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venerdì 4 settembre 2015

Corvo rosso non avrai il mio scalpo!

Regia: Sidney Pollack
Origine: USA
Anno: 1972
Durata: 108'





La trama (con parole mie): Jeremiah Johnson, un ex soldato stanco della vita nel mondo civilizzato, abbandona tutto e tutti per divenire un cacciatore tra i monti del Colorado. Passati mesi in completa solitudine e conosciuto ogni aspetto della Natura e dei suoi molteplici aspetti, da quelli belli da togliere il fiato a quelli crudeli da perderci la vita, l'uomo verrà in contatto con il vecchio Artiglio d'orso, che lo metterà in guardia dalle possibili minacce e lo addestrerà come solo decenni passati lontano dal mondo civile permettono di essere addestrati.
Ripreso il suo cammino, Johnson entrerà in contatto con le diverse realtà degli abitanti delle più remote zone della Frontiera, dai Nativi americani con le loro differenti usanze e tribù ai cercatori d'oro e fortuna, fino a quando l'equilibrio raggiunto verrà turbato dal passaggio di un distaccamento dell'esercito: il dramma che ne seguirà porterà di nuovo Jeremiah a viaggiare solo tra i monti, divenuto una leggenda rispettata perfino dal più temibile dei guerrieri Crow.








Di tanto in tanto, quando mi capita di tornare lungo la Frontiera del West, provo una sensazione di calore come quando, al termine di un viaggio, si apre una volta ancora la porta di casa: il sapore ed il brivido che i western continuano a regalarmi sono gli stessi che provavo da bambino, quando con mio nonno scoprivo la mitologia di John Wayne e dei Nativi americani, da Ombre rosse a L'uomo che uccise Liberty Valance, e che ha contribuito non solo a formarmi come spettatore, ma come persona.
Era proprio risalente a quei tempi la mia ultima visione di uno dei più grandi cult degli anni settanta che il genere abbia regalato al suo pubblico, appartenente forse più alla generazione dei miei genitori che non a quella, per l'appunto, di mio nonno, e già intrisa del fascino che la smitizzazione successiva del West delle leggende avrebbe vissuto fino ai più recenti Dead Man e Gli spietati: Corvo rosso non avrai il mio scalpo!, divenuto nonostante un adattamento pessimo del titolo giustamente uno dei riferimenti cinematografici della carriera di Robert Redford e di Sidney Pollack, ispirando, tra gli altri, Berardi e Milazzo nella creazione di Ken Parker, uno degli eroi a fumetti favoriti dal sottoscritto di tutti i tempi, ha mantenuto negli anni lo stesso fascino che aveva allora.
Sceneggiato, tra gli altri, dal John Milius che divenne in seguito noto per Conan il barbaro e Un mercoledì da leoni - storico sostenitore dell'epica di grande respiro e rappresentate dello zoccolo duro dei registi "repubblicani" formatisi proprio negli anni settanta, come Friedkin e Eastwood - Corvo rosso è un racconto di formazione lontano dagli standard del tipico western, una vicenda dai ritmi dilatati - in questo, ricorda molto il già citato Dead man, solo in versione meno lisergica - che si concentra sulla maturazione del suo protagonista, Jeremiah Johnson, esploratore e cacciatore pronto a prendere le distanze dalla società "civile" solo per vedersi almeno in parte seguire dalla stessa nel cuore dei monti del Colorado, tra i territori che furono teatro di alcuni dei massacri dei Nativi americani e delle rappresaglie organizzate dagli stessi contro i bianchi: in questo senso è interessante notare l'atteggiamento di Johnson rispetto a chiunque incroci il suo cammino in quelle terre selvagge e meravigliose, decisamente differente rispetto a quello degli eroi - o antieroi - del Western classico e da quanto ci si aspetterebbe di scoprire considerato il già segnalato e poco azzeccato titolo italiano, che lascia quasi presagire il tipico filmone da battaglia tra soldati e Nativi pronti ad ammazzarsi gli uni con gli altri senza requie.
L'avventuriero, infatti, assume un comportamento il più possibile razionale e rispettoso, in modo da mantenere un equilibrio e rapporti di pace con gli altri cacciatori, i Nativi e chiunque attraversi le montagne, finendo per apparire più umano e vicino all'audience di quanto non possano sembrare, al contrario, main charachters tutti d'un pezzo più legati alla fiction che non a quella che poteva essere la realtà di quei tempi e luoghi: questo atteggiamento equilibrato ma ugualmente risoluto non limita, comunque, le capacità e la resa come uomo d'azione di Johnson, pronto all'occorrenza a far valere la sua presenza, il carattere ed i sentimenti.
Un protagonista, dunque, in grado di regalare uno spessore notevole ad un film che fa dell'atmosfera e del respiro da grande epopea i suoi punti di forza, cui si affiancano comprimari che con una manciata di sequenze riescono ad entrare nel cuore dell'audience, dal piccolo e silenzioso Caleb ad Artiglio d'orso, culminati con la narrazione del periodo più felice di Jeremiah - che corrisponde alla scelta di divenire "stanziale" e circondarsi, pur se quasi per caso, di una famiglia - ed un finale potente ed emozionante, che trova nel confronto a distanza di Johnson, tornato a vagabondare come all'inizio della sua avventura, e l'altrettanto rispettato in quei luoghi guerriero Crow dal volto dipinto di rosso.
Un momento lirico e maestoso come le montagne che lo circondano, pronto a rendere leggendario un personaggio che, al contrario, pare assolutamente vero e reale.
Un Uomo alla scoperta della Frontiera e di se stesso.




MrFord




"The way you wonder is the way that you choose
the day that you tary, is tha day that you lose
sunshine or thunder, a man will always wonder
where the fair wind blows
Jeremiah Johnson made is way to the mountains,
he was bettin' on forgettin' all the troubles that he knew."
Beau Jennings - "The ballad of Jeremiah Johnson" -






lunedì 18 marzo 2013

Eyes wide shut

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA, UK
Anno: 1999
Durata: 159'




La trama (con parole mie): William e Alice Hartford sono una coppia bella e di successo della New York che conta. Lui è un medico ormai affermato, lei un'esperta del settore artistico, sono ricchi, felici e con una famiglia perfetta: non potrebbero desiderare altro nella vita.
Quando il racconto di una fantasia erotica di Alice scatena una crisi profonda in William, l'affascinante dottore si imbarca in un viaggio oltre i confini della notte alla scoperta di un lato della città che non conosceva, accendendo la scintilla che porterà il suo rapporto con la moglie ad esplodere.
Coinvolto, inoltre, da un vecchio amico pianista fino ad assistere ad un incontro segreto organizzato da un'elite misteriosa e molto gelosa della privacy dei "party" che organizza, William scoprirà di dover fare i conti con ben altro che il tradimento, il sesso e i desideri proibiti: di fronte a lui, infatti, comincerà a prendere forma una vera e propria minaccia per i suoi cari.





E così, siamo arrivati alla fine.
L'ultimo lavoro del Maestro dei Maestri.
Un film controverso, amato alla follia ed odiato disperatamente.
Indovinate un pò da che parte sta il vecchio Ford?
La prima volta che vidi Eyes wide shut fui dubbioso, principalmente perchè mio fratello l'aveva dipinto come l'ultimo, grande monito di quello che, senza ombra di dubbio, è stato uno dei registi più importanti - se non il più importante - della Storia della settima arte, mentre il sottoscritto temeva fortemente l'ingerenza di chi - Spielberg in primis - aveva avuto l'occasione di metterci le mani sopra dal momento stesso della morte del Nostro, avvenuta quando ancora questo incredibile lavoro era in fase di produzione, montaggio e arzigogoli vari.
Ma poche palle. Eyes wide shut è una bomba. Un film che manca la zampata dei Capolavori kubrickiani per un nonnulla.
Un ritratto dei rapporti di coppia lucido, sensuale e terribile come non se n'erano mai visti.
Sempre contro, come il buon Stan.
Orchestrando ed incastrando neanche si fosse nel pieno del più perfetto dei sessantanove una coppia di attori in parte clamorosa - tanto che divorziarono non molto tempo dopo il termine delle riprese - ed una tecnica da urlo - piani sequenza ed un utilizzo della musica oltre i limiti del magistrale -, ispirandosi all'opera Doppio sogno di Arthur Schnizler, Kubrick porta sullo schermo la forza e le maschere del matrimonio adattandole ad un'epopea tra il thriller e il grottesco che ricorda la meraviglia scorsesiana di Fuori orario ed anticipa le meraviglie di Lynch - potrei dedicargli una retrospettiva come questa prossimamente - Mulholland drive e Inland empire, mutando un lavoro di concetto in una sorta di viaggio iniziatico che, al contrario della norma, considera e mette sulla bilancia due differenti visioni, incarnate da Bill Hartford e sua moglie Alice.
Uomini e donne, la facilità del tradimento fisico guidato dall'istintività e quello dell'influenza mentale, che non necessariamente deve o dovrà avere uno sfogo anche reale: lasciare da parte tutto quello che ci riserva il destino così come i sogni che lo stesso non potrà mai tradurre in ricordi, osservare nella loro esecuzione l'improvvisazione dell'istante e l'eleganza da eminenza grigia dell'idea.
Eyes wide shut è davvero un sacco di cose, troppo.
Un pò come quando ci si imbarca in una storia che finisce per essere ben oltre i confini che normalmente finiamo - volenti o nolenti, perennemente in crisi d'identità come Bill Hartford, intento ad ogni piè sospinto a mostrare il suo tesserino identificativo come per dichiarare al mondo di essere
un medico, e dunque un uomo rispettabile, e la sua compagna Alice, che gioca al gatto col topo senza mai predere davvero in considerazione l'idea di uscire dal seminato, forse per paura dei labirinti di Shining: Eyes wide shut non va sottovalutato, perchè rappresenta una minaccia come quella che è stata per i suoi interpreti, o per l'incredibile abisso che si schiude nella notte che il buon medico dedica alla trasgressione estrema, a quello che non è mai stato, ma che, forse, avrebbe voluto essere - incredibile il confronto tra Cruise/Bill e la coinquilina di Domino, un vero e proprio saggio di recitazione e senso della scena -, al rischio che tutti corrono, quello di lasciare che mente ed istinto si fondano, fino a mettere in gioco ogni certezza della propria vita.
Eyes wide shut è un film che racchiude l'opera intera del vecchio Stan, dallo spirito rivoluzionario rispetto ad una società che non è mai stata considerata "casa" dal regista alla sensualità proibita e grottesca di Lolita, dall'osare di un protagonista solo in apparenza freddo come Barry Lyndon alla fusione tra immagini e musica di Arancia meccanica: il sesso, base taciuta della nostra convivenza civile, diviene il simbolo principale della struttura di potere che regola le architetture del mondo e del Cinema - meravigliosa l'apertura in bilico tra la casa degli Hartford e la festa -, i rapporti tra Uomo e Donna, la base della politica che è essa stessa alla base del mondo, la tecnica ed il sentimento, il compromesso ed il rischio, il rapporto di una vita e la fuga di una notte.
Cosa vale di più? Il sogno o la verità?
Dove stiamo andando? E cosa rischiamo?
C'è solo una risposta, al viaggio del dottor Bill.
Di Alice, degli ungheresi, dei pianisti e delle coppie.
Una risposta che non ha parole d'ordine, o colonne sonore che si stoppano ad un gesto.
Non ci sono Fidelio che tengano.
O giuramenti, o sogni, o doppi sogni.
Bisogna scopare, e non c'è altra storia.
Perchè questo è il metronomo del nostro essere animali sociali.
E non c'è sfida più grande che il Maestro potesse lanciare.


MrFord


"Let's fuck 'til the sun goes up
because we haven't got long but we've got enough
a night to remember, a day to forget
(don't stop 'til we pirouette)
I'm no saint, you're no martyr
one more night playing heart pinata
how do you say goodbye..."
Bring me the horizon - "Fuck" -



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