Visualizzazione post con etichetta New Orleans. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta New Orleans. Mostra tutti i post

sabato 10 maggio 2014

Johnny il bello

Regia: Walter Hill
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Johnny il bello è un piccolo gangster di New Orleans dal viso completamente deformato, amico d'infanzia del proprietario di un grosso locale vessato dai debiti, Mikey. Organizzata una rapina e traditi dalla coppia formata dal senza scrupoli Rafe e dall'aggressiva Sunny, i due vecchi compagni finiscono male: Mikey all'obitorio, Johnny in carcere.
Proprio dietro le sbarre lo sfortunato criminale viene inserito in uno speciale programma scientifico che prevede una completa riabilitazione attraverso una serie di operazioni chirurgiche volte a rendere il suo viso completamente normale: aiutato da una suora e dal responsabile degli esperimenti, Johnny riacquista dopo cinque anni non solo la libertà, ma anche un aspetto che non ha mai avuto.
Trovato lavoro ai cantieri navali ed iniziata una relazione con una giovane impiegata, l'uomo non riuscirà comunque a liberarsi dei suoi fantasmi, e rintracciati gli ex soci traditori, ordirà vendetta contro di loro.








Fin dai tempi della mitica videoteca gestita dall'altrettanto mitico Paolo e della prima visione de I guerrieri della notte, Walter Hill è sempre stato uno dei protetti di casa Ford, simbolo di un Cinema action dalle palle d'acciaio che furoreggiò nei mitici eighties regalando perle come il supercult appena citato, I guerrieri della palude silenziosa e Danko, tanto per citarne tre che potrei recitare a memoria.
All'appello delle visioni del sottoscritto mancava però Johnny il bello, film minore di questo solidissimo regista che ai tempi ebbe più successo in Italia che in USA - trainato, probabilmente, dalle imprese del poliziotto moscovita interpretato da Schwarzenegger risalenti all'anno precedente - recuperato quasi per caso ed impreziosito da un cast decisamente all star per i tempi e non solo: accanto a Mickey Rourke, infatti, ed ai lanciati - per l'epoca - Lance Henricksen ed Ellen Burstyn, troviamo volti che solo in seguito diverranno ben più che noti come Forest Whitaker e Morgan Freeman, al centro di una vicenda che mescola hard boiled, noir, ballad strappalacrime da sbronza, un'ambientazione southern perfetta ed un gusto per il melò simile a quello che nello stesso periodo rese grandi le epopee del Cinema asiatico di genere, su tutti quello firmato da John Woo.
Visione alle spalle, posso affermare senza troppi patemi di essermi mangiato le mani per non aver goduto prima di uno dei lavori più emozionanti ed intensi del vecchio Hill, il ritratto di un loser con i controfiocchi in grado di unire al gusto crepuscolare dell'antieroe solitario gli elementi base del western dei cani sciolti, dei figli di puttana senza scrupoli e di amori troppo grandi per poter essere davvero coronati: Johnny il bello è un'anticamera crime di The wrestler, Tom Waits che incontra Shane, la vendetta ed il sangue che una vita passata per le strade chiedono anche a scapito della possibilità di vivere il sogno di potersene di fatto affrancare, il riscatto di un uomo cresciuto ai margini del mondo che, una volta avuta la sua possibilità, decide di regolare i conti prima ancora di vivere la vita che ha sempre sognato.
Johnny, un Elephant man dei bassifondi venuto su a pane e crimine, avuta la possibilità di ricominciare a vivere proprio grazie alla più grande perdita della sua esistenza, è passo dopo passo ed inesorabilmente attratto dal ritorno al lato oscuro dell'anima, lo stesso che lo ha reso prima uno zimbello e dunque un vero protagonista, quella vendetta che chiama a gran voce il sangue di chi è costato tutto al suo più caro amico, per una vicenda che non avrebbe sfigurato in una pellicola di Melville o, portando avanti le lancette del grande orologio, in una di Jonnie To - e in questo caso sarebbe nata una curiosa assonanza di nomi -: Walter Hill, con venticinque anni di anticipo, firma dunque uno dei suoi film meno conosciuti eppure più liricamente potenti, un lavoro che oggi farebbe sognare i fan di Refn, la parabola discendente di un protagonista romantico e dannato come pochi ne sono capitati qui al Saloon, ed uno dei charachters meglio calzati dall'altrettanto dannato Mickey Rourke, che ha sempre fatto della sua somiglianza ai personaggi interpretati uno dei suoi assi nella manica.
L'atmosfera ed il contorno della vicenda, inoltre - che potrà peccare di qualche ingenuità rispetto ad una sceneggiatura in alcuni punti parzialmente sbrigativa -, rendono alla grande il contesto hard boiled di quegli anni, raccogliendo il testimone di vere e proprie perle come Vivere e morire a Los Angeles o pellicole decisamente più sociali come Tuta blu, misconosciuto dramma operaio passato purtroppo quasi sotto silenzio ed ancora oggi noto meno perfino meno dello stesso Johnny il bello: di norma da Walter Hill mi aspetto sempre un certo grado di soddisfazione, eppure il risultato ottenuto da questo film è stato decisamente superiore a quanto potessi sperare.
Hill, con tutta la sua ruvida spigolosità da uomo d'acciaio dell'action, è riuscito a sorprendermi con un melodramma crime dalle tinte fosche e romantiche, una storia di vendetta, amicizia ed occasioni sprecate come ora non se ne fanno davvero più - o quasi -, regalando alla settima arte un charachter assolutamente memorabile anche come fantasma di un'epoca definitivamente tramontata - quella dei titoli dati in seconda serata e delle strade bagnate nelle riprese notturne - e volto di un'opera che difficilmente potrà ritagliarsi uno spazio maggiore di quello che ha ottenuto fino ad ora: ma in fondo è giusto così.
Quelli come Johnny il bello sono nati per i margini.
Ci sono cresciuti, ci sono vissuti, e ci sono morti.
E l'hanno fatto alla grande, meglio di quanto qualsiasi vincente potrà mai davvero sognarsi.
Ed io sarò sempre pronto a raccogliere il loro testimone, e a raccontare le gesta di chi vive oltre quel confine e sempre al massimo, pronto a tenere i propri cavalli e dare ai fantasmi le voci che meritano.
In fondo, prima o poi finiamo per diventarlo tutti.




MrFord



"I'm the detective up late
I'm the blood on the floor
the thunder and the roar
the boat that won't sink
I just won't sleep a wink
you're the same kind of bad as me."
Tom Waits - "Bad as me" -



 

venerdì 18 maggio 2012

In the electric mist - L'occhio del ciclone

Regia: Bertrand Tavernier
Origine: Francia/Usa
Anno: 2009
Durata: 117'



La trama (con parole mie): Dave Robicheaux, anziano investigatore dei dintorni di New Orleans, è al centro di un'indagine legata al ritrovamento del cadavere di una giovane prostituta orribilmente mutilata. La zona, distrutta dall'uragano Katrina, rigurgita visioni e personaggi che paiono usciti da un sogno e portano a tracce di un vecchio omicidio a sfondo razziale cui lo stesso Dave assistette da ragazzino e ai legami della giovane vittima con il boss della mala locale Baby Feet Balboni.
Dave, in bilico tra il credere in se stesso o in nulla, si troverà ad affrontare i fantasmi della Guerra Civile mentre il numero di vittime comincerà a salire e la lotta con l'assassino diverrà una pericolosa partita con in gioco ben più di una carriera ormai quasi al tramonto.





Non si dovrebbero mai sottovalutare i vecchi leoni come Tavernier.
Neppure quando si trovano lontani da casa a riscoprire vecchie passioni come quella per il delta del Mississippi e l'atmosfera rarefatta e brumosa delle paludi attorno a New Orleans, una delle città da sempre più affascinanti e misteriose degli States.
Soprattutto se, dalla loro parte, i vecchi leoni hanno altri vecchi leoni come Tommy Lee Jones, volto ormai leggendario ed associabile alla maschera scolpita nella roccia di Eastwood, che lo diresse e spalleggiò nell'ottimo e sottovalutato Space cowboys a inizio millennio.
In the electric mist, uscito in sordina in Italia - direttamente in home video, per intenderci -, pesca a piene mani dall'immaginario southern tipico della Louisiana mescolando come in un cocktail troppo forte per i fegati deboli le ferite ancora aperte di Katrina ed il legame con gli spiriti neanche fossimo in una puntata di True blood, o rivivessimo la vicenda in cui "La verità sta negli occhi di chi guarda: tu sai quello che credi di sapere, io quello che ho visto" di Mezzanotte nel giardino del bene e nel male - e di nuovo torna alla carica il vecchio Clint - senza dimenticare il disequilibrio del "bad lieutenant" firmato da Herzog ed un paese che non sarà per vecchi, ma resta ancora appoggiato a gente d'altri tempi come Dave Robicheaux o Hogman Patin con tutto il suo peso, come fossero gli unici in grado di sorreggerlo.
Certo, ad una prima snobistica occhiata questa recente fatica del regista dello splendido 'Round midnight potrà risultare stanca e quasi televisiva, grottesca e raffazzonata con il suo zoppicante alternarsi di visioni, voci fuori campo e realtà dei fatti, eppure - così come l'appena citato Cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans - i pezzi di questo puzzle segnato dal sangue e legato ad una riflessione non dissimile da quella del magnifico La promessa - la prova migliore di Sean Penn dietro la macchina da presa - trovano ognuno il suo spazio con l'incedere dei minuti, costruendo un affresco forse non perfetto o esemplare nello stile, eppure funzionale e decisamente in linea con la cornice della vicenda narrata, in grado di lasciare interrogativi e riflessioni non banali nello spettatore, andando ben oltre la trama noir da crime story old fashion che ne costituisce l'ossatura.
Il legame con il Cinema, inoltre, regala alla pellicola il fascino che ai vecchi tempi era il pane quotidiano dei Marlowe o dei viali del tramonto, andando a scoprire storie legate ad attori preda dei vizi, produttori senza scrupoli, giovani attrici divenute vittime sacrificali e legami con la mala, che dai fumosi locali newyorkesi o le ribalte californiane si spostano tra le brume che circondano presente, passato e futuro in questa New Orleans decadente e ferita, eppure dai colori sempre accesi, oltre quel velo che non sapremo mai se sarà realtà, oppure soltanto frutto della nostra immaginazione.



MrFord


"Auntie Mame
has gone
inside
she lives in
the doorway of an old hotel
and the
radio's playing opera and
all she ever says
is go to Hell."
Tom Waits - "Cemetery polka" -

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...