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sabato 6 giugno 2015

Gunny

Regia: Clint Eastwood
Origine: USA
Anno:
1986
Durata:
130'





La trama (con parole mie): Tom Highway è un marine pluridecorato non proprio incline a seguire le regole, da sempre in conflitto con i superiori e veterano di non si sa neppure più quante battaglie. Quando, a fronte delle sue pressanti richieste di trasferimento, viene riassegnato al plotone degli Esploratori come sergente istruttore, Gunny - questo il soprannome dell'uomo - dovrà prendere un gruppo di pivelli che pensano di essere dei duri e trasformarli in macchine da guerra come lui, sperando che, dovessero essere chiamati alle armi, tutti possano riportare la pelle a casa.
Impostosi sui suoi uomini e sempre pronto a polemizzare con il rigido maggiore Powers, quando scoppierà una crisi su una piccola isola del Centro America Gunny troverà il banco di prova che cercava per la sua squadra e per se stesso.








Considerata la carriera ormai decisamente importante - a livello numerico così come qualitativo - del mio adorato Clint Eastwood, i suoi successi di critica e pubblico, il suo status di regista, ormai anche più consolidato di quello da attore, si potrebbe quasi definire Gunny come uno dei suoi lavori "minori", un divertissement che solleticò il lato più ironico, cameratesco e repubblicano del John Ford dei nostri giorni nel pieno degli anni ottanta, un pò come accadde con Assassinio sull'Eiger nei settanta e sarebbe accaduto con La recluta nei novanta.
Eppure, oltre a trovarlo assolutamente ben realizzato ed incredibilmente divertente - il campionario di battute e scene cult sfoderate da Gunny è praticamente inesauribile nel corso delle due ore piene di visione, e tutte assurgono immediatamente allo status di cult -, ho sempre voluto un gran bene a questo film, tanto da avergli regalato un numero di visioni tra i lavori di Eastwood forse inferiore soltanto a Gli spietati: dalla rissa in carcere all'arrivo nel dormitorio degli Esploratori, dallo scontro con lo svedese ai battibecchi con il Maggiore Powers, probabilmente non esiste un altro titolo ufficialmente "di guerra" così scanzonato e divertente.
Ma Eastwood, che oltre all'ironia - splendida l'idea di rendere il granitico Gunny un appassionato lettore di riviste femminili, alla ricerca dei segreti per poter gestire un rapporto non conflittuale con il gentil sesso - ha sempre mostrato una vena in qualche modo malinconica, riserva anche numerose parentesi al ruolo del combattente solitario che, per colpa o per destino, finisce per ritrovarsi sempre in un letto vuoto o in uno che non avrebbe voluto - e in questo caso, non si sa cosa potrebbe essere peggio tra la prigione e quello di una conquista casuale -.
Non manca, in tutto questo, il consueto lavoro sul rapporto tra padri e figli, intesi come il Paese e Gunny - che incarna tutti i valori americani "arrembanti" senza apparire uno squilibrato o un guerrafondaio - e Gunny con gli Esploratori, ben rappresentati dallo Stitch di Mario Van Peebles, musicista poco incline alla fatica e all'inquadramento pronto a divenire, un giorno dopo l'altro, l'erede effettivo di Highway all'interno del corpo dei Marines.
A prescindere, comunque, da tutto quello che può essere una recensione effettiva e critica di questo film, non posso non pensare che passerei ore a citare le frasi del suo inossidabile protagonista - tra le altre cose, a cinquantasei anni suonati Clint sfoggiava una forma fisica assolutamente invidiabile -, a recitare con gli amici più stretti ed Expendables le scene per filo e per segno, a ricordare la curiosità nel vedere questo "nonno d'acciaio" prendere a calci in culo qualsiasi suo presunto castigatore quando lo vidi per la prima volta, più o meno nel periodo delle medie, e ripensarlo ora, mentre indico Gunny al Fordino dicendo che quello che vede è come un altro nonno.
Come un testimone che passa di generazione in generazione, portato dalla mano salda di uno dei pilastri del Cinema USA degli ultimi cinquant'anni: film come Gunny non saranno perfetti, eppure finiscono per tenere sulle spalle il peso del Tempo, e dare l'impressione di poter essere praticamente invincibili, anche quando, inevitabilmente, la corsa giunge al termine e si deve cominciare a pensare a quello che accadrà dopo.
E il bello di aver costruito qualcosa, anche attraverso il sudore e la fatica, o la rigidità comunque sempre paterna di charachters di questo stampo, è che si ha comunque l'impressione che non sia andato tutto perduto, che ci sia una continuità: Gunny che incoraggia Stitch con quel "Tanto ora hanno te" prima di incamminarsi sul viale del tramonto è un'immagine che mi scalda come un whisky mandato giù in un sorso, perchè vedo già quando sarà il Fordino a dire a suo figlio che quell'uomo segnato sul volto e con gli occhi di ghiaccio è un pò come un nonno.
E sarà un vero piacere condividere il ruolo con lui.



MrFord



"The sea of heartbreak.
lost love and loneliness,
memories of your caress.
So divine how I wish
you were mine again my dear.
I'm on this sea of tears,
sea of heartbreak."
Johnny Cash - "Sea of heartbreak" - 




sabato 17 dicembre 2011

Alì

Regia: Michael Mann
Origine: Usa
Anno: 2001
Durata: 157'



 La trama (con parole mie): dal 1964 al 1974, dalla vittoria del primo titolo mondiale dei Massimi contro il superfavorito Sonny Liston all'incredibile incontro a Kinshasa opposto a George Foreman, la vita dentro e fuori dal ring del leggendario Mohammed Alì, orgoglioso rappresentante della cultura afroamericana e campione indimenticabile della "nobile arte", dall'amicizia con Malcolm X all'ascesa di Don King.
Un personaggio già allora divenuto mitico ed uno tra gli sportivi più noti, contestati ed amati della Storia, che rinunciò al suo nome e alla chiamata alle armi ma mai ad una dignità che è sempre valsa più di una cintura, da Cassius Clay ad "Alì bumayè".




Chi frequenta il saloon dal principio sa bene quanto dalle parti di casa Ford sia in enorme considerazione Michael Mann, uno dei registi "action" - anche se pare sempre riduttivo considerarlo tale - più importanti che gli Stati Uniti abbiano mai avuto: da Strade violente a The heat, da Insider a Collateral - senza dimenticare lo splendido Nemico pubblico - questo signore ha confezionato alcune tra le pellicole più clamorosamente potenti ed innovative che il genere - e di nuovo non solo - abbia mai prodotto, mostrandosi come uno dei primi cineasti aperti all'utilizzo del digitale non come mero strumento di marketing, bensì come una meraviglia tecnologica da piegare e plasmare per consegnare al pubblico film dallo standard tecnico sempre più alto.
Non è da meno Alì, che Mann girò probabilmente ben conscio della fredda accoglienza che gli avrebbero riservato gli allora appena feriti dall'undici settembre States, saggio di tecnica sopraffina ed utilizzo della macchina da presa come strumento di narrazione per immagini di potenza incredibile, dalla straordinaria apertura sulle note di Sam Cooke all'indimenticabile sequenza della riscoperta dell'Africa di Alì, sostenuto dalla folla per le strade di Kinshasa e dall'incedere del canto "Alì bumayè!" - "Alì, ammazzalo!" - che fu il motore della determinazione dello stesso Muhammad dato per sfavorito contro George Foreman, campione giovane e dirompente che aveva letteralmente distrutto Joe Frazier, l'unico fino a quel momento in grado di battere - pur se solo ai punti - "il più grande".
Più che un film sul pugilato o sulla carriera del suo protagonista, Alì appare come una sorta di manifesto politico: una profonda, sentita ed incredibile - essendo girata da un bianco - pellicola in grado di raccontare le radici, le contraddizioni, la forza e le motivazioni di una lotta - quella per l'uguaglianza sociale e dei diritti - di cui il fu Cassius Clay divenne uno dei simboli più importanti sul finire degli anni sessanta. 
Una lotta che non gli costò la vita - come accadde a Malcolm X, ottimamente interpretato da Mario Van Peebles - ma il titolo, la licenza di boxare e anni di battaglie legali affinchè il suo diritto di non sostenere le decisioni del suo governo e la guerra del Vietnam fosse sempre affermato e mai contraddetto.
Fu un campione scomodo, Muhammad Alì, con i suoi eccessi e le continue prese di posizione per affermare la sua grandezza a cospetto di qualsiasi avversario - sul ring e non -, che continuò a battersi quasi ci fosse qualcosa di ben più grande di un titolo da mostrare al mondo, qualcosa che in quella magica notte del 1974 fu evidente ai cronisti, agli spettatori e agli sportivi, e che ancora oggi è davanti ai nostri occhi, simile alla poesia del movimento che Mann mostra nelle danze che Alì disegnava sul quadrato, "volando come una farfalla e pungendo come un'ape".
Senza dubbio, oltre ad un'eccellenza tecnica che lo stesso ex campione avrebbe apprezzato, un altro grande merito di Mann sta nell'aver motivato Will Smith per quella che, a mio avviso, resta la sua migliore - ed unica, grande - interpretazione, scandita sul quadrato e nella vita privata dell'uomo dietro allo sportivo da una colonna sonora come sempre per i film del buon Michael assolutamente incredibile, capace di spaziare dal soul retaggio della cultura del Sud degli States fino ai richiami africani, figli della culla che non dovrebbe essere riconosciuta solo da chi ne porta i colori, ma da ognuno di noi, perchè bacino di tutte le civiltà ad oggi conosciute.
Alì conobbe sapori diversi e contrastanti, nel corso del suo percorso come pugile, non terminò la sua carriera imbattuto come Rocky Marciano nè riuscì e non finire mai al tappeto come Jake LaMotta, eppure ancora oggi le sue gesta sono tra le più ammirate dell'intero mondo dello sport: perchè Muhammad portò la poesia sul ring, rese possibile l'impossibile, trasformò la leggenda in realtà, mostrando quanto potesse essere clamorosamente vera.
Muhammad Alì che ora - siano i colpi subiti, sia il destino - incrocia i guantoni con un avversario ben più temibile di George Foreman o Joe Frazier - recentemente scomparso -, che ha nel tempo un manager arcigno e nelle sue ripercussioni i colpi più devastanti.
Ma poco importa.
Perchè, in qualche modo, Alì ha già vinto la sua battaglia.
A Kinshasa, nel 1974, o davanti alla tv, sempre allora, io non potevo esserci.
La prima volta che sentii parlare di Alì fu dai racconti di mio padre, quasi fosse un essere mitologico.
Vidi l'incontro con Foreman sapendo già come sarebbe andato a finire, e poi Quando eravamo re, il mitico documentario girato ricordando quel grande evento.
E lo vidi con i brividi, come se mi trovassi lì, in prima fila, a gridare "Alì, bumaye!".
Come vedo con i brividi ora questa meraviglia firmata Michael Mann, che muove la macchina come il suo protagonista danzava sul ring, senza cercare di diventare leggenda.
Sapeva di esserlo già.


MrFord


"As the rhythm designed to bounce
what counts is that the rhymes
designed to fill your mind
now that you've realized the prides arrived
we got to pump the stuff to make us tough
from the heart
it's a start, a work of art."
Public Enemy - "Fight the power" -
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