, cerco di essere ottimista e di credere che il meglio di e per The following debba ancora venire, e che l'eredità di Joe Carroll ed il suo impatto sulle vite di Ryan, Claire ed il piccolo Joey si sia fatto sentire solo in superficie.



MrFord



"Hey, I ain't never coming home
hey, I'll just wander my own road
Hey, I can't meet you here tomorrow 
say goodbye don't follow
misery so hollow."
Alice in chains - "Don't follow" - 


domenica 20 gennaio 2013

The mentalist - Stagione 2

Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2009
Episodi: 23



La trama (con parole mie): Patrick Jane ed i suoi colleghi del CBI continuano a mietere successi caso dopo caso, senza però mai dimenticare l'ancora latitante John il rosso, responsabile degli omicidi della moglie e della figlia dell'esperto in menzogne e comportamenti.
A mettere loro i bastoni tra le ruote viene giunge una nuova squadra speciale capitanata da un ex compagno di Lisbon, Bosco, che riceve l'incarico di occuparsi in esclusiva del pericoloso serial killer: malgrado gli iniziali screzi, i due team paiono trovare una sorta di tacito accordo fino a quando lo stesso criminale non giunge a rompere gli equilibri assassinando Bosco e i suoi uomini per poi svanire di nuovo nel nulla.
Per Jane sarà l'ennesimo incentivo a dare la caccia all'uomo che ha giurato di non consegnare alla Legge in modo da poter finalmente soddisfare la sua sete di vendetta.




Quando, ormai più di un anno fa, Julez mi propose di inserire nel palinsesto delle serie tv di casa Ford The mentalist, rimasi piuttosto dubbioso sulla riuscita dell'operazione, di fatto sottovalutando il titolo firmato Bruno Heller con protagonista il sempre sarcastico Patrick Jane, personaggio azzeccatissimo interpretato da Simon Baker, uno che non mi è mai stato particolarmente simpatico e che, invece, proprio grazie a questo titolo ha guadagnato parecchi punti.
Ora mi ritrovo, con due stagioni alle spalle e tre - se non sbaglio - ancora davanti ad affermare che, pur non essendo un Capolavoro del piccolo schermo, questo prodotto risulta essere uno dei più divertenti e godibili del momento, capace di intrattenere senza richiedere un impegno eccessivo e, soprattutto, di non annoiare neppure con i suoi episodi di fatto autoconclusivi.
Perchè se la sottotrama dedicata all'assassino seriale John il rosso resta il leit-motiv principale della serie, è pur vero che la stessa funziona, di fatto, grazie al meccanismo - che mi ricorda quello dei fumetti made in Italy - dell'episodio singolo in grado di catturare eventuali nuovi spettatori senza che gli stessi conoscano troppo del background dei personaggi o della storia principale: uno dei più grandi pregi di questa seconda annata - un passo avanti alla prima, nonostante, se non ricordo male, lo stesso voto -, al contrario, è costituito proprio dal tentativo di dare una conformazione almeno in parte più profonda all'insieme e ai protagonisti, dalla storia tra Rigsby e Van Pelt all'utilizzo di Bosco e della sua squadra, dal passato da membro di una gang di Cho - in assoluto il mio preferito - all'introduzione del nuovo capo del CBI, la tosta Hightower.
Peccato che il vero salto di qualità dell'intera proposta venga a mancare proprio nel momento in cui, archiviato il terribile omicidio da parte di John il rosso del team di Bosco - e di Bosco stesso -, le dinamiche tornano ad essere quelle di sempre almeno fino al season finale, che cambia almeno in parte le carte in tavola e da inizio ad un nuovo capitolo dello scontro tra Jane e la sua terrificante nemesi.
Probabilmente, se tutta la stagione si fosse mantenuta sui livelli di questi due climax, avremmo avuto di fronte un nuovo titolo di riferimento nell'ambito thriller delle serie tv, mentre pare che gli autori abbiano voluto optare per una scelta più comoda conservando, di fatto, la materia che è il motore del titolo anche per le stagioni successive: non che mi lamenti troppo, in fondo ammetto di essermelo inaspettatamente goduto dal primo all'ultimo episodio, solo coltivo la speranza che, con la terza stagione, possa giungere finalmente il cambio di marcia che possa garantire un vero e proprio passaggio di categoria a Jane e ai suoi.
Sicuramente John il rosso ed il suo rapporto con l'ex medium protagonista della serie è un tesoro che la produzione deve gestire alla perfezione e con il contagocce, perchè - e si torna di nuovo al mondo del fumetto - dietro un grande protagonista c'è sempre un grande antagonista, che di norma spinge l'eroe a compiere le imprese per le quali, alla fine, lo stesso finisce per essere ricordato ed amato: in questo senso, il loro confronto nell'ultimo episodio, se ben sfruttato, può essere un ottimo catalizzatore per i futuri sviluppi del loro rapporto e dello scontro finale che, ovviamente, gli autori decideranno di affrontare soltanto quando la serie giungerà al suo naturale termine oppure avrà bisogno di un brusco e ad effetto cambio di rotta.
A conti fatti, comunque, una proposta che mi sento di consigliare in scioltezza e tranquillità, in grado di mettere d'accordo praticamente ogni fetta di pubblico e portatrice di quella necessaria dose d'intrattenimento per nulla pretenzioso che in alcuni casi per una serie tv diviene quasi necessaria.
Senza contare che il traghettatore e protagonista è davvero un personaggio di cui vale la pena fare la conoscenza.


MrFord


"If you could read my mind, love,
what a tale my thoughts could tell.
Just like an old time movie,
'bout a ghost from a wishing well.
In a castle dark or a fortress strong,
with chains upon my feet.
You know that ghost is me.
And I will never be set free
as long as I'm a ghost that you can't see."
Johnny Cash - "If you could read my mind" -


venerdì 3 febbraio 2012

L'ultima caccia

Autore: Joe R. Lansdale
Origine: Usa
Editore: Fanucci
Anno: 1998 (in Italia 2006)


La trama (con parole mie): nel cuore del Texas della Grande Depressione, nell'estate del 1933, il quindicenne Richard Dale, uomo di casa in assenza del padre impegnato con la lotta tra una fiera e l'altra per raccogliere il denaro che fatica ad arrivare con i magri raccolti, si trova a difendere terreni e famiglia dal famigerato Vecchio Satana, un cinghiale leggendario che nessuno è mai riuscito a catturare o uccidere, responsabile della menomazione di Pharaoh, il grande vecchio della comunità, cacciatore provetto, che perse le gambe proprio in uno scontro con la bestia.
Accanto al giovane Richard c'è Abraham, suo amico inseparabile: spinti dal coraggio un pò folle dell'età, i due ragazzini si lanceranno nella caccia sperando di fare la storia, ingannare quel diavolo d'un Vecchio Satana e riportare a casa la pelle. Anche perchè se così non fosse, chi li sentirebbe i loro vecchi!?




E così, Lansdale è tornato a casa.
Casa Ford, più che il Texas.
Grazie ad uno dei regali di Nachele di Julez sono riuscito ad assaporare una volta ancora le atmosfere semplici e dirette del buon Joe, riscoprendo i luoghi che da sempre caratterizzano l'operato dello scrittore e segnano lo spirito cui, più recentemente, l'autore della fortunata serie dedicata agli idoli Hap e Leonard si è abbandonato per la realizzazione di Cielo di sabbia, sua più che piacevole opera più recente.
Avevo sempre sentito parlare un gran bene, di questo L'ultima caccia, romanzo breve per ragazzi scritto nello spirito della formazione e dedicato all'avventura classica, in parte - come di consueto per il lavoro di Mr. Joe - autobiografico e giocato sul sottile filo della nostalgia e dell'affezione ai luoghi che,  senza dubbio, si rivelano fondamentali per la geografia lansdaliana.
I giovani Richard e Abraham ricordano, in qualche modo, quelli che saranno i già citati Hap e Leonard: legati da un'amicizia indissolubile forgiata lontano da tutti i pregiudizi razziali del periodo e destinati a vivere le loro più grandi imprese uno accanto all'altro, i due sono pronti a sacrificare quanto più possibile per se stessi e per l'amico sapendo, tutto sommato, di perseguire lo stesso fine con i medesimi mezzi.
L'incedere della storia, scandita con ritmo veloce grazie alla schiettezza di una prosa che non potrà certo mai essere "alta", e che eppure continua a risultare credibile e sincera, è legato a doppio filo ad un'avventura unica nelle vite dei due giovani protagonisti, spinti dalla vendetta e dal coraggio scombinato della loro età verso un'impresa incredibilmente più grande di loro - almeno sulla carta - che segnerà il passaggio dalla giovinezza all'essere adulti, dai giochi e le fantasie ad una responsabilizzazione legata agli affetti più importanti delle loro vited.
Ma non occorrono paroloni o chissà quali filippiche, per parlare di questo lavoro di Lansdale: quello che serve è uno spirito alla Stand by me, l'estate che incombe, il caldo da togliere il fiato, la voglia di evadere, un pò di amarcord e l'idea che una grande avventura possa essere costruita a partire dal potere della nostra fantasia, che trasforma una bestia selvaggia in un nemico diabolico ed un avversario che arranca, come noi, per sbarcare il lunario ed arrivare al giorno seguente in un'incarnazione indomita e quasi sovrannaturale in grado di andare ben oltre la realtà di stenti che la quotidianità è in grado senza troppi indugi di riservarci.
Certo, forse un libro dedicato più a noi vecchi Goonies mai domi o agli appassionati seguaci dell'autore texano che non al grande pubblico, eppure l'ennesima conferma di un talento indubbiamente non cristallino ma di pancia abbastanza per conquistare lo spazio che tutti gli outsiders come Lansdale - e come noi, chissà - meritano, proprio perchè cacciatori senza posa di una vita che non basta mai, di un'emozione che induce sempre al potenziale errore, o all'impresa irripetibile.
Nel film di Richard Donner dedicato ai giovani avventurieri di Astoria si parla di scarti: Richard e Abraham lo sarebbero altrettanto, cresciuti ai margini di una società ancora acerba - come ora, a ben guardare - e disposti a giocarsi il tutto per tutto per una manciata di sogni messi insieme a partire dai racconti di un vecchio cacciatore e di una pila di fumetti noir, animati dal fervore di una vendetta che passa tutta attraverso le regole di Madre Natura.
Io sto con loro, e con Lansdale.
Perchè si deve vivere fino in fondo, o il cinghiale del diavolo che sta dentro e fuori di noi finirà per non divertirsi neppure a ballare la danse macabre che porterà uno alla leggenda, e l'altro alla morte.
E non divertirsi, quando si vive fino in fondo, è un delitto anche più grande del morire.


MrFord


"Going down to the swamp
gonna watch me a hound dog catch a 'coon
well, I'm going down to the swamp
gonna watch me a hound dog catch a 'coon
you know the hound dog make a music
on a summer night under a full moon."
Lynyrd Skynyrd - "Swamp music" -

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