La trama (con parole mie): Flynn, geniale programmatore, dopo aver sconfitto Master Control ed assunto il comando della Encom, sparisce misteriosamente nel 1989 lasciando suo figlio solo a chiedersi cosa fare della maggioranza delle azioni del maggior colosso informatico del mondo. Sam, divenuto adulto, si ritroverà, come suo padre prima di lui, per caso (?) nella rete, e dovrà lottare per salvare i due mondi.
I sequel, soprattutto a distanze di tempo siderali dall'originale come questo, hanno un'altissima percentuale di rischio di divenire patetiche rivisitazioni spesso malgirate e poco interessanti.
Fortunatamente, il regista Kosinski - probabilmente grande fan della prima ora di Tron -, senza troppe pretese e perdendosi nella pratica solo in una leggermente eccessiva durata, è riuscito a confezionare un omaggio in grado di ampliare in modo plausibile il plot originale, completamente girato con lo spirito easy che pervadeva, per l'appunto, la pellicola "madre".
Ho personalmente adorato, ad esempio, l'incipit quasi metacinematografico ambientato nel 1989, poco prima della scomparsa di Flynn, divenuto ormai famoso per essere il creatore del videogioco di Tron, all'origine di una serie di giocattoli ed affini che altro non sono se non le repliche dei personaggi presenti nel primo film, con tanto di locandina dello stesso appesa nella camera del piccolo Sam.
Lo stacco ed il passaggio al presente penalizza, in parte, la logica della trama, trasformando il figlio del programmatore ormai dato per morto in una sorta di 007 pronto per girare il prossimo episodio di Mission: impossibile, ma considerato che, a tutti gli effetti, ci troviamo di fronte ad una sorta di vero e proprio videogiocone, la cosa migliore appare da subito lasciarsi travolgere dagli effetti e dall'avventura senza farsi troppe domande, o pretendere chissà quali contenuti.
Il pezzo forte di questo secondo capitolo, infatti, risiede nella sua capacità di intrattenere senza necessariamente scadere nel fracassonismo da Transformers visto negli ultimi anni, tanto da apparire più appannato proprio quando gli sceneggiatori tentano di dare uno spessore maggiore ai protagonisti e ad approfondire il rapporto tra padre e figlio in entrambe le sue versioni - umana tra Flynn e Sam, in rete tra lo stesso Flynn e Clu, sua vecchia creazione divenuta il nuovo dittatore -: di nuovo, il compito degli attori è quello di interpretare anche i programmi creati dai loro personaggi, e così si finisce ad osservare il vecchio Bridges di fronte ad una sua versione ringiovanita a computer - ma il tempo, si sa, non si può davvero ingannare fino in fondo - capace di rifilargli una battutaccia su quanto inclementi siano stati gli anni con lui, e proprio per lo stesso motivo, a quanto sembra osservando Bruce Boxleitner, mantenendo Tron celato dietro casco e tuta integrali, senza che Alan debba necessariamente prestargli fisicità.
Proprio rispetto a Tron si ha una delle intuizioni migliori dello script, che vede l'eroe del primo film tramutato nel tirapiedi senza volontà di Clu in questo secondo capitolo, almeno fino a quando, nel convulso finale, si intuisce una redenzione del programma nata dal suo vecchio legame con i creatori.
L'idea, inoltre, di inserire una nuova razza di creature nate e sviluppatesi nella rete, perseguitate da Clu ed incarnate dalla sopravvissuta Quorra, risveglia le analogie con Matrix e, quasi ironicamente, porta a chiudere una sorta di triangolo temporale fra questi film che paiono dovere così tanto gli uni agli altri.
Ma è l'azione, con gli effetti speciali, a farla davvero da padrona rispetto all'evolversi della trama, ritagliandosi i momenti migliori e fornendo a tutti i fan di allora la possibilità di vedere come sarebbero potuti essere i mezzi e gli abitanti dell'incredibile mondo della rete se nel 1982 i computer fossero stati quelli di oggi.
Chi può dirlo!? Forse c'è davvero un pò di Tron nella nostra realtà tecnologica.
C'è solo da sperare che non nasca un Clu alla ricerca della perfezione totale, perchè come tiene a ricordare lo stesso Flynn a suo figlio, "non c'è niente di più lontano dalla perfezione del nostro mondo".
Ma che ci possiamo fare!? A noi, in fondo, piace così.
MrFord
Invece di una citazione di testo musicale, torno con la mente all'ottima colonna sonora firmata dai Daft Punk, che regalano anche al pubblico un'apparizione in perfetto e pieno look "tronesco". Mitici.
lunedì 17 gennaio 2011
Tron
La trama (con parole mie): Kevin Flynn, hacker e programmatore ingiustamente licenziato dal colosso Encom, con l'aiuto di due amici entra nel sistema della sua ex azienda per affrontare il programma Master Control, che ha assunto il controllo della rete ed una propria coscienza, alimentando le mire di dominio sul mondo umano. Grazie all'aiuto di Tron, un programma unico nonchè paladino del bene, Flynn rivoluzionerà entrambi i mondi.
Era il lontano 1982, e qui da noi, il 24 dicembre - data dell'uscita in sala -, ancora si festeggiava per il mondiale spagnolo vinto contro ogni pronostico dalla Nazionale, e non si immaginava neppure lontanamente che quella pellicola prodotta nientemeno che da Walt Disney sarebbe divenuta più di un mito per una generazione di cultori di computer, videogames, fumetti e giochi di ruolo.
In poche parole, uno dei film simbolo della nerditudine globale.
Ora, c'è da ammettere che, essendo passato attraverso il progresso tecnologico di console ed affini - ma non troppo, considerato che con i computer sono una chiavica e che scrivo gli sms senza usare il T9 -, che anche ora, solo o in compagnia - vero, Julez? - mi trastullo volentieri con i buoni, vecchi videogiochi, che sono passato dal fumetto letto a quello prodotto - niente di memorabile, ma sono stati anni divertenti, passati a scrivere sceneggiature ed inseguire i disegnatori affinchè impiegassero meno di un paio di secoli a portarle su carta - e non ho mai dimenticato il vecchio amore per il divertimento da gioco di ruolo potrei tranquillamente essere considerato uno dei capistipite della schiera di nerd che portano Tron in un palmo di mano ancora oggi, a quasi trent'anni di distanza.
Il tempo, però, ha giocato un brutto tiro a chi mi avrebbe voluto tra quelle fila, e così, passati i primi due anni di liceo - in assoluto i più nerdiani della mia esistenza - la musica è cambiata ed ora mi ritrovo a guardare con un sorriso a tante delle succitate attività, divertendomi e non risparmiandomi mai l'autoironia necessaria proprio a non pensare di essere un grand'uomo solo per qualche tattoo, un pò di tamarraggine e quella finta durezza che è tutta un nascondere fragilità.
Ma più che di me, sarebbe utile parlare del film: onestamente i miei ricordi di Tron erano più che vaghi, tanto che, negli ultimi anni, la cosa che più mi ci ha fatto avvicinare era il poster con la locandina originale appeso nella camera di Chuck, protagonista dell'omonima serie tv nonchè fan hardcore della pellicola di Steven Lisberger.
Devo ammettere che, nonostante un impatto visivo decisamente datato, tanto da apparire principalmente un prodotto per nostalgici - sarebbe come, in piena era Playstation 3, ricominciare a giocare con il Sega master system -, tuffarmi nella rete e seguire le vicissitudini di Flynn mi ha divertito ed intrattenuto senza troppa difficoltà, mantenendomi in bilico fra le ispirazioni alla saga di Guerre stellari e quello che sarebbe divenuto, quasi vent'anni dopo, Matrix: l'esistenza di una rete come un altro mondo, infatti, sarà un tema che la neppure troppo riuscita trilogia dedicata a Neo e soci tornerà a sviscerare portando lo spettatore nel nuovo millennio sfruttando un'idea di base molto simile, anche se, senza dubbio, più oscura e depressa di quanto non fosse la vicenda di Tron, semplice ed immediata come solo gli anni ottanta sapevano essere.
Lo stesso Master Control Program, terribilmente simile all'agghiacciante Skynet di Terminator, risulta essere più il cattivo di un videogioco da sala giochi arcade come quelli che, da piccoli, ci facevano impazzire e perdere ore ed ore - quando i salvataggi non esistevano ancora - per poterli finire e bullarsi, di conseguenza, con gli amici a scuola o al parco, che non una sorta di sinistro mietitore responsabile di milioni di vittime.
Le idee dell'utilizzo dei dischi di identità, inoltre, così come lo scisma quasi religioso nella rete tra i programmi fedeli a Master Control e quelli ancora devoti ai creatori - i programmatori degli stessi, come Flynn stesso - appaiono assolutamente attuali, e sono rafforzate dall'intelligente doppia parte assegnata agli attori che interpretano i loro personaggi e le conseguenti controparti "virtuali" - Tron, infatti, ha il volto e l'aspetto di Alan, suo creatore -, andando a creare un piccolo universo che, più che nerd, appare in netto anticipo rispetto alla "sociologia" di rete degli anni zero.
Certo, potrà risultare visivamente obsoleto ed anche noiosetto per chi non è un frequentatore abituale dei meandri della sci-fi, ma passati quasi trent'anni, si potrebbe tranquillamente affermare che il divertimento di Tron e la sua visione sono ancora - e in misura maggiore, se possibile - attuali, solo più seri e molto più reali di quanto, probabilmente, il buon Flynn avrebbe mai potuto immaginare.
MrFord
"Away, away in the system there is
another country place we could go."
Foals - "Tron" -
Era il lontano 1982, e qui da noi, il 24 dicembre - data dell'uscita in sala -, ancora si festeggiava per il mondiale spagnolo vinto contro ogni pronostico dalla Nazionale, e non si immaginava neppure lontanamente che quella pellicola prodotta nientemeno che da Walt Disney sarebbe divenuta più di un mito per una generazione di cultori di computer, videogames, fumetti e giochi di ruolo.
In poche parole, uno dei film simbolo della nerditudine globale.
Ora, c'è da ammettere che, essendo passato attraverso il progresso tecnologico di console ed affini - ma non troppo, considerato che con i computer sono una chiavica e che scrivo gli sms senza usare il T9 -, che anche ora, solo o in compagnia - vero, Julez? - mi trastullo volentieri con i buoni, vecchi videogiochi, che sono passato dal fumetto letto a quello prodotto - niente di memorabile, ma sono stati anni divertenti, passati a scrivere sceneggiature ed inseguire i disegnatori affinchè impiegassero meno di un paio di secoli a portarle su carta - e non ho mai dimenticato il vecchio amore per il divertimento da gioco di ruolo potrei tranquillamente essere considerato uno dei capistipite della schiera di nerd che portano Tron in un palmo di mano ancora oggi, a quasi trent'anni di distanza.
Il tempo, però, ha giocato un brutto tiro a chi mi avrebbe voluto tra quelle fila, e così, passati i primi due anni di liceo - in assoluto i più nerdiani della mia esistenza - la musica è cambiata ed ora mi ritrovo a guardare con un sorriso a tante delle succitate attività, divertendomi e non risparmiandomi mai l'autoironia necessaria proprio a non pensare di essere un grand'uomo solo per qualche tattoo, un pò di tamarraggine e quella finta durezza che è tutta un nascondere fragilità.
Ma più che di me, sarebbe utile parlare del film: onestamente i miei ricordi di Tron erano più che vaghi, tanto che, negli ultimi anni, la cosa che più mi ci ha fatto avvicinare era il poster con la locandina originale appeso nella camera di Chuck, protagonista dell'omonima serie tv nonchè fan hardcore della pellicola di Steven Lisberger.
Devo ammettere che, nonostante un impatto visivo decisamente datato, tanto da apparire principalmente un prodotto per nostalgici - sarebbe come, in piena era Playstation 3, ricominciare a giocare con il Sega master system -, tuffarmi nella rete e seguire le vicissitudini di Flynn mi ha divertito ed intrattenuto senza troppa difficoltà, mantenendomi in bilico fra le ispirazioni alla saga di Guerre stellari e quello che sarebbe divenuto, quasi vent'anni dopo, Matrix: l'esistenza di una rete come un altro mondo, infatti, sarà un tema che la neppure troppo riuscita trilogia dedicata a Neo e soci tornerà a sviscerare portando lo spettatore nel nuovo millennio sfruttando un'idea di base molto simile, anche se, senza dubbio, più oscura e depressa di quanto non fosse la vicenda di Tron, semplice ed immediata come solo gli anni ottanta sapevano essere.
Lo stesso Master Control Program, terribilmente simile all'agghiacciante Skynet di Terminator, risulta essere più il cattivo di un videogioco da sala giochi arcade come quelli che, da piccoli, ci facevano impazzire e perdere ore ed ore - quando i salvataggi non esistevano ancora - per poterli finire e bullarsi, di conseguenza, con gli amici a scuola o al parco, che non una sorta di sinistro mietitore responsabile di milioni di vittime.
Le idee dell'utilizzo dei dischi di identità, inoltre, così come lo scisma quasi religioso nella rete tra i programmi fedeli a Master Control e quelli ancora devoti ai creatori - i programmatori degli stessi, come Flynn stesso - appaiono assolutamente attuali, e sono rafforzate dall'intelligente doppia parte assegnata agli attori che interpretano i loro personaggi e le conseguenti controparti "virtuali" - Tron, infatti, ha il volto e l'aspetto di Alan, suo creatore -, andando a creare un piccolo universo che, più che nerd, appare in netto anticipo rispetto alla "sociologia" di rete degli anni zero.
Certo, potrà risultare visivamente obsoleto ed anche noiosetto per chi non è un frequentatore abituale dei meandri della sci-fi, ma passati quasi trent'anni, si potrebbe tranquillamente affermare che il divertimento di Tron e la sua visione sono ancora - e in misura maggiore, se possibile - attuali, solo più seri e molto più reali di quanto, probabilmente, il buon Flynn avrebbe mai potuto immaginare.
MrFord
"Away, away in the system there is
another country place we could go."
Foals - "Tron" -
sabato 15 gennaio 2011
Black swan
La trama (con parole mie): Nina, stella in ascesa del New York City Ballet, ha l'occasione di una vita quando viene designata dal direttore Thomas Leroy per interpretare la protagonista in una rappresentazione moderna ed estrema de Il lago dei cigni.
L'escalation emotiva provocata dalla parte stessa porterà al limite l'impatto dello spettacolo sulla giovane.
Si parlava con Cannibale dell'importanza del cuore di fronte alle scelte che rendono alcuni film, pur non perfetti, i nostri film, le storie che ci porteremo dentro tutta la vita, e diverranno parte della nostra personale mitologia legata alla settima arte.
In questo senso, penso che il rapporto tra Black swan e The wrestler sia un esempio perfetto rispetto al sottoscritto, fermo restando che, ormai, posso considerare pienamente recuperato Aronofsky, che avevo profondamente detestato ai tempi dell'uscita dei suoi primi lavori.
Black swan è un ottimo film, un prodotto elegante, girato con passione e tecnica, che parte in sordina per travolgere con un climax finale dall'intensità quasi insostenibile, in grado di rendere una realtà profondamente di nicchia come il balletto - del resto, il regista lo aveva fatto anche con il wrestling - assolutamente irresistibile ed accattivante anche per chi - vedi gli abitanti di casa Ford - rischierebbe una sonora ronfata se dovesse mai pensare di vedere uno spettacolo di questo genere dal vivo, ed una crudele riflessione sulla valenza dello showbiz e sul peso portato da chi ne fa parte.
Eppure, non potrei mai pensare di mettere sullo stesso piano il labirintico sprofondare di Nina - straordinaria Natalie Portman - e la caduta inevitabile di Randy the ram: certo, in parte il background, in parte il percorso di vita e le passioni rendono quasi ovvia una scelta simile, eppure trovo più assonanze che dissonanze tra i due protagonisti, e credo che la mia personale scelta, e le sue motivazioni, siano da ricercare nel profondo del cuore, e in quelle corde che l'ultimo volo dell'ariete scatenato di Rourke hanno fatto vibrare molto più di quanto non siano stati in grado di pizzicare i volteggi leggiadri e disperati della Portman.
Ancora una volta, Aronofsky si sofferma su una disciplina che unisce sport e spettacolo, sorretta nella sua quasi totalità da fatica, dolore e tentativi di autocontrollo, che spinge un/una protagonista alle stelle mentre molti altri scompaiono nell'anonimato di costumi tutti uguali, e non ha pietà di chi giunge alla fine di una carriera pur scintillante - quasi autobiografico, a suo modo, il ruolo ricoperto da Wynona Rider -.
Ancora una volta, in qualche modo, si narra la vicenda di una solitudine, di una caduta che ha il sapore di una liberazione - il cigno come Randy nel suo ultimo combattimento -, lasciando all'audience una sospensione in grado di rendere in qualche modo mitica l'ultima immagine degli eroi sconfitti - almeno apparentemente - dalla vita e dallo spettacolo.
Uno spettacolo che pare assumere i connotati di una bestia invisibile e dannata, vorace e sibillina, che tramuta gli steroidi ed il cuore malato di Randy in Lily e nella lenta discesa negli abissi della propria psiche di Nina, la figlia del lottatore con la madre della ballerina, il passato che non tornerà mai ed un futuro che sembra non concretizzarsi.
Uno spettacolo che richiama The company - sottovalutato e notevole lavoro di Altman - e lo filtra attraverso Eva contro Eva, portando la rivalità che negli anni cinquanta sarebbe stata quella fra due protagoniste in un duello con se stessi sicuramente più calzante rispetto all'epoca che viviamo.
Grandissima tecnica - i passaggi di Nina dentro e fuori dal palco sono da brividi, così come l'esibizione alla prima nelle vesti del cigno nero -, ma, forse, una sceneggiatura non all'altezza della regia, troppo "facile" nel ridurre il volo - o meglio, l'inesorabile caduta - di Nina ad una mera battaglia persa con la propria anima, e che, a tratti, da l'impressione di dimenticarsi di particolari importanti - il confronto con Beth in ospedale è davvero avvenuto? E chi ha colpito chi? -, quasi pensasse di potersi permettere tutto, soltanto perchè la partita più importante della protagonista avviene nei recessi più profondi della sua mente.
In questo senso, è davvero un peccato aver sprecato un'occasione così ghiotta ed aver messo a servizio di uno script tutto sommato non indimenticabile una tecnica ed una direzione davvero da fiato sospeso.
Ma non mi dispererei troppo.
Aronofsky, finalmente, pare aver vinto - e senza bisogno di cadere davvero - la sua personale battaglia contro i demoni del Cinema autoreferenziale e vuoto sfornando due pellicole a loro modo memorabili, e pare pronto a compiere definitivamente il salto - o il volo? - verso l'Olimpo dei nuovi volti del Cinema americano.
Detto questo, con un plauso a quest'ottimo Black swan, continuerò, con la mente ma soprattutto il cuore, a considerare The wrestler l'opera migliore dell'ormai consolidatissimo Darren.
MrFord
"People get crushed like biscuit crumbs,
and lay down in the bitumen,
you've tried your best to please everyone,
but it just isn't happenin."
Thom Yorke - "Black swan" -
L'escalation emotiva provocata dalla parte stessa porterà al limite l'impatto dello spettacolo sulla giovane.
Si parlava con Cannibale dell'importanza del cuore di fronte alle scelte che rendono alcuni film, pur non perfetti, i nostri film, le storie che ci porteremo dentro tutta la vita, e diverranno parte della nostra personale mitologia legata alla settima arte.
In questo senso, penso che il rapporto tra Black swan e The wrestler sia un esempio perfetto rispetto al sottoscritto, fermo restando che, ormai, posso considerare pienamente recuperato Aronofsky, che avevo profondamente detestato ai tempi dell'uscita dei suoi primi lavori.
Black swan è un ottimo film, un prodotto elegante, girato con passione e tecnica, che parte in sordina per travolgere con un climax finale dall'intensità quasi insostenibile, in grado di rendere una realtà profondamente di nicchia come il balletto - del resto, il regista lo aveva fatto anche con il wrestling - assolutamente irresistibile ed accattivante anche per chi - vedi gli abitanti di casa Ford - rischierebbe una sonora ronfata se dovesse mai pensare di vedere uno spettacolo di questo genere dal vivo, ed una crudele riflessione sulla valenza dello showbiz e sul peso portato da chi ne fa parte.
Eppure, non potrei mai pensare di mettere sullo stesso piano il labirintico sprofondare di Nina - straordinaria Natalie Portman - e la caduta inevitabile di Randy the ram: certo, in parte il background, in parte il percorso di vita e le passioni rendono quasi ovvia una scelta simile, eppure trovo più assonanze che dissonanze tra i due protagonisti, e credo che la mia personale scelta, e le sue motivazioni, siano da ricercare nel profondo del cuore, e in quelle corde che l'ultimo volo dell'ariete scatenato di Rourke hanno fatto vibrare molto più di quanto non siano stati in grado di pizzicare i volteggi leggiadri e disperati della Portman.
Ancora una volta, Aronofsky si sofferma su una disciplina che unisce sport e spettacolo, sorretta nella sua quasi totalità da fatica, dolore e tentativi di autocontrollo, che spinge un/una protagonista alle stelle mentre molti altri scompaiono nell'anonimato di costumi tutti uguali, e non ha pietà di chi giunge alla fine di una carriera pur scintillante - quasi autobiografico, a suo modo, il ruolo ricoperto da Wynona Rider -.
Ancora una volta, in qualche modo, si narra la vicenda di una solitudine, di una caduta che ha il sapore di una liberazione - il cigno come Randy nel suo ultimo combattimento -, lasciando all'audience una sospensione in grado di rendere in qualche modo mitica l'ultima immagine degli eroi sconfitti - almeno apparentemente - dalla vita e dallo spettacolo.
Uno spettacolo che pare assumere i connotati di una bestia invisibile e dannata, vorace e sibillina, che tramuta gli steroidi ed il cuore malato di Randy in Lily e nella lenta discesa negli abissi della propria psiche di Nina, la figlia del lottatore con la madre della ballerina, il passato che non tornerà mai ed un futuro che sembra non concretizzarsi.
Uno spettacolo che richiama The company - sottovalutato e notevole lavoro di Altman - e lo filtra attraverso Eva contro Eva, portando la rivalità che negli anni cinquanta sarebbe stata quella fra due protagoniste in un duello con se stessi sicuramente più calzante rispetto all'epoca che viviamo.
Grandissima tecnica - i passaggi di Nina dentro e fuori dal palco sono da brividi, così come l'esibizione alla prima nelle vesti del cigno nero -, ma, forse, una sceneggiatura non all'altezza della regia, troppo "facile" nel ridurre il volo - o meglio, l'inesorabile caduta - di Nina ad una mera battaglia persa con la propria anima, e che, a tratti, da l'impressione di dimenticarsi di particolari importanti - il confronto con Beth in ospedale è davvero avvenuto? E chi ha colpito chi? -, quasi pensasse di potersi permettere tutto, soltanto perchè la partita più importante della protagonista avviene nei recessi più profondi della sua mente.
In questo senso, è davvero un peccato aver sprecato un'occasione così ghiotta ed aver messo a servizio di uno script tutto sommato non indimenticabile una tecnica ed una direzione davvero da fiato sospeso.
Ma non mi dispererei troppo.
Aronofsky, finalmente, pare aver vinto - e senza bisogno di cadere davvero - la sua personale battaglia contro i demoni del Cinema autoreferenziale e vuoto sfornando due pellicole a loro modo memorabili, e pare pronto a compiere definitivamente il salto - o il volo? - verso l'Olimpo dei nuovi volti del Cinema americano.
Detto questo, con un plauso a quest'ottimo Black swan, continuerò, con la mente ma soprattutto il cuore, a considerare The wrestler l'opera migliore dell'ormai consolidatissimo Darren.
MrFord
"People get crushed like biscuit crumbs,
and lay down in the bitumen,
you've tried your best to please everyone,
but it just isn't happenin."
Thom Yorke - "Black swan" -
venerdì 14 gennaio 2011
Commando
La trama (con parole mie): John Matrix, ex berretto verde in congedo, viene contattato dal suo vecchio comandante in seguito all'uccisione dei suoi commilitoni. In realtà, dietro alle stesse, si celano un sedicente aspirante dittatore centroamericano e l'ex braccio destro di Matrix, che gli rapiranno la figlioletta con la speranza di averlo dalla loro parte. Inutile pensare alla fine che faranno.
Cominciavo a sentire la mancanza, da queste parti, di una bella tamarrata anni ottanta come si conviene a tutti i residuati del decennio più scombinato della Storia come il sottoscritto, e ho pensato che poche, ma proprio poche, avrebbero assolto al compito come Commando.
Senza dubbio una delle pellicole più brutte che il buon vecchio Schwartzy abbia mai girato - e ce ne vuole, per giocarsi il primo posto in questa potenzialmente incredibile classifica -, dozzinale nella regia e nella sceneggiatura, terribile nella recitazione, riesce comunque a strappare risate a crepapelle e a fornire alcuni momenti cult che ancora oggi rendono quasi amarcordiana la visione.
Le battute e le imprese che il protagonista John Matrix - un nome, una garanzia - riesce a sfoderare sono quanto di più involontariamente ridicolo sia mai passato sul grande schermo - tutta la sequenza in aereo, con il gorilla ucciso e l'avvertimento alla hostess:"Non svegliate il mio amico, è stanco morto", con tanto di salto nel vuoto da un numero imprecisato di metri durante il decollo del velivolo stesso -, eppure riescono a non perdere lo smalto di quell'esaltazione che, da bambini, si prova rispetto agli eroi invincibili ed inarrestabili, il tutto prima di passare attraverso la graticola dell'adolescenza e ritrovarsi appassionati ai losers e agli outsiders.
In particolare, la sparatoria all'interno del centro commerciale con conseguente inseguimento in macchina, nonchè il momento magico dell'armamento che precede l'incredibile battaglia conclusiva nella roccaforte dello pseudo dittatore, hanno il potere di una macchina del tempo, e mi riportano di colpo agli anni in cui Senza esclusione di colpi, Over the top e, appunto, Commando erano tra i miei film di culto.
Il confronto finale, inoltre, con l'ex commilitone Bennett, allievo prediletto divenuto nemico geloso delle abilità di John Matrix, nel locale caldaie del palazzo attaccato dal protagonista, è ancora oggi una delle istantanee più incredibili che il Cinema d'azione di grana grossa sia mai riuscito a regalarmi: quel tubo lanciato dritto nel petto dello psicopatico e succitato Bennett - che ora come ora mi fa pensare al centro commerciale, potere dei cambiamenti - con tanto di getto di fumo è un inno ad un epoca che, ahinoi, difficilmente tornerà per gli spettatori delle nuove generazioni.
Se c'è, infatti, un merito, da attribuire a pellicole come questa, è quello di aver sempre preso sottogamba se stesse con la piena coscienza di essere, praticamente e senza attenuanti, fim comici.
MrFord
P.S. Ho provato ad introdurre la variante della trama, dato che, spesso, i miei post non prendono in considerazione l'idea che chi li legge potrebbe non aver visto il film in questione e dunque non capirci nulla. Fatemi sapere che ne pensate della cosa.
"From old Hanoi to East Berlin
Commando, involved again."
Ramones - "Commando" -
Cominciavo a sentire la mancanza, da queste parti, di una bella tamarrata anni ottanta come si conviene a tutti i residuati del decennio più scombinato della Storia come il sottoscritto, e ho pensato che poche, ma proprio poche, avrebbero assolto al compito come Commando.
Senza dubbio una delle pellicole più brutte che il buon vecchio Schwartzy abbia mai girato - e ce ne vuole, per giocarsi il primo posto in questa potenzialmente incredibile classifica -, dozzinale nella regia e nella sceneggiatura, terribile nella recitazione, riesce comunque a strappare risate a crepapelle e a fornire alcuni momenti cult che ancora oggi rendono quasi amarcordiana la visione.
Le battute e le imprese che il protagonista John Matrix - un nome, una garanzia - riesce a sfoderare sono quanto di più involontariamente ridicolo sia mai passato sul grande schermo - tutta la sequenza in aereo, con il gorilla ucciso e l'avvertimento alla hostess:"Non svegliate il mio amico, è stanco morto", con tanto di salto nel vuoto da un numero imprecisato di metri durante il decollo del velivolo stesso -, eppure riescono a non perdere lo smalto di quell'esaltazione che, da bambini, si prova rispetto agli eroi invincibili ed inarrestabili, il tutto prima di passare attraverso la graticola dell'adolescenza e ritrovarsi appassionati ai losers e agli outsiders.
In particolare, la sparatoria all'interno del centro commerciale con conseguente inseguimento in macchina, nonchè il momento magico dell'armamento che precede l'incredibile battaglia conclusiva nella roccaforte dello pseudo dittatore, hanno il potere di una macchina del tempo, e mi riportano di colpo agli anni in cui Senza esclusione di colpi, Over the top e, appunto, Commando erano tra i miei film di culto.
Il confronto finale, inoltre, con l'ex commilitone Bennett, allievo prediletto divenuto nemico geloso delle abilità di John Matrix, nel locale caldaie del palazzo attaccato dal protagonista, è ancora oggi una delle istantanee più incredibili che il Cinema d'azione di grana grossa sia mai riuscito a regalarmi: quel tubo lanciato dritto nel petto dello psicopatico e succitato Bennett - che ora come ora mi fa pensare al centro commerciale, potere dei cambiamenti - con tanto di getto di fumo è un inno ad un epoca che, ahinoi, difficilmente tornerà per gli spettatori delle nuove generazioni.
Se c'è, infatti, un merito, da attribuire a pellicole come questa, è quello di aver sempre preso sottogamba se stesse con la piena coscienza di essere, praticamente e senza attenuanti, fim comici.
MrFord
P.S. Ho provato ad introdurre la variante della trama, dato che, spesso, i miei post non prendono in considerazione l'idea che chi li legge potrebbe non aver visto il film in questione e dunque non capirci nulla. Fatemi sapere che ne pensate della cosa.
"From old Hanoi to East Berlin
Commando, involved again."
Ramones - "Commando" -
C'era una vodka
Il secondo libro del 2011 è frutto di un'intuizione geniale di Julez, che non solo mi ha conosciuto in tempi certo più selvaggi e sregolati di ora, ma praticamente da subito ha compreso la mia personale natura di bevitore pur essendo praticamente astemia, ed è riuscita a tradurre questa insolita comprensione attraverso le pagine di Sapo Matteucci, appassionato di cucina e sostenitore di una sorta di educazione sentimentale dell'alcool che passi attraverso età, epoche, vicissitudini personali, differenti gradazioni.
E' difficile riuscire a descrivere quanto mi sia ritrovato, in queste cronache filtrate attraverso cocktails, rum, whisky, birre e vini - ma anche acque, attenzione -, tra citazioni di bevande a me più che conosciute - dal White russian che presta il nome a questo mio saloon virtuale al magnifico rum agricolo Bally, passando attraverso i single malt di Islay - ed altre per le quali posso tranquillamente paragonarmi ad un astemio - per quanto strano possa suonare, non bevo birra o vino -.
Avendo iniziato a bere tardi - era il periodo del servizio civile, quindi avevo già ventun anni suonati - probabilmente ho saltato la fase della "bevuta giusto per sballarsi", o forse, semplicemente, la mia natura è sempre stata - anche quando io stesso non lo sapevo - più vicina a Hemingway che non a Bukowski - esempi letterari che il buon Sapo cita rispetto agli estremi dell'approccio alle bevute -: certo, non posso negare che, negli anni, ci siano state sbronze colossali ed hangover terribili, ma quasi sempre sono stati frutti caduti dall'albero della coscienza, tanto che la stessa Julez potrà testimoniare alcune serate di aperitivi folli in cui decidevo in principio quanti cocktails avrei bevuto.
Dembo, poi, è stato recente testimone di una mia ottima tenuta fisica - anche se non paragonabile a quella del vecchio Ernest succitato - in termini alcoolici, che mi permette di tenere sempre botta e riprendere quasi tranquillamente il giorno dopo a maneggiare i miei pesi pur maledicendo nausea e svarioni nel mentre.
E' curioso come, parlando di questa divertentissima, acuta lettura di genere stia finendo per raccontare di me stesso, ma tutto sommato questo è anche l'approccio dell'autore, che non lesina aneddoti quasi mitici - il barman consolatore al termine del primo amore, la parente alla lontana che svuota il bar casalingo riempiendo d'acqua i vuoti, la ragazza alla pari che apre il vino invecchiato per fare il riso per lei e il fidanzato - in mezzo alle spiegazioni sulla fermentazione del malto, sull'importanza dell'annata per Calvados e Cognac e sugli accostamenti ideali di piatti e aperitivi rispetto ai singoli drinks.
Verrebbe anzi quasi da pensare ad un tentativo di degustazione di ogni singola bevanda, scoprendo che, in realtà, il bere è un rito sacro ed ancestrale, che, a suo modo, aiuta, con sapori, quantitativi ed approcci differenti per ogni età della vita, a ritrovare il coraggio quando manca, il sorriso al temine di una giornata pessima al lavoro, lo sfogo che altrimenti resterebbe bloccato tra gola e stomaco, l'ispirazione per un'avventura, o l'esplosione di una passione.
Certo, non sempre porta buoni consigli, e come lo stesso Matteucci afferma, non bisognerebbe mai approcciarlo da sconfitti, pena un hangover sempre troppo pesante, o sogni erotici divenuti incubi, o più semplicemente, il veder riaffiorare fantasmi che non si vorrebbe mai incontrare di nuovo.
In uno dei passaggi più ispirati, l'autore paragona l'intensità ed il lavoro del poeta con il cuore a quello del bevitore con il fegato, e in un certo senso, tutto torna: uno, o due, o quanti possano essere drinks possono essere paragonabili al classico the delle cinque britannico, alle cerimonie giapponesi o alla festa con gli amici nel weekend, e mantenere sempre, di fondo, un'aura mitica, soprattutto con il tempo che passa.
Tutto può succedere, proprio perchè l'ispirazione che viene dal bicchiere è figlia di Dioniso e della Passione, e più che importare nel successo, conta nella sua realizzazione, nelle tappe di un'Odissea da veri e propri Ulisse di follia e sentimenti.
A volte andrà bene, e si saluterà l'alba da trionfatori.
Altre meno, come al mio addio al celibato, quando immaginai di aprire le bottiglie migliori al sorgere del sole, e finii - sempre con Julez, santa donna - a pulire l'intera casa dei miei dal vomito di tutti gli amici sbronzi e addormentati alle sette del mattino. Perfettamente sobrio.
Ed altre in cui tutto parrà svanire: il giorno della vittoria dell'Italia ai Mondiali 2006, dopo un numero imprecisato di Cuba, la mia coscienza si spense mentre, baciando un paio di amiche, la barwoman della Festa dell'Unità mi dava dello stronzo.
Mi svegliò mio padre, che uscì di casa e mi trovò addormentato sulle scale di fronte alla porta.
Chiamai Julez - di nuovo lei -, all'epoca mia amica strettissima, che aveva lasciato il luogo del misfatto ore prima dopo un mio tentativo di approccio scombinato, la mattina dopo per chiedere spiegazioni su quello che mi fosse successo.
La sua risposta fu dantesca nella potenza, certo non propriamente aulica nel contenuto.
Ancora oggi, di quelle quattro ore di buio, non ricordo nulla.
Ma è bello anche così.
MrFord
"Now it's closing time, the music's fading out,
last call for drinks, I'll have another stout."
Tom Waits - "I hope that I don't fall in love with you." -
E' difficile riuscire a descrivere quanto mi sia ritrovato, in queste cronache filtrate attraverso cocktails, rum, whisky, birre e vini - ma anche acque, attenzione -, tra citazioni di bevande a me più che conosciute - dal White russian che presta il nome a questo mio saloon virtuale al magnifico rum agricolo Bally, passando attraverso i single malt di Islay - ed altre per le quali posso tranquillamente paragonarmi ad un astemio - per quanto strano possa suonare, non bevo birra o vino -.
Avendo iniziato a bere tardi - era il periodo del servizio civile, quindi avevo già ventun anni suonati - probabilmente ho saltato la fase della "bevuta giusto per sballarsi", o forse, semplicemente, la mia natura è sempre stata - anche quando io stesso non lo sapevo - più vicina a Hemingway che non a Bukowski - esempi letterari che il buon Sapo cita rispetto agli estremi dell'approccio alle bevute -: certo, non posso negare che, negli anni, ci siano state sbronze colossali ed hangover terribili, ma quasi sempre sono stati frutti caduti dall'albero della coscienza, tanto che la stessa Julez potrà testimoniare alcune serate di aperitivi folli in cui decidevo in principio quanti cocktails avrei bevuto.
Dembo, poi, è stato recente testimone di una mia ottima tenuta fisica - anche se non paragonabile a quella del vecchio Ernest succitato - in termini alcoolici, che mi permette di tenere sempre botta e riprendere quasi tranquillamente il giorno dopo a maneggiare i miei pesi pur maledicendo nausea e svarioni nel mentre.
E' curioso come, parlando di questa divertentissima, acuta lettura di genere stia finendo per raccontare di me stesso, ma tutto sommato questo è anche l'approccio dell'autore, che non lesina aneddoti quasi mitici - il barman consolatore al termine del primo amore, la parente alla lontana che svuota il bar casalingo riempiendo d'acqua i vuoti, la ragazza alla pari che apre il vino invecchiato per fare il riso per lei e il fidanzato - in mezzo alle spiegazioni sulla fermentazione del malto, sull'importanza dell'annata per Calvados e Cognac e sugli accostamenti ideali di piatti e aperitivi rispetto ai singoli drinks.
Verrebbe anzi quasi da pensare ad un tentativo di degustazione di ogni singola bevanda, scoprendo che, in realtà, il bere è un rito sacro ed ancestrale, che, a suo modo, aiuta, con sapori, quantitativi ed approcci differenti per ogni età della vita, a ritrovare il coraggio quando manca, il sorriso al temine di una giornata pessima al lavoro, lo sfogo che altrimenti resterebbe bloccato tra gola e stomaco, l'ispirazione per un'avventura, o l'esplosione di una passione.
Certo, non sempre porta buoni consigli, e come lo stesso Matteucci afferma, non bisognerebbe mai approcciarlo da sconfitti, pena un hangover sempre troppo pesante, o sogni erotici divenuti incubi, o più semplicemente, il veder riaffiorare fantasmi che non si vorrebbe mai incontrare di nuovo.
In uno dei passaggi più ispirati, l'autore paragona l'intensità ed il lavoro del poeta con il cuore a quello del bevitore con il fegato, e in un certo senso, tutto torna: uno, o due, o quanti possano essere drinks possono essere paragonabili al classico the delle cinque britannico, alle cerimonie giapponesi o alla festa con gli amici nel weekend, e mantenere sempre, di fondo, un'aura mitica, soprattutto con il tempo che passa.
Tutto può succedere, proprio perchè l'ispirazione che viene dal bicchiere è figlia di Dioniso e della Passione, e più che importare nel successo, conta nella sua realizzazione, nelle tappe di un'Odissea da veri e propri Ulisse di follia e sentimenti.
A volte andrà bene, e si saluterà l'alba da trionfatori.
Altre meno, come al mio addio al celibato, quando immaginai di aprire le bottiglie migliori al sorgere del sole, e finii - sempre con Julez, santa donna - a pulire l'intera casa dei miei dal vomito di tutti gli amici sbronzi e addormentati alle sette del mattino. Perfettamente sobrio.
Ed altre in cui tutto parrà svanire: il giorno della vittoria dell'Italia ai Mondiali 2006, dopo un numero imprecisato di Cuba, la mia coscienza si spense mentre, baciando un paio di amiche, la barwoman della Festa dell'Unità mi dava dello stronzo.
Mi svegliò mio padre, che uscì di casa e mi trovò addormentato sulle scale di fronte alla porta.
Chiamai Julez - di nuovo lei -, all'epoca mia amica strettissima, che aveva lasciato il luogo del misfatto ore prima dopo un mio tentativo di approccio scombinato, la mattina dopo per chiedere spiegazioni su quello che mi fosse successo.
La sua risposta fu dantesca nella potenza, certo non propriamente aulica nel contenuto.
Ancora oggi, di quelle quattro ore di buio, non ricordo nulla.
Ma è bello anche così.
MrFord
"Now it's closing time, the music's fading out,
last call for drinks, I'll have another stout."
Tom Waits - "I hope that I don't fall in love with you." -
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