Visualizzazione post con etichetta Zak Hilditch. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Zak Hilditch. Mostra tutti i post

mercoledì 29 novembre 2017

1922 (Zak Hilditch, USA, 2017, 102')








"Alla fine, tutti veniamo presi".
Suona come un monito, questo 1922 tratto da un racconto di Stephen King, uscito all'ombra del pubblicizzatissimo - a ragione - It e del leggermente sopravvalutato Il gioco di Gerald sempre grazie alla realtà di Netflix, che si propone di essere la "Land of opportunity" delle prossime stagioni non solo sul piccolo schermo: una storia nerissima, truce, interpretata da un grandissimo Thomas Jane - che aveva già masticato la materia del Re del brivido in The Mist - legata a doppio filo al concetto di senso di colpa, uno dei macigni più grossi con i quali ognuno di noi finisce per fare i conti a più riprese nella vita a seconda di quelle che sono o sono state le scelte compiute nel proprio percorso.
Senza dubbio uccidere qualcuno - ed in particolare il tuo compagno o compagna - ha un peso decisamente differente rispetto al raccontare una bugia o fare un torto a qualcuno, eppure il concetto dietro l'intera vicenda appare molto chiaro, specialmente perchè seminato nel campo più fertile per questo tipo di dinamiche: la Famiglia.
La vicenda dei protagonisti, che passa dal rapporto progressivamente più incrinato dei coniugi James e si riflette sul figlio tocca alcune delle tematiche care al vecchio Stephen, trasforma in orrore quello che i protagonisti covano dentro di loro - un pò come con Shining e Misery, per intenderci - e seppur in modo forse troppo netto e sbrigativo conduce lo spettatore attraverso una favola nera in cui tutto quello che può andare storto va storto in grado di regalare inquietudine in termini emotivi - anche se rivolta a qualcuno più che in pace con i propri sensi di colpa come il sottoscritto - così come cinematografici - la sequenza dell'incubo che porta all'incontro tra Wilfred e la defunta moglie circondata dalla sua corte di ratti è davvero notevole -, ben recitata e confezionata con discreta perizia da Zak Hilditch, che da queste parti avevo già apprezzato qualche anno fa con These final hours.
Il regista, dal canto suo, riesce nell'impresa di equilibrare la cifra stilistica di King - narratore parte della storia, cornici da america di campagna, inquietudine più che orrore puro - con il suo approccio senza dubbio action, regalando i momenti migliori proprio sfruttando la suggestione del protagonista progressivamente divorato dal senso di colpa e dalla "maledizione" che l'aver compiuto una scelta ed un gesto così estremi paiono avergli fatto guadagnare - un pò come per l'ottimo e troppo poco considerato Soldi sporchi di Raimi, per citare un esempio simile -.
Non saremo di fronte ad un Capolavoro o al miglior lavoro del Re del brivido mai trasposto su grande schermo, eppure 1922 rappresenta un prodotto efficace ed abbastanza potente, che rinforza la posizione di Netflix e conferma il buono stato attuale delle produzioni nate dalla penna dell'autore americano, oltre a a garantire una serata tesa ed oscura come il genere imporrebbe senza per questo ricorrere a continui jump scares o trucchetti da due soldi: in fondo, le oscurità e gli orrori più grandi sono quelli che ci portiamo dentro - l'altro uomo, per dirla come il protagonista della storia -, gli stessi con i quali finiamo per dover fare i conti a più riprese nella vita, e che più potere acquistano su di noi, più a fondo finiscono per divorarci.
Neanche fossero una corte di ratti voraci.



MrFord



mercoledì 21 gennaio 2015

These final hours

Regia: Zak Hilditch
Origine: Australia
Anno: 2013
Durata:
87'




La trama (con parole mie): a seguito di un'immane ed imminente catastrofe, la Terra si prepara a vivere il suo suo ultimo giorno. Nei dintorni di Perth, in Australia, un giovane uomo ossessionato dall'idea di non voler soffrire nel momento della morte abbandona l'amante, che scopre essere incinta, per tornare ad una festa selvaggia in città dove lo attende la fidanzata. 
Quando, per caso, si imbatte nella piccola Rose, che ha smarrito il padre e si trova preda di due psicopatici, James - questo il nome dell'uomo - decide di salvarla ritrovandosi, ora dopo ora, a proteggerla ed avvicinarsi a lei come se fosse un fratello maggiore, o un genitore.
Proprio il rapporto con Rose cambierà le priorità dello stesso James, che a ridosso della fine deciderà di correre contro il tempo per poter sistemare, almeno idealmente, tutti i suoi sospesi.








Di tanto in tanto al Saloon come, penso, in qualsiasi altro luogo di ritrovo di appassionati della settima arte, si sente il bisogno come l'aria di titoli che possano in qualche modo far rifiatare il cervello senza per questo essere necessariamente dei monumenti al trash, o schifezze atomiche in grado di scatenare tempeste di bottigliate: è il caso di prodotti come These final hours, giocattolone survival di atmosfera apocalittica made in Down Under - e tutti voi sapete quanto io ami l'Australia - tagliato con l'accetta, girato in una sorta di ipotetico quasi tempo reale e recitato da cani che, con tutti i suoi difetti, è riuscito ad intrattenermi per un'ora e mezza quasi senza pause, come di norma solo gli horror ben fatti o i miei cari action anni ottanta riescono a fare.
Giocato interamente sulla riflessione legata alla follia collettiva che si scatenerebbe a fronte della certezza della fine della Terra - o quantomeno, di noi che la popoliamo - e sulla crescita umana del protagonista - James, tra l'altro, cui presta volto ed una notevole fisicità Nathan Phillips, che una decina d'anni fa interpretò il sopravvissuto del primo Wolf Creek - il lavoro di Zak Hilditch, per quanto piuttosto semplice, porta a casa la pagnotta grazie ad un pizzico di follia da horror - il setting ricorda molto quello dei più recenti zombie movies, da 28 giorni dopo in poi -, un pò di sano pulp - la liberazione di Rose da parte di James ed il confronto tra quest'ultimo, la sua fidanzata, il fratello di lei e la scombinata in cerca della figlia pronta a mettere gli occhi sulla giovanissima protetta del protagonista - ed un'atmosfera che, seppur di fatto ludica, finisce per essere in grado di stimolare riflessioni non da poco nel pubblico.
Cosa fareste, infatti, voi, una volta presa coscienza della certezza di un'apocalisse incombente? Personalmente, non penso mi rifugerei nel suicidio come molti dei personaggi mostrati nel corso di questi tiratissimi novanta minuti, o nella follia - sia essa omicida, come nel caso del primo uomo incontrato da James una volta lasciata la casa della sua amante, o semplicemente sconnessa, si veda il fratello della fidanzata del main charachter -, quanto più in un buon pranzo consumato alla presenza delle persone che amo e di una robusta dose di alcool - in questo senso, Rose e la madre di James risultano i charachters più equilibrati ed umani della pellicola -: certo, parlare a mente fredda è sempre cosa facile, e non si può mai sapere quello che accadrebbe in una situazione di quel genere - la stessa "metamorfosi" di James, partito come una sorta di sballato in fuga dalle responsabilità e terminata con una fin troppo sopra le righe dichiarazione d'amore di fronte alla fine, ne è la dimostrazione -, eppure il fatto che un film di grana grossa come questo riesca quantomeno a solleticare corde certamente importanti senza per questo perdere dal punto di vista del puro intrattenimento è segno della validità - e lo ripeto, con tutti i suoi limiti - dell'operazione, ennesima dimostrazione di quanto sia vivo il Cinema australiano, pronto a sfruttare anche gli spazi sconfinati di cui dispone per Natura uno dei Paesi più incredibili e meravigliosi del mondo.
Se, a questo tipo di cornice, si aggiungono elementi come il rapporto tra James e Rose - forse, a dispetto dell'età, la più matura, in quanto a reazioni ed approccio, dell'intera opera - pronto a ricordare al sottoscritto cose come The last of us o, più semplicemente, il rapporto che si crea tra un genitore - anche se, in questo caso, parliamo in senso figurato - ed un figlio, tutto torna, finendo per permettere ad un puro intrattenimento di suscitare anche emozioni più profonde di quanto non si potesse pensare.
Certo, quel finale ricorderà forse più il disastroso Pompei che non il meraviglioso Take Shelter, ma considerate le premesse, i mezzi e la resa - quantomeno emotiva - finale, direi che queste non sono certo le "ultime ore" di Zak Hilditch.



MrFord



"Cause you had a bad day
you're taking one down
you sing a sad song just to turn it around
you say you don't know
you tell me don't lie
you work at a smile and you go for a ride
you had a bad day
the camera don't lie
you're coming back down and you really don't mind
you had a bad day
you had a bad day."
Daniel Powter - "Bad day" - 



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...