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mercoledì 17 febbraio 2016

L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo

Regia: Jay Roach
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 124'








La trama (con parole mie): siamo sul finire degli anni quaranta, a Hollywood, e Dalton Trumbo è uno degli sceneggiatori più importanti e quotati della settima arte, reduce dal successo come scrittore e sempre pronto a tirare fuori una qualche idea ottima sia qualitativamente che a livello commerciale. Quando, però, l'ombra della Guerra Fredda si allunga sugli States, le simpatie mai celate di Trumbo per il partito comunista finiscono per includerlo in una lista nera insieme ad alcuni colleghi, costretti a testimoniare al Congresso e a lottare non solo per poter trovare di nuovo un lavoro e per mantenere le loro famiglie, ma anche per evitare il carcere.
Perso il confronto con il Governo e finito dietro le sbarre, Trumbo dovrà allargare le spalle, ed una volta tornato in libertà cercare di sbarcare il lunario scrivendo dietro pseudonimi, finendo addirittura per vincere due Oscar senza poter dichiarare la paternità dei lavori premiati.












Dalton Trumbo è senza dubbio uno degli eroi di tutti i tempi del Saloon, una delle personalità più importanti cui possa pensare rispetto alla scrittura quantomeno nel panorama americano dell'ultimo secolo, che si parli di sceneggiature o romanzi, uno dei più grandi della macchina da scrivere della Storia di Hollywood, ed avrà sempre un posto nel mio cuore grazie al Capolavoro che è E Johnny prese il fucile, opera fondamentale legata all'assurdità della guerra.
L'approdo in sala, dunque, di un biopic dedicato a questo grandissimo artista che dovette lottare con le unghie e con i denti per occupare un posto che avrebbe dovuto avere di diritto considerate le sue qualità, è stato per me un'ottima notizia, nonostante la presenza dietro la macchina da presa del mestierante Jay Roach, di norma abituato a lavorare su commediole di grana grossa come Ti presento i miei.
Fortunatamente per me, per tutti gli amanti del buon Cinema classico e dell'opera di Trumbo, più che un lavoro di regia questo è un film profondamente attoriale, giocato su una serie di ottime interpretazioni in grado di condurre per mano lo spettatore attraverso due ore scorrevolissime e serrate, importanti anche per denunciare quello che è stato, senza ombra di dubbio, il periodo più oscuro di Hollywood, accecata dalla caccia alle streghe alimentata dal terrore del comunismo e dall'incombente Guerra Fredda - bellissimo, in questo caso, il dialogo tra Dalton e Niky, sua figlia maggiore, a proposito dell'essere comunisti -: il cast al completo, dagli ottimi comprimari Louis C. K. a John Goodman, passando per un'odiosa Helen Mirren ed una tosta Diane Lane, per giungere ad un Bryan Cranston in stato di grazia - credo sia la prima volta, negli ultimi anni, in cui credo non tiferò per il buon Di Caprio, alla notte degli Oscar -, perfetto nel rendere non solo nella mimica e nella fisicità, ma anche nell'inflessione vocale, il vecchio Dalton, riesce a far compiere all'opera un salto di qualità, di fatto sfruttando al meglio un impianto molto vecchio stile e perfetto per questo tipo di produzione che pare nata proprio per il periodo degli Academy Awards.
Altro merito della pellicola - come al solito adattata terribilmente nell'edizione italiana, quando si sarebbe potuto lasciare tranquillamente l'originale Trumbo - è quello di mostrare al grande pubblico una delle figure di riferimento della Storia del Cinema USA, autore non solo di romanzi immortali come il già citato E Johnny prese il fucile, ma anche vincitore di due premi Oscar - riconosciutigli solo a distanza di anni, uno addirittura postumo - per gli script di Vacanze romane e La più grande corrida nonchè firma dei copioni di classici immortali come l'Exodus di Otto Preminger e soprattutto lo Spartacus di Stanley Kubrick, che sancì in una certa misura il ritorno di Trumbo nel giro che conta e l'ufficialità della fine di un'epoca di oscurantismo culturale che non fa onore agli States patria della Libertà così come ad alcuni interpreti dei tempi che si schierarono palesemente a favore, per comodo o per indole, delle idee del maccartismo - e qui, purtroppo, oltre a Reagan e Hedda Hopper, ritroviamo anche uno dei simboli del Western e del Saloon, John Wayne, che in quanto a politica non era proprio vicino a quelle che sono le idee del sottoscritto -.
Un film, dunque, che non brillerà per inventiva o colpi di genio, ma che racconta con ottimo piglio la vicenda umana e personale di quello che, senza dubbio, è stato un genio nel proprio campo, e prima ancora un uomo sempre pronto a lottare per i propri diritti e per una libertà di pensiero che dovrebbe essere uno dei pilastri di qualsiasi società civile: in un'epoca come quella che vide il terrore del comunismo - ma potrebbe essere qualsiasi cosa, teniamolo bene a mente - diventare uno strumento di persecuzione culturale e non solo di intellettuali, artisti e gente comune, sarebbe stato un onore avere accanto un uomo come Trumbo, che con una delle armi più potenti mai esistite, la penna, lottò senza arrendersi fino a sconfiggere il Sistema che l'aveva rifiutato.
Neanche ci trovassimo in un film di Hollywood.






MrFord






"Come senators, congressmen
please heed the call
don't stand in the doorway
don't block up the hall
for he that gets hurt
will be he who has stalled
there's a battle outside
and it is ragin'
it'll soon shake your windows
and rattle your walls
for the times they are a-changin'."
Bob Dylan - "The times they are a-changin'" -






lunedì 4 agosto 2014

War no more - E Johnny prese il fucile

 
 Regia: Dalton Trumbo
Origine: USA
Anno: 1971
Durata: 111'

 

La trama (con parole mie): Joe Benham, partito per il fronte con i sogni e le speranze di un qualsiasi poco più che adolescente, a causa di un colpo di cannone sparato l'ultimo giorno della Prima Guerra Mondiale perde gambe, braccia, volto, vista, olfatto, udito e parola.
Confinato in un letto d'ospedale ed impossibilitato a comunicare con il mondo, che lo ritiene praticamente un vegetale, il ragazzo si trova a vagare con la mente ripercorrendo non soltanto la sua vita, ma anche quello che la stessa sarebbe stata se la guerra non gli avesse portato via tutto.
In questo stato di perenne esplorazione di se stesso, in bilico tra la disperazione e la speranza, Johnny cercherà con tutte le forze di trovare una via che lo riporti alla vita e alla convivenza con il resto degli esseri umani.





Questo post partecipa all'iniziativa War No More, sponsorizzata e vissuta dai blog indicati nella locandina creata per l'occasione.




Fin dai tempi in cui muovevo i primi passi nell'ambito della passione per il Cinema autoriale, cominciai a nutrire un profondo rispetto per Dalton Trumbo: negli anni del maccartismo e delle liste nere che segnarono probabilmente per sempre il mondo dello spettacolo e quello dorato di Hollywood, lo sceneggiatore e scrittore fu uno dei più irriducibili e bersagliati dal sistema, tanto da passare addirittura un periodo in carcere venendo di fatto bandito dai giri che contano fino al ripescaggio occorso per mano di Kubrick, che richiese la sua penna per Spartacus rilanciandone di fatto la carriera.
Alle spalle gli anni bui, Trumbo finì per mettersi al lavoro sull'adattamento cinematografico di quella che è la sua opera più nota, il meraviglioso romanzo E Johnny prese il fucile, manifesto contro la guerra avanti di ben più di un secolo fin dai tempi della sua pubblicazione, sul finire degli anni trenta, nonchè uno dei romanzi favoriti di tutti i tempi del sottoscritto: più antimilitarista che pacifista - di fatto, un anticipo di quello che avrebbe preso corpo progressivamente con l'obiezione di coscienza -, la pellicola che fu evento speciale al Festival di Cannes 1971 rappresentò di fatto una sfida per Trumbo, con ogni probabilità ben cosciente che la magia della pagina scritta non sarebbe stata comunque replicabile al cento per cento su grande schermo, che si affidò ad un approccio decisamente psichedelico in cui la fecero da padroni il confronto tra colore - legato ai sogni e alle speranze del protagonista - e bianco/nero- il presente della vicenda che segue il ritorno dalla guerra -, sfruttati per rendere al meglio e per immagini il dramma del protagonista ed il suo grido di aiuto e dolore all'indirizzo del mondo esterno, come essere umano e giovane dalla voglia di vivere strabordante smorzata improvvisamente da un colpo di cannone sparato nell'ultimo giorno di un conflitto che aveva già chiesto un pesantissimo tributo al mondo e simbolo di quello che non dovrebbe essere, di una manifestazione d'odio che spesso e volentieri finisce per assumere i connotati di qualcosa contro Natura, per quanto non si potrà probabilmente mai cancellare l'istinto predatorio insito nell'animo umano.
Mai - tranne, forse, con il Capolavoro La sottile linea rossa e Full metal jacket, di nuovo firmato dal Maestro Kubrick - un film tecnicamente di guerra è riuscito nell'intento di lanciare un monito di questa portata legato al rifiuto della stessa, reso ancora più dolente in patria dalle ferite lasciate, in quegli anni, dal conflitto in Vietnam, che lacerò un'intera generazione di ragazzi mandati letteralmente allo sbaraglio e tornati in patria senza alcuna prospettiva.
Il risultato è una pellicola potente e sentita, profondamente drammatica eppure con una traccia decisa di ironia - che probabilmente è stata, negli anni peggiori, la salvezza del vecchio Dalton -, capace di toccare il cuore pur non raggiungendo gli apici di lirismo del romanzo, purtroppo l'unica di Trumbo nelle vesti di uomo dietro la macchina da presa - fu in qualche modo un miracolo vederlo esordire come regista a sessantacinque anni suonati -, che segna uno dei punti più alti del Cinema di contestazione made in USA: che valga come monito rispetto all'assurdità della Guerra e dell'arruolamento non volontario o semplicemente come cult dei tempi - e non solo - E Johnny prese il fucile resta un affresco unico nel panorama del genere, ed una lezione di volontà, umanità e passione da parte di un autore che difese le sue idee allo stremo, così come il suo diritto di dire no.
Così come noi bloggers, in questi giorni, diciamo no ad una delle piaghe più antiche e terribili con le quali il genere umano finisce per fare i conti.
Per non avere altri Johnny.
Per non finire noi stessi come Johnny.
E perchè non lo finiscano i nostri figli.



MrFord



"C'era una volta un aeroplano
un militare americano
c'era una volta il gioco di un bambino.
E voglio i nomi di chi ha mentito
di chi ha parlato di una guerra giusta
io non le lancio più le vostre sante bombe,
bombe, bombe, bombe, BOMBE!"
Ligabue/Jovanotti/Piero Pelù - "Il mio nome è mai più" - 







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