martedì 15 giugno 2010

Italia - Paraguay (1-1)

L'ultima partita di un mondiale che mi è capitato di vedere è stata memorabile sotto ogni punto di vista.
Correva il luglio 2006, venivo di corsa da una convention di fumetti a Novara nelle vesti di autore - ricordo che finimmo il limoncello dell'osteria dove cenammo - e, nel grande teatro del Palacucco, rimasi con il fiato sospeso fino all'ultimo - e decisivo - rigore calciato da Grosso.
Era una vita - nel 1982 ero troppo piccolo per ricordare qualcosa - che inseguivo una vittoria dell'Italia ai mondiali, sfumata più volte dal dischetto - 1990, 1994, 1998 -, e mi trattenni il più possibile, almeno fino alla certezza di poter finalmente veder sollevata la coppa.
Al mio fianco, durante quella fatidica lotteria, c'era Julez, che nel frattempo, da amica che chiamai il giorno seguente per sapere come e con chi ero tornato a casa - tutt'ora non ricordo cosa accadde, da un certo punto in poi di quella notte - è diventata mia moglie.
In quattro anni molte cose possono cambiare, ma alcune, inevitabilmente, restano: l'emozione di un mondiale è sempre grande, e l'approccio dei "ragazzi", non ci sono ct e formazioni che tengano, è lo stesso.
Con gli azzurri occorre straordinariamente soffrire, non importa quale squadra ci si trovi a fronteggiare.
Neanche il certamente non insidioso Paraguay, una squadra che ha le stesse probabilità di vincere il mondiale di Cassano ai tempi delle convocazioni.
Del resto, è ormai di buon auspicio, per noi, patire tremendamente il girone di qualificazione per poi liberare il famoso cuore italiano - a volte è stato più aulicamente chiamato culo - dagli ottavi in poi.
Speriamo che, anche quest'anno, la gloriosa tradizione del deretano sia dalla nostra parte, nonostante l'antipatia evidente del Paul Newman di Viareggio e l'assoluto anonimato della nostra compagine - ma davvero ci credete che il numero dieci è Totò Di Natale!?!?!? -, che ci delizia con la schiena rotta di Buffon, i buchi di Cannavaro, l'imbullonamento al campo di Zambrotta e Iaquinta, la grazia femminea di Montolivo e la corsa senza requie e senza ragione di Pepe, che forse dovrebbe prendere fiato, per evitare di ciccare clamorosamente ogni passaggio - o tiro - alla fine di una sgroppata.
Non a caso l'assist per il gol di DeRossi è venuto proprio dal suo piede, su palla inattiva. Inattiva, appunto.
Ad ogni modo, poteva andarci peggio, e la fiducia resta, anche se sono ben lontani i giorni in cui era Roberto Baggio a farci sognare.
Domenica ci aspetta la Nuova Zelanda, una delle mie mascotte di questo Sudafrica 2010, che se esiste un Dio del calcio dovremmo seppellire almeno con un sonoro quattro a zero: ma visto che, almeno nel caso degli azzurri, niente è certo, voglio guardare avanti senza pensarci troppo, confidando in quello che, fondamentalmente, continua a farmi trepidare in queste occasioni. L'emozione.
Perchè se liberiamo la mente dalle banalità, il calcio - come ogni altro sport, visto con gli stessi occhi e lo stesso entusiasmo - è come il Cinema: una grande epopea che esiste con l'intento di fabbricare meraviglia, capace di divertire e commuovere, interpretata da grandi stelle e comparse invisibili ed orchestrata da registi a volte d'eccezione.
E se vi era rimasto anche un solo, lontanissimo dubbio che io fossi uno di quei cinefili che a parte la poltrona della sala e il radicalchicchismo non pensano neppure ad avvicinarsi ad un pallone, fugatelo senza paura.
Qui si gioca, si tifa - con goduria, mica frustrazione come i signori della Lega Nord che ho letto aver esultato al gol del Paraguay -, si sogna.
Tanto, una scusa per la sbronza post partita, si trova sempre.

"Po, poroppoppò, po."
MrFord

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