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mercoledì 15 novembre 2017

Black Sails - Stagione 2 (Starz, Sud Africa/USA, 2015)




Il mondo dei pirati è da sempre una calamita per l'attenzione di questo vecchio cowboy, che pone galeoni, rum ed arrembaggi appena dietro le cavalcate nelle grandi pianure: da L'isola del tesoro a La vera storia del pirata Long John Silver, alcuni dei miei romanzi preferiti di sempre sono legati a questo tipo di cornice, ed anche su grande schermo le avventure marinare hanno sempre esercitato un fascino irresistibile.
Quando, anni fa, conobbi grazie al mio fratellino Dembo questa produzione Starz, incentrata proprio sui personaggi di John Silver e del suo capitano, Flint, non seppi resistere, incontrando una prima stagione molto interessante che, forse, venne penalizzata e non poco proprio dalla mia fresca lettura del già citato La vera storia del pirata Long John Silver, che si era rivelata troppo grande per non seppellire al confronto qualsiasi altra vicenda avesse come protagonista il mitico John.
Lasciate dunque calmare le acque, ho finito per tornare al timone e rimettermi sulle tracce di questi personaggi ad un tempo romantici e crudeli, attaccati alla vita e pronti ad aggredire ed aggredirla, e dal primo episodio di questa seconda stagione mi sono ritrovato immerso quanto e decisamente più rispetto alla season d'esordio, finendo travolto da un'escalation che non solo ha portato al racconto nella versione Black sails della perdita della gamba di John Silver - tratto distintivo del pirata nel già citato L'isola del tesoro -, ma anche ad una serie di colpi di scena dalla forza e dalle potenzialità per le due annate successive davvero enormi, in grado di mostrare senza eccessiva spettacolarizzazione le contraddizioni di questi uomini e donne che vissero ai margini e ben oltre della Legge e della Società per come veniva intesa allora - ed ancor di più oggi - ma che tra loro regolamentavano il tutto attraverso regole ancora più precise, per inseguire il miraggio di una società perfetta costruita sull'equilibrio di persone slegate da qualsiasi codice o regola per l'appunto sociale.
Una sconfitta in partenza che mantiene ed esercita un'attrazione difficilmente gestibile da persone inclini al caos come il sottoscritto, che nel modo di approcciare qualsiasi situazione in modo da trovare la soluzione migliore per sopravvivere ed avere il vantaggio migliore in pieno stile Ulisse di John Silver, nella determinazione furiosa di Flint, nella passionalità selvaggia di Charles Vane - il suo discorso di fronte alla gente della Carolina nel corso del processo a lui e Flint mi ha fatto quasi saltare in piedi sul divano -, trova un modo per assaporare la pelle d'oca scuotere fin nell'anima.
Segno, questo, pronto a dimostrare che proprio come Silver, in quel contesto avrei cercato di evitare con tutte le forze un'esistenza rischiosa e spesso grama come quella dei pirati ma mi ci sarei trovato dentro per indole, inclinazioni ed attitudine.
La proposta Starz, dunque, porta sullo schermo tutto lo sporco della vita dei predoni del mare dei tempi, la lotta per la sopravvivenza - anche se renderebbe decisamente meglio, in questo caso, l'inglese struggle -, il rispetto di alcune regole ed al contempo di nessuna, i richiami dell'ignoto, di sogni folli, di sbronze senza ritorno e sesso senza limiti, e lo fa con perizia nella realizzazione, ottime caratterizzazioni da parte dei protagonisti, scrittura molto interessante ed un'atmosfera che non cerca facili conquiste, ma punta i cannoni dritta al bersaglio grosso.
Una volta a bordo con gentaglia di questa risma, fidatevi, sarà davvero difficile pensare a fare vela verso la terraferma.
A meno che loro non vogliano offrirvi un viaggio senza ritorno nelle profondità dei mari.
O dei loro cuori.




MrFord




 

mercoledì 29 aprile 2015

Black sea

Regia: Kevin MacDonald
Origine: USA, Russia, UK
Anno: 2014
Durata: 114'





La trama (con parole mie): Robinson, esperto capitano di sottomarini lasciato a casa dalla multinazionale per la quale ha lavorato negli ultimi undici anni, cerca un finanziatore a seguito della scoperta di un ex collega che collocherebbe nelle profondità del Mar Nero un U-Boot tedesco ancora carico di lingotti d'oro frutto di un accordo finito male tra Hitler e Stalin.
Scelto l'equipaggio, diviso tra russi ed anglosassoni, ed acquistato un vecchio sottomarino, Robinson guida i suoi nell'oscurità degli abissi, senza sapere che dietro il denaro che ha permesso la loro rischiosa missione si cela proprio la multinazionale responsabile della sua disoccupazione, e che le differenze culturali tra i membri della spedizione finiranno per minare dall'interno la riuscita dell'impresa.
Chi, alla fine, riuscirà a tornare a galla? Ed esisterà davvero, questo mitico U-Boot carico d'oro?







Senza dubbio una delle esperienze più importanti per capire se si potrà mai davvero avere un legame unico con una persona è quella del viaggio, spartiacque fondamentale in grado di cementare rapporti destinati a durare una vita o far naufragare amicizie o amori che si credevano più che solidi: una sorta di versione "dopata" del viaggio stesso risulta essere senza dubbio la convivenza forzata, sia essa legata ad una realtà casuale - i naufraghi di Lost, per citare un esempio fondamentale di fiction -, a trascorsi di vita - il carcere - o scelte - il lavoro a bordo di una nave, o un sottomarino -.
Black sea, ultimo lavoro del discontinuo ma decisamente capace Kevin MacDonald, mostra - e molto bene - proprio questo: sfruttando meccanismi che rimbalzano dal film d'azione al thriller senza disdegnare il quasi horror, il regista scozzese consegna tra le mani del pubblico un cocktail artigianale ma ottimamente riuscito che rievoca tanto The descent - almeno rispetto al fatto che sia l'Uomo, il mostro più temibile che si può avere la sfortuna di incontrare - quanto The Abyss o il semisconociuto ma decisamente interessante Below, senza dimenticare in tutto questo la mitologia marinaresca ed appoggiandosi sulle spalle di un Jude Law che pare non aver dimenticato la lezione dell'ottimo Dom Hemingway, portando sullo schermo un personaggio che lo allontana dal suo status precedente di sex symbol mostrandolo al contrario decisamente più maturo e ruvido, quasi fosse una versione action degli antieroi sociali di Ken Loach.
Un prodotto non particolarmente originale, dunque, ma in grado di funzionare dal primo all'ultimo minuto, di tenere alta la tensione e risultare credibile anche nei momenti decisamente più legati alla fiction, dotato di un grande fascino vintage - e non solo per il sottomarino "d'altro tempi" sfruttato come location dal regista e come mezzo per giungere allo scopo della missione dai protagonisti - e capace di portare sullo schermo sia riflessioni legate al mondo del lavoro ed alla condizione di disperati di molti professionisti rimasti "a piedi" da un giorno all'altro sia il tipico crescendo adrenalinico che una ventina d'anni or sono rappresentava uno standard per titoli di questo genere che ambissero a diventare quantomeno dei piccoli cult: l'ambientazione sottomarina, inoltre, che si parli del claustrofobico interno del sommergibile o delle oscure profondità degli abissi - ci si riferisce spesso, soprattutto in termini cinematografici, allo spazio profondo, ma l'ignoto offerto dalle fosse dei nostri oceani è assolutamente all'altezza delle vastità siderali - conferisce ad una vicenda che, di fatto, è legata all'avidità ed alla voglia di riscatto tutte umane una cornice dal fascino del vecchio film d'avventura, quasi l'impresa praticamente impossibile di Robinson e soci fosse intrisa di quello spirito piratesco che diede origine ad una serie di leggende immortali della Letteratura come del Cinema.
In questo senso, l'aura survival del lavoro di MacDonald unita ai suoi tratti decisamente più umani - dalla stupidità del conflitto tra le due fazioni dei membri dell'equipaggio da piena Guerra Fredda al rapporto tra Robinson e Liam pronto a colmare il vuoto di quello lasciato dal figlio cresciuto da un altro uomo del primo e la futura paternità del secondo - rende Black sea una visione solida e di carattere, destinata probabilmente a non fare la Storia della settima arte ma non per questo non meritevole di attenzioni: in un certo senso, infatti, Black sea è uno di noi.
Uno qualunque, con i suoi pregi ed i suoi difetti, forse non geniale, ma di pancia, diretto e sincero, nel bene e nel male. Qualcuno presente. In qualsiasi termine lo vogliate interpretare.
Considerato che io per primo diffidavo di questa visione neanche mi avessero chiesto di prendere parte ad una missione pressochè suicida nelle profondità del Mar Nero, direi che neppure un finale con una qualche concessione di troppo sia riuscito a fermarmi: e sapete che vi dico?
Che con gente come MacDonald, o Robinson, mi imbarcherei tutti i giorni.




MrFord




"And I could write it down
or spread it all around
get lost and then get found
or swallowed in the sea."
Coldplay - "Swallowed in the sea" - 




lunedì 10 febbraio 2014

All is lost - Tutto è perduto

Regia: J. C. Chandor
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 106'




La trama (con parole mie): un uomo a bordo della sua imbarcazione a vela nel pieno del Pacifico si ritrova nei guai dopo aver urtato un container presumibilmente caduto da una nave da carico. Lo stesso, infatti, ha finito per bucare lo scafo della sua barca causando una falla importante che, dopo una riparazione di fortuna, cede alla furia degli elementi quando una tempesta la investe.
L'uomo è così costretto a rifugiarsi sul gonfiabile di salvataggio e fare conto sul kit di sopravvivenza e su un sestante per capire quale potrebbe essere la direzione presa, in direzione di Sumatra.
Riuscirà con il poco che gli è rimasto a mantenersi vivo sperando nel contempo di intercettare un natante di passaggio per poter essere soccorso?





Le imprese al limite dell'incredibile eppure profondamente umane nella loro realizzazione e nella volontà messa in campo dai protagonisti delle stesse hanno sempre esercitato un fascino particolare, sul sottoscritto, dai sopravvissuti allo schianto aereo di Alive agli esploratori di Kon-Tiki.
L'incontro - e lo scontro - tra Uomo e Natura è un tema, del resto, che la Storia ha riproposto nei secoli dei secoli e che, probabilmente, continuerà a fare parte del grande spettacolo della vita almeno fino a quando noi bipedi continueremo ad abitare da queste parti.
J. C. Chandor, regista dell'ottimo Margin call, che almeno cinematograficamente deve avere davvero due palle d'acciaio, invece di cedere alle lusinghe delle majors e vendersi al miglior offerente e a proposte ben più commerciali ed allettanti, decide di dedicarsi ad un progetto a dir poco coraggioso: un'ora e quaranta di pellicola con una manciata e poco più di parole, risultato del monologo del protagonista - ed unico attore - Robert Redford - peraltro in grande spolvero ed estremamente credibile, oltre che invecchiato malissimo, almeno rispetto al suo compagno di cavalcate lungo la Frontiera e compianto Paul Newman -, quasi interamente girato su una barca in mare aperto.
Una sfida non da poco che il giovane regista e sceneggiatore può tranquillamente dichiarare di aver vinto portando sullo schermo un lavoro solido e ben riuscito, girato alla grande ed in grado di mantenere la tensione alta dall'inizio alla fine: addirittura potrei perfino considerare questo All is lost come una versione "razionale" di quello che fu, all'inizio dello scorso anno, Vita di Pi, legato anch'esso ad un naufragio ma al concetto più spirituale di Fede.
J. C. Chandor, da par suo, sposta il discorso dai massimi sistemi alla volontà di sopravvivere tutta umana, mettendo il suo protagonista di fronte a sfide sempre più ardue, dalla riparazione della fiancata dell'imbarcazione all'inizio della pellicola alla tempesta destinata a spazzarla via, dall'acqua ricavata dall'umidità alla permanenza a bordo del gommone di salvataggio armato di sestante che possa permettergli di studiare la presunta posizione sulla mappa. E proprio quando la razionalità e la praticità delle azioni del nostro sfortunato naufrago paiono giungere al limite estremo, a quel All is lost del titolo, ecco che il buon Chandor sfodera un finale splendido, un acuto lirico in un film profondamente fisico e reale.
Eppure, dovendo parlare in assoluta onestà, sono uscito dalla visione di All is lost solo parzialmente convinto: come per Gravity - anche se parliamo di produzioni assolutamente lontane per ambizioni, mezzi e successo, considerato che, al momento, in questo caso potremmo tranquillamente parlare di un flop al botteghino - ho avuto l'impressione di un lavoro realizzato con eccezionale perizia privo, però, della scintilla in grado di trasformare una storia in qualcosa che il narratore ha davvero la necessità di raccontare.
In questo senso, la mancanza di empatia potrebbe creare non pochi problemi a tutto il pubblico pronto ad aspettarsi un film d'avventura, o un'epopea di ampio respiro: siamo più dalle parti di un racconto intimista, anche se la freddezza con la quale viene portato sullo schermo finisce per creare una distanza rispetto al protagonista, più che un legame con lo stesso.
Il tutto senza contare che, per chi non mastica abitualmente Cinema, obiettivamente centosei minuti di lezioni di sopravvivenza in mare aperto potrebbero risultare ostici e, purtroppo, non drammatici e serrati quanto hanno la possibilità di apparire.
Un film, dunque, emotivamente solitario e perduto come il suo accigliato eroe, incapace, di fatto, di trasformare la vicenda di un singolo in qualcosa di davvero universale, nonostante ognuno di noi, in qualche modo ed in una diversa misura, finisce, prima o poi, per fare i conti con Madre Natura.



MrFord



"Is this all we have to show?
Is this all they'll ever know? Can they find their way?
What went wrong? Where have all the heroes gone?
Trading futures for a song we gave away
thinking only of myself, I forged ahead
no regrets, no apologies
bitter tears reward the life that I have led
a world of lies brings me to my knees."
Symphony X - "When all is lost" - 




venerdì 8 febbraio 2013

Kon-Tiki

Regia: Joachim Ronning, Espen Sandberg
Origine: Norvegia
Anno: 2012
Durata: 118'




La trama (con parole mie): nel 1947, con il mondo ancora sconvolto dalla Seconda Guerra Mondiale, l'esploratore norvegese Thor Eyerdal, seguendo una teoria elaborata in quasi vent'anni di studio, partì con un equipaggio di altri cinque coraggiosi compagni dal Perù per raggiungere su una zattera costruita seguendo i metodi ed utilizzando i materiali precolombiani di millecinquecento anni prima la Polinesia, pronto a dimostrare che furono proprio gli antichi abitanti del Sud America i primi a colonizzare i paradisi tropicali da sempre creduti scoperta dei popoli asiatici.
Un viaggio incredibile basato tutto sulla Fede e sulla forza di volontà, che potrebbe significare per i suoi protagonisti non soltanto l'ingresso nella Storia, ma anche l'inizio di una nuova vita e carriera e, in qualche modo, la fine della vecchia esistenza.
Questo senza tenere conto del fatto che non è detto che si possa giungere alla fine tutti d'un pezzo.




Se dovessi pensare a questo inizio 2013 cinematografico, credo che il modo più calzante per definirlo sarebbe quello di "sorpresa": alle spalle, infatti, la folgorazione del meraviglioso Beasts of the Southern Wild ed il ribaltamento di opinione registrato rispetto alle aspettative di Cloud Atlas e Vita di Pi, direi che non sarebbe possibile trovare un termine più adatto per un'insolitamente stimolante apertura di annata.
Proprio all'ultima fatica di Ang Lee pare legato a doppio filo il candidato come miglior film straniero norvegese che quest'anno contenderà la statuetta più nota della settima arte ad un mostro sacro come Haneke con il suo Amour, Kon-Tiki: l'impresa di Thor Eyerdal e dei suoi compagni - realmente avvenuta e registrata in un documentario che, ai tempi, ebbe il riconoscimento più ambito proprio dall'Academy - è infatti narrata basandosi su un concetto di Fede simile a quello che rappresenta il personaggio di Pi, semplicemente applicato ad una concezione scientifica e non religiosa del mondo e sull'incrollabile volontà di portare a termine un'impresa che soltanto i grandi esploratori e pionieri di qualsiasi disciplina covano nel cuore ed alimentano come un fuoco.
Certo, l'appoccio dei due registi è decisamente meno altisonante di quello di Lee, la retorica ed i colpi ad effetto decisamente più smorzati - al contrario, sequenze come quella del confronto con gli squali ricordano più il thriller che non la favola epica -, i toni più simili a quelli del road movie autoriale - il paragone più immediato è quello con I diari della motocicletta di Walter Salles -, il finale intenso e commovente senza alcuna concessione alla ruffianeria - la lettera di Liv indirizzata al marito Thor che lo stesso apre soltanto ad impresa compiuta è da brividi, e regala uno spessore ancora maggiore alla questione legata alla volontà di realizzare l'impresa stessa - ed i titoli di coda dedicati ai protagonisti di questo viaggio straordinario contribuiscono a tracciare una linea immaginaria tra la leggenda di Tiki e questo moderno gruppo di esploratori impareggiabili quanto improvvisati, mossi giorno dopo giorno in quell'estate del 1947 da una passione folle ed incrollabile.
Dal punto di vista prettamente tecnico, la realizzazione risulta decisamente interessante, una sorta di via di mezzo tra l'estetica di viaggio e scoperta di cineasti come Peter Weir ed una confezione a tratti patinatissima, concentrata principalmente nella prima parte, dedicata alla ricerca di Eyerdal di possibili finanziatori per la sua spedizione: apprezzabili anche gli inserti in bianco e nero a riprendere quello che fu il materiale che si guadagnò l'Oscar come migliore documentario e la caratterizzazione dei personaggi, forse non approfonditi completamente eppure chiaramente distinguibili e dotati, nessuno escluso, di un carattere e di uno spessore non così semplici da fotografare in neppure due ore di pellicola.
Ma la riflessione più profonda ed intensa è senza dubbio quella legata alla fiducia che guidò Eyerdal in un'impresa che tutti gli esperti giudicarono suicida e che rappresenta una sfida vinta solo ed esclusivamente dalla forza d'animo dell'Uomo nel momento in cui è mosso dal desiderio e da un sogno: il passaggio della già citata lettera della moglie del protagonista "anche se non sai nuotare, dovessi cadere in acqua la tua determinazione ti terrà a galla" è determinante per comprendere quanto il coraggio - e in una certa misura la follia - di pionieri come Eyerdal siano stati fondamentali affinchè l'umanità potesse giungere dove si trova ora senza chiudersi in un guscio di sicurezza e dogmi rigidi e preimpostati.
Il prezzo che personaggi come questi hanno dovuto pagare è stato senza dubbio alto, dalla vita stessa a cose ben più preziose in grado di darle un senso, ma se non ne fossero mai esistiti, con ogni probabilità ora saremmo nelle caverne indossando mutande di pelo, spaventati dal fuoco come bestie selvagge.
Questa dovrebbe essere la vera Fede: quella che ci permette di saltare nel buio, consapevoli dei rischi, e pensare che, chissà, potremmo anche andare oltre e stabilire nuove frontiere che, a loro volta, dovranno un giorno essere superate da qualcuno folle almeno quanto noi.


MrFord


"Una catastrofe psicocosmica
mi sbatte contro le mura del tempo.
Sentinella, che vedi?
Una catastrofe psicocosmica
contro le mura del tempo."
Franco Battiato - "Shackleton" -



giovedì 17 gennaio 2013

Deep water - La folle regata

Regia: Louise Osmond, Jerry Rothwell
Origine: UK
Anno: 2006
Durata: 92'




La trama (con parole mie): siamo nel pieno del 1968 quando, a seguito della prima circumnavigazione in solitaria del mondo in barca a vela viene lanciata la sfida di ripetere la stessa impresa senza scali, una cosa mai tentata prima e sicuramente possibile solo per i più grandi navigatori del pianeta. Alla gara - che prevede un premio per il primo a giungere al traguardo ed un altro per il più veloce - partecipano nove velisti provenienti da tutto il mondo, pronti a partire entro la fine di ottobre dall'Inghilterra per fare rotta a Sud nell'Atlantico, doppiare Capo di Buona Speranza, percorrere il pericoloso Oceano meridionale fino ad aggirare Australia e Nuova Zelanda, passare Capo Horn e risalire fino alle coste anglosassoni.
Se, però, otto dei partecipanti sono nomi illustri della navigazione, uno è l'outsider perfetto: si chiama Donald Crowhurst, ha trentacinque anni, quattro figli, ed è un semplice amatore con un sogno al limite della follia, vincere la gara.
Trovati uno sponsor e un'imbarcazione, sarà l'ultimo a mettersi per mare e tentare l'impresa.
Riuscirà a portarla a termine?




Fin dai miei primi passi nel mondo del Cinema - passata l'infanzia, ovviamente - ho sempre avuto un debole per i documentari, una delle più difficili espressioni di questa forma artistica per un regista: se, infatti, attraverso la fiction è da un certo punto di vista semplice catturare l'attenzione dello spettatore grazie ad attori, script, movimenti di macchina, effetti e chi più ne ha più ne metta, per un documentario - espressione definitiva della realtà, più che della meravigliosa finzione della settima arte - non è affatto cosa da poco riuscire nell'impresa di avvincere e narrare una storia senza rischiare di cadere nell'eccesso di pesantezza, o nella noia.
Deep water, che puntavo da tantissimo tempo, rappresenta alla grande quella che io chiamo la categoria dei documentari "vivi", ovvero in grado di incollare allo schermo dal primo all'ultimo minuto l'audience raccontando e celebrando, di fatto, la grandezza della realtà della quale si fa esperienza diretta sulla pelle: un pò quello che sono stati, negli ultimi anni, Il diamante bianco o Grizzly man di Herzog, Una storia americana di Jarecki o Workingman's death di Glawogger.
La vicenda - umana e sportiva - di Donald Crowhurst narrata da Louise Osmond e Jerry Rothwell, in questo senso, ha dell'incredibile anche rispetto alle meraviglie che il Cinema può offrire: un uomo comune, con una storia di lavori tecnici alle spalle, una numerosa famiglia e grandi aspirazioni, decide di colpo di gettarsi a capofitto in un tentativo a dir poco folle, che avrebbe fatto impazzire personaggi come il Fitzcarraldo sempre di Herzog, imbarcandosi - in tutti i sensi - in un viaggio che perfino i più esperti navigatori del mondo consideravano più che rischioso.
Il mare, espressione della bellezza e della potenza della Natura, è da sempre uno dei grandi focolai di sfida per l'Uomo, che fin dall'antichità ha cercato - non senza fatica, o vittime - di trovare la via per illudersi, in qualche modo, se non di averlo domato, almeno di convincersi di averlo fatto: lo spirito assolutamente indomito dei nove partecipanti a quella disastrosa regata mi ha riportato alla mente immagini - e torniamo al confronto fiction/realtà - de La tempesta perfetta, e a quei momenti in cui il mondo viene a ricordarci che non siamo davvero noi a comandare.
Il pensiero di mesi e mesi - in un'epoca in cui l'utilizzo di gps e satellitari era praticamente fantascienza - da soli in mare aperto, con l'idea di doversi confrontare con alcuni dei passaggi più difficoltosi per un navigatore - l'Oceano meridionale, il temibile Capo Horn - fa venire i brividi al solo sfiorarlo, ed il progressivo abbandono dei partecipanti, spazzati via dai marosi dell'Atlantico o da difficoltà tecniche, testimonia passo dopo passo la difficoltà estrema di una traversata di questo genere: ed eccolo lì, Donald, con la sua barca ad alta tecnologia che perde pezzi e fatica a prendere un ritmo degno anche soltanto di un dilettante della vela, a miglia e miglia dai suoi avversari, lanciati già nel confronto con i mari del profondo Sud.
Donald che non vuole mollare, perchè sa bene che dalla riuscita dell'impresa dipenderanno anche la sua realizzazione personale e la possibile rovina economica della sua famiglia: Donald che comunica con la terraferma ed i giornalisti che l'hanno già adottato come eroe del popolo, Donald che alimenta i sogni dei figli e la speranza della moglie, Donald che, di colpo, comincia a registrare un record di marcia dopo l'altro, infrangendo ogni limite ed istillando il dubbio che, pur non riuscendo a giungere primo al traguardo, possa aggiudicarsi il premio di navigatore più veloce.
Donald che, mentre Robin Knox-Johnston doppia Capo Horn e vola verso la vittoria inseguito da Bernard Moitessier, di colpo sparisce. Nessuna comunicazione radio, nessuna notizia.
Cos'è accaduto all'outsider Crowhurst?
A questo punto la narrazione diventa quasi un thriller, un gioco di "prestige" che mette in mostra tutte le miserie umane, la solitudine, la follia, la consapevolezza di aver compiuto un passo troppo lungo, di aver confuso l'ambizione con il talento.
E Donald così ricompare, proprio quando le tre imbarcazioni sopravvissute risalgono l'Atlantico per tornare in Inghilterra, con la speranza di restare quieto, silenzioso, tornare al suo posto di uomo comune, quarto con onore.
Ma la Natura è più furba di quello che l'Uomo crede, e così Moitessier, rapito dalla solitudine, improvvisamente fugge dall'idea della folla che lo aspetta veleggiando di nuovo verso Sud, per continuare a navigare.
E l'ultima speranza affonda, lasciando Crowhurst solo con Knox-Johnston.
Solo con il mare.
Solo con se stesso.
Cos'è accaduto, a bordo di quella barca? Nel cuore del suo capitano?
Nessuno potrà mai saperlo, se non Donald e quel mare infinito in cui è andato alla deriva.
Il sapore di una sfida enorme. Le dimensioni di un uomo.
E dell'Uomo.
Non ci sono leggende che tengano, quando la realtà è così incredibile.


MrFord


"Una catastrofe psicocosmica
mi sbatte contro le mura del tempo.
Sentinella, che vedi?
Una catastrofe psicocosmica
contro le mura del tempo."
Franco Battiato - "Shackleton" -



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