sabato 5 marzo 2011

The human centipede (first sequence)

La trama (con parole mie): Lindsay e Jenny, due turiste americane in giro per l'Europa, si perdono nel profondo dei boschi tedeschi andando ad una festa dopo essere state invitate da un cameriere che, ovviamente, non ha lasciato loro alcun contatto. Ovviamente bucano, e ovviamente vanno a cercare aiuto nella prima villa isolata che trovano.
Ovviamente, all'interno vive uno scienziato pazzo che sogna, dopo averlo sperimentato sui suoi cani, un esperimento terrificante da applicare a tre esseri umani.
Quello che non è tanto ovvio è che lo scienziato pazzo altri non è se non il clone di Massimo Ranieri.

La prima volta che mi capitò di sentir parlare di questo film fu, se non sbaglio, al lavoro, quando tra i colleghi cominciò a propagarsi la curiosità di vedere su Youtube il trailer di questa agghiacciante, scandalosa pellicola che avrebbe sconvolto anche lo spettatore più navigato nel grande oceano dell'horror.
Passata la curiosità iniziale, The human centipede è rimasto nel dimenticatoio fino a poco tempo fa, quando Robydick lo propose in questo post: a quel punto mi pareva quasi d'obbligo tentare una visione, anche soltanto per capire se considerarlo un cult da appassionati di genere, un esercizio di stile, una provocazione fine oppure no a se stessa o niente di tutto ciò.
Il risultato è stato, a ben guardare, proprio quest'ultimo.
Le potenzialità per divenire un cult, in fondo, ci sono tutte, soprattutto in un sottobosco variegato e nerd per vocazione come quello dell'horror, ma onestamente, se non fossimo vissuti nell'epoca di internet e della rete davvero questo lavoro avrebbe avuto il passaparola che, effettivamente, lo ha spinto negli ultimi due anni?
Sinceramente non credo.
Pellicole nostrane decisamente più "di nicchia" come Lidris cuadrade di tre - davvero da recuperare - o Il bosco fuori risultano decisamente più appetibili, spaventose e meno malate di questo lavoro dell'olandese Tom Six - certo, un nome d'arte migliore gli avrebbe dato qualche punticino in più -, per non parlare del britannico The descent o del francese Calvaire.
Per quanto riguarda la questione dell'esercizio di stile siamo, poi, in altissimo mare, o addirittura in balia della tempesta: se, infatti, l'algida fotografia ed il numero di location ridotto all'osso mascherano parzialmente i limiti di regia e montaggio - evidenti e clamorosi a tratti - e si può passare oltre quelli di budget, anche quando saltano comodamente e a piè pari sequenze che sarebbero risultate troppo difficili da realizzare, la pochezza del cast riesce ad essere a tratti addirittura indigesta.
Se non fosse stato per il già citato clone pazzo di Massimo Ranieri temo che a confronto i burini del suddetto Il bosco fuori avrebbero avuto le carte in regola per soffiare l'Academy a Colin "Mr. Tea" Firth.
Allora, forse, The human centipede è una provocazione - fine o no a se stessa, in fondo, non importa -?
Una sfida allo spettatore in quanto appartenente al genere umano, che nel corso della sua Storia ha visto scritte pagine anche peggiori di questa?
Sinceramente, più che di scandalo, mi viene da pensare allo sfogo di fantasie da parte del regista e sceneggiatore, tanto che il crescendo finale di Old Boy e la rivelazione della vera vendetta insita nella pellicola di Park Chan Wook - prima o poi dovrò dedicarle un post come si deve - mi paiono ancora incredibilmente più estremi e terrificanti che non tentare di trasformare la minaccia principale di Hancock in un desiderio proibito e represso di momenti fetish.
Dunque che cosa sarà mai, questo The human centipede (first sequence) - già, tenetevi forte, perchè sono previsti altri due capitoli -?
Sinceramente, se non l'involontariamente comico scontro tra la versione malvagia di Massimo Ranieri e poliziotti anche più inespressivi e bolsi di quelli del peggior telefilm tedesco, altro non mi è sembrato se non uno dei tanti pessimi, vuoti, privi di logica horror da birra e risate con gli amici.


MrFord


"Comunque ti capisco
e ammetto che sbagliavo
facevo le tue scelte
chissà che pretendevo
e adesso che rimane
di tutto il tempo insieme
un uomo troppo solo
che ancora ti vuole bene 
perdere l'amore."
Massimo Ranieri - "Perdere l'amore" -




 

venerdì 4 marzo 2011

Taccuino di un vecchio bevitore

La trama (con parole mie): Kingsley Amis, scrittore più che pane e salame appartenuto, agli inizi della sua carriera, al movimento dei "giovani arrabbiati" inglesi, grande bevitore, appassionato di tutto ciò che è naturalmente legato all'alcool, raccoglie in questo libro tutti i suoi più importanti scritti legati all'argomento: dalla passione e la conoscenza di cocktail ed affini ai rimedi del giorno dopo, dagli aneddoti ai riferimenti culturali dell'alcool stesso.
Una vera e propria bibbia per ogni amante di una sempre conviviale e benvenuta alzata di gomito.


Passata la sbornia di C'era una vodka, azzeccatissimo regalo di Nachele di Julez, cosa c'era di meglio per tornare in equilibrio e superare l'hangover se non uno dei libri di riferimento in materia alcolica mai scritti?
Kingsley Amis, personaggio curioso ed apparentemente scostante, certo non facile e alla mano - o almeno, non nel senso tradizionale del termine - come Sapo Matteucci, avanza a passo deciso tra le pagine mantenendo un tono che spesso appare - o potrebbe apparire - come quello di un grande aperitivo tra amici, senza radicalchicchismi di alcun genere ed anzi, colmo come un bicchiere riempito fino all'orlo di suggerimenti anche politicamente scorretti come l'organizzare un party risparmiando alcool fino all'ultimo penny, arrivando anche ad utilizzare tecniche raffinate per far passare i propri scialbi cocktails in qualcosa di soltanto superficialmente pesantissimo.
Sicuramente, ripensando a quello che è, a tutti gli effetti, il mio approccio all'argomento, mi pare di sentirmi molto più in linea con l'autore del già citato C'era una vodka che non con questo terribile anglosassone dai modi bruschi e spicci, quasi fosse già parzialmente brillo, e non avesse voglia di fare sconti a nessuno.
Eppure, qualcosa nel suo destreggiarsi tra vini e single malt pregiati ed ottime, popolarissime bevande, è riuscito, pagina dopo pagina, a conquistarsi la mia fiducia, sicuramente anche grazie al contributo offerto dalla scoperta, nel corso della lettura, del famigerato - e così ribattezzato sempre da Julez - Gingerin, ovvero gin - Gordon's va benissimo, liscio e tosto, eviterei il più speziato Bombay, per esempio - e ginger, se potete addirittura la Schweppes ginger ale.
Una bevanda tonica e rinfrescante, oltre che assolutamente bevibile, ed in gran scioltezza, in grado anche di far superare alcuni pregiudizi ad un tipo come me, decisamente più amante del dolce che del secco, quando si tratta di bere - rhum docet, in casa Ford -.
Proprio a proposito di questo argomento è curioso apprendere quanto più difficilmente gestibili siano - durante e dopo la sbronza - le bevande per l'appunto dolci rispetto alle altre, mentre i distillati molto puri come il gin tendono ad avere effetti collaterali meno devastanti che, spesso, il giorno dopo, al lavoro, fanno rimpiangere anche di essere nati.
Figuratevi quando ci si alza alle sei del mattino per fare pesi.
E passando da un aneddoto all'altro, da una ricetta ad una selezione di vini consigliati, si attraversa una serie di momenti più bukowskiani che hemingwayani, per tornare alla grande divisione operata da Matteucci, e pur non trovandomi in sintonia con l'autore in questo senso - il vecchio Ernest è il mio ideale, dal punto di vista alcolico -, così come avendo compreso la differenza che corre tra la passione quasi entomologica dello stesso Matteucci e l'approccio decisamente più disorganizzato - almeno all'apparenza - di Amis, si giunge ad un ottima parte finale del lavoro, dedicata ad una serie di questionari suddivisi per bevanda che ci permetteranno non solo di metterci alla prova o farci due risate con gli amici - chissà, magari da ubriachi! -, ma anche di conoscere qualcosa in più di questo formidabile argomento, passione dell'Uomo da tempo ormai immemore.
Certo, questo non ci aiuterà a preservarci dalla prossima sbronza o a tornare verso casa quando le nebbie dell'alcool saranno più dense di quelle della bassa padana, ma di sicuro sarà in grado di farci sentire un poco più svegli ed interessanti, cosa già di per sè non da poco, pronti a qualsiasi impresa - o quasi - così come alle più sonore dormite che vi sarà mai capitato di fare nel corso della vostra vita da sobri.


MrFord


"Mush-a ring dum-a do dum-a da
Wack fall the daddy-o, wack fall the daddy-o
There's whiskey in the jar."
The Dubliners - "Whiskey in the jar" - 

giovedì 3 marzo 2011

Cobra

La trama (con parole mie): Sulla soleggiata - anche a Natale - costa Ovest colpisce un killer spietato che non fa distinzioni sulle vittime, lasciando la polizia a brancolare nel buio. Peccato che, nella sezione "svitati", sia di servizio un certo Marion "Cobra" Cobretti, che è un passo avanti a tutti e non lesina piombo e sonori cazzotti a chiunque si frapponga tra lui e la giustizia. Soprattutto se, nel frattempo, i cattivi di turno cercano di fare la pelle a lui e alla sua potenziale ragazza, testimone del caso.

Passata la tempesta degli Oscar, è ora che, come promesso qualche giorno fa, torni ad occuparmi del revival dedicato a Stallone iniziato con Cliffhanger.
Devo ammettere che, anche da bambino, Cobra non è mai stato tra i miei preferiti della filmografia di Sly, complice un tentativo troppo goffo di simulare una sorta di autorialità che già allora mi parve involontariamente ridicolo.
Eppure, rivedendola a distanza di anni, mi sono trovato a rivalutare una pellicola sicuramente insulsa cinematograficamente parlando, eppure in grado di regalare piccole e grandi perle non sempre così indigeste anche per chi non comprende ancora l'arte dell'essere Stallone.
Se non fossi sicuro di far tremare anche i pilastri del cielo - nuova citazione di una pellicola già sfruttata per un concorso interno al blog, chi la indovina!? - oserei quasi affermare che fotografia, colonna sonora e, a tratti, montaggio, non sono affatto da buttare, tanto per sconvolgere un pò i puristi come Cannibale.
Altra cosa curiosa suscitata dalla visione avvenuta a così tanto tempo - e film, numericamente e qualitativamente parlando - dalla precedente, è stata l'assonanza - in minore, ovviamente - che Cobra ha suscitato nel sottoscritto rispetto alla serie dell'inossidabile Ispettore Callaghan.
Certo, in questo caso dietro la macchina da presa abbiamo George Cosmatos, che assolutamente non si può dire fu un Orson Welles, e le reazionarie posizioni del nostro impavido Marion Cobretti, così come il suo "graffiante" umorismo non competono neppure alla lontana con quelli di Dirty Harry, eppure è chiaro il disagio espresso da una sceneggiatura di questo genere, molto più legata al Cinema di genere anni settanta che non ottanta.
Così, allo stesso modo di Tarantino rispetto al poliziottesco italiano, voglio spezzare una lancia a proposito di pellicole assolutamente di second'ordine come questa, che furono a loro modo portavoci "povere" delle tematiche che registi ed attori di qualità portarono attraverso opere più mature ed efficaci alla ribalta di cronache e critica.
E poi, inutile prenderci in giro: Sly è sempre Sly, e Cobra, tuttora, può contare su numerosissimi fan, pur non essendo certo l'Over the top della sua filmografia.
Inoltre, sentire il buon vecchio Stallone italiano ancora doppiato da Ferruccio Amendola regalare storiche frasi quali "qui la legge si ferma, e comincio io", o "tu sei il male, e io sono la cura" è ancora oggi, a distanza di venticinque anni dalla realizzazione, impagabile.

MrFord

"Il kobra non è un serpente
ma un pensiero frequente
che diventa indecente."
Donatella Rettore - "Kobra" -

mercoledì 2 marzo 2011

Sanctum

La trama (con parole mie): Frank, speleologo esperto ma non certo un asso nei rapporti umani, riesce ad abbindolare un miliardario appassionato di esperienze estreme per farsi finanziare un'impresa mai riuscita a nessuno: trovare il collegamento tra una voragine nella foresta della Nuova Guinea e l'oceano, inaugurando di fatto un passaggio inesplorato.
Ma ovviamente tutto cambierà quando le previsioni del tempo si riveleranno inesatte e l'allegra spedizione, intrappolata sottoterra, dovrà farsi strada e cercare di arrivare allo sbocco non per il piacere della scoperta, ma per sopravvivere.

Per evitare qualsiasi equivoco, cercherò di essere subito molto chiaro: Sanctum è, senza ombra di dubbio, un film totalmente inutile.
I geni del marketing responsabili della promozione della pellicola, dunque, probabilmente consci dalla banalità, la scarsa logica ed il non pervenuto umorismo della stessa, hanno pensato di venderla come una sorta di prequel del sequel di Avatar, spacciando un comunissimo e piuttosto banale survival in una sorta di versione del nuovo millennio di The abyss, ovviamente assicurando che fosse un prodotto fortemente voluto e personalmente supervisionato da James Cameron, che se andrà bene riuscirà giusto giusto a finire in pari con i soldi spesi per la produzione.
Soddisfatto appena il piacere di essere stati derubati di quasi dieci euro per gustarsi gli effetti del 3D, poco resta di quello che appare come un classico schema delle pellicole di genere, associabile all'horror per svolgimento - gruppo di protagonisti più o meno, spesso meno, intelligenti destinati ad incontrare morti atroci fino a quando il protagonista non uscirà cresciuto, fortificato e da solo dall'esperienza -, picchi di logica - assolutamente ridicola la sequenza dell'arrampicata in quello che dovrebbe essere un buio pressochè totale - e banalità dei personaggi.
Quello che dovrebbe arricchire lo spessore dello script, il rapporto tra Frank e suo figlio Josh, vero protagonista della storia, diviene con il passare dei minuti un clichè sempre più fastidioso, almeno quanto i due insostenibili characthers del mecenate Carl e della sua compagna Victoria. 
Lo stesso progressivo imbarbarimento del danaroso finanziatore dell'impresa - che vorrebbe ricordare, senza sortire neppure lontanamente gli stessi effetti, la regressione delle protagoniste del meraviglioso The descent - riesce a spingere sull'acceleratore del ritmo di un lavoro senza alcun picco, e in cui il fastidio maggiore nello spettatore - tolti i personaggi - è dato dalla sensazione di claustrofobia che l'ambientazione quasi naturalmente impone.
Gli alieni mancano all'appello - e ringraziamo sentitamente -, ma se anche avessero fatto capolino, più che i Na'Vi avrebbero ricordato gli insulsi invasori di Skyline.


MrFord


"I'm drifting in deep waters,
alone with my self-doubting again
try not to struggle this time
for I will weather the storm."
Portishead - "Deep water" -

martedì 1 marzo 2011

Mammuth

La trama (con parole mie): Serge, dopo dieci anni di lavoro al mattatoio, giunge al sospirato momento della pensione. I suoi colleghi gli regalano un puzzle, ma è chiaro da subito che quest'uomo dalla stazza considerevole non ha proprio nelle sue corde l'idea di stare fermo a casa cercando di trovare le tessere giuste del mosaico. Così, in sella alla sua vecchia moto, sceglie di cercarle per strada, lungo il suo passato, insieme alle buste paga che gli mancano per percepire l'assegno del meritato riposo.

A volte ci sono film che non hanno bisogno di troppe parole, o presentazioni, immagini, lunghe filippiche sul fatto che siano, oppure no, opere valide.
Arrivano dritti al cuore, con tutta la loro paneesalamità, e lì restano, come un piatto di buon cibo che ci riscalda da dentro.
Mammuth è sicuramente parte di questa piacevolissima, confortevole cerchia: non sarà mai un Capolavoro, non piacerà a tutto il pubblico, eppure, per chi sarà riuscito a goderselo, rappresenterà una sorta siesta al sole che lo stesso protagonista - un ottimo Depardieu - afferma di non aver mai davvero avuto tempo di prendere, dopo una vita intera passata da un lavoro all'altro per seppellire i ricordi, alcuni piacevoli ed altri decisamente drammatici.
Un road movie che, in realtà, è profondamente legato al percorso che praticamente tutti noi facciamo, rispetto all'impiego e all'eventuale "carriera", e alle sue conseguenze - del resto, dai registi di Louise Michel, non ci si poteva aspettare altro -, neanche fosse figlio di un Ken Loach in acido pronto a mostrare quelle che sono l'esistenza e la lotta di un uomo semplice, senza ambizione che non sia vivere la propria esistenza in tranquillità, e cercare una libertà che è mancata fino a quando non si è davvero potuto goderne, come fosse una prima volta, provata sulla pelle nell'incanto del viaggio e dell'esperienza.
Si potrebbero indicare numerosi episodi all'interno della pellicola capaci di riportare alle grottesche atmosfere di In Bruges o a episodi di memoria fantozziana, ma il piacere di essersi gustati lacrime e risate, discussioni - stupefacente quella con l'addetto del banco gastronomia - ed imbarazzi - il rapporto a dir poco curioso con la nipote ed il vecchio vicino -, i sogni - il primo amore morto in seguito ad un incidente scontato insieme - e realtà - i sentimenti per la moglie, la casa a cui tornare, sempre -, è troppo genuino perchè possa essere ridotto ad una collezione di aneddoti.
Un piacere, appunto: ecco cos'è davvero Mammuth.
Uno di quei film da godersi da soli, rilasciandosi, aprendo gli occhi, i polmoni, il cuore, il buco del culo - giusto per togliermi lo sfizio di fare almeno una citazione della pellicola -, abbandonarsi come quando ci si sdraia in mare, con le orecchie sott'acqua e la pancia al sole, e tutto sembra infinito, tranquillo, avvolgente.
Come con un rutto dopo un lauto pranzo.
O quel sonno irresistibile che giunge appena passato l'amplesso.
E poco importa se a due soli passi ci sarà la spiaggia affollata: perchè all'ombrellone, pronta a tornare a casa in moto, salda dietro di noi, ci sarà la donna che muove il nostro motore, che ispira la poesia di un uomo dai mille mestieri, nato per il lavoro, e non per lo studio o le riflessioni colte, per la fisicità a volte imbranata di chi deve imparare a dove mettere i piedi ad ogni passo del suo percorso per evitare di tornare indietro a raccattare scartoffie volate lungo il ciglio della strada.
Una poesia vibrante e pura, degna di un esame di maturità.
Che, si sa, si prende a diciott'anni, ma si insegue tutta la vita.
Un pò come la pensione.


MrFord


"They hurt you at home and they hit you at school,
they hate you if you're clever and they despise a fool,  
till you're so fucking crazy you can't follow their rules, 
a working class hero is something to be, 
a working class hero is something to be."
John Lennon - "Working class hero" -
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