sabato 5 ottobre 2013

Extras - Stagioni 1 e 2

 Produzione: BBC
Origine: UK
Anno: 2005/2007
Episodi: 12




La trama (con parole mie): Andy Millman è un attore che cerca disperatamente di uscire dall'anonimato e dal suo usuale ruolo di comparsa grazie all'aiuto decisamente non troppo utile dell'agente Darren Lamb, che almeno in teoria dovrebbe occuparsi di piazzare un copione del suo assistito che porrebbe le basi per una sit-com. Nel frattempo, accanto all'amica attrice Maggie, Andy finisce per incontrare sul set, comparsata dopo comparsata, numerose celebrità di Hollywood e non solo pronte a rivelarsi ai suoi occhi per quello che sono oltre la facciata dei personaggi che interpretano.
E non sempre le cose andranno proprio nel migliore dei modi.



Questo post partecipa alle celebrazioni mancate per il compleanno di Jean Claude Van Damme divenuto a causa di un sabotaggio quello di Kate Winslet.


L'umorismo inglese, fin dai tempi dei mitici Monty Phyton, si è ritagliato un posto speciale nel cuore di questo vecchio cowboy, grazie alla sua verve nerissima ed ai toni spesso più sotto che sopra le righe: uno dei titoli che maggiormente è riuscito a rappresentarlo sul piccolo schermo nel passato recente è stato lo spassosissimo Extras, prodotto dalla BBC e responsabile del lancio verso la grande industria hollywoodiana del caratterista Ricky Gervais, che con il suo Andy Millman ha regalato al pubblico uno dei personaggi più antipatici eppure irresistibili della tv.
La condizione di comparsa dell'aspirante attore cui presta fisicità e lingua tagliente proprio Gervais permette allo spettatore di esplorare da dietro le quinte il mondo dorato del Cinema attraverso le opinioni che il protagonista si costruisce, lavoro occasionale dopo lavoro occasionale, a proposito delle personalità dello spettacolo con le quali si trova a lavorare, dal borioso Ben Stiller allo spaurito - ed allora profondamente bambino - Daniel Radcliffe, passando per David Bowie, Samuel Jackson, Ian McKellen e molti altri.
Il rapporto con la celebrità, gestito in maniera intelligente dagli sceneggiatori, porta ognuno di noi a ripensare a quelle volte in cui ci si è trovati ad avere a che fare con grossi nomi scoprendo che potevano rivelarsi una sorpresa o una delusione: io stesso, dagli abbracci di Joe Lansdale e Ben Harper alla capatina in bagno con Serj Tankjan fino all'avversione per Capossela, Devandra Banhart o Dani Filth ho potuto scoprire lati che non conoscevo di qualche "big", così come accarezzare la strana sensazione di stare tranquillamente chiacchierando con qualcuno in grado di toccare milioni di persone in tutto il mondo.
Parallelamente a questo più universale discorso, la rincorsa del successo da parte di Andy si traduce anche nel complesso - ed irresistibile - rapporto con il suo inetto agente, che regala alcune delle perle più divertenti della serie, mentre Maggie, sua spalla e compagna "sul campo", fornisce gli assist ideali per le migliori chicche del main charachter, specie quando si tratta di essere dissacranti e pungenti.
Ma dato che oggi stiamo celebrando un compleanno - anche se quello sbagliato, perchè nonostante la buona Kate Winslet sia da sempre una delle mie favorite, sia fisicamente che come attrice, non ci sarebbe dovuta essere neppure gara con il mitico, inossidabile, straordinario re dei calci rotanti, Jean Claude Van Damme -, il riferimento principale del post va ovviamente all'episodio della prima stagione all'interno del quale compare proprio la nostra festeggiata, protagonista di un film ad argomento Olocausto nei panni di una suora.
Il ruolo e le opinioni della pane e salamissima Kate, pronta a dare man forte a Andy nei momenti in cui si tratta di confrontarsi con Maggie a proposito delle telefonate spinte che la stessa riceve da un attrezzista con il quale ha appena iniziato una relazione - indimenticabile il momento in cui le loro prese per il culo vengono notate dall'interessato - e a dispensare consigli senza peli sulla lingua - "Vuoi un Oscar? Fai un film sull'Olocausto e vai tranquilla!", oppure "Ecco un altro bel modo per vincere la statuetta: interpretare un disabile" - agli aspiranti attori.
Accanto alle performance certamente sboccate della storica protagonista di Titanic - che, in effetti, avrebbe conquistato l'Academy proprio grazie ad un ruolo legato all'Olocausto con The reader - impazza Andy, reclutato per figurare come soldato nazista e protagonista di un tentativo di approccio rispetto ad una delle "suore" che si rivela essere una fervente cattolica, ostacolo non da poco per l'assolutamente ateo Millman - leggendaria la sequenza del confronto con i fedeli del circolo di preghiera, così come il primo "contatto" con la sorella del "bersaglio" di Andy, che porta i segni di una paralisi cerebrale -.
Un episodio tra i più divertenti, dunque, questo incentrato su Kate Winslet, simbolo delle potenzialità di una serie troppo poco nota qui nella Terra dei cachi ma che andrebbe recuperata fosse anche giusto per godersi l'altra faccia della medaglia delle celebrità.


MrFord


Si uniscono ai festeggiamenti mancati di Van Damme a favore di Kate Winslet anche i blog:

Bette Davis eyes
Combinazione causale
Director's Cult
Ho Voglia di Cinema
Il Bollalmanacco di Cinema 
In Central Perk
Movies Maniac
Pensieri Cannibali
Recensioni Ribelli
Scrivenny 2.0

"When I wake up in my makeup
it's too early for that dress
wilted and faded somewhere in Hollywood
I'm glad I came here
with your pound of flesh
no second billing cause you're a star now."
Hole - "Celebrity skin" - 



venerdì 4 ottobre 2013

You're next

Regia: Adam Wingard
Origine: USA
Anno: 2011
Durata:
94'




La trama (con parole mie): i Davison si ritrovano nella casa in campagna acquistata dai genitori - lui un ricchissimo ex consulente della Difesa, lei una "casalinga disperata" in piena crisi di mezza età - per festeggiare e riunirsi allo stesso tavolo con figli, figlie, compagni e compagne. Erin, fidanzata di Crispian, suo ex insegnante, scopre così con curiosità luci ed ombre della famiglia dell'uomo che ama, dal fratello maggiore Drake in crisi con la moglie al minore Felix, il più in ombra dei maschi della casa, passando per Aimee, sorella dalle tendenze pseudo artistiche.
Quando, nel pieno di una cena già abbastanza movimentata, la casa viene assaltata da tre individui mascherati che paiono intenzionati ad ucciderli, la stessa Erin - che ha un passato da survivor - decide di prendere in mano la situazione in modo da riuscire a portare a casa la pelle sua e della famiglia del fidanzato.
Ma le sorprese, per lei, saranno solo all'inizio.





I film horror, ed in special modo lo slasher, hanno da sempre un posto speciale nel cuore di questo vecchio cowboy, memore delle estati dell'infanzia passate nel culto di personaggi come Leatherface o Jason Voories, icone di un'epoca ormai tramontata - o quasi -.
In tempi recenti, in questo senso, è stato sempre più arduo (ri)trovare lo spirito della golden age dello squartamento nelle pellicole in uscita, spesso e volentieri ridotte a schifezze trascurabili destinate al cestino in tempi più che rapidi: soltanto il divertentissimo Hatchet 3, nel corso di quest'anno, aveva riportato le lancette dell'orologio del Saloon nel cuore degli eighties, dunque il compito che aspettava questo You're next non era propriamente una passeggiata.
Il risultato va dunque letto in quest'ottica di amarcord dei bei vecchi tempi, tralasciando ogni riferimento alla distribuzione italiana - che lo ha portato nelle nostre sale con ben due anni pieni di ritardo - ed alla qualità effettiva soprattutto della scrittura, scontata e prevedibile fin dal principio - nello specifico, ho avuto chiaro da subito non soltanto uno, ma due dei twist legati alla famiglia protagonista, andando praticamente ad anticipare il finale già dalla prima metà della visione -: evitando, dunque, di preoccuparsi di questi due fattori - prendendoli alla leggera, come andrebbe sempre fatto con prodotti "ludici" come You're next -, vi sarà possibile godere di un bel massacro fatto in casa nel pieno stile del genere, supportato da moltissimi luoghi comuni ma ugualmente ben presentato ed orchestrato, in grado di portare l'attenzione del pubblico su una cazzutissima protagonista femminile che da fidanzata pseudo intellettuale di uno dei membri dei Davison legata all'ambiente universitario passa alla modalità Rambo non appena i tre misteriosi individui mascherati si presentano armati di tutto punto alla porta della ovviamente isolata casa in campagna.
Certo, la logica non sempre funziona, eppure il tutto ha un sapore molto pane e salame che titoli affini e decisamente meno riusciti non avevano - su tutti, il bottigliatissimo The strangers -, il ritmo regge per l'ora e mezza scarsa della durata e gli scontri fisici sono all'altezza delle aspettative - ottimo il due contro uno in cucina che precede di poco il finale, di un pulp che piacerebbe senza dubbio al nostro buon Quentin -, senza contare che l'ironia nera che chiude la pellicola rende l'intero lavoro di Adam Wingard godibile e divertente, ottimo per passare una serata distensiva senza ovviamente impegnare troppo il cervello o scomodare paragoni con varianti d'autore sul tema come fu per Funny games.
E rimbalzando tra un colpo di balestra ed uno di machete, chiodi nei piedi e martellate in piena testa - senza contare trappole dal sapore di McGyver -, si trova anche il tempo di notare la presenza nel cast - pur se breve - di Ti West, regista ormai decisamente più noto di Wingard soprattutto grazie al sopravvalutatissimo Innkeepers, che mi capitò di sistemare da par mio qualche tempo fa.
Dunque in libera uscita i neuroni, maschere da Slipknot alla mano, birra, rutto libero, e patatine: il sangue scorrerà copioso, e parrà quasi di essere tornati all'epoca in cui l'horror funzionava anche nella sua versione più tamarra.


MrFord


"I've felt the air rise up in me
kneel down and clear the stone of leaves
I wander OUT where you can't see
inside my shell, I wait and bleed."
Slipknot - "Wait and bleed" - 


giovedì 3 ottobre 2013

Thursday's child

La trama (con parole mie): sarà il caso, sarà il Cannibale via in trasferta oltre confine, ma finalmente nelle sale italiane troviamo una settimana di uscite priva di assurde proposte made in Italy o di schifezze assortite.
Certo, forse non troveremo ugualmente i filmoni dell'anno, eppure le cose paiono mettersi decisamente meglio rispetto alle settimane appena trascorse: a questo punto urge una petizione che induca il mio antagonista a viaggiare un pò più spesso.

Diana Kid nel pieno di una giornata di shopping a Vicolungo.

Gravity di Alfonso Cuaron


 
Il consiglio di Cannibal: la cosa più grave che possiate fare è seguire un consiglio fordiano
Accolto da un grande hype e da critiche piuttosto positive all’ultimo Festival di Venezia, girato dal buon Cuaron e interpretato da un George Clooney che negli ultimi tempi è diventato una discreta garanzia di qualità, questo Gravity però non è che stia facendo andare in orbita le mie aspettative. Mi sembra un po’ troppo sci-fi per i miei gusti, così come Mr. Ford mi pare un po’ troppo schi-fi per i miei gusti.
Che si riveli uno dei film migliori dell’anno o solo uno dei più sopravvalutati dell’anno, dovrebbe essere quantomeno una visione interessante. Però boh, mi ispira pochino e se piacerà al mio blogger rivale mi ispirerà pure meno.
Il consiglio di Ford: Gravity Ford, Cannibal Zero.
Cuaron è un regista che ho sempre reputato interessante, e che con I figli degli uomini era balzato molto in alto nella mia classifica di gradimento.
Questa sua nuova fatica, molto sci-fi e molto duemilauniana nella sua "deriva", mi ispira parecchio, e data l'accoglienza avuta all'ultimo Festival di Venezia, potrebbe rivelarsi come una delle sorprese migliori di questo spento inizio autunno.
Speriamo di andare in orbita invece che perderci nello spazio vuoto che separa le due cavità auricolari del mio antagonista.

"Addio, Cannibal! Vai pure in orbita!"

Diana – La storia segreta di Lady D. di Oliver Hirschbiegel



Il consiglio di Cannibal: sarà meglio di Ford – La storia segreta di Lady F.?
Ahia, sento odore di film tv, o meglio di fiction tv. Lady Diana è stata tra i personaggi più discussi e a suo modo anche interessanti degli ultimi decenni, quindi ben venga una pellicola su di lei. Dal trailer mi sembra però che di grande cinema se ne respiri poco – manco ci trovassimo nel blog dei mio rivale – e siamo dalle parti di una rappresentazione televisiva. Non intendo in senso positivo. La cosa più interessante sarà vedere la sempre bravissima Naomi Watts alle prese con un personaggio tanto celebre, per il resto il rischio di trovarci di fronte a una porcatona è elevato quasi quanto quello di imbattersi in una opinione risibile su WhiteRussian.
Il consiglio di Ford: Peppa - La storia segreta di Lady Kid
Oliver Hirschbiegel, che qualche anno fa fece parlare di sè con La caduta, torna alla ribalta con un biopic ispirato dalla vita - e dalla morte - di uno dei personaggi più noti, amati e discussi della Storia recente, Lady Diana.
Onestamente, questo film mi ispira meno di una di quelle pippe da radical chic che il mio antagonista è solito presentare come Capolavoroni, dunque non credo che rientrerà nelle mie prossime visioni, senza contare che ultimamente Naomi Watts non è più la garanzia di un tempo e che l'ex Saiyd di Lost nel ruolo dell'ultimo compagno della Principessa è davvero agghiacciante a vedersi.

"Promettimi che quando non ci sarò più terrai tuo fratello lontano da Peppa Kid!"

Corpi da reato di Paul Feig


Il consiglio di Cannibal: Ford da reato. E basta.
Sandra Bullock era da un po’ che non si vedeva in giro e mo’ sta settimana torna sui nostri schermi con ben due film: Gravity e Corpi da reato. A me la Bullock non fa impazzire, però nemmeno sta sulle balle come a tanti che la odiano e la considerano un’attrice da reato. Un po’ come io considero Ford da reato. Quale reato? Qualunque, basta che lo mettiate dietro alle sbarre e poi mi va bene!
Al fianco non di Ford ma della Bullock in questo Corpi da reato c’è Melissa McCarthy, rivelazione dell’ottimo Le amiche della sposa che però, dopo l’ultimo pessimo Io sono tu, mi sembra già in fase calante come attrice comedy del momento…
Nonostante il regista sia lo stesso del citato Le amiche della sposa, Corpi da reato mi sa che non sarà manco lontanamente a quegli spassosi livelli e quindi non mi ispira troppo manco questo. Non so, sarà la cattiva influenza fordiana, ma questa settimana mi sento molto pessimista.
Il consiglio di Ford: Cannibal da reato. Cinematografico.
Commediola diretta dal regista del divertente ma brevemente dimenticato dal sottoscritto Le amiche della sposa che non promette certo di rinverdire i fasti del genere, e che difficilmente ruberà la scena e gli incassi a Come ti spaccio la famiglia, che ancora impazza in sala.
Non che la Bullock mi stia particolarmente antipatica, ma preferisco schiaffarmela in un titolo decisamente più interessante come Gravity che qui.
Peppa Kid, invece, preferisco non schiaffarmelo affatto, ma al massimo prenderlo a schiaffi.

"Hai visto che razza di arsenale tiene Ford in frigo!? Quello è pazzo!"

Il cacciatore di donne di Scott Walker


 
Il consiglio di Cannibal: Ford, il cacciato (via) dalle donne. E pure dagli uomini.
Il cacciatore di donne è una sorpresa. Oddio, è un film parecchio modesto ed è la solita pellicola sui serial killer trita e ritrita. Per essere una roba con protagonista Nicolas Cage, il messo sempre peggio Nicolas Ford Cage degli ultimi tempi, è però ancora ancora una visione decente, o se non altro è meglio del finale di Dexter. Il merito?
Naturalmente non di Cage, ma tutto di Vanessa Hudgens. L’idola springbreakersiana Vanessa Hudgens. Non ci credete?
E allora attaccatevi alle opinioni fordiane.
Recensione cannibale in arrivo prossimamente…
Il consiglio di Ford: Ford, il cacciatore di Goi.
Thriller di ambientazione invernale al quale non avrei dato un soldo bucato ed ispirato alla reale vicenda del più prolifico serial killer mai vissuto in Alaska ed adattato con un titolo agghiacciante dai distributori italiani - l'originale è The frozen ground, tanto per capirci - si è rivelato una buona sorpresa, ricordando Insomnia e portando alla ribalta una tostissima e bellissima Vanessa Hudgens.
Non sarà il filmone del secolo, ma funziona ed avvince, e lascia più di un brivido nel finale.
Recensione fordiana a brevissimo.

"Ciao Nick, me ne vado da Ford: lui è l'unico che può proteggermi dai Cannibali!"

Anni felici di Daniele Luchetti



Il consiglio di Cannibal: anni felici, quelli prima che mi imbattessi in Ford
Tra i precedenti film di Andrea Lucchett… pardon, Daniele Luchetti ho visto Mio fratello è figlio unico, pellicola tratta dall’autobiografia scritta dal fratello di James Ford. Poi mi sono sempre ripromesso di vedere il suo film successivo, La nostra vita, ma è uscito tre anni fa e devo recuperarlo ancora adesso. Mi sa tanto allora che pure per questa sua nuova pellicola passeranno vari anni (felici) prima che la guardi.
Tra i film italiani recenti, comunque, potrebbe essere uno dei titoli in cima alla lista di quelli da vedere. Peccato che la lista dei film italiani tra le mie liste personali si sia orma persa persino dietro alla lista dei film consigliati da Ford…
Il consiglio di Ford: anni felici, quelli in cui finalmente Cannibal libererà la blogosfera dalla sua presenza.
Considerato il deserto offerto dalle produzioni nostrane recenti, questo nuovo lavoro di Luchetti - autore dei buoni Mio fratello è figlio unico e La nostra vita - potrebbe risultare come una delle cose più interessanti offerte dal non più tanto Bel Paese in sala.
Dovendo scegliere, comunque, una visione di questo titolo verrebbe comunque dopo Gravity e Il cacciatore di donne, e perfino di qualche recupero delle scorse settimane: segno che il nostro Cinema è messo ben peggio della psiche del Cucciolo eroico.

"Quel tipo strano, Cannibal Kid, è perfino più Freddo di me!"

Las Acacias di Pablo Giorgelli



Il consiglio di Cannibal: las ciate perdere
Las Acacias è un film argentino/spagnolo che non si presenta molto bene. Il trailer è infatti uno dei più noiosi visti di recente. Non dico uno dei più brutti, quelli italiani sono imbattibili, è solo una lagna clamorosa, manco ci trovassimo di fronte a un trailer montato a 6 mani da Wong Kar-wai, Kim Ki-Duk e, ciliegina sulla torta, l’immancabile Ford Caz-wai.
Se non si era capito, lascio quindi a Ford e a tutti i temerari il piacere di scoprire se l’intera pellicola riuscirà a essere ancora meno entusiasmante del trailer.
Il consiglio di Ford: Las bottigliatas - Cronaca di una giornata del Cannibale in compagnia di Ford
In una settimana insolitamente priva di uscite di livello infimo, chiudiamo la carrellata con un titolo di quelli da saletta d'essai frequentata da soli radical chic che potrebbe risultare una sorpresa o una lagna di quelle che neanche Malick in pieno delirio di onnipotenza concepirebbe. Non credo correrò a vederlo mettendomi primo della fila, ma potrebbe comunque risultare una buona scelta "di panchina".
Al contrario di Peppa Kid. Lui dovrebbe filare dritto dritto in tribuna.

"Mi tocca bere l'acqua, visto che Ford si è scolato tutto l'alcool che era rimasto!"

mercoledì 2 ottobre 2013

La fine del mondo

Regia: Edgar Wright
Origine: UK
Anno: 2013
Durata:
109'
 




La trama (con parole mie): Gary King detto il Re ed i suoi inseparabili amici Oliver, Andy, Steven e Peter, all'inizio dell'estate del novanta festeggiarono la fine dei loro anni di liceo con un tentativo leggendario, percorrere il famigerato miglio dorato attraversando i dodici pub del loro paese d'origine puntando al tripudio dell'ultimo locale, il The world's end.
La missione fallisce, e dopo diverse vicissitudini, i nostri si fermano a tre pinte dalla sua realizzazione. Vent'anni dopo, Gary, rimasto imprigionato con la mente ai tempi in cui poteva essere considerato un figo ribelle, decide di riunire il quintetto e ripetere l'impresa con il serissimo intento di portarla questa volta a termine.
Convinti gli ormai ex amici, tutti inseriti ed "adulti", Gary si troverà a fronteggiare una minaccia ben peggiore del Tempo che passa per le strade del suo tanto inseguito miglio dorato.




Il Tempo è davvero una brutta bestia. Non perdona nessuno, anche quando tutti sappiamo bene che è decisamente merito suo se il bagaglio delle nostre esperienze si accresce e ci rende quello che siamo.
In un certo senso, si può pensare che le lancette che scorrono siano, di fatto, una sorta di personificazione metafisica della sbronza: quando ci siamo dentro, passiamo da una prima fase di smarrimento ad una grazie alla quale ci sentiamo invincibili, prima di passare all'inevitabile parabola discenente che ci porta al sonno profondo e all'hangover del giorno dopo, quello che ci fa sempre chiedere come cazzo dev'essere stato possibile essere arrivati fino a quel punto, e che forse sarebbe stato più saggio fermarsi giusto un passo prima - o due o tre drink -.
Edgar Wright, che di talento ne ha parecchio, e Simon Pegg, che con l'inseparabile compagno nonchè regista si è reso responsabile - con l'amico Nick Frost - della splendida Trilogia del Cornetto, lo sanno bene: dai tempi del meraviglioso - ed ineguagliabile - Shaun of the dead sono passati quasi dieci anni, e da piccoli emergenti del panorama anglosassone i "tre moschettieri" sono diventati solide realtà del Cinema mondiale, passando per Scott Pilgrim, i due Star Trek, Paul e Attack the block.
Senza contare la memorabile apparizione in La terra dei morti viventi firmata dal Maestro Romero.
Ed è proprio il Tempo, a rendere grande ed allo stesso tempo a porre dei limiti a La fine del mondo, capitolo conclusivo della suddetta cornettiana trilogia - magnifico il passaggio del noto gelato in questo capitolo, un vero colpo di genio -: perchè mentre le avventure di Shaun potevano contare sul dirompente potere della sorpresa e quelle di Nicholas Angel del consolidarsi della tecnica e della voglia di divertire e divertirsi, le gesta di Gary King detto il Re e dei suoi compagni di bevute sono intrise dal primo all'ultimo minuto dell'inesorabile malinconia di qualcosa che finisce, tanto da compromettere inevitabilmente la freschezza di una visione che fin dai primi minuti sa già, purtroppo, di un addio.
Che poi sia stiloso, ricco di meravigliose citazioni - da Il villaggio dei dannati a Ultimatum alla Terra, per non parlare della chiusura, semplicemente perfetta -, girato e coreografato alla grande, non ci sono dubbi: ma La fine del mondo è un film inesorabilmente legato a doppio filo ad una sensazione simile a quella della fine delle vacanze, al momento di lucidità che permette di rendersi conto che il meglio sia ormai alle spalle, e che la notte più grande della nostra vita sia unica, e purtroppo irripetibile.
In questo senso, il rapporto tra Gary King ed i suoi ex inseparabili amici - tutti volti più che noti al pubblico non solo del Cinema made in UK, da Paddy Considine a Martin Freeman - pone gli accenti della pellicola, nonostante le numerosissime gag e battute, su quei toni di grigio tipici dell'autunno - e non mi pare un caso il fatto che il loro nuovo tentativo di percorrere il miglio dorato avvenga in ottobre, rispetto al giugno di vent'anni prima - che metteranno di fronte quelli di noi ai tempi dell'adolescenza vincenti e rimasti ancorati ai successi di allora così come gli allora sfigati cresciuti come uomini di successo eppure prigionieri delle convenzioni all'amara verità del Tempo, ovvero che non esistono una vittoria o una sconfitta senza che un prezzo debba essere pagato per esse.
Ma il bello è anche questo: il bello è la memoria selettiva, il fatto di poter essere ubriachi, e sboccati, ed assolutamente lontani dalla perfezione.
Il bello sta nell'essere umani.
Nell'avere le palle per essere umani.
Bene o male che sia.
Guasti come un bagno per disabili o pronti a sporcarsi le mani per recuperare un pegno.
La fine del mondo è così.
Neanche lontanamente perfetto.
Eppure, a suo modo, grande.
E quel finale.
Cazzo, che finale.
Chi sono io?
Io sono il Re.
Nessun anello doma il Cornetto.
E meno male.


MrFord


"Tempo, tempo comunque vadano le cose lui passa
 e se ne frega se qualcuno è in ritardo puoi chiamarlo bastardo 
ma tanto è già andato e fino adesso niente lo ha mai fermato 
e tutt'al più forse lo hai misurato 
con i tuoi orologi di ogni marca e modello 
ma tanto il tempo resta sempre lui quello."
Jovanotti - "Non m'annoio" - 


martedì 1 ottobre 2013

Rush

Regia: Ron Howard
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
123'




La trama (con parole mie): siamo nel 1976, ed il grande circo della Formula Uno affronta una delle sua stagioni più incredibili, intense ed esaltanti che passano da ricorsi al regolamento ad incidenti mortali, da duelli all'ultima curva ad una sfida che rilancerà questo sport agli occhi degli appassionati e non solo. Questo confronto destinato a diventare leggenda vede protagonisti due piloti assolutamente agli antipodi: il primo è Niki Lauda, austriaco, preciso, calcolatore, detestato da molti per la sua arroganza ed antipatia; il secondo è James Hunt, inglese, dedito ai party, all'alcool e alle donne, spericolato ed aggressivo in pista quanto il suo principale rivale, già campione del mondo, appare ligio e tecnico.
Il primo è il simbolo del rilancio Ferrari, il secondo della sfida McLaren.
Quando, sul circuito del Nurbungring, Lauda ha un terribile incidente che quasi gli costa la vita - oltre all'integrità fisica -, tutto pare compromesso: ma l'austriaco, alle spalle un incredibile recupero di soli quarantadue giorni, torna nella sua monoposto per sfidare Hunt fino all'ultimo GP, in Giappone, dove si deciderà il destino non solo di una stagione, ma anche e soprattutto di due differenti stili di guida e di vita.




Per quanto possa suonare strano scritto da qualcuno che ha preso la patente a trent'anni più che suonati e che ancora oggi detesta guidare, da bambino ho sempre amato moltissimo i motori, e dai tempi in cui mio padre - appassionato praticamente di ogni sport - mi raccontava le gesta leggendarie di miti della pista come Gilles Villeneuve rimasi affascinato dal mondo della Formula Uno seguendone le stagioni con passione sempre crescente, arrivando ad alzarmi anche in piena notte per scoprire in diretta chi avrebbe vinto in Giappone o in qualche altro lontano luogo del mondo.
Da quei tempi è passata davvero molta acqua sotto i ponti, sono cambiate scuderie e piloti, la sicurezza è aumentata, la passione andata calando: eppure, quando mi capita, finisco sempre per essere ipnotizzato dall'atmosfera e dalla magia tesissima di una gara, che non ho mai trovato noiosa o statica neppure quando si decide solo grazie alla tattica dei pit stop - che, al contrario, ho sempre considerato geniale ed altrettanto thrilling -. 
Certo, mi manca avere un preferito - anche se gente come Webber o il giovane Rosberg mi piace molto -, così come la tensione che si avvertiva in sfide leggendarie come quella tra Lauda e Hunt nell'indimenticabile mondiale 1976: probabilmente manca anche a Ron Howard e Peter Morgan - un signor sceneggiatore, autore di moltissimi grandi script come quelli di Frost/Nixon o Hereafter, tanto per citarne un paio -, che partono proprio da quelle vicende concedendosi giusto la licenza poetica di una rivalità nata nel corso della gioventù dei due piloti per definire al meglio i protagonisti prima di lanciarsi nella cronaca dell'inseguimento di quel titolo ma soprattutto nella definizione di questi due incredibili interpreti di uno degli sport più crudeli che possano esistere.
Attraverso le vicende "legali" - non viene accennato al fatto che Enzo Ferrari minacciò addirittura di ritirare la scuderia dal campionato a seguito del ricorso che la Federazione accettò da parte della McLaren - e gli scontri in pista e fuori, Lauda e Hunt vengono presentati come due grandi personaggi drammatici, di quelli che rendono Rush un grandissimo film americano in tutto e per tutto, all'interno del quale la confezione impeccabile di un grande artigiano come Howard sfiora la poetica di registi di ben altra caratura come Michael Mann.
Ancor più, infatti, dello spaventoso incidente - replicato alla perfezione - e dello straordinario recupero che vide Lauda tornare in pista a Monza quarantadue giorni dopo aver rischiato la morte con una tenuta speciale che gli permise di sopportare il dolore ancora forte delle ustioni durante la gara conquistando un quarto posto mitico, a fare la differenza in quella che è una pellicola di costruzione, più che di tensione - nel corso della prima ora assistiamo praticamente soltanto al posizionamento dei pezzi sulla scacchiera di Howard e Morgan - è il rapporto fuori dalla pista tra Lauda e Hunt: dagli insulti ai consigli ignorati su come vivere una vita lontana da quella dell'altro i due piloti si affrontano neanche fossero l'Ordine e il Caos, leggende viventi che, neppure trentenni, scrissero una delle pagine più drammatiche ed incredibili di uno sport in grado di conquistare il mondo.
E non si parla soltanto di differenza di stili e di caratteri - tanto antipatico e preciso Lauda, quanto piacione e casinista Hunt, che non dimentica, nel corso di una delle tante scaramucce con il rivale, di affermare "a volte è utile piacere a tutti" -, ma anche di coraggio: il coraggio di buttarsi sempre e comunque, vivendo la vita come se ogni giorno fosse l'ultimo, o dietro una curva potesse aspettarci la morte, e quello di avere paura, di riconoscere quelli che sono i nostri limiti umani, di ammettere di non farcela e tirarsi fuori neppure troppo tempo dopo aver sorpassato la grande mietitrice innestando una marcia quasi magica, seppur dolorosa.
"Dagli amici mi guardi dio, che dai nemici mi guardo io", recita il vecchio adagio: ed il confronto nel finale tra i due stili di vita, la voglia di godere - "Non rischio ogni giorno la pelle per poi non divertirmi neanche un pò" - e la disciplina - "Volare aiuta a formarsi, ci sono molte più regole da seguire che in pista" -, il rispetto mascherato da rivalità da machos a tutti i costi, la voglia di spingere il pedale dell'acceleratore fino in fondo e quella di sollevare il piede nel momento in cui la posta in gioco potrebbe essere troppo alta.
Del resto, vivere sempre controllati rischia di toglierci troppo.
E rischiare sempre e comunque finisce per toglierci tutto.
Lo sanno bene Lauda e Hunt: il primo, ora a capo di una compagnia aerea, che tornò in pista con la seria intenzione di vincere ancora, e vinse, probabilmente ha sempre invidiato lo spirito indomito del suo miglior nemico.
E il secondo, cui bastò quell'unica annata per dimostrare al mondo chi era James Hunt, e si ritirò dalle corse non troppo tempo dopo, ma non smise mai di superare il limite, ed un giorno se ne andò, velocemente come aveva vissuto.
Rush è il brivido della velocità, il cuore che batte, il cervello che registra il rischio di essere andati oltre.
Questa non è Formula Uno, signori miei.
E' la vita.
Ci sono i Lauda, e ci sono gli Hunt.
C'è il coraggio di andare oltre, e quello di fermarsi. 
In entrambi i casi, si arriva fino in fondo.
Solo così si può sentire il brivido. Solo così teniamo a bada il rimpianto.
Solo così non ammazziamo lo sport e la passione.


MrFord


"E per un istante ritorna la voglia di vivere
a un'altra velocità
passano ancora lenti i treni per Tozeur."
Franco Battiato - "I treni di Tozeur" - 



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