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mercoledì 2 dicembre 2015

The Hunger Games: il canto della rivolta - Parte 2

Regia: Francis Lawrence
Origine: USA, Germania
Anno: 2015
Durata: 137'






La trama (con parole mie): Katniss Everdeen, eroina della rivolta su Panem, si è appena ripresa dallo scontro che ha riportato alla normalità il suo ex compagno di lotta e di vita Peeta, quando scopre il piano dei capi della Resistenza volti a sferrare l'attacco decisivo a Capitol City dopo aver tagliato i rifornimenti di armi all'esercito del leader Snow custoditi nel Secondo Distretto del paese.
Dunque, mentre il fronte principale si muove attraverso le vie devastate della capitale di Panem, Katniss ed un manipolo di soldati selezionati si muovono nell'ombra in modo da raggiungere proprio il Presidente per eliminarlo: il viaggio attraverso la città si rivelerà, però, più difficile ed insidioso del previsto, e perso un compagno dopo l'altro, Katniss finirà per trovarsi da sola all'appuntamento con la vendetta e la conclusione della rivolta.
I piani, però, della leader dei ribelli Alma Coin, si riveleranno più complessi del previsto, e per la Ghiandaia Imitatrice potrebbe non essere finito il momento della rivolta.








Prima di salutare una delle saghe teen più amate degli ultimi anni - anche se, onestamente, ancora non ne ho compreso davvero il motivo -, occorre che precisi due cose: devo dare atto ad Hunger Games di aver, a conti fatti, incrementato la sua qualità con il passare degli episodi, quasi sorprendendomi rispetto al risultato di quest'ultimo doppio capitolo conclusivo rispetto all'agghiacciante e pessimo primo; appurato questo, apro una delle bottiglie migliori e mi auguro che, almeno per qualche stagione, archiviati Twilight e la storia di Katniss Everdeen, nessun'altro prodotto teen di questo calibro invada come un virus le sale cinematografiche.
Il lavoro di Francis Lawrence, comunque, non si chiude nel peggiore dei modi, confezionando forse quello che è il capitolo più "adulto" delle vicende della Ghiandaia Imitatrice, pronta a fronteggiare, più che la guerra, i suoi più sordidi risvolti politici ed i contraccolpi personali che la stessa porterà, soprattutto rispetto al rapporto con il potere costituito - dunque il Presidente Snow - e quello che aspira a sostituirlo - la leader dei ribelli Alma "Insert" Coin -: peccato che, a conti fatti, nonostante le chiare ispirazioni fornite al regista dalla trilogia de Il signore degli anelli e Aliens - Scontro finale ed il desiderio di rendere Hunger Games come una sorta di nuovo cult giovanile neanche fossimo ancora negli anni ottanta, tutto resti decisamente scialbo, senz'anima ed assolutamente, inesorabilmente vittima di un eccessivo minutaggio - difetto che aveva già colpito i comunque più interessanti di questo capitoli finali di Harry Potter -.
Nonostante un cast di prim'ordine, inoltre - Jennifer Lawrence, che fa sempre la sua porchissima figura, Woody Harrelson, il compianto Philip Seymour Hoffman, Julianne Moore, Donald Sutherland -, i personaggi risultano esilini o stantii, dalla sempre più inutile coppia di protagonisti - Katniss è irritante quasi ai livelli della Sookie di True Blood, Peeta uno dei charachters più inutili della Storia del Cinema - ai comprimari mandati al massacro proprio per guardare le spalle della main charachter - roba che, se fosse applicabile il metacinema, e fossi stato parte della squadra di Katniss pronta a partire per detronizzare Snow, avrei disertato senza neppure pensarci -.
Gli unici riferimenti interessanti sono dati dalle eminenze grigie della politica, Snow e Coin, pronti a dare spessore ad un film che pare un ibrido - sempre per utilizzare un linguaggio che ricordi Panem - senza identità precisa, pronto a mostrare il valore in termini di sfruttamento di mezzi ma non l'anima che dovrebbe dare colore a questo tipo di prodotti per renderli davvero memorabili, e destinati a diventare i cult di una generazione: non il peggio, comunque, che si possa immaginare quando si approcciano cose di questo tipo - Maze runner, tanto per citarne uno, risulta assolutamente meno interessante -, ma troppo lontano dall'intrattenimento puro per divertire ed avvincere e troppo prevedibile e di grana grossa per rappresentare un tentativo di esportare l'autorialità nel Cinema mainstream.
Per quanto mi riguarda, sono ben contento di aver affrontato ed essere sopravvissuto agli Hunger Games.
In fondo, qualche cicatrice in più fa sempre figo, e di fatto mi vaccina da un certo tipo di prodotti dal valore indiscutibilmente più basso di quello che viene pubblicizzato.
Quello da cui non c'è cura, oltre al Potere, è il Cinema da poco.
Speriamo solo che almeno una di queste due cose, un giorno, possa essere vinta da una ribellione con le palle grandi al punto giusto.
E regalare al pubblico film davvero memorabili.




MrFord




"There would be a riot
breakin' of my heart, I'd try to fight it
I could go out every night but I'd be lyin'
if I said I could live and breathe
without you."
Rascal Flatts - "Riot" - 






lunedì 15 dicembre 2014

Hunger Games: Il canto della rivolta parte I

Regia: Francis Lawrence
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 123'





La trama (con parole mie): Katniss, scardinate tutte le regole degli Hunger Games, si ritrova protetta dai Ribelli da anni in attesa di un simbolo per la loro lotta contro Capitol City, separata dall'amato Peeta, rimasto in mano al Potere. E mentre la guerra militare e mediatica tra le due fazioni cresce d'intensità, l'intento della giovane pare essere soltanto quello di mettere in salvo le persone che ama e vivere una vita normale.
Come riuscirà Katniss a far coesistere le idee della rivolta con i sentimenti?
E come evolveranno i rapporti tra lei stessa ed i rappresentanti al comando dei due poli del mondo, il Presidente Snow e la Presidentessa Coin?
La battaglia per gli equilibri del mondo ha inizio, e le probabilità dei due vincitori degli ultimi Hunger Games completati di tornare ad essere uno accanto all'altra appaiono sempre più esigue.








Purtroppo per il sottoscritto, e per fortuna del mio antagonista Cannibal Kid, i film teen, passato il periodo d'oro degli anni ottanta, hanno finito per subire un'involuzione quasi ai livelli di quella delle pellicole horror, culminata con il trionfo della saga di Twilight e l'apertura cinematografica a qualsiasi adattamento di serie per così dire letterarie di successo indirizzate agli adolescenti.
Hunger Games è un degno rappresentante di quest'ultima categoria: dopo un primo capitolo inutile ed un secondo imbarazzante - salvabili soltanto per la presenza della sempre notevole Jennifer Lawrence -, mi aspettavo il più classico dei massacri con la prima parte dell'ultimo capitolo - e sia maledetto Harry Potter, che ha sdoganato il finale splittato - pronta a scaldare i motori per l'addio al grande schermo di Katniss Everdeen - che penso non mancherà a nessuno, nonostante l'attrice che le presta volto e corpo, fatta eccezione per le studentesse delle medie ed il già citato Cannibale -, per una di quelle visioni concesse più per dovere di aggiornamento del blog che per piacere.
Al contrario, però, di quanto potessi aspettarmi, devo ammettere che questo terzo film risulta essere il più riuscito del brand - almeno fino ad ora -, una riflessione davvero niente male sul Potere che in alcuni passaggi quasi ricorda il certamente d'altra caratura V per vendetta con un buon ritmo, tenuta appena attorno alle due ore e quantomeno orchestrata discretamente: certo, non sto certo parlando del miracolo cinematografico pronto a ribaltare i pronostici a ridosso delle classifiche di fine anno, ma quantomeno di un prodotto che eviterà a Francis Lawrence di finire nella lista dei peggiori della stagione in corso, e che ha il merito di fugare ogni dubbio circa la visione della chiusura definitiva della storia della giovane ribelle divenuta suo malgrado simbolo di una lotta senza precedenti al potere costituito del suo mondo, specchio decisamente realistico del nostro nonostante la cornice più votata alla fantascienza ed al fantasy che al realismo in senso stretto.
A sorpresa, infatti, il nuovo mezzo capitolo delle avventure della riluttante eroina Katniss finisce per stimolare riflessioni rispetto al ruolo che le posizioni di comando assumono anche nel momento in cui la fazione che guidano risulta essere, in una certa misura, quella dalla parte degli oppressi: il confronto a distanza tra Coin e Snow, infatti, pronti a coinvolgere come specchietti per le allodole la stessa Katniss ed il suo amato Peeta - uno dei personaggi più inutili della Storia del Cinema teen e non solo - in modo da alimentare le speranze e la voglia di combattere della fetta di popolazione sotto il proprio dominio ed influenza, finisce per riportare alla realtà anche più di quanto non si voglia, lontani dall'intrattenimento che da un titolo di questo genere ci si aspetterebbe ed indotti alla riflessione a proposito del potere che il Potere ha sempre avuto e continua ad esercitare sulla gente comune, sfruttamento degli eroi di quest'ultima compreso.
Appurate queste premesse, la lotta della main charachter per affermare i suoi sentimenti a fronte di un ruolo che si è ritrovata ad interpretare e che, a conti fatti, finisce per essere giusto ricoprire in quanto simbolo di qualcosa che assume un significato anche per le persone che ama diviene lo strumento per rendere più profondo l'intero prodotto, tanto da stupire chi - come il sottoscritto - pensava di trovarsi ad avere a che fare con l'ennesimo tentativo di costruire a tavolino un blockbuster stagionale senza arte ne parte: non siamo certo di fronte ad un miracolo, ed i limiti sono ancora parecchi, eppure la curiosità di scoprire come si chiuderà il cerchio è stata risvegliata.
Considerati i miei trascorsi con Francis Lawrence e questa saga, direi che potrebbe essere già abbastanza.




MrFord




"Rebel rebel, you've torn your dress
rebel rebel, your face is a mess
rebel rebel, how could they know?
Hot tramp, I love you so!"
David Bowie - "Rebel rebel" - 




lunedì 4 agosto 2014

War no more - E Johnny prese il fucile

 
 Regia: Dalton Trumbo
Origine: USA
Anno: 1971
Durata: 111'

 

La trama (con parole mie): Joe Benham, partito per il fronte con i sogni e le speranze di un qualsiasi poco più che adolescente, a causa di un colpo di cannone sparato l'ultimo giorno della Prima Guerra Mondiale perde gambe, braccia, volto, vista, olfatto, udito e parola.
Confinato in un letto d'ospedale ed impossibilitato a comunicare con il mondo, che lo ritiene praticamente un vegetale, il ragazzo si trova a vagare con la mente ripercorrendo non soltanto la sua vita, ma anche quello che la stessa sarebbe stata se la guerra non gli avesse portato via tutto.
In questo stato di perenne esplorazione di se stesso, in bilico tra la disperazione e la speranza, Johnny cercherà con tutte le forze di trovare una via che lo riporti alla vita e alla convivenza con il resto degli esseri umani.





Questo post partecipa all'iniziativa War No More, sponsorizzata e vissuta dai blog indicati nella locandina creata per l'occasione.




Fin dai tempi in cui muovevo i primi passi nell'ambito della passione per il Cinema autoriale, cominciai a nutrire un profondo rispetto per Dalton Trumbo: negli anni del maccartismo e delle liste nere che segnarono probabilmente per sempre il mondo dello spettacolo e quello dorato di Hollywood, lo sceneggiatore e scrittore fu uno dei più irriducibili e bersagliati dal sistema, tanto da passare addirittura un periodo in carcere venendo di fatto bandito dai giri che contano fino al ripescaggio occorso per mano di Kubrick, che richiese la sua penna per Spartacus rilanciandone di fatto la carriera.
Alle spalle gli anni bui, Trumbo finì per mettersi al lavoro sull'adattamento cinematografico di quella che è la sua opera più nota, il meraviglioso romanzo E Johnny prese il fucile, manifesto contro la guerra avanti di ben più di un secolo fin dai tempi della sua pubblicazione, sul finire degli anni trenta, nonchè uno dei romanzi favoriti di tutti i tempi del sottoscritto: più antimilitarista che pacifista - di fatto, un anticipo di quello che avrebbe preso corpo progressivamente con l'obiezione di coscienza -, la pellicola che fu evento speciale al Festival di Cannes 1971 rappresentò di fatto una sfida per Trumbo, con ogni probabilità ben cosciente che la magia della pagina scritta non sarebbe stata comunque replicabile al cento per cento su grande schermo, che si affidò ad un approccio decisamente psichedelico in cui la fecero da padroni il confronto tra colore - legato ai sogni e alle speranze del protagonista - e bianco/nero- il presente della vicenda che segue il ritorno dalla guerra -, sfruttati per rendere al meglio e per immagini il dramma del protagonista ed il suo grido di aiuto e dolore all'indirizzo del mondo esterno, come essere umano e giovane dalla voglia di vivere strabordante smorzata improvvisamente da un colpo di cannone sparato nell'ultimo giorno di un conflitto che aveva già chiesto un pesantissimo tributo al mondo e simbolo di quello che non dovrebbe essere, di una manifestazione d'odio che spesso e volentieri finisce per assumere i connotati di qualcosa contro Natura, per quanto non si potrà probabilmente mai cancellare l'istinto predatorio insito nell'animo umano.
Mai - tranne, forse, con il Capolavoro La sottile linea rossa e Full metal jacket, di nuovo firmato dal Maestro Kubrick - un film tecnicamente di guerra è riuscito nell'intento di lanciare un monito di questa portata legato al rifiuto della stessa, reso ancora più dolente in patria dalle ferite lasciate, in quegli anni, dal conflitto in Vietnam, che lacerò un'intera generazione di ragazzi mandati letteralmente allo sbaraglio e tornati in patria senza alcuna prospettiva.
Il risultato è una pellicola potente e sentita, profondamente drammatica eppure con una traccia decisa di ironia - che probabilmente è stata, negli anni peggiori, la salvezza del vecchio Dalton -, capace di toccare il cuore pur non raggiungendo gli apici di lirismo del romanzo, purtroppo l'unica di Trumbo nelle vesti di uomo dietro la macchina da presa - fu in qualche modo un miracolo vederlo esordire come regista a sessantacinque anni suonati -, che segna uno dei punti più alti del Cinema di contestazione made in USA: che valga come monito rispetto all'assurdità della Guerra e dell'arruolamento non volontario o semplicemente come cult dei tempi - e non solo - E Johnny prese il fucile resta un affresco unico nel panorama del genere, ed una lezione di volontà, umanità e passione da parte di un autore che difese le sue idee allo stremo, così come il suo diritto di dire no.
Così come noi bloggers, in questi giorni, diciamo no ad una delle piaghe più antiche e terribili con le quali il genere umano finisce per fare i conti.
Per non avere altri Johnny.
Per non finire noi stessi come Johnny.
E perchè non lo finiscano i nostri figli.



MrFord



"C'era una volta un aeroplano
un militare americano
c'era una volta il gioco di un bambino.
E voglio i nomi di chi ha mentito
di chi ha parlato di una guerra giusta
io non le lancio più le vostre sante bombe,
bombe, bombe, bombe, BOMBE!"
Ligabue/Jovanotti/Piero Pelù - "Il mio nome è mai più" - 







martedì 7 gennaio 2014

The Hunger Games - La ragazza di fuoco

Regia: Francis Lawrence
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 146'




La trama (con parole mie): Katniss Everdeen e Peeta Mellark, freschi vincitori degli ultimi Hunger Games, si ritrovano a dover fingere una storia d'amore che non ha corrispettivo nella realtà delle loro vite in modo da promuovere la loro immagine di simboli dello status quo governativo in tutti i distretti. Quando, però, l'influenza sociale della ragazza diviene sempre di più quella di una potenziale ispiratrice per una rivolta contro il Potere, il capo del governo Snow sviluppa un piano che possa rendere la giovane una sorta di martire eliminando al contempo la sua minaccia: una nuova edizione degli Hunger Games con protagonisti tutti i vincitori delle ultime venticinque annate, che preveda questa volta un solo sopravvissuto e cancelli l'ispirazione che Katniss ha finito, anche involontariamente, per regalare alla povera gente dei distretti lontana dall'opulenza di Capitol City.
Riuscirà il Potere ad eliminare la ragazza di fuoco? O la sua presenza in questi nuovi Hunger Games segnerà l'inizio di una storica rivolta?





Per una volta, le aspettative non sono state disattese: dopo il quasi disastroso primo episodio, mi aspettavo un secondo capitolo dedicato alle imprese dell'eroina più amata da quel pusillanime di Cannibal Kid, Katniss Everdeen, quantomeno all'altezza del precedente, e così è stato.
Ammetto di non aver letto i libri che hanno di fatto reso possibile la realizzazione di quello che è il fenomeno adolescenziale di massa principe del dopo-Twilight, ma senza dubbio alcuno abbiamo di fronte un affresco altrettanto desolante semplicemente realizzato grazie a mezzi produttivi migliori e poggiato sulle spalle di un cast che non deve neppure essere paragonato con quello della saga dedicata a Bella e Edward Cullen.
Tolti, infatti, il tema della ribellione contro il Potere costituito - da sempre ben visto da queste parti - e la splendida Jennifer Lawrence - e metto nel novero anche il fortemente fordiano Woody Harrelson e l'ottimo e sottovalutato Stanley Tucci -, quello che resta è un polpettone dal minutaggio quasi infinito basato esclusivamente su tempi morti conditi da dialoghi al limite del ridicolo ed una negazione della violenza che, almeno sulla carta, dovrebbe essere alla base non solo degli Hunger Games, ma della stessa vicenda, in grado di rendere il risultato finale più zuccheroso, posticcio e moralista dei più criticati tra i film Disney.
Certo, la produzione è quella delle grandi occasioni, i soldi e gli effetti non mancano, gli scenari sono suggestivi, gli spunti potrebbero anche esserci - parlo non solo in termini di massimi sistemi, ma anche di charachters rimasti in ombra come la battagliera Johanna - ma risulta davvero umanamente impossibile ignorare non solo la noia mortale di quasi due ore e mezza che si sarebbero potute ridurre almeno alla metà, il fatto che dietro la macchina da presa si trovi il responsabile di immondizie del calibro di Io sono leggenda e che, di fatto, si tratti della sequenza di raccordo di gran lunga meno sfruttata della Storia del Cinema - senza contare che l'ultimo capitolo, sulla scia di quella che ormai pare essere diventata una moda, sarà diviso in due parti -, ma anche e soprattutto il buonismo che circonda la protagonista - una vera e propria eroina sul modello dei peggiori numeri uno dei cartoni animati, bravi e buoni e puliti e puri e chi più ne ha, più ne metta neanche si trattasse di una schiera di Superman in erba - ed il suo galoppino, l'inutile Peeta interpretato da un Josh Hutcherson che funziona giusto perchè totalmente privo di carisma proprio come il personaggio cui presta il volto.
Ora, so bene che, se legata alle vicende di una serie di romanzi, la validità di una storia non può essere completamente imputata alla capacità di renderla interessante degli sceneggiatori, ma nel passato recente delle proposte blockbuster raramente mi è capitato di trovare un concentrato di considerazione del pubblico come fosse un grande branco di ingenui creduloni come in questo caso, tanto da riuscire a rendere possibile causa sfracellamento dei cosiddetti l'affievolimento del furore da bottigliate ed incazzatura, sostituito dalla speranza che tutto possa dichiararsi chiuso il più presto possibile e che i prossimi episodi di questa decisamente poco memorabile saga possano regalarci una durata massima di ottanta/ottantacinque minuti - a testa -.
Tutto questo a meno che Katniss non si tramuti di colpo in una - bellissima, su questo non c'è che dire - spaccaculi che non ha paura o remore a fare fuori qualche stronzo quando si tratta non solo di sopravvivere, ma anche di difendere, di fatto, ciò che ama: evidentemente, dalle parti di questi adolescenti in preda ad una noiosissima crisi ormonale, manca il piglio deciso dell'old school targata Expendables, che in due edizioni degli Hunger Games avrebbero già totalizzato il record assoluto delle uccisioni sul campo, ed esclusivamente come antipasto per la portata principale.
Ma purtroppo, questa resta un'altra storia.



MrFord


"Some far away 
some search for gold
some dragon to slay
heaven we hope is just up the road
show me the way Lord, because I am about to explode."
Coldplay - "Atlas" - 





lunedì 29 luglio 2013

La migliore offerta

Regia: Giuseppe Tornatore
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata: 124'





La trama (con parole mie): Virgil Oldman è uno dei critici d'arte e specialisti in aste più apprezzati del mondo. Schivo e solitario per natura, passa la maggior parte del suo tempo libero a proteggersi dal contatto con l'esterno e ad organizzare acquisti mirati insieme al suo vecchio amico Billy Whistler in modo da rendere la sua personale collezione di ritratti di donna sempre più consistente.
Quando viene contattato da una giovane intenzionata a commissionargli la valutazione delle opere ereditate dai genitori per organizzare un'asta delle stesse, Virgil viene travolto dallo strano mondo della ragazza, che soffre di agorafobia e vive reclusa nella villa di famiglia che sogna, un giorno, di poter vendere per poter tornare ad uscire e conquistare quel "fuori" che le è sempre mancato.
Tra i due, così diversi eppure in qualche modo simili, comincia ad instaurarsi un legame sempre più profondo, che dai primi conflitti li porterà a vivere una storia d'amore intensa ed unica quanto la collezione dello stesso Oldman.
Cosa sarà più importante, alla fine? L'arte o la vita? E all'asta per il cuore di Virgil chi farà la migliore offerta?





Lo ammetto: ho approcciato La migliore offerta - vincitore netto degli ultimi David di Donatello - con ben più di una perplessità, dalla confezione apparentemente laccata al regista, Giuseppe Tornatore, uno dei cineasti nostrani più amati e premiati all'estero dal sottoscritto sempre considerato fin troppo sopravvalutato.
Come spesso accade, poi, nei casi in cui le aspettative partano dal basso, ho finito non solo per considerare il film decisamente ben riuscito, ma anche per ritenerlo forse uno dei migliori del buon Tornatore, in grado senza dubbio di orchestrare con un piglio ed un respiro assolutamente internazionali un cast in grande spolvero riuscendo a portare sullo schermo tutto il fascino di una vicenda che intreccia un gusto ed una cornice assolutamente radical chic con un incedere a metà tra il melò ed il thriller di rimembranze polanskiane.
Sorretto come sempre con esemplare bravura da un ottimo Geoffrey Rush, l'impianto narrativo legato alla sceneggiatura scritta dallo stesso regista sfrutta alla perfezione il gioco di specchi fornito dalla storia d'amore tra i due protagonisti attirando l'audience in una direzione senza mostrare - almeno alla luce del sole, un pò come la giovane ed agorafobica Claire - quelli che sono i suoi reali intenti, scomodando grandi temi come l'Amore e l'Arte in modo che i piccoli dettagli, gli ingranaggi di un automa pronto a svelare la Verità, non possano essere individuati ed assemblati dallo spettatore, più impegnato a perdersi nel gioco delle parti che avvicina progressivamente Virgil e la già citata Claire - impagabili i loro litigi da ragazzini da una parte all'altra del muro - che non a cogliere il filo che lega tutti i misteriosi e splendidi ritratti che Oldman colleziona un'asta dopo l'altra grazie all'apporto del fedele amico Billy Whistler e lo stesso banditore, un uomo che si rifugia dal mondo eppure lo anela disperatamente, perso negli occhi, nei sorrisi e nei lineamenti di ognuna di quelle misteriose donne che custodisce nel suo caveau privato.
E in questo continuo rimbalzare di cuori, nella complessa lotta che parallelamente porta Virgil e Claire a specchiarsi l'uno nell'altra, si inserisce il solo apparentemente semplice e lineare personaggio di Robert, vero e proprio deus ex machina del riscopertosi in balìa dei sentimenti Oldman pronto ad aprire al suo interlocutore un mondo nuovo, ben più complesso e sfaccettato di quello delle opere e dei dipinti che lui conosce così a fondo, nel pubblico come nel privato: quello dell'amore e dell'universo femminile.
Ed ecco scendere prepotentemente in campo il concetto della "migliore offerta", tutto quello che ci giochiamo nell'asta più importante, quella per il cuore di chi ci sta di fronte: e tanto più profondi saranno i nostri sentimenti per lei, tanto più accanita sarà la concorrenza, più alto il rischio, più vibrante l'attesa di quel martello che batte il colpo che ci assegnerebbe la vittoria.
Ma davvero l'amore è un'asta? Un gioco al rialzo? Un azzardo? Una compravendita?
E' possibile imprigionare in un dipinto - o in dieci, cento, mille - l'essenza di una vita, di una storia, di qualcosa pronto a travolgerci e portarci via tutto quello che abbiamo?
Nessuno potrà mai dirlo.
Non potrà Claire, impegnata a rappresentare se stessa.
O Billy, generosamente coccolato dal suo ruolo di gregario.
O Robert, che rimetterà insieme i pezzi dell'automa in grado di rivelare la Verità senza poterla scoprire davvero.
O Virgil, che dovrà ricominciare da capo, e scoprire cosa accade quando la pagina è voltata, la tela vuota, lo specchio in pezzi.
A volte la migliore offerta è accettare di essersi buttati ed avere perso, ed essere ancora più desiderosi di ricominciare.


MrFord


"I just called to say I want you to come back home
I found your picture today
I swear I'll change my ways
I just called to say I want you to come back home
I just called to say, "I love you. Come back home""
Kid Rock feat. Sheryl Crow - "Picture" -


giovedì 27 giugno 2013

Sei gradi di separazione

Regia: Fred Schepisi
Origine: USA
Anno: 1993
Durata: 112'




La trama (con parole mie): Ouisa e Flan, due ricchi beniamini della società bene e radical chic newyorkese, nel corso di una serata passata con l'amico di lunga data Geoffrey alla ricerca di un finanziamento per un affare legato ad un Cezanne, si ritrovano in casa il giovane Paul, che afferma di essere stato compagno di scuola dei loro figli nonchè il figlio del divo afroamericano Sidney Poitier. La serata che segue è così piacevole che i coniugi sviluppano una sorta di curiosa attrazione per Paul, nonostante siano costretti a cacciarlo la mattina successiva dopo averlo trovato a letto con uno sconosciuto rimorchiato durante la notte.
Lo stesso tipo di esperienza, come i due scopriranno raccontando la vicenda nel corso dei numerosi appuntamenti da salotto, è stata vissuta anche da altre coppie: la curiosità, dunque, avrà la meglio, e un gruppo di famiglie si ritroverà ad investigare sulla vera identità di quel curioso ed improvvisato ospite di una notte.





Era da parecchio tempo che in casa Ford si attendeva il passaggio di Sei gradi di separazione, pellicola di chiara origine teatrale che ancora mancava alla lista delle visioni di Julez, che, di contro, parlando dello stesso regista, lo scorso anno mi aveva anticipato proponendo Roxanne, che ero invece io a non avere mai visto.
Fred Schepisi, uno dei tanti artigiani della settima arte rimasto sempre in bilico tra le produzioni di nicchia ed i grandi successi commerciali, trova con questo lavoro l'apice creativo della sua carriera, e trasforma una sorta di concerto da camera in una vera e propria sinfonia di attori, situazioni e battute di uno script davvero di ottimo livello, trasformando l'allora divo del piccolo schermo Will Smith in un attore completo - insieme ad Alì di Michael Mann, siamo di fronte senza dubbio alla sua migliore performance - e regalando una riflessione per nulla scontata sulla lotta di classe e la casualità della vita che ha il pregio di non apparire mai troppo leggera o pesante, in equilibrio sul sottilissimo filo del Caso e rappresentata alla grande - e con un radicalchicchismo mai irritante, quanto più ironico e divertito - da un quadro di Kandinsky che resta cucito addosso al giovane protagonista Paul, ragazzo di strada alla scoperta di un mondo a lui completamente sconosciuto come quello dell'elite culturale ed economica newyorkese fatta di party, matrimoni, chiacchiere tra un affare milionario e l'altro, cene organizzate per uomini che non hanno contanti nel portafogli ma cifre astronomiche da girare senza battere ciglio da un conto corrente all'altro.
L'epopea di Paul, passato dall'essere considerato una minaccia allo status di figlio acquisito - in tutti i sensi - dei sofisticati e a tratti ridicoli Ouisa e Flan, è come una tempesta che si abbatte su un universo che non conosce drammi che non siano dati da una camicia rosa regalata impunemente o al rendersi protagonisti con aneddoti "borderline" al pranzo successivo: raramente, nella Storia della settima arte, si era visto portare sullo schermo con la stessa levità un tema normalmente trattato come conflittuale e teso, quasi come se il cuore urbano di Paul si fondesse con l'eleganza delle riprese, in equilibrio tra piani sequenza e dialoghi fittissimi, del mondo dorato che lo stesso protagonista invade più o meno pacificamente.
Non è un caso, in questo senso, che la parte più drammatica del lavoro di Schepisi sia quella dedicata al rapporto tra Paul e la coppia di aspiranti artisti formata da Elizabeth e Rick, destinata a crollare sotto il peso del carisma del charachter interpretato da Will Smith proprio perchè, come lui, costretti a lottare ed arrancare senza riuscire a giungere neppure ad un briciolo del successo dell'altra metà di New York, quella del denaro e delle posizioni che contano.
Come se non bastasse, a queste riflessioni decisamente importanti, si aggiungono quella legata al rapporto tra padri e figli - curioso quanto Paul sia sinceramente interessato a compiacere ogni suo ospite, proprio mentre le famiglie da lui visitate paiono un concentrato di scontri e conflitti tra generazioni - ed una seconda che, di fatto, mostra il lato self-made che sta alla base della filosofia USA, trovando in Paul un alfiere perfetto ispirato da un'altra figura venuta dalla strada ed affermatasi come una delle più importanti dello stardom hollywoodiano di qualche decennio fa, Sidney Poitier, forse il primo, grande divo afroamericano a tutto tondo.
Proprio nella presentazione ad opera del giovane truffatore del presunto padre e della loro storia troviamo la sequenza più importante e meglio realizzata di una pellicola che ancora oggi, a distanza di vent'anni, conserva fascino ed interesse sociale, in barba, per una volta, anche alla mia ostilità allo stile radical chic che in questo caso è stato reso dal regista come una riuscitissima parodia senza per questo apparire come un quadro senz'anima.
E si torna a Kandinsky, e a Paul.
A volte, per comprendere l'ordine, occorre che il caos getti il mondo nello scompiglio più assoluto.
E non è detto che sia un male venuto per nuocere.


MrFord


"I want to be naked, running through the streets
I want to invite this so called chaos, that you’d think I dare not be
I want to be weightless, flying through the air
I want to drop all these limitations and return to who I was meant to be."
Alanis Morissette - "So-called chaos" - 


venerdì 31 maggio 2013

Space cowboys

Regia: Clint Eastwood
Origine: USA
Anno: 2000
Durata: 130'




La trama (con parole mie): Frank Corvin, roccioso e testardo ingegnere in pensione con alle spalle una carriera intera costruita alla NASA, viene convocato dall'Agenzia a seguito del guasto ad un satellite che lui stesso ha progettato in modo da sovrintendere alle riparazioni. 
Corvin, però, non ci sta, ed intende riportare in orbita la sua vecchia squadra, composta, oltre che da lui, da Tank Sullivan, il marpione Jerry O'Neill ed il pilota Hawk Hawkins, che proprio con Frank ha un conto in sospeso che ha incrinato la loro amicizia.
La proposta è accolta con molto scetticismo dai vertici della NASA, che promettono di considerare la situazione solo a condizione che ognuno dei quattro si riveli ancora in grado di superare i test che permettono di ricevere l'autorizzazione per una missione nello spazio: ovviamente i vecchi leoni accettano di buon grado la sfida, sopperendo alle defezioni fisiche con ironia, intelligenza ed uno spirito praticamente indomabile.



Questa recensione prende parte alle celebrazioni per il Clint Eastwood Day.



Le iniziative legate ai compleanni di attori e registi, partite a gennaio grazie ad una geniale idea di Frank Manila, sono state un'occasione unica di aggregazione per noi bloggers cinefili, nonchè un modo per farci conoscere non solo come individualità, ma come squadra, in un modo o nell'altro: ovviamente, quando la scelta è ricaduta su Clint Eastwood, non ho potuto che gioire doppiamente di questo tipo di celebrazioni.
Non è un mistero, infatti, che qui al Saloon il grande uomo dalle due espressioni sia uno dei nomi di riferimento non soltanto del Cinema a stelle e strisce, ma mondiale, nonchè, a mio parere, il John Ford dei nostri giorni, l'interprete maggiore della cultura americana nella sua migliore accezione, un narratore che non ha mai smesso di mettersi in gioco come se si potesse - e, in effetti, è proprio così - continuare ad imparare anche quando si è finito per superare i propri Maestri: per festeggiare il suo ottantatreesimo compleanno, però, la mia scelta non è ricaduta su pietre miliari come Gli spietati o Million dollar baby - già passati da queste parti -, ma su uno dei successi commerciali maggiori del vecchio cowboy - quello vero -, una dramedy d'avventura in grado di esaltare il concetto di old school che qualche anno dopo il solido Clint avrà modo di fotografare al meglio con un altro dei suoi Capolavori - parlo, ovviamente, di Gran Torino -, Space cowboys.
Omaggio divertito e divertente ai tempi andati, questo curioso incrocio tra il drammone d'avventura a stelle e strisce e la commedia dolceamara quasi Sundance-style legata all'inesorabile scorrere della sabbia nella clessidra è un gioiellino dal primo all'ultimo minuto, sottovalutato da parte della critica illustre ai tempi della sua uscita perchè definito troppo commerciale eppure perfetto nell'andare a fondo di quello che è lo spirito indomabile non soltanto di chi si considera alla fine soltanto alla fine, e non nel percorso che porta ad essa, ma anche della parte buona dell'approccio made in USA, quello che permette a tutti di fare tutto, sempre che quei tutti siano disposti a dare e a fare quello stesso tutto.
Il gruppo di protagonisti è letteralmente perfetto, dal sempre granitico Clint alla sua eccezionale spalla/rivale, un Tommy Lee Jones mai così in forma, senza dimenticare James Garner ed il sempre mitico Donald Sutherland, che tra donne, vista offuscata e memoria di ferro - esilarante la gag dell'esame di controllo degli occhi - è senza dubbio l'uomo perla di questi fantastici quattro dello spazio: come sempre, comunque, nei film firmati da Eastwood, il meglio dell'esperienza si ha sempre nel percorso che porta al suo compimento - e torniamo al discorso legato alla fine -, da una prima parte decisamente divertente - il confronto tra i quattro pensionati e gli arrembanti piloti di nuova generazione è impagabile - ad un crescendo più teso ed un finale che, se non amaro, costituisce la prova della coscienza che Clint ha del fatto che nella vita difficilmente ci sarà spazio per una vittoria schiacciante.
Al massimo una rivincita, la prova che un segno può essere lasciato, ma che il prezzo di quello stesso segno sarà sempre un passo oltre la nostra portata di semplici uomini.
E così, dalla sequenza della rissa nel bar - il confronto Eastwood/Jones è uno dei pezzi di amicizia virile migliori insieme ai dialoghi tra Walt Kowalski ed il suo barbiere nel già citato Gran Torino che io possa ricordare sul grande schermo - a quel finale beffardo, ironico ed inesorabilmente amaro c'è tutto il percorso della poetica eastwoodiana, c'è quel "andata aereo, ritorno macchina" di Maggie, l'incredulità della madre della giovane donna che sposò William Munny, noto criminale ed assassino, c'è il riscatto al pari della fallibilità, la vittoria pronta a correre accanto all'inesorabile sconfitta che attende tutti noi, destinati al nulla e all'addio.
E se la Luna deve essere l'obiettivo, il sogno, la dichiarazione che non siamo domi neppure quando il Tempo ce lo impone, allora verso la Luna si volerà, incuranti del fatto che possa essere considerata un'impresa folle: in fondo, la Frontiera è solo una linea.
Sta ai cowboys cavalcare lungo la stessa, e decidere se rimanere in equilibrio, tornare sui propri passi o andare oltre.
Fortunatamente per noi, Clint è il numero uno di tutti gli uomini con due espressioni.
E dei cowboys.
Spazio oppure no.


MrFord


"Fly me to the moon
let me play among the stars
let me see what spring is like
on Jupiter and Mars."

Frank Sinatra - "Fly me to the Moon" -




Partecipano con due espressioni ai festeggiamenti anche i blog:

50/50 Thriller - Fino a prova contraria
500 film insieme - I ponti di Madison County
Bette Davis Eyes - J. Edgar
Bollalmanacco di cinema - Mezzanotte nel giardino del bene e del male
Combinazione Casuale - Per un pugno di dollari
Director's cult - Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo
Era meglio il libro - Assassinio sull'Eiger
Ho voglia di cinema - Mystic River
Il cinema spiccio - La recluta
In central perk - Invictus
Montecristo - Cacciatore bianco cuore nero
Movies Maniac - Gran Torino
Pensieri Cannibali - Changeling
Scrivenny - Gli spietati
Triccotraccofobia - Un mondo perfetto

sabato 10 settembre 2011

The mechanic - Professione assassino

Regia: Simon West
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 93'
La trama (con parole mie): Arthur Bishop, che sbarca il lunario facendo il "meccanico" - ovvero sistemando scomodi guasti nel sistema a suon di omicidi puliti puliti ma così puliti che pare proprio che omicidi non siano -, viene incaricato dalla sua agenzia di eliminare il suo mentore a seguito di un affare andato male, pare, proprio a causa del doppio gioco di quest'ultimo. 
Senza troppo pensarci - e poi è un bene, perchè altrimenti manderebbero qualcun'altro - il nostro esegue il compito, e così, senza quasi volerlo, si ritrova a sua volta maestro del figlio ben poco pulito del suddetto mentore, cui cercherà di insegnare il mestiere.
Inutile dire che sarà l'inizio dei guai, per il buon Bishop, che proprio quando pare essere inserito nel pieno di un film d'azione e formazione si ritrova non si sa come bersaglio della sua stessa organizzazione, e allora il mentore non era colpevole e loro sono tutti brutti e cattivi, e non resta che fare piazza pulita.
Ma pulita pulita.



Da frequentatori del saloon, ormai ben saprete che razza di tamarro riesco ad essere, a volte.
Allo stesso modo, dai tempi della visione di Expendables, Jason Statham - precedentemente quasi ignorato, colpevolmente - è diventato il riferimento assoluto del genere action attuale, nonchè unico grande erede della tradizione degli Stallone, degli Schwarzenegger e dei Bruce Willis che ormai non ne fanno più come una volta.
Eppure, anche con tutta la buona volontà, non si può certo affermare che, in questo caso, il buon Jason abbia fatto centro.
Certo, soprattutto nella prima parte, The mechanic scorre via senza troppi incidenti neanche fosse il più classico dei film d'azione da serata in tv, pur con la sua troppo ristretta dose di sparatorie, esplosioni, scazzottate ed inseguimenti, rimanendo però a galla con l'idea di un possibile addestramento da parte del cazzutissimo protagonista all'indirizzo dell'allievo, più propriamente testa di cazzo.
Una cosa come se Statham fosse stato un jedi pronto a prendere sotto la sua ala lo scavezzacollo e non sempre stabile giovane Anakin.
E invece qualcosa accade, più o meno a metà del minutaggio: probabilmente, a seguito di una sbronza colossale, un rapimento alieno o qualche botta in testa di troppo - sarà stato lo stesso Statham!? - gli sceneggiatori decidono che la logica può tranquillamente fare la fine del povero e sempre grande Donald Sutherland e danno inizio ad un conflitto tra la nostra coppia non proprio rodata di assassini e l'organizzazione cui fanno capo, sulla base di una scoperta improvvisa quanto piovuta dal cielo del protagonista, che non si sa come o perchè, in aeroporto incontra per caso - seguendolo, ovviamente, perchè è normale seguire un tizio dato per morto - uno degli uomini deceduti nell'operazione resa vana dal maestro che lui stesso si è incaricato di uccidere, vanificando dunque l'accusa e l'omicidio stessi.
Da quel momento, come accade per gli horror di fattura peggiore, l'attesa per la conclusione della pellicola diviene spasmodica, ed il cervello, ricevuto il permesso di libera uscita dai suddetti autori dello script, prende a vagare nel vuoto, neppure ancorato alla realtà da qualche sano scambio di pugni e calci come si converrebbe ad un vero Expendable: così, nonostante il - telefonato, ma d'effetto - colpo di scena conclusivo, si sprofonda inesorabilmente nella sensazione di stare assistendo ad un film inutile nell'accezione negativa del termine, completamente privo d'ironia e dell'aura sborona ed eccessiva che aveva reso così speciali Transporter e Crank.
Peccato, perchè una cosa totalmente ignorante e chiassona ci sarebbe stata alla perfezione, e soprattutto perchè quando le pellicole potenzialmente chiassone ed ignoranti tentano di darsi un tono, in genere, finiscono per risultare indigeste anche per chi, al contrario, era pronto a rendere il giusto omaggio al loro essere trash di culto. 
C'è solo da sperare che per Statham sia stata soltanto una battuta d'arresto momentanea e che il nostro torni a fare quello che sa fare meglio, senza l'inutile zavorra del killer filosofo silenzioso e saggio che, sinceramente, gli si addice come se al posto della birra chiedesse al pub un bel the freddo.


MrFord


"Those who died
are justified
for wearing the badge, they're the chosen whites
you justify
those that died
by wearing the badge, they're the chosen whites
those who died
are justified."
Rage against the machine - "Killing in the name" -


martedì 30 agosto 2011

Come ammazzare il capo... E vivere felici

Regia: Seth Gordon
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 98'


La trama (con parole mie): Kenny, Nick e Dale sono tre amici dai tempi del liceo con un problema in comune: tutti vivono situazioni frustranti e al limite della sopportazione con i loro capi, tre individui che non presenterebbero neppure al loro peggiore nemico. Anche perchè sarebbe come presentarli a se stessi.
Dave Harken - direttore di Nick -, è uno sfruttatore che porta le frustrazioni della sua vita privata in ufficio vessando continuamente i suoi dipendenti e facendo passare il tutto come un favore; Julia - capo di Kenny - è una ninfomane mangiauomini che sogna di approfittare di lui sul corpo inerte della sua fidanzata anestetizzata, e Bobby Pellit - principale di Dale - ha ereditato l'azienda dal padre solo per usarla come portafoglio personale e risorsa per l'acquisto di ingenti quantità di cocaina.
Quando, dunque, il limite viene superato per l'ennesima volta, i nostri decidono di assumere un professionista che si incarichi di eliminare gli scomodi superiori in modo da poter vivere una vita più serena: ma i guai inizieranno non appena "Motherfucker" Jones prenderà in carico l'insolito compito di consulente in omicidi.



Credo che - e sono piuttosto sicuro vi siano pochi dubbi in proposito - almeno una volta nella vita ognuno di noi abbia pensato che tutto, dall'ufficio al mondo intero, sarebbe migliorato se il capo di turno fosse scomparso dalla circolazione, possibilmente soffrendo tutte le pene che lo stesso doveva aver inflitto nel corso della sua carriera ai malcapitati sottoposti di turno in una sorta di contrappasso dantesco di matrice quasi fantozziana.
Personalmente, spesso e volentieri ho immaginato cruentissimi match di pugilato a senso unico o cicloni di bottigliate in pieno viso di alcuni dei capi che ho avuto nel corso del mio percorso lavorativo, e ancora oggi non disdegno di dedicare almeno un momento della giornata a pensieri ricreativi ed antistress come questo: l'approccio a questa commedia nera, dunque, non poteva essere che di un'empatica partecipazione, nel pieno rispetto delle situazioni che vive la maggior parte della gente che non possa permettersi di stare al vertice della catena alimentare lavorativa o - ancora meglio - possa svolgere un lavoro completamente autogestito.
E devo ammettere che, nonostante un livello certo non altissimo, questa divertente commedia tutto sommato si merita l'empatia di partenza, riuscendo nell'intento di proporsi come una buona soluzione da weekend rigenerativo dopo la settimana passata sul posto di lavoro: i tre protagonisti, che paiono un incrocio dei tipici sfigati Apatow-style e degli sciamannati di Una notte da leoni, giocano con le fantasie di ogni lavoratore dipendente regalando spesso e volentieri momenti di divertimento basso ma profondamente godurioso, aiutati da grossi nomi come Kevin Spacey, Donald Sutherland, Jamie Foxx e Colin Farrell a portare a casa il risultato con il sorriso sulle labbra e senza neppure sforzarsi troppo.
Proprio l'utilizzo delle star affermate si rivela l'idea vincente di Gordon, che sfrutta al meglio un'inedita Jennifer Aniston mangiauomini, un "Motherfucker" sotto le righe e soprattutto uno spassosissimo Bobby Perrit/Colin Farrell, che con i nunchaku ed una casa che pare uscita dall'incrocio tra l'Hemingway cacciatore sbronzo e Tamarreide si aggiudica la mia personale preferenza tra i boss che i nostri si troveranno ad eliminare.
Curioso invece il ruolo di Kevin Spacey, che si ritrova in una situazione all'opposto di quella che lo vide come dipendente represso anni fa in American Beauty, e porta a casa la pagnotta senza sforzarsi neppure troppo, shakerando la sua versione psicopatico con quella vista in Americani.
Certo non stiamo parlando di una pellicola destinata a fare storia, dunque, ma che si lascia guardare dignitosamente intrattenendo e strappando ben più di una risata - la scena della cocaina sul tappeto ed il faccia a faccia tra Harken e Pellit sono momenti degni dei migliori seguaci di McLovin -, fornendo l'intrattenimento necessario per un giorno ben lontani - fisicamente e mentalmente - dal posto di lavoro e sicuramente molto migliore di quanto non potesse sembrare sulla carta, o leggendone il consueto pessimo adattamento italiano del titolo.
Inutile dire, inoltre, che se l'escalation dei guai che i protagonisti collezioneranno come figurine con il passare dei minuti porterà ad un finale che per certi versi potrà risultare telefonato, i nostri sapranno sorprendere lo spettatore in ben più di un'occasione, dal whisky alle otto del mattino alla sequenza dell'iniezione antiallergica per giungere a quella della confessione di Harken, e arriveranno alla conclusione con il tifo dell'audience tutto per loro, benchè si tratti, a ben guardare, di tre cazzoni da record che, forse, nessuno di noi vorrebbe come colleghi.
E, chissà, neppure come "sottoposti".
Ma questo non lo si ammetterà mai, perchè tra noi che apriamo gli ombrelli quando piove merda e non possiamo permetterci di guardare verso l'alto, esiste da sempre un tacito accordo di solidarizzazione.
O almeno, questo è quello che si spera sempre.

MrFord

"Monday, you can hold your head
Tuesday, Wednesday stay in bed
or Thursday - watch the walls instead
it's Friday, I'm in love."
The Cure - "Friday I'm in love" -

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