Non avrei davvero mai pensato di scrivere queste righe.
Ho visto un film con Jean Claude Van Damme che mi è parso inesorabilmente, totalmente, clamorosamente inutile e noioso.
Un film che pensa e spera di essere un noir o un hard boiled, e non fa che provocare sonno e nostalgia per i calci rotanti dell'attore belga.
Un vero peccato per un appassionato della mia risma, che sperava in una bella serata da rutto libero e neuroni in vacanza e si è trovato narcotizzato sul divano.
Poco altro ho da dire su un film così fuori tempo massimo da farmi quasi sentire il Cannibale che stronca un action fordiano.
Prosegue la corsa della rubrica a tre più nota della rete, nonostante la crescente penuria della blogosfera e l'altrettanto crescente fancazzismo di Cannibal Kid, che mi ha costretto ad impaginare come solo io so fare questo post.
Per fortuna, a rendere tutto più interessante ed inserirsi nel mezzo delle ormai note Blog Wars, giunge Michele "Mick" Paolino, che trovate tra le pagine di Pulp Standoff.
"Pronto, parlo con The Rock? Dovresti fare un salto da queste parti per dare una ripassata a Cannibal."
Rampage - Furia Animale
"Cannibal, io ti spiezzo in due!"
Mick: Mostri, distruzione e The
Rock. Ispirato a un videogioco. Di solito su di me è il fattore
revival che fa la differenza, ma in questo caso devo dire che già
sopportavo poco il videogame e va bene per la trama semplice, però
magari sarebbe stato meglio inserire qualcosa che non sembri un gioco
inventato da un ragazzino con la playstation guasta.
Cannibal Kid: Mostri, distruzione, The
Rock e videogame. Sembra la ricetta ideale per una cena fordiana. Si
astengano i palati fini. O chiunque cerchi un film anche solo
vagamente decente. Qui si preannuncia il lato peggiore di Dwayne
Johnson, quello più buonista e catastrofico, già mostrato nel
pessimo San Andreas. Solo che qui non c'è manco Alexandra Daddario a
rendere consigliabile la visione a chiunque non sia un gorillone
cinematografico come il mio blogger rivale.
Ford:
da bambino adoravo giocare a Rampage, forse inconsciamente già sulla
strada che mi avrebbe portato all'essere un tamarro fan del wrestling e
di The Rock, dunque anche se questo film promette di essere una porcata
totale ovviamente non vedo l'ora di vederlo, anche perchè so che è il
tipo di prodotto che infastidisce tantissimo il mio pusillanime rivale.
Io sono Tempesta
"Se non vuoi fare la fine di quei bloggers poveracci fidati di me, non metterti a scrivere di Cinema."
Mick: Marco Giallini ed Elio Germano
per me sono tra i migliori attori italiani in circolazione. Ci sono i
ricchi che sono cattivi (dal luglio del 1789 è così) e i poveri che
sono….cattivi uguale o forse di più. E i buoni? Finalmente un film
senza i noiosissimi buoni.
Cannibal Kid: Marco Giallini
ultimamente rischia di ripetersi un po' sempre nella stessa parte,
però lo si vede comunque. Se poi recita in un film ad alto tasso di
cattiveria, meglio ancora. Alla faccia del buonismo imperante dei
finti duri dal vero cuore tenero come The Rock e The Ford.
Ford:
Giallini mi piace - anche se trovo sia "solo" un buon caratterista che
ha trovato la parte della vita -, e i film cattivi pure. Che sia una
proposta italiana tra le poche pronte ad essere promossa al Saloon? O mi
toccherà essere cattivo neanche mi trovassi per le mani Cannibal?
The Happy Prince
"Quelle, caro Mick, sono le bianche scogliere di Dover dalla cima delle quali The Rock ha scagliato nell'acqua Cannibal Kid."
Mick: Se un giorno istituissero il
reato di maltrattamento di artista e lo rendessero retroattivo nella
storia allora non si potrebbe non risarcire i discendenti di Oscar
Wilde (se ce ne sono) per come è stato trattato negli ultimi anni
della sua vita. Per fortuna che qualcuno scrive dei film così per
rendergli onore.
Cannibal Kid: Rupert Everett esordisce
alla regia e recita la parte di Oscar Wilde in quello che si
preannuncia come un omaggio sentitissimo. Il rischio è quello di non
avere il distacco oggettivo sufficiente nei confronti del
personaggio. Considerando però che a me dell'oggettività importa un
fico secco, un'occhiata a questo promettente biopic penso la darò. A
pensarci bene comunque qualcosa di oggettivo c'è: l'incompetenza di
Ford è sotto gli occhi di tutti, uahahah.
Ford:
anche Rupert Everett mi piace, così come Oscar Wilde, uno che ha
lottato tutta la vita, artisticamente e socialmente parlando, per
affermare la bellezza della diversità e dell'apertura mentale. Se le
premesse sono quelle che sono, questa potrebbe essere un'altra bella
sorpresa. Un pò come il ritiro di Cannibale dalla rete.
The Silent Man
"Cannibal, ti stalkererò come tu fai con Jennifer Lawrence e Ford!"
Mick: Si intitola The Silent Man ma
è un film su Gola Profonda. No, non è quello che pensate voi! Gola
Profonda è il nome in codice di Mark Felt, vicedirettore dell’FBI
che all’inizio degli anni 70 rese noti i fatti dello scandalo
Watergate che provocarono la fine dell’era Nixon. Ah, questi
americani e la loro limpida storia….
Cannibal Kid: Ma se Mark Felt era Gola
Profonda, The Silent Man chi ca**o è? E soprattutto, Liam Neeson
cosa c'entra con il cinema? E Ford? Ford che c'azzecca con questa
rubrica che questa settimana sfoggia non uno, bensì due grandi
intenditori come me e Michele Paolino?
Ford:
sarebbe proprio bello se, accanto a me e a Michele, a condurre questa
rubrica fosse The Silent Man al posto di Liam Neeson o Cannibal Kid.
Così non saremmo costretti ad ascoltare un sacco di cazzate.
Il viaggio delle ragazze
"Sono davvero felice che non ci sia Ford alla guida del nostro aereo!"
Mick: Film su
stile rimpatriata: ci sono quattro amiche che si sono allontanate a
causa delle vicissitudini della vita. Per riallacciare i rapporti
decidono di partecipare a un festival musicale. Ci sono black music e
buoni sentimenti. Il regista è il cugino di Spike Lee. Appeal non
pervenuto.
Cannibal Kid: Tra tutti i poco
fenomenali film di questa settimana, questa americanata mi sa che è
l'uscita che mi guarderei più volentieri. Negli Usa è uscita quasi
un anno fa ed è stata un successone, ma da noi quando il
protagonista non è l'uomo biango certe pellicole preferiscono non
farle arrivare, se non con un ritardo clamoroso. Io sono in curioso
in particolare di vedere all'opera Tiffany Haddish, che a quanto pare
è la nuova fenomena della comicità d'Oltreoceano.
Ford:
ai tempi non mi sarebbe affatto dispiaciuto fare un bel viaggio da solo
con quattro ragazze. Purtroppo non è mai accaduto ed ora mi ritrovo
vecchio e costretto a condividere una rubrica a tre con Michele e il
Cucciolo Eroico. Neanche Spike Lee ci farebbe un film sopra.
Il prigioniero coreano
"Preferisco tornare in Corea del Nord piuttosto che stare qui in compagnia di quei cosiddetti esperti di Cinema!"
Mick: Il buon Kannibal Kid non
poteva saperlo ma Kim Ki-Duk è il regista che mi ha fatto innamorare
della regia e del cinema fatto bene in generale. In questo film
affronta il tema del regime totalitario e lo ridicolizza. Ha vinto.
Cannibal Kid: Mi spiace per Mikele, e
molto meno per un altro suo fan kome Mr. Ford, ma konsidero Kim
Ki-duk uno dei registi più noiosi e sopravvalutati di tutti i tempi.
Se ripenso a Ferro 3 ancora kiedo Pietà! Per kostringermi a vedere
questo suo nuovo Il prigioniero coreano, Mikele e Ford mi dovranno
trasformare nel loro prigioniero italiano.
Ford:
mi dispiace per Mikele, che skopre kosì l'ignoranza abissale di
Kannibal Kid, pronto a rifiutare un regista certamente a tratti perso in
se stesso come Kim Ki-Duk, ma incredibilmente talentuoso e magiko.
Pekkato per lui.
La casa sul mare
"Mi può mettere anche la panna!? Senza White Russian non posso vivere!"
Mick: Crisi di coscienza, analisi
introspettive, bilanci con il passato. La casa sul mare è uno di
quei bei film francesi leggeri come il martello di Thor o la
parmigiana di melenzane a ferragosto. Però il pretesto da cui la
storia ha inizio sembra buono.
Cannibal Kid: Se parliamo di
pesantezza, credo che questa settimana, e forse quest'anno in
generale, niente possa superare Kim Kiii? Duk. Forse giusto Ford e i
suoi commenti da finto esperto di Cinema, e più in generale di Vita.
Io invece nel mare francese ci sguazzo leggiadro come un delfino e
quindi un soggiorno in questa casa potrei anche farlo.
Ford:
una casa sul mare non mi dispiacerebbe affatto, anche perchè potendo
farlo, vivrei perennemente in estate come gli Ex-Presidenti. Ma la
pesantezza la lascio volentieri sulle spalle di Cannibal Kid. Fino
all'ultimo grammo.
Transfert
"Forse in questo modo mi prenderanno per un piccolo Keanu!"
Mick: Se devi lanciare la tua
carriera da regista scegli un tema facile e scorrevole: la
psicoterapia. Ecco, come non detto. Massimiliano Bruno ci fa
confrontare con un tema delicato come quello del rapporto terapeuta –
paziente. Anzi terapeuta – paziente saccente. Ne vedremo delle
belle.
Cannibal Kid: Già solo il trailer
(https://youtu.be/DevYw5DUehU) mi ha fatto venire un attacco
epilettico. Se devo pensare di vedermi tutto il film, quasi quasi
preferisco fare una sessione con il Dr. Ford come psicoterapeuta.
Tanto la follia in entrambi i casi è garantita.
Ford:
probabilmente si rischia di finire in terapia dopo aver visto questo
film. Passo, e piuttosto vado a farmi un filetto dal vero Cannibal del
Cinema, il Dottor Lecter.
Sherlock Gnomes
"Corriamo a metterci in salvo da questo film!"
Mick: Ma si, non bastasse la marea
di film tratti da romanzi classici, perché non ne facciamo anche
delle versioni animate? Ecco fatto. Prendiamo quello che è forse il
lavoro più conosciuto di zio Bill da Straford-upon-avon e lo
facciamo diventare un cartone animato dal nome ridicolo. Che dite?
Esistono pure i sequel? Ecco l’idea: facciamo un secondo episodio
con Sherlock Holmes, però cambiamogli il nome che questo è troppo
serio. Mr. Ford ci salvi lei.
Cannibal Kid: Dopo Gnomeo &
Giulietta, ecco Sherlock Gnomes. Manca solo Mr. James Gnomes, e poi
la trilogia più assurda e inutile nella storia degli uomini, e pure
degli gnomi, e bell'e che servita.
Ford:
caro Michele, io ti salverei anche, ma considerato che hai deciso di
condividere questo magico appuntamento con me e soprattutto con
Cannibal, direi che hai propositi suicidi almeno quanto chiunque decida
di vedere Sherlock Gnomes spontaneamente.
Come ogni anno, arrivo al weekend dedicato a Wrestlemania, il Superbowl dello sport entertainment, esaltato come quando, da bambino, esattamente ventotto anni fa, con mio nonno guardai uno degli incontri più importanti di questo spettacolo, che vide contrapporsi il mio favorito di allora Ultimate Warrior a Hulk Hogan, che venne per la prima volta sconfitto in modo pulito in un match e fu protagonista di un "passaggio di consegne" che, di fatto, sappiamo bene che non avvenne a causa anche del pessimo carattere dell'uomo dietro la maschera del "Guerriero".
Negli anni ho assistito alle varie edizioni di questo evento da solo o in compagnia, di notte in diretta - quando non avevo figli e il giorno dopo non lavoravo - o in streaming il giorno seguente, in un'unica "tirata" o spezzettando le numerose ore di show nell'arco di una giornata: a questo giro, e sperando con il prossimo anno di poter anticipare i festeggiamenti per i miei quarant'anni assistendo di persona allo Showcase of the Immortals, il weekend di Wrestlemania cadeva in un momento particolare, proprio a cavallo dell'inizio di una nuova avventura lavorativa che, spero, possa essere positiva per me e chi mi sta vicino e accanto, partendo da NXT - Takeover fino a culminare con il Grandest Stage of them all.
E, devo ammetterlo, è stata una delle migliori edizioni degli ultimi otto o dieci anni.
Mi piacerebbe parlare nel dettaglio del fantastico - in termini di lottato e storie raccontate - Takeover, che dimostra la validità di un progetto - quello di NXT, che nacque come federazione di sviluppo della WWE ed ora rappresenta la sua versione "d'essai", dedicata ai fan del wrestling di nicchia, legato a figure di spicco delle federazioni indipendenti giunte alla corte di quella che è la regina del wrestling mondiale, la WWE per l'appunto - che ha portato in scena un ladder match pazzesco in apertura - con molti spot pericolosi ed un ritmo incredibile -, il turn heel a sorpresa di Roderick Strong, la consacrazione di uno dei miei nuovi favoriti, Aleister Black, come campione e l'intensissimo match che chiude la rivalità - forse - tra gli ex migliori amici Johnny Gargano e Tommaso Ciampa, ma già immagino il volto cianotico di Cannibal, e dunque passo a Wrestlemania, che a partire dal bellissimo Superdome di New Orleans e da uno stage splendido, ha regalato davvero sorprese ed emozioni.
Dagli ingressi in apertura di Seth Rollins in versione Game of thrones e Finn Balor sostenuto dal movimento LGBT di New Orleans all'ottimo esordio dell'ex campionessa di MMA Ronda Rousey, si è passati al forse leggermente deludente rispetto alle attese match tra AJ Styles e Nakamura - dato per favoritissimo - chiuso a sorpresa con la vittoria del primo ed un secondo turn heel - dopo quello di Roderick Strong citato poco sopra - inaspettato e pronto ad aprire nuovi scenari ed all'angle - perchè non è stato un vero incontro, a conti fatti, tra due leggende come Undertaker e John Cena: curioso, per chi negli ultimi dieci anni ha contestato il Cena invincibile vedere ora un wrestler part time che incassa le sconfitte e guarda ad un futuro che, probabilmente in tempi brevi, lo vedrà abbandonare il quadrato per tentare la strada del Cinema.
Le sorprese non sono finite, e la sconfitta di Roman Reigns contro Brock Lesnar nel main event lascia intravedere uno spiraglio e la speranza, per il ragazzone di origini samoane, di non ritrovarsi sulla stesa strada di Cena - osteggiato per la maggior parte della carriera dal pubblico più adulto - senza avere lo stesso carisma e la stessa determinazione nel proporsi come "l'eroe positivo" del bostoniano: un incontro tosto e pieno di botte - del resto Lesnar quello sa fare - che pare abbia addirittura indispettito il proprietario Vince MacMahon, scontento dell'eccessivo sanguinamento di Reigns a seguito dei colpi inferti dal suo avversario.
E' stata la Wrestlemania del ritorno sul ring di Daniel Bryan, costretto al ritiro a causa di problemi neurologici tre anni fa e fisicamente tornato in grado di disputare incontri, sostenuto dal pubblico e confermatosi come uno dei lottatori più amati di questa generazione.
Ma per il sottoscritto, il momento più bello di quest'ottima edizione di Wrestlemania va ricercato in un abbraccio simile a quello tra Warrior e Hogan ventotto anni fa, e che come allora ha avuto il potere di farmi pensare, rifacendomi ad un canto che spesso viene intonato nelle arene di fronte ad un grande spettacolo, "This is wrestling": Charlotte Flair, figlia del mitico Ric, forse l'atleta femminile migliore di questa generazione e tra le migliori di sempre, campionessa quasi inamovibile dal suo "trono" - di recente è stata definita proprio la versione "in rosa" di Hulk Hogan - affrontava Asuka, storico volto del wrestling giapponese imbattuta dal suo arrivo in WWE, quasi tre anni fa.
La maggior parte degli esperti pronosticavano un grande incontro - come è stato - con la vittoria di Asuka in attesa che la sua incredibile streak fosse interrotta proprio da Ronda Rousey per questioni di fama e pubblicità: e invece è stato dato un riconoscimento enorme al wrestling e a Charlotte Flair, che compiuta l'impresa - per quanto ovviamente già predeterminata - non è riuscita a trattenere le lacrime, esplose quando Asuka, nel suo inglese stentato, ha affermato di aver incontrato finalmente qualcuno "ready for Asuka" facendole le congraturazioni.
Queste due donne, al centro del ring, abbracciate e in lacrime, oltre a segnare un'epoca nuova del wrestling, mi hanno fatto tornare bambino, quando lo stesso gesto tra Ultimate Warrior e Hulk Hogan mi faceva pensare a due supereroi, o creature mitologiche che, al termine di una lotta fantastica, non possono fare altro che mostrare il reciproco rispetto e il lato migliore della sportività.
Ed è vero che il wrestling non è solo sport, o non lo è nell'accezione effettiva del termine.
E' uno spettacolo, una magia, qualcosa che crea un ponte tra l'innocenza, il divertimento, l'adrenalina e lo sfogo puro.
Un pò come il Cinema.
E non esiste niente come Wrestlemania in grado di mostrare tutto questo.
Il recente recupero dell'altrettanto recente Il cliente di Asghar Fahradi, erede della grande tradizione del Cinema iraniano da sempre amato da queste parti, ha risvegliato nella memoria di questo vecchio cowboy la presenza ormai da anni nel vecchio hard disk di casa Ford di About Elly, opera prima del futuro regista di Una separazione pronta a far conoscere il talento di quest'ultimo dietro la macchina da presa come da scrivere al resto del mondo della settima arte.
In questa sorta di anomalo thriller umano vengono gettati tutti i semi di quelli che saranno i lavori del successo e della maturità del regista: dalla tensione costante all'evento scatenante e più terribile tenuto fuori campo, dalle incomprensioni tra uomo e donna alle tensioni sociali, dalle gioie ai dolori che una vita vera, vissuta, sincera e "di strada" possa regalare fino a giungere alle casualità che inneschiamo con atti apparentemente senza importanza e che, inesorabilmente, finiscono per segnare le nostre vite.
La vicenda del gruppo di amici protagonista, nata come un divertente weekend in cui rilassarsi e tornare ragazzini anche quando si ha già una famiglia e divenuta un vero e proprio incubo, scopre i nervi di tutti i personaggi, toccati chi per paura, chi per orgoglio, chi per chiusura e chi, semplicemente, ha finito soltanto per trovarsi nel posto sbagliato e nei giorni sbagliati, come nella peggiore delle storie di cronaca: Fahradi, come dimostrerà ancor più profondamente in seguito, si prende il tempo per tratteggiare tutti i membri del gruppo, bambini compresi, lasciando che il realismo spinga l'audience a sentirsi così vicina a loro da avere la sensazione di trovarsi nello stesso posto, domandandosi perchè sia accaduto quello che accade, e per quali ragioni, a volte, le buone intenzioni lastrichino davvero la strada per l'inferno.
Interessante, in questo senso, l'evoluzione dei rapporti tra i personaggi come gruppo e come singoli a seguito dell'incidente accaduto a Elly, membro aggiunto della comitiva che passa dall'essere l'attrazione ed il centro della curiosità ad un elemento oscuro, responsabile dell'ondata di guai piovuti sulla tranquilla gita di un gruppo di famiglie in "fuga" dalla città.
Certo, il livello di maturità del regista non è ancora lo stesso dei lavori che l'hanno portato al successo, e forse il minutaggio è al limite, eppure non si avverte un calo di tensione per tutte le due ore della visione, e come di consueto con le sue opere si finisce con la sensazione del boccone amaro che, in quanto parte della vita, finisce per essere inevitabile da mangiarsi, prima o poi, o di tanto in tanto.
Del resto non troviamo mai il bianco ed il nero, una ragione o un torto assoluti, da Elly al suo fidanzato passando per ognuno dei componenti del gruppo, uomini o donne, adulti o bambini: abbiamo solo una tragedia che si consuma e logora chi ha assistito, inerme, alla stessa.
Il Destino, del resto, è un predatore feroce, e l'Uomo non è forte abbastanza da affrontarne le conseguenze senza che le stesse cambino la sua percezione del mondo e delle cose: anche chi apparentemente riesce a gestire tensioni e pesi senza che le spalle cedano porta nel cuore un punto di rottura che, inesorabilmente, lo stesso Destino troverà il modo di portare allo scoperto, non fosse altro che per alzare la posta.
E per alcuni, a volte, quella posta è un prezzo troppo alto da pagare.
Il mio rapporto con il Cinema iraniano, sin dai tempi dei primi contatti con l'opera del Maestro Kiarostami, è sempre stato intenso, quasi come avessi riscoperto, grazie a lui, Panahi e Farhadi le atmosfere che, quando esplose la passione per la settima arte, provai rispetto al neorealismo italiano: storie vere, di pancia, di strada ma non per questo trascurate o poco incisive in termini evocativi e visivi, destinate a rimanere nel cuore di chi, come me, viene ed appartiene al popolo.
Farhadi, che avevo conosciuto grazie allo splendido Una separazione, torna dunque sugli schermi del Saloon - con colpevole ritardo - con Il cliente, che nel duemilasedici a Cannes gli valse la Palma per la miglior sceneggiatura e permise al suo protagonista maschile di aggiudicarsi il premio come migliore attore: un ritorno notevole sotto tutti gli aspetti, che si parli di intensità, tensione - la sequenza che precede la violenza subita dalla moglie del main charachter è una delle più inquietanti che abbia visto di recente, interamente basata sulle suggestioni senza che nulla di esplicito sia mostrato -, profondità, regia - bellissimo il piano sequenza in apertura di pellicola -.
L'autore, che si rivela un profondo conoscitore ed indagatore dell'animo umano e delle sue miserie, porta in scena un altro dramma da focolare domestico all'interno del quale il torto innesca una spirale di ricerca di vendetta ed orgoglio che, neanche fossimo tornati all'Antica Grecia, non può che portare ad altro Male, a quell'hybris che fu la grande piaga di tutte le tragedie dei tempi antichi, una storia dalla quale nessuno esce vittorioso, o a testa alta, vera in tutte le sue sfumature, una parabola sulla colpa e sul perdono che sarebbe piaciuta parecchio a gente come De Andrè, e che pone interrogativi e domande in grado di toccare e smuovere sentimenti radicati e profondi.
In un periodo in cui la primavera comincia ad affacciarsi prepotentemente a livello climatico e mentale - almeno ai tempi in cui passò questa pellicola sugli schermi di casa Ford -, e la voglia di confrontarsi con materia eccessivamente impegnativa comincia a calare, Farhadi è riuscito a tenermi inchiodato allo schermo dall'inizio alla fine con la consueta mano invisibile ereditata dal retaggio cinematografico del suo Paese, e perfino a convincere Julez, che di norma quando decido di avventurarmi in visioni di questo tipo preferisce dedicarsi alla scrittura o ad un sonno ristoratore piuttosto che affrontare qualche potenziale mattonazzo fordiano - come direbbe il mio rivale Cannibal Kid -: segno della maturità e della capacità di raccontare di uno dei più interessanti registi attualmente presenti nel panorama orientale e non solo, che nel tempo e con il successo in Europa e ai grandi Festival non ha perso un briciolo della sua forza, e che continua ad indagare con ferma delicatezza su tutto quello che portiamo nel cuore e ben nascosto agli occhi degli altri.
Curioso, inoltre, che un film estremamente realistico e realista ed incentrato sulle miserie umane come questo riesca a risultare non solo etico, ma anche in qualche modo legato a concetti decisamente spirituali ed associabili alla Fede - e non alla religione, sia chiaro - senza per questo apparire pesante, verboso o forzato: la vicenda di Emad e Rana, innamorati e felici separati - come spesso accade - da un evento terribile, che prendono due strade opposte per cercare di affrontare il dolore, è una delle più toccanti che siano passate da queste parti di recente, ed oltre a fornire l'ennesima conferma del talento di questo scrittore e regista e dello stato di salute ottimo del Cinema iraniano ravviva il desiderio e la voglia di cercare, trovare, affrontare e vivere opere così impegnative ma così incredibilmente forti.
Se dopo tanti anni amo ancora follemente sognare attraverso la pellicola, ed immaginare di specchiare il mondo e me stesso in essa, è grazie soprattutto a titoli come questo.