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sabato 11 aprile 2020

Wrestlemania 36

Aggiornamenti sulla card di WrestleMania 36 | Tuttowrestling


E' curioso pensare a quante cose possano cambiare, nel corso di un solo anno.
La vita, in tutte le sue sfumature, è sempre pronta a riservarci sorprese e deviazioni, colpi di scena, cadute ed incredibili rivelazioni, e tra le tante che mi hanno coinvolto e stanno coinvolgendo, così come stanno coinvolgendo tutti, ha finito per toccare anche una delle mie più grandi passioni, il wrestling.
Lo scorso anno, in questi giorni, ero a New York per coronare il mio sogno di bambino ed assistere dal vivo a Wrestlemania, il Superbowl dello Sport Entertainment, e a distanza di dodici mesi quello stesso spettacolo, che si nutre di pubblico e di vibrazioni ed emozioni provenienti dallo stesso, si è ritrovato a dover far fronte all'emergenza legata alla diffusione del Coronavirus.
L'edizione di quest'anno dello Showcase of Immortals, infatti, passerà alla Storia: è - e probabilmente sarà - la prima in assoluto ad essere stata registrata ed essere stata proposta senza pubblico.
Dalla sede originaria di Tampa Bay, in Florida, infatti, a seguito del dilagare dell'epidemia negli States la WWE ha deciso di portare comunque al suo pubblico il suo spettacolo - pur rimaneggiato, data l'assenza di nomi importanti come quello di Roman Reigns, due anni fa colpito da leucemia, che ha rinunciato ad uno dei match di cartellone per preservare la sua salute - registrando il tutto proponendolo in due serate.
Il risultato è stato senza dubbio straniante per chi, come me, segue questo carrozzone da trent'anni, e senza dubbio guardare un evento di wrestling in un'arena vuota crea lo stesso effetto che avrebbe un concerto a porte chiuse, ovvero di qualcosa in qualche modo incompiuto, soprattutto in termini di emozioni: non è un caso che l'esperimento più riuscito delle due serate si è rivelato essere il "match" tra John Cena e "The Fiend" Bray Wyatt, costruito come un omaggio alle ultime decadi di wrestling o una puntata di una sorta di serie tv, un cocktail riuscitissimo - almeno per gli appassionati del genere - che ha saputo cogliere l'occasione di queste condizioni particolari per proporre qualcosa di davvero diverso.
Il resto è andato più o meno come lo aspettavo, in termini di risultati, anche se pensare alle più di ottantamila persone del MetLife Stadium lo scorso anno che facevano tremare le gradinate e lo streaming da quarantena senza alcun grido dal pubblico di questo appare davvero come qualcosa di storico, a suo modo, e senza dubbio ancora adesso assurdo, per un amante della vita vissuta come me.
La speranza, ovviamente, è che l'anno prossimo si possa tornare a sentire il boato della folla di fronte ad uno spot particolarmente pericoloso, o ad un colpo di scena inaspettato.
Nel frattempo, in tempi strani come questi, ci facciamo bastare la stranezza di alcuni esperimenti particolarmente riusciti.



MrFord




lunedì 1 aprile 2019

Saloon in NY



Bulletin anomalo, questa settimana, o quantomeno rinviato: curioso, perchè negli ultimi sette giorni saranno passati su questi schermi cinque o sei film, una cosa che non accadeva da tempo, ma che preferisco tenermi per la prossima puntata.
A questo giro, oltre a ricordare ancora una volta a tutti di fare un giro su Amazon per scoprire l'ultima fatica letteraria di Julez, prendo una vacanza approfittando del fatto che giovedì partiremo per New York per la nostra mini vacanza annuale senza Fordini - sia santificata la suocera Ford - approfittando di un sogno che coltivavo da anni: per i quaranta che ormai incombono, infatti, avevo pianificato di volare negli States per vedere dal vivo Wrestlemania, che domenica 7 aprile si terrà al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey. E così, per realizzare un sogno che avevo fin da bambino, ci siamo ritrovati di fronte la Grande Mela. 
Per Julez sarà una scoperta, per me un ritrovare una vecchia amica: New York era stato il mio primo, grande viaggio nel lontano ottobre del novantaquattro, e sono davvero curioso di scoprire come potrò rivivere questa città così importante anche per il Cinema da adulto, con le sue diversità, le sue novità, la sua storia e anche la mia.
E ovviamente, anche di godermi tanto sano, vecchio, tamarro wrestling.



MrFord

mercoledì 11 aprile 2018

Wrestlemania 34



Come ogni anno, arrivo al weekend dedicato a Wrestlemania, il Superbowl dello sport entertainment, esaltato come quando, da bambino, esattamente ventotto anni fa, con mio nonno guardai uno degli incontri più importanti di questo spettacolo, che vide contrapporsi il mio favorito di allora Ultimate Warrior a Hulk Hogan, che venne per la prima volta sconfitto in modo pulito in un match e fu protagonista di un "passaggio di consegne" che, di fatto, sappiamo bene che non avvenne a causa anche del pessimo carattere dell'uomo dietro la maschera del "Guerriero".
Negli anni ho assistito alle varie edizioni di questo evento da solo o in compagnia, di notte in diretta - quando non avevo figli e il giorno dopo non lavoravo - o in streaming il giorno seguente, in un'unica "tirata" o spezzettando le numerose ore di show nell'arco di una giornata: a questo giro, e sperando con il prossimo anno di poter anticipare i festeggiamenti per i miei quarant'anni assistendo di persona allo Showcase of the Immortals, il weekend di Wrestlemania cadeva in un momento particolare, proprio a cavallo dell'inizio di una nuova avventura lavorativa che, spero, possa essere positiva per me e chi mi sta vicino e accanto, partendo da NXT - Takeover fino a culminare con il Grandest Stage of them all.
E, devo ammetterlo, è stata una delle migliori edizioni degli ultimi otto o dieci anni.
Mi piacerebbe parlare nel dettaglio del fantastico - in termini di lottato e storie raccontate - Takeover, che dimostra la validità di un progetto - quello di NXT, che nacque come federazione di sviluppo della WWE ed ora rappresenta la sua versione "d'essai", dedicata ai fan del wrestling di nicchia, legato a figure di spicco delle federazioni indipendenti giunte alla corte di quella che è la regina del wrestling mondiale, la WWE per l'appunto - che ha portato in scena un ladder match pazzesco in apertura - con molti spot pericolosi ed un ritmo incredibile -, il turn heel a sorpresa di Roderick Strong, la consacrazione di uno dei miei nuovi favoriti, Aleister Black, come campione e l'intensissimo match che chiude la rivalità - forse - tra gli ex migliori amici Johnny Gargano e Tommaso Ciampa, ma già immagino il volto cianotico di Cannibal, e dunque passo a Wrestlemania, che a partire dal bellissimo Superdome di New Orleans e da uno stage splendido, ha regalato davvero sorprese ed emozioni.
Dagli ingressi in apertura di Seth Rollins in versione Game of thrones e Finn Balor sostenuto dal movimento LGBT di New Orleans all'ottimo esordio dell'ex campionessa di MMA Ronda Rousey, si è passati al forse leggermente deludente rispetto alle attese match tra AJ Styles e Nakamura - dato per favoritissimo - chiuso a sorpresa con la vittoria del primo ed un secondo turn heel - dopo quello di Roderick Strong citato poco sopra - inaspettato e pronto ad aprire nuovi scenari ed all'angle - perchè non è stato un vero incontro, a conti fatti, tra due leggende come Undertaker e John Cena: curioso, per chi negli ultimi dieci anni ha contestato il Cena invincibile vedere ora un wrestler part time che incassa le sconfitte e guarda ad un futuro che, probabilmente in tempi brevi, lo vedrà abbandonare il quadrato per tentare la strada del Cinema.
Le sorprese non sono finite, e la sconfitta di Roman Reigns contro Brock Lesnar nel main event lascia intravedere uno spiraglio e la speranza, per il ragazzone di origini samoane, di non ritrovarsi sulla stesa strada di Cena - osteggiato per la maggior parte della carriera dal pubblico più adulto - senza avere lo stesso carisma e la stessa determinazione nel proporsi come "l'eroe positivo" del bostoniano: un incontro tosto e pieno di botte - del resto Lesnar quello sa fare - che pare abbia addirittura indispettito il proprietario Vince MacMahon, scontento dell'eccessivo sanguinamento di Reigns a seguito dei colpi inferti dal suo avversario.
E' stata la Wrestlemania del ritorno sul ring di Daniel Bryan, costretto al ritiro a causa di problemi neurologici tre anni fa e fisicamente tornato in grado di disputare incontri, sostenuto dal pubblico e confermatosi come uno dei lottatori più amati di questa generazione.
Ma per il sottoscritto, il momento più bello di quest'ottima edizione di Wrestlemania va ricercato in un abbraccio simile a quello tra Warrior e Hogan ventotto anni fa, e che come allora ha avuto il potere di farmi pensare, rifacendomi ad un canto che spesso viene intonato nelle arene di fronte ad un grande spettacolo, "This is wrestling": Charlotte Flair, figlia del mitico Ric, forse l'atleta femminile migliore di questa generazione e tra le migliori di sempre, campionessa quasi inamovibile dal suo "trono" - di recente è stata definita proprio la versione "in rosa" di Hulk Hogan - affrontava Asuka, storico volto del wrestling giapponese imbattuta dal suo arrivo in WWE, quasi tre anni fa.
La maggior parte degli esperti pronosticavano un grande incontro - come è stato - con la vittoria di Asuka in attesa che la sua incredibile streak fosse interrotta proprio da Ronda Rousey per questioni di fama e pubblicità: e invece è stato dato un riconoscimento enorme al wrestling e a Charlotte Flair, che compiuta l'impresa - per quanto ovviamente già predeterminata - non è riuscita a trattenere le lacrime, esplose quando Asuka, nel suo inglese stentato, ha affermato di aver incontrato finalmente qualcuno "ready for Asuka" facendole le congraturazioni.
Queste due donne, al centro del ring, abbracciate e in lacrime, oltre a segnare un'epoca nuova del wrestling, mi hanno fatto tornare bambino, quando lo stesso gesto tra Ultimate Warrior e Hulk Hogan mi faceva pensare a due supereroi, o creature mitologiche che, al termine di una lotta fantastica, non possono fare altro che mostrare il reciproco rispetto e il lato migliore della sportività.
Ed è vero che il wrestling non è solo sport, o non lo è nell'accezione effettiva del termine.
E' uno spettacolo, una magia, qualcosa che crea un ponte tra l'innocenza, il divertimento, l'adrenalina e lo sfogo puro.
Un pò come il Cinema.
E non esiste niente come Wrestlemania in grado di mostrare tutto questo.



MrFord




sabato 8 aprile 2017

Wrestlemania 33




L'appuntamento con Wrestlemania, il Superbowl del wrestling, lo Showcase of the Immortals, The grandest stage of them all, è uno dei più attesi dell'anno da parte del sottoscritto, in barba ai periodi in cui, per mancanza di pathos o scarsa creatività dei booking team, oppure più banalmente per match meno esaltanti, mi ritrovo a rimpiangere i fasti del passato, da quando ero bambino e a darsi battaglia erano Hulk Hogan e Ultimate Warrior al passato recente di CM Punk e Daniel Bryan.
Quest'anno, per l'edizione numero trentatre - se penso che la prima che vidi da spettatore fu la sei mi vengono i brividi -, la WWE ha calcato la mano principalmente su due incontri, quello tra Lesnar e Goldberg e quello tra Undertaker e Roman Reigns, entrambi destinati a far parlare di loro appassionati e non nel bene e nel male: personalmente, ho deciso di godermi questa edizione senza particolari aspettative o pathos, ed il risultato è stato, non me ne vogliano gli "esperti", forse quella che ha finito per darmi più soddisfazioni degli ultimi anni.
Ma andiamo con ordine: archiviato il kickoff - tre match dei quali uno solo davvero degno di nota, quello per il titolo dei pesi leggeri tra Neville e Austin Aries, lottato molto bene e decisamente duro, considerati due o tre bump durissimi presi da Aries con cadute per nulla protette dal suo avversario - si è partiti molto bene con uno degli incontri migliori della serata, quello tra AJ Styles - al momento il mio favorito in assoluto, nonchè probabilmente il miglior wrestler attualmente in attività, nonostante una stazza certo non mastodontica - e Shane MacMahon, che per il secondo anno consecutivo, considerato che parliamo di uno che non è mai stato lottatore per professione e di un uomo di quarantasei anni, ha finito per lasciarmi a bocca aperta grazie ad un paio di spot notevoli nonchè ad una shooting star press eseguita alla grandissima - manovra aerea spettacolare che molti atleti di vent'anni meno non si sognano neppure di tentare -. Bravissimi entrambi.
Il secondo match, uno di quelli costruiti meglio a livello di scrittura, vedeva Kevin Owens fronteggiare l'ex amico Chris Jericho, veterano che ancora oggi regala momenti davvero magici: incontro discreto, anche se da questi due mi sarei aspettato davvero molto di più.
Jericho non era al meglio fisicamente, ma io comincio a pensare che il tanto adorato dai fan radical del wrestling Kevin Owens non sia, in realtà, un fenomeno come molti pensano.
In due anni di WWE, gli ho visto fare incontri ed interpretare un personaggio sempre uguale a se stesso. Staremo a vedere.
Una parziale delusione, considerato il valore delle lottatrici sul ring, è stato il match per il titolo femminile di Raw, che lo scorso anno era stato lo show stealer dell'evento: troppo breve e troppo repentino nella sua evoluzione, ma comunque divertente.
Spazio poi al recap sulla cerimonia dedicata alla Hall of fame della sera precedente, con protagonista Kurt Angle, tornato in casa WWE dopo gli anni della TNA: quella dell'Arca della gloria è una cerimonia sempre mitica e commovente, il momento nostalgia della visione.
Il ladder match per i titoli di coppia di Raw, invece, è stato un momento molto godibile e, seppur non memorabile, sarà ricordato per la sorpresa meglio accolta di Wrestlemania: il ritorno degli Hardy Boyz - con grande giubilo di Julez -, uno dei tag team più importanti di sempre, che senza dubbio potrà ancora emozionare i fan, e non me ne vogliano i miei attuali preferiti Big Cass ed Enzo Amore.
Archiviato il grande ritorno, è arrivato al volo un altro memorabile Wrestlemania moment in coda ad un incontro che era solo figurativo, quello tra John Cena e Nikki Bella e The Miz e Maryse: il lottatore bostoniano, figura cardine del wrestling del Nuovo Millennio, ormai più un part timer che non l'uomo di punta della federazione, ha chiesto in diretta televisiva alla sua compagna di sposarlo in una cornice che, preparata oppure no, è stata senza dubbio emozionante.
E senza dubbio più importante di qualsiasi incontro.
Triple H ha invece pagato dazio al suo ex pupillo Seth Rollins in un faccia a faccia che, come quello tra Kevin Owens e Chris Jericho, poteva essere molto di più, ma quantomeno segna la fine - forse - di una rivalità che avrebbe bisogno di lanciare uno degli atleti più importanti che la WWE abbia in questo momento ed indicare a Triple H la direzione di una nuova carriera dirigenziale, che, tra l'altro, l'ex membro della DX sta conducendo egregiamente.
Lo scontro tra Randy Orton e Bray Wyatt potrebbe essere associato a quest'ultimo, e forse è stato quello che ha deluso più le aspettative della vigilia del sottoscritto: Wyatt è bravissimo al microfono, ha un personaggio che funziona, eppure manca ancora, nonostante il titolo vinto e qui perso, della scintilla che potrà davvero lanciarlo in prospettiva futura.
Orton, come Cena, dovrà cominciare, invece, più che a raccogliere titoli ad occuparsi di lanciare la generazione destinata a sostituirlo.
Alle spalle questa cavalcata, e congedati i miei ospiti ormai troppo stanchi - cinque ore di evento a suon di cocktails by Ford sono difficili da gestire - ho affrontato uno dei due incontri più importanti della serata, quello tra la leggenda Goldberg ed il mostro Lesnar, che in barba ai limiti tecnici ed all'età - soprattutto il primo - hanno regalato ai fan un match da fumettone, in pieno spirito anni ottanta, in cui due charachters praticamente invincibili per qualsiasi altro lottatore - o quasi - si sono dati battaglia in una contesa veloce ma decisamente divertente ed emozionante.
A prevalere, finalmente - nella loro rivalità aveva sempre patito la sconfitta - è stato Lesnar, che ora, da campione, dovrà probabilmente sacrificarsi a qualcuno destinato, zoccolo duro dei fan o no, a raccogliere il testimone di Cena.
Il match dedicato al titolo femminile di Smackdown, purtroppo più che altro un riempitivo - troppo veloce e con troppe concorrenti -, ha fatto da filler in vista del main event, che ha visto opposti The Undertaker, vera e propria leggenda del ring, e Roman Reigns, il prescelto dai MacMahon per raccogliere il testimone di Cena, come appena citato, e come il buon John ai tempi d'oro fischiato, insultato e criticato dai fan hardcore perchè troppo buono, troppo forte, troppo vincente.
Personalmente, ho apprezzato la scelta della WWE di chiudere una carriera incredibile come quella di Undertaker - che spesso e volentieri ho detestato, lo ammetto - per mezzo di Reigns, il Khal Drogo del wrestling, il giovane assetato di gloria che irrita il pubblico maschile per invidia, al massimo della sua forma contro un uomo che ha dato tutto per lo sport entertainment, che probabilmente nessun altro riuscirà ad eguagliare in "miticità" - per dirla come Po - ma che, oggettivamente, non aveva - e non ha - più i mezzi fisici per poter garantire prestazioni importanti come quelle che hanno costituito l'ossatura della sua carriera.
Il momento dell'abbandono di guanti, cappotto e cappello al centro del ring ha avuto il sapore della consapevolezza che il tempo passa per tutti, e che un'epoca è finita, ma anche della liberazione da un peso, quello di intepretare un charachter dai poteri quasi soprannaturali, e che il bacio dato alla compagna Michelle McCool a bordo ring allontanano definitivamente da un uomo che è, probabilmente, stato il più grande personaggio che questa disciplina abbia mai conosciuto.
E lo dico da suo non tifoso.
Rest in peace, Undertaker.
Noi appassionati di questo spettacolo non possiamo fare altro che esserti eternamente grati.



MrFord




venerdì 8 aprile 2016

Wrestlemania 32

La trama (con parole mie): non può mancare, al Saloon, l'appuntamento annuale con il Superbowl del wrestling, una delle passioni più grandi del sottoscritto fin dall'infanzia. Quest'anno, come poche altre volte, mi sono accostato all'evento più importante dell'anno dello sport entertainment in modo piuttosto distaccato, considerato che tra infortuni, abbandoni e nostalgia dei vecchi tempi ormai non sia rimasto nessuno ad emozionarmi come vorrei.
Eppure, nonostante le delusioni del durante e soprattutto del dopo, questo evento non riuscirà mai davvero a non coinvolgermi.









Quando penso al wrestling ed al fascino che ha da sempre esercitato sul sottoscritto, finisco per riflettere a proposito dall'incontro tra fiction e realtà, fumettone e sport, apparenza e tecnica che di fatto rappresenta: ricordo benissimo i tempi in cui con mio nonno vidi i primi incontri con protagonisti Tiger Mask o Antonio Inoki, l'ascesa di Hulk Hogan e di uno dei miei favoriti di tutti i tempi, Ultimate Warrior, gli anni in cui, con l'adolescenza e la "scomparsa" del wrestling stesso dalla televisione italiana, mi allontanai perdendomi, di fatto, il meglio dell'Attitude Era, il riavvicinamento ed il recupero di incontri che non avevo avuto la fortuna di vedere "in diretta", l'esplosione di Brock Lesnar, la ribalta dei tragici outsiders Eddie Guerrero e Chris Benoit, l'affermazione dei nuovi fenomeni CM Punk e Daniel Bryan, fino ad oggi.
Negli ultimi anni, devo ammetterlo, il mio cuore di fan del wrestling mainstream - non ho abbastanza tempo da dedicare alle proposte indipendenti, dunque, di fatto, limito le mie visioni all'offerta WWE o quasi - si è raffreddato molto, complici i ritiri per questioni fisiche di Edge e del già citato Daniel Bryan - avvenuto proprio un mese prima di Wrestlemania - e l'abbandono di CM Punk, in rotta con la federazione ed ormai deciso ad intraprendere una carriera in UFC - sbagliando, a mio parere, ma questa è un'altra storia -: dunque, l'approccio ad una delle Wrestlemania meno attese dal sottoscritto di sempre è stato piuttosto freddo, nonostante nei giorni prima della visione l'elettricità si sia comunque fatta sentire nell'aria - complice anche un antipasto targato NXT, il brand di sviluppo WWE, davvero ottimo, testimonianza del lavoro egregio fatto in quest'ambito nel corso degli ultimi due anni -.
Ma cos'è accaduto, dunque, all'evento di wrestling più importante dell'anno?
E soprattutto, quali sono state le reazioni in casa Ford?
Personalmente, la trentaduesima edizione dello Showcase of the Immortals difficilmente entrerà non solo tra le migliori, ma anche tra le buone o le discrete: uno show troppo lungo - due ore di Kickoff con tre incontri non particolarmente brillanti - e quasi cinque di pay per view sono decisamente parecchie, specie se non si brilla per qualità o emozione.
Considerato, infatti, che a parte un paio di spot nel ladder match d'apertura, la tecnica di Chris Jericho ed AJ Styles nel secondo incontro - dal quale comunque mi aspettavo qualcosa in più - i momenti migliori sono stati regalati da Shane McMahon - figlio del patron della WWE, e di fatto un ex non wrestler - con il suo salto dalla gabbia dell'Hell in a cell contro Undertaker che ha fatto tornare alla mente il volo di Mick Foley del novantotto - roba da brividi a vent'anni, un tuffo da sette metri e passa su un tavolo da commento, figuriamoci, come nel caso del buon Shane, a quasi cinquanta -, la comparsata del meraviglioso trio composto, per l'appunto, da Mick Foley, Shawn Michaels e Stone Cold Steve Austin per spazzare via l'inutile League of Nations nel più classico dei Wrestlemania moments e l'incontro a tre per decretare la campionessa femminile tra Charlotte - figlia della Leggenda Ric Flair -, Becky Lynch e Sasha Banks, tutte formate proprio ad NXT, il bottino di questa edizione è davvero scarno, specie considerato lo scempio che i writers WWE hanno compiuto la notte successiva nella settimanale edizione di Raw, che ha ribaltato come se non fossero mai esistiti quasi tutti i verdetti dei match.



Poi, certo, mi sono comunque divertito nel corso del siparietto The Rock e John Cena contro la Wyatt Family, l'atmosfera dell'AT&T Stadium di Dallas è stata pazzesca - una struttura del genere in Italia appare letteralmente da fantascienza, ed il colpo d'occhio dei più di centomila spettatori davvero da urlo -, continuo a pensare che, pur non essendo particolarmente dotato, Roman Reigns sia una scommessa potenzialmente vincente e le lamentele di molti fan hardcore nascano dall'invidia per il Khal Drogo del ring e non per il suo ruolo imposto di "nuovo Cena", il wrestling è sempre il wrestling, ma ancora una volta, il brivido è mancato: sul quadrato, incontri molto al di sotto delle aspettative come quello tra Dean Ambrose - che pare una versione al contrario di Reigns, carisma a mille e poca incisività nelle botte - e Brock Lesnar, e a livello di atmosfera, con il fiato sospeso dei grandi match che ci si aspetterebbe da occasioni come questa.
Certo, gli infortuni di John Cena, Seth Rollins, Randy Orton e Cesaro hanno pesato sulla card almeno quanto l'abbandono di Daniel Bryan, gli "sceneggiatori" WWE paiono presi dal peggio di Hollywood, il momento in termini di impatto - non economico, considerato che, probabilmente, la federazione principe dello sport entertainment vive attualmente il suo periodo più florido - è lontano dai fasti dell'epoca della Monday Night War, eppure pare essersi persa non tanto la tecnica, quanto il "romanticismo" del wrestling: incontri come la sfida tra Hogan e Warrior a Wrestlemania 6 o tra Warrior e Macho Man a Wrestlemania 7, la sfida tra Shawn Michaels e Bret Hart, i grandi ladder match per i titoli di coppia tra gli Hardy Boys, i Dudleys ed Edge e Christian, ma anche soltanto le sfide tra Shawn Michaels ed Undertaker, Kurt Angle, Ric Flair del passato recente erano davvero tutta un'altra storia.
Purtroppo, se non sperare in un favoloso e quasi impossibile ritorno di CM Punk - negli ultimi anni, nessun match è riuscito a regalare l'ebbrezza di tornare bambino al sottoscritto come la sfida tra lui e Cena a Money in the bank nel luglio del duemilaundici -, al momento dovrò fare buon viso a cattivo gioco e confidare nella maturazione dei ragazzi di NXT, da Kevin Owens a Sami Zayn, passando per le tre fanciulle che, credo per la prima volta nella storia di Wrestlemania, hanno rubato di gran lunga la scena ai loro colleghi dell'altra metà del cielo: e se il salto di Shane dalla gabbia è stato a suo modo epocale, il moonsault eseguito alla perfezione di Charlotte non è stato assolutamente da meno.
Segno di una nuova speranza in generazioni future?
Voglio pensare di sì.
Anche perchè il sogno di festeggiare l'anno del mio quarantesimo compleanno regalandomi un viaggio a bordo ring per Wrestlemania è ancora e più che mai vivo.






MrFord







domenica 13 aprile 2014

Wrestlemania XXX

La trama (con parole mie): nel giro di una sola settimana, mi trovo per la seconda volta a parlare di wrestling, una delle mie più grandi passioni dai tempi dell'infanzia, quando ancora il Cinema era praticamente un passatempo. Esattamente una sette giorni fa si è tenuta, a New Orleans, la trentesima edizione del Superbowl dello Sport Entertainment, ventiquattro anni dopo il primo che vidi, esaltatissimo, da spettatore. Era il millenovecentonovanta, e nel corso del main event Ultimate Warrior sconfiggeva Hulk Hogan raccogliendo, almeno sulla carta, il suo testimone. Oggi, nel duemilaquattordici, si è assistito ad un altro evento altrettanto importante.




Quest'anno il mio rapporto con il wrestling, da sempre disciplina amatissima al Saloon, è stato decisamente particolare.
A fine gennaio, infatti, con la Royal Rumble - evento tra i più amati dai fan e non solo - si è sancito l'abbandono forse definitivo di CM Punk, mio personale favorito nonchè primo wrestler a contrastare in tutto e per tutto - finendo perfino, almeno in senso strettamente lavorativo, dalla parte del torto - la volontà della Federazione più potente del mondo di continuare a lavorare indipendentemente da quello che era - ed è - il volere del pubblico, primo acquirente del prodotto.
Daniel Bryan, attuale campione, dovrebbe accendere più di un cero in segno di ringraziamento rispetto al suddetto Punk: se, infatti, la ribellione non fosse avvenuta, non avremmo avuto un finale di Wrestlemania come è stato.
Ma il ribattezzato "Yes movement" non ha di certo rappresentato la notizia della settimana, per chi, come il sottoscritto, suda e soffre anche solo osservando questi omaccioni seguire un copione simile a quello di un grande, unico spettacolo sul ring.
La morte di Ultimate Warrior, idolo della mia infanzia ed eroe della mia prima Wrestlemania da spettatore - ventiquattro anni fa, incredibile davvero - è riuscita infatti solo in parte ad eclissare la fine di uno dei più grandi miti del wrestling moderno: la Streak di Undetaker.
Leggenda assoluta del quadrato, possa piacere oppure no, il Deadman è riuscito a passare indenne attraverso ventuno edizioni di questo incredibile evento prima di cadere sotto i colpi di Brock Lesnar, che agli inizi degli Anni Zero era visto come una sorta di nuovo messia della disciplina, e dopo aver conquistato tutto il possibile, dieci anni fa esatti decise di abbandonare per tentare una carriera - fallimentare - nel football professionistico e dunque nelle MMA - decisamente migliore -, scatenando le reazioni dei fan ai tempi del suo per allora ultimo incontro, opposto a Goldberg, prima di tornare in pompa magna - pur se, di fatto, part time - due anni or sono.
Il Mercedes SuperDome di New Orleans ammutolito a quel conto di tre ha lasciato decisamente senza parole anche il sottoscritto, almeno al principio: la frase "the streak is over" ha risuonato pesante almeno quanto i rintocchi che da quasi un quarto di secolo accompagnano il "becchino" al quadrato, sollevando il dubbio rispetto alla scelta - senza dubbio dell'atleta stesso - di propendere per Lesnar - tra i più odiati dal pubblico - invece che per Shawn Michaels - una vera leggenda -, Triple H - una leggenda in fieri - o CM Punk - il best in the world, di nome e di fatto -, sue vittime nelle ultime edizioni.
Stupore provato a caldo a parte, la soluzione è infine parsa assolutamente giusta e sensata.
Nel corso dell'incontro tra Undertaker e Brock Lesnar, infatti, l'impressione è stata quella che il buon "Principe delle tenebre" della WWE non ce la faccia più, a sostenere il ritmo sul ring, neppure quando si tratta di portare a conclusione un match all'anno.
E che, dunque, fosse giunto il momento, e che la persona giusta per poterlo rendere reale fosse quella che, a quanto si dice, ha più ruggini - e parliamo di spogliatoio, non di finzione scenica - con il detentore del record, uno che il pubblico, sia pure per esigenze di spettacolo, odia.
"Per un bambino è una violenza molto maggiore vedere il cattivo vincere, che non vedere un pò di sangue", ha commentato Julez.
Ed è proprio vero. Ma la Realtà, almeno in questo caso, vince sulla Leggenda.
Il fiato, i colpi, gli infortuni e tutto quello che comporta una carriera di questo genere contano, così come gli anni che, inesorabilmente passano.
Tutto finisce, anche quello che pensavamo non sarebbe finito.
Ed è in quest'ottica che va letta la scelta di Mark Calloway - questo il vero nome di Undertaker - di rinunciare ad una delle vere istituzioni del wrestling di tutti i tempi, il suo record di imbattibilità nell'appuntamento più importante dell'anno.
Chapeau, quindi, a lui. 
E alla WWE, che tutta in piedi tributa un omaggio ad uno dei suoi più grandi interpreti di sempre.
Questa è stata una Wrestlemania amara, per il sottoscritto.
Nonostante Bryan, nonostante l'inevitabile reso epico dalla realtà. 
Nonostante il successo e la sconfitta.
E' stata la Wrestlemania in cui speravo di vedere trionfare il mio favorito, che ha deciso di mollare perchè stanco di non poter esprimere al massimo il suo talento. Posso capirlo. E penso possa farlo anche gran parte della gente che lavora.
E quella in cui, per la prima volta, non mi sentivo così sicuro di andare contro un'istituzione - la suddetta Streak - che ho sempre detestato.
E' andata male in entrambi i casi.
Ma come ogni lottatore che si rispetti, incasso e vado avanti, pronto a rialzarmi.
Perchè le regole del gioco, e della vita, prevedono anche, e soprattutto questo.



MrFord









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