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mercoledì 18 febbraio 2015

Californication - Stagione 7

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 12





La trama (con parole mie): Hank Moody, salutata la figlia Becca in partenza per un anno sabbatico in viaggio con il fidanzato e tornato al lavoro su Santa Monica Cop, divenuto una serie televisiva, decide di mettere la testa a posto limitando gli eccessi di sesso ed alcool per cercare di riconquistare una volta per tutte Karen, sua compagna da una vita, nonostante tutti gli alti e bassi della loro relazione.
Peccato che il tutto si complichi con l'arrivo di Levon, figlio ventenne proprio dello scrittore avuto da una fugace ed intensa relazione con l'aspirante attrice Julia solo pochi mesi prima dell'inizio della storia con Karen da poco trasferitosi con la madre a Los Angeles e deciso a ricostruire il rapporto con il genitore ritrovato: gli sconvolgimenti provocati dall'impacciato ed inaspettato rampollo, accanto alle vicissitudini lavorative e non - la sempre caotica amicizia con i Runkle -, senza contare la presenza di Julia, renderanno i tentativi di Hank di tornare tra le braccia di Karen decisamente più ardui.
Senza contare che, al suo ritorno, il vecchio Moody dovrà comunicare a Becca dell'esistenza di un fratellastro.








Giungere al termine di una serie tv è sempre difficile.
E lo è in misura esponenzialmente maggiore se alla serie in questione si è finito per volere un gran bene.
E cazzo, se ne ho voluto, a Californication e ad Hank Moody: un pò perchè sono ben conscio del fatto che alcool e donne sono stati sempre i miei punti deboli, un pò per i riferimenti a Bukowski e Warren Zevon, un pò per l'ambientazione californiana, un pò perchè ci sono personaggi che ti entrano nel cuore e basta, va bene così.
Senza dubbio la brillantezza dei primi anni si era affievolita, e dopo l'unica, vera stagione fiacca - la sesta, per l'appunto - trovo giusto che Tom Kapinos abbia deciso di scrivere la parola fine alla saga dedicata ad uno dei protagonisti più scombinati, divertenti ed irriverenti del piccolo schermo: a dirla tutta, anche quest'annata numero sette non risulta completamente riuscita, e ad alcuni momenti degni degli esordi - legati quasi tutti a Levon, vero e proprio mvp della season - si alternano episodi che sanno molto di riempitivo, ma sinceramente poco importa.
Anch'io, come Hank, sono un amante dei lieti fini, e trovo che la chiusura di questa serie sia stata, nella sua semplicità, perfetta, divertente ed a suo modo romantica come, del resto, Californication è sempre stata: come se non bastasse, o forse proprio per destino, in casa Ford abbiamo vissuto l'ultima puntata in giorni molto particolari legati alla perdita di un amico che, con me e mio fratello, aveva condiviso risate, sbronze e lacrime accanto a Hank Moody e Charlie Runkle, godendo di ogni scelta musicale della produzione e delle apparizioni di icone come Rick Springfield.
E trovo giusto anche che quest'ultima galoppata sia stata quella che ha visto Moody bere e scopare meno di tutte le altre, sfruttando addirittura una chiusura da "eroe solitario" - più o meno - pronto a rimettere le cose a posto quanto più possibile prima di passare il testimone - a Levon, a Becca, ai Runkle, alla California intera, con quella Porsche lasciata di fronte al tramonto che è una tra le immagini più belle degli ultimi mesi di visioni, piccolo o grande schermo che sia -.
Dunque, risate, battute, scopate e cazzotti a parte, Californication saluta con ben più di una punta di commozione, rimandando l'appuntamento con il sottoscritto di una dozzina d'anni, quando conto di rivedere quella che, per allora, sarà una serie vintage, accanto al Fordino adolescente, sperando che possa cogliere quello che può nascondere dietro il caos uno stronzo sempre presente come Hank, o come il suo vecchio.
Per il resto, non ho alcuna voglia di analizzare in maniera "critica" questa settima stagione, elencarne pregi e difetti, trattarla come se fosse un "one night stand": voglio godermela così, come un brindisi fatto con un amico che non si rivede da tanto tempo o con uno che si è destinati a non rivedere mai più, come il ricordo della scopata del secolo rimasta cristallizzata nel tempo o quello della storia della vita, che impariamo a costruire, non senza fatica, ogni giorno.
In fondo, la California rappresenta la terra dei sogni per tantissime persone.
Un pò come avere la possibilità di potersi godere quest'esistenza travagliata fino in fondo: che si tratti di scopate, bevute, amicizie o grandi amori.
Perchè è questo, che siamo.
Animali travolti dalla passione.
E in questo senso, non c'è niente di meglio della "californicazione".
Questa è la terra promessa di tutti noi peccatori.
E pensare di entrarci in compagnia di gente come Hank Moody, è davvero una gran cosa.
Anche se mai come farlo insieme a chi amiamo davvero.



MrFord



"When people keep repeating
that you'll never fall in love
when everybody keeps retreating
but you can't seem to get enough
let my love open the door
let my love open the door
let my love open the door
to your heart."
Pete Townshend -"Let my love open the door" - 





giovedì 21 giugno 2012

Project X - Una festa che spacca

Regia: Nima Nourizadeh
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 88'




La trama (con parole mie): Thomas, Costa e J.B. sono tre amici non particolarmente famosi all'interno del loro liceo. Anzi, diciamo che tendenzialmente nessuno se li caga.
L'occasione del riscatto, per il gruppo, giunge con il diciassettesimo compleanno di Thomas: i genitori di quest'ultimo, infatti, hanno programmato una partenza per festeggiare il loro anniversario nel corso del weekend, lasciando la casa libera e parecchie regole da rispettare.
Costa, sfruttando la sua faccia tosta, da inizio ad un passaparola su una festa epica che si terrà dall'amico, finendo per scatenare un ritrovo di proporzioni bibliche dove alcool, droga, musica e follia domineranno la scena, ovviamente conditi dal desiderio di sesso facile che pervade queste occasioni.
Ora dopo ora, l'evento assumerà le sembianze di una sorta di ribellione al sistema dei giovani partecipanti, e diverrà, che i protagonisti vogliano o no, un punto di partenza per il resto delle loro vite.




Con l'estate ormai più che alle porte, pareva quasi d'obbligo un film che rinverdisse i fasti di Una notte da leoni, da qualche anno capostipite assoluto del genere hangover scanzonato e fracassone come stagione impone: la produzione, anche in questo caso, è legata allo stesso Todd Phillips creatore della fortunatissima saga degli addii al celibato più clamorosi della Storia insieme a quello del sottoscritto - prima o poi avrò modo di raccontarne -, e l'approccio del mockumentary - o presunto tale - è sfruttato in modo da accorciare il più possibile le distanze tra il pubblico ed i protagonisti.
La visione della pellicola di Nourizadeh mi aveva indirizzato verso un altro voto ed un altro tipo di post, ma l'interessante punto di vista di Rumple ha cambiato anche le mie carte in tavola in proposito, così, anche rispetto ad uno dei film più a neuroni zero dell'ultimo periodo, mi sono ritrovato perfino a riflettere: volontariamente oppure no, secondo il già citato omonimo del buon Tremotino, lo script e le vicende di Project X divengono, di fatto, una sorta di terrificante ritratto della gioventù attuale, disposta a sacrificare tutto quello che si ritrova ad avere - casa, amicizie, amori, macchine e chi più ne ha più ne metta - in nome di una ribellione che ribellione non è, perchè mossa principalmente dal più basso degli istinti di sopravvivenza negli anni delle scuole superiori - ovvero non essere considerati degli sfigati - e dal più basso degli istinti di sopravvivenza del resto della vita - ovvero il sesso -.
Per quanto, però, l'ipotesi risulti assolutamente valida ed affascinante, non sono riuscito davvero a sentirmi particolarmente turbato dai risvolti "sociali" di questo film: ogni generazione, probabilmente dall'alba dei tempi, ha sempre visto la successiva come una sorta di ammasso di disperati votati al nulla e senza alcuna vera prospettiva o valore - positivo o negativo che fosse -, e probabilmente la nostra non sarà da meno, così come quella dei Thomas e dei Costa.
Il "grido" dei giovani protagonisti è più, a mio avviso, una sorta di affermazione di se stessi esasperata, ovviamente, dal consolidato format hangover-style inaugurato dal già citato Una notte da leoni: pur sforzandomi, non sono riuscito a rimanere sconvolto per la presunta mancanza di profondità dei "ragazzacci" - in realtà molto figli di papà - creatori di questa festa del secolo, che in nome del party selvaggio e della notorietà derivatane paiono disposti a passare sopra a tutto il resto, fedine penali e stabilità economica comprese.
Al contrario, ho avuto la sensazione di aver assistito ad un tentativo di cavalcare l'onda del successo di un certo stile di Cinema cazzaro e sguaiato senza raggiungere neppure livelli altissimi - ma neppure medi, a ben guardare - di tecnica e divertimento: in questo senso il modello di precedenti come SuXbad rimane assolutamente ad un altro livello rispetto allo stile videoclipparo e rumoroso di Nima Nourizadeh, che se si fosse trovato costretto in fase di post produzione a tagliare tutte le sequenze regolate da un montaggio frenetico con la musica pompata al massimo ed il bombardamento di immagini della festa avrebbe visto il suo film ridursi praticamente ad un cortometraggio.
Anche sul fronte risate, nonostante gli sforzi fatti per costruire il personaggio di Costa come una sorta di novello Bluto, i momenti davvero esilaranti scarseggiano, e anche le trovate migliori hanno il sapore del già visto, specie considerate le (dis)avventure cui ci hanno abituato Phillips ed Apatow con i loro seguaci negli ultimi anni: perfino cose decisamente più soft - almeno sulla carta - come Le amiche della sposa sono riuscite a divertirmi in misura maggiore di questo tentativo teen di imitare un genere che, a quanto pare, rende molto meglio quando è legato ad un "lasciarsi andare" del mondo adulto.
O forse, chissà, sto anche io facendo un discorso generazionale simile a quello di cui scrivevo poco sopra.
Certamente una lettura di questo tipo pare strana ed indubbiamente "alta" per quello che è, di fatto, un inno alla devastazione selvaggia da festa ancora più selvaggia, ma non pensate di avere a che fare con una sorta di film miracolato: Project X è davvero molto, molto meno di quello che è davvero.
Perchè si atteggia a nuovo punto di riferimento senza sapere di essere una piccola, piccola parte di qualcosa di infinitamente più grande normalmente noto come Cinema.
Più o meno quello che succede a tutti noi da adolescenti, quando in lotta con il mondo non vorremmo fare altro che radere al suolo ogni cosa e farci notare, anche quando giuriamo di no.
Più o meno quello che succede quando, una volta cresciuti, guardiamo gli adolescenti ridendo del loro dibattersi e liquidandolo con un buffetto sulla spalla ed un atteggiamento da persone vissute.
Generazioni, appunto.
Di Project X ce ne saranno altri.
E non occorrerà rimanere turbati dal fatto che ci sarà qualcuno - chissà, forse uno dei tanti Thomas, o Costa, o J.B. - che potrà considerarlo come l'agghiacciante ritratto di una generazione senza valori.
 Saranno solo invecchiati, e non vedranno più la lotta allo stesso modo.


MrFord


"So let's get a party going (let's get a party going)
now it's time to party and we'll party hard (party hard)
let's get a party going (let's get a party going)
when it's time to party we will always party hard
party hard (party hard, party hard, party hard party hard, party hard, party hard party hard, party hard, party hard...)"
Andrew W. K. - "Party hard" -


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