Visualizzazione post con etichetta pace. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pace. Mostra tutti i post

lunedì 4 agosto 2014

War no more - E Johnny prese il fucile

 
 Regia: Dalton Trumbo
Origine: USA
Anno: 1971
Durata: 111'

 

La trama (con parole mie): Joe Benham, partito per il fronte con i sogni e le speranze di un qualsiasi poco più che adolescente, a causa di un colpo di cannone sparato l'ultimo giorno della Prima Guerra Mondiale perde gambe, braccia, volto, vista, olfatto, udito e parola.
Confinato in un letto d'ospedale ed impossibilitato a comunicare con il mondo, che lo ritiene praticamente un vegetale, il ragazzo si trova a vagare con la mente ripercorrendo non soltanto la sua vita, ma anche quello che la stessa sarebbe stata se la guerra non gli avesse portato via tutto.
In questo stato di perenne esplorazione di se stesso, in bilico tra la disperazione e la speranza, Johnny cercherà con tutte le forze di trovare una via che lo riporti alla vita e alla convivenza con il resto degli esseri umani.





Questo post partecipa all'iniziativa War No More, sponsorizzata e vissuta dai blog indicati nella locandina creata per l'occasione.




Fin dai tempi in cui muovevo i primi passi nell'ambito della passione per il Cinema autoriale, cominciai a nutrire un profondo rispetto per Dalton Trumbo: negli anni del maccartismo e delle liste nere che segnarono probabilmente per sempre il mondo dello spettacolo e quello dorato di Hollywood, lo sceneggiatore e scrittore fu uno dei più irriducibili e bersagliati dal sistema, tanto da passare addirittura un periodo in carcere venendo di fatto bandito dai giri che contano fino al ripescaggio occorso per mano di Kubrick, che richiese la sua penna per Spartacus rilanciandone di fatto la carriera.
Alle spalle gli anni bui, Trumbo finì per mettersi al lavoro sull'adattamento cinematografico di quella che è la sua opera più nota, il meraviglioso romanzo E Johnny prese il fucile, manifesto contro la guerra avanti di ben più di un secolo fin dai tempi della sua pubblicazione, sul finire degli anni trenta, nonchè uno dei romanzi favoriti di tutti i tempi del sottoscritto: più antimilitarista che pacifista - di fatto, un anticipo di quello che avrebbe preso corpo progressivamente con l'obiezione di coscienza -, la pellicola che fu evento speciale al Festival di Cannes 1971 rappresentò di fatto una sfida per Trumbo, con ogni probabilità ben cosciente che la magia della pagina scritta non sarebbe stata comunque replicabile al cento per cento su grande schermo, che si affidò ad un approccio decisamente psichedelico in cui la fecero da padroni il confronto tra colore - legato ai sogni e alle speranze del protagonista - e bianco/nero- il presente della vicenda che segue il ritorno dalla guerra -, sfruttati per rendere al meglio e per immagini il dramma del protagonista ed il suo grido di aiuto e dolore all'indirizzo del mondo esterno, come essere umano e giovane dalla voglia di vivere strabordante smorzata improvvisamente da un colpo di cannone sparato nell'ultimo giorno di un conflitto che aveva già chiesto un pesantissimo tributo al mondo e simbolo di quello che non dovrebbe essere, di una manifestazione d'odio che spesso e volentieri finisce per assumere i connotati di qualcosa contro Natura, per quanto non si potrà probabilmente mai cancellare l'istinto predatorio insito nell'animo umano.
Mai - tranne, forse, con il Capolavoro La sottile linea rossa e Full metal jacket, di nuovo firmato dal Maestro Kubrick - un film tecnicamente di guerra è riuscito nell'intento di lanciare un monito di questa portata legato al rifiuto della stessa, reso ancora più dolente in patria dalle ferite lasciate, in quegli anni, dal conflitto in Vietnam, che lacerò un'intera generazione di ragazzi mandati letteralmente allo sbaraglio e tornati in patria senza alcuna prospettiva.
Il risultato è una pellicola potente e sentita, profondamente drammatica eppure con una traccia decisa di ironia - che probabilmente è stata, negli anni peggiori, la salvezza del vecchio Dalton -, capace di toccare il cuore pur non raggiungendo gli apici di lirismo del romanzo, purtroppo l'unica di Trumbo nelle vesti di uomo dietro la macchina da presa - fu in qualche modo un miracolo vederlo esordire come regista a sessantacinque anni suonati -, che segna uno dei punti più alti del Cinema di contestazione made in USA: che valga come monito rispetto all'assurdità della Guerra e dell'arruolamento non volontario o semplicemente come cult dei tempi - e non solo - E Johnny prese il fucile resta un affresco unico nel panorama del genere, ed una lezione di volontà, umanità e passione da parte di un autore che difese le sue idee allo stremo, così come il suo diritto di dire no.
Così come noi bloggers, in questi giorni, diciamo no ad una delle piaghe più antiche e terribili con le quali il genere umano finisce per fare i conti.
Per non avere altri Johnny.
Per non finire noi stessi come Johnny.
E perchè non lo finiscano i nostri figli.



MrFord



"C'era una volta un aeroplano
un militare americano
c'era una volta il gioco di un bambino.
E voglio i nomi di chi ha mentito
di chi ha parlato di una guerra giusta
io non le lancio più le vostre sante bombe,
bombe, bombe, bombe, BOMBE!"
Ligabue/Jovanotti/Piero Pelù - "Il mio nome è mai più" - 







sabato 9 marzo 2013

Orizzonti di gloria

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA
Anno: 1957
Durata: 88'



La trama (con parole mie): 1916. Siamo sulla linea di trincea francese nel pieno del primo conflitto mondiale. Le alte sfere dello Stato Maggiore transalpino vorrebbero che gli uomini del battaglione 710 conquistassero il Formicaio, assembramento tedesco molto ben protetto ed in posizione strategica in un paio di giorni per mostrarsi sicuri agli occhi della stampa e dell'opinione pubblica.
Il Colonnello Dax, comandante in campo del 710, obbedisce agli ordini del suo generale nonostante sia ben conscio del quasi certo insuccesso della missione: quando, com'era prevedibile, i soldati francesi battono in ritirata a seguito delle numerose perdite, lo stesso Stato Maggiore decide di punire il presunto atto di codardia facendo scegliere agli ufficiali in comando tre soldati da giustiziare come esempio.
Il Colonnello Dax, avvocato penalista da civile, si oppone strenuamente alla decisione dei suoi superiori e lotta per difendere gli sfortunati militi scelti di fronte alla Corte Marziale.





Sono passati cinquantasei anni, dall'uscita di Orizzonti di gloria, il film che consacrò Kubrick agli occhi non soltanto della critica - che l'aveva già ampiamente notato - ma anche del grande pubblico e dello stardom hollywoodiano che così poco gli regalerà nel corso della sua carriera - mai un Oscar, ricordiamolo bene, per quello che è indiscutibilmente uno dei registi più grandi della Storia del Cinema - e che ebbe nella persona di Kirk Douglas il primo, grande sostenitore "di nome" del Maestro, eppure la sua forza dirompente e la sua attualità risultano praticamente inalterate.
Quello che, senza se e senza ma, rappresenta l'equivalente cinematografico del Capolavoro letterario E Johnny prese il fucile di Dalton Trumbo - vittima illustre dell'epoca maccartista e grande teorico dell'antimilitarismo -, è ancora oggi, nel pieno del nuovo millennio, un titolo inarrivabile nell'ambito del Cinema di pace, più che di guerra, che sarà eguagliato decenni più tardi da La sottile linea rossa di Terrence Malick: ma Orizzonti di gloria non è soltanto uno straziante grido di denuncia contro gli abusi del sistema dell'Esercito e soprattutto del Potere, una pellicola di profonda rottura per i tempi - il soldato che schiaffeggia il prete venuto a "dargli conforto" prima dell'esecuzione incontrerebbe ostacoli con la censura perfino ora - ed un film commovente quanto doloroso, ma anche un saggio di tecnica sopraffina, dall'assalto al Formicaio del 710 ai carrelli vertiginosi all'interno delle trincee, dall'eleganza della fotografia al piano sequenza da salotto costruito in apertura attorno ai due generali che decideranno con le loro posizioni il destino dei soldati semplici mandati al massacro per una Gloria che è mera soddisfazione dell'esercizio delle loro posizioni e di un ego gigantesco.
Del resto, con questo suo terzo titolo Kubrick comincia ad esplodere il suo immenso talento, riuscendo ad unire cura maniacale dei dettagli e perfezione tecnica ad uno script di profondità disarmante, opera dello stesso Stanley di tutti noi come sempre coadiuvato da Jim Thompson e Calder Willingham, in grado di passare da momenti di struggimento - le ultime ore dei soldati, la loro esecuzione - ad un tono grottesco che avrebbe fatto impazzire di soddisfazione Bunuel tratteggiando gli elementi di potere dell'esercito come damigelle preda di capricci del momento neanche fossero le più sofisticate tra le cortigiane: dal generale Broulard con i suoi giochetti da eminenza grigia al suo ambizioso collega responsabile dell'attacco suicida e disposto addirittura a bombardare gli uomini per spronarli a non ritirarsi nel corso dell'offensiva contro il Formicaio, senza contare la fucilazione del prigioniero ormai in fin di vita, assicurato alla barella, ed il tenente che determina il suo capro espiatorio in base a vecchi rancori dei tempi della scuola, tutto pare venato di un umorismo nerissimo e spietato, in grado di rendere ancora più acuta la riflessione dell'intera opera.
Ovviamente i problemi con la censura - specialmente in Francia - furono molteplici, e se non fosse stato per l'ingerenza di Douglas anche gli States avrebbero rifiutato una distribuzione, segno che l'innovazione del Nostro era già nella prima parte della sua carriera scomoda per molti: questo, comunque, non fermò Kubrick che proprio grazie allo stesso Douglas e a questo Capolavoro staccò il biglietto per la notorietà ed ebbe l'occasione di affrontare l'audience delle grandi occasioni con il successivo Spartacus, che avrebbe comunque realizzato donando la sua impronta anche ad un genere che avrebbe in seguito praticamente "ripudiato".
Ma questa è un'altra storia.
Quella di oggi è legata ad Orizzonti di gloria, che forse molti non conosceranno quanto i successivi Capolavori di Kubrick, ma che è, di fatto, la prima grande traccia della sua grandezza, dalle esplosioni della battaglia alle ferite profonde di un finale straziante e ribollente di speranza.
Imperdibile.


MrFord


"Occhi di bosco contadino del regno profilo francese 
occhi di bosco soldato del regno profilo francese 
e Andrea l'ha perso ha perso l'amore la perla più rara 
e Andrea ha in bocca un dolore la perla più scura."
Fabrizio De Andrè - "Andrea" -



mercoledì 15 giugno 2011

X-Men: l'inizio

La trama (con parole mie): Terminata - fortunatamente - la saga dei pupilli del Professor Xavier ai giorni nostri, la Marvel porta al Cinema un reboot del franchise dedicato ai mutanti più famosi del mondo del fumetto affidando la regia a Matthew Vaughn, fresco del successo ottenuto con l'ottimo Kick ass.
Rispetto agli albi ovviamente le differenze sono molte, ma lo spirito dell'amicizia divenuta rivalità dei giovani Xavier e Magneto è mantenuto appieno, e la pellicola, tra una citazione ed un cammeo, risulta migliore di tutte le precedenti, e pone le basi per quella che potrebbe essere una felice operazione di recupero di un gruppo che pareva ormai giunto al capolinea della sua fortuna cinematografica.

Ricordo i tempi in cui leggevo - oltre a dedicarmi ai tentativi di farmi pagare per le sceneggiature che scrivevo ed inseguire i disegnatori in modo che consegnassero le tavole in tempo - una marea di fumetti ogni settimana, sfruttando praticamente ogni singolo viaggio sui mezzi e qualche stralcio di nottata ai bei tempi dei primi lavori part time.
Benchè sia sempre stato più orientato verso gli eroi "solisti" - l'Uomo Ragno su tutti -, gli X-Men hanno rappresentato il mio ideale di gruppo di supereroi: fuorilegge, eterogenei, instabili, spesso e volentieri legati da sentimenti profondi più che dall'istituzione stessa dei loro costumi e ruoli - come, ad esempio, poteva essere per Fantastici Quattro e Vendicatori -.
Inoltre, nelle mani giuste, i pupilli di Xavier sono sempre riusciti a cogliere nel segno, sfornando personaggi a dir poco mitici entrati ormai nella Storia del media fumetto - Wolverine su tutti, ma credetemi, ce ne sono tantissimi altri, e molti ben più sfaccettati ed intriganti dell'irsuto canadese -.
Una delle cose che ha esercitato il fascino maggiore in quegli ormai lontani giorni di lettore vorace di comics è stata, senz'altro, la rivalità tra Erik Lehnsherr - più noto come Magneto - e Charles Xavier, nata quando ancora i due erano i giovani idealisti ben lontani dai leader attempati degli X-Men e de La confraternita dei mutanti malvagi.
Erik, sfuggito all'orrore dei campi di concentramento, cresce e coltiva nel cuore i sentimenti di vendetta e rivalsa tipici di chi è stato vessato dalla schiavitù e ha visto i propri cari morire per mano di spietati carcerieri.
Charles, dal percorso lineare e segnato da studi approfonditi, assume le connotazioni dell'illuminato uomo di scienza in grado di far fronte alle ondate sentimentali e cercando sempre e comunque - a volte anche attraverso decisioni controverse - di preservare il suo futuro e quello dei rappresentanti della sua razza, sponsorizzando una coesistenza pacifica tra umani e mutanti.
Il lavoro di Vaughn parte proprio da questo binomio, filtrandolo attraverso la straordinaria, contestatissima gestione degli albi di qualche anno fa nata dalla creatività strabordante della coppia Morrison/Quitely, alla cui opera è clamorosamente ispirata tutta la parte visiva della pellicola: il risultato è, probabilmente, il migliore mai raggiunto dagli uomini x sul grande schermo, e benchè imbrigliato da una produzione decisamente più mainstream del già citato Kick ass, riesce a mantenere alta l'attenzione grazie ad un ritmo tendenzialmente serrato ed alternare all'azione tipica di questo genere di prodotto una buona dose di emotività adolescenziale - legato principalmente agli amori e le rivalità nate in seno al neonato gruppo di mutanti costituito da Xavier e il non ancora Magneto per combattere l'Hellfire club capeggiato da Sebastian Shaw - e di autoironia - i riferimenti alla futura calvizie del Professor X e l'ottima comparsata di Wolverine/Hugh Jackman che elegantemente rifiuta l'invito di Charles ed Erik ad unirsi al gruppo mandandoli affanculo -.
Il crescendo finale, inoltre, culminato con lo scontro con Shaw che darà origine al charachter di Magneto per come il grande pubblico già lo conosceva e segnerà per sempre l'esistenza di Xavier, sottolinea e porta intelligentemente di fronte agli spettatori la questione più spinosa dell'intero percorso degli X-Men: da quale parte vi sareste schierati voi, se foste nati con un bagaglio genetico unico in grado di donarvi abilità straordinarie quanto maledizioni da perenne pregiudizio?
Quale sarebbe la vostra scelta? Passerebbe attraverso l'orgoglio conquistato da Mystica o la furia controllata della Bestia? La vendetta senza ritorno di Magneto o la speranza di una conquista civile di Xavier?
Due combattenti, due scuole di pensiero, due insegnamenti ben differenti: la Confraternita di Magneto, fondata sulla presa di coscienza mutante e pronta a reagire ai soprusi e ai pregiudizi ribaltando il mondo umano e gli X-Men del Professor X, paladini fuorilegge, reietti costretti a nascondere la loro natura pronti, un giorno, ad esibirla orgogliosamente ed insegnare alle nuove generazioni il rispetto reciproco.
Un pò come dire Che Guevara da una parte e Gandhi dall'altra.
Non una scelta facile.
Perchè stare qui ed immaginare un mondo di superpoteri è una cosa, averli e imparare a controllarli al meglio un'altra. La differenza tra Magneto e Xavier è come una pistola affidata alle nostre mani: quanti di noi riuscirebbero ad impugnarla senza abusarne, o a cercare di non uccidere nel momento in cui dovessero sentirsi minacciati?
Quanti riuscirebbero a controllarsi? Quanti avrebbero paura? Quanti farebbero fuoco?
Da che parte state, voi?
Io, che da sempre coltivo animo e controllo da Xavier, temo sarei davvero, davvero tentato di seguire Magneto.

MrFord

"Politics, it's a drag
they put one foot in the grave
and the other on the flag
systems rotten to the core
young and old deserve much more
than struggling every day until you're done.
Tension
too much to mention
living on both sides of the gun."
Ben Harper - "Both sides of the gun" -

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...