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lunedì 1 febbraio 2016

Joy

Regia: David O. Russell
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 124'






La trama (con parole mie): Joy è una giovane donna che, fin dall'infanzia, ha coltivato senza arrendersi i propri sogni ed un talento particolare nell'inventare oggetti che potessero migliorare la vita di tutti i giorni alle persone. Incapace di non prendersi cura della propria famiglia, dai genitori disequilibrati e divorziati, ai due figli, all'ex marito - che vive sotto il loro stesso tetto -, rimbalzando tra lavori saltuari e sogni alimentati dalla visione che l'amorevole nonna ha di lei, quasi per riprendersi dallo sconforto dell'amara quotidianità Joy disegna ed elabora un mocio in grado di strizzarsi da solo senza l'utilizzo delle mani, con una struttura smontabile che permette allo stesso di essere lavato in lavatrice e, dunque, riutilizzato come fosse nuovo ogni volta.
Per poter finanziare il suo progetto, chiede aiuto al padre ed alla sua nuova fidanzata, finendo per rimanere intrappolata in una sorta di impresa a conduzione famigliare e mandata alla ribalta nel mondo delle televendite televisive: riuscirà Joy a realizzare il suo sogno, e ad affermare la sua indipendenza ed abilità?












Frequentatori assidui del Saloon o no, penso sia chiaro quanto il sottoscritto sia profondamente legato alla cultura ed all'approccio made in USA: il concetto di seconda possibilità, quello di outsider pronto ad uscire alla distanza grazie alla determinazione, il riconoscimento del talento a prescindere dal nome o dai contatti, lo spirito indomito e molto legato alla Famiglia, alla terra - una cosa che fa molto vecchio West o Via col vento - mi hanno sempre fatto pensare che, sotto molti aspetti, sarei stato molto meglio in terra americana che non qui, nel vecchio stivale, e nonostante le loro contraddizioni, assurdità e follie amerò sempre i nostri amici stars and stripes larger than life.
Devo ammettere, inoltre, di avere anche una certa familiarità con il concetto di vendita, il confronto con il pubblico ed il rapporto che si ha con qualcuno con il quale, fondamentalmente, si trova un equilibrio che possa soddisfare il più possibile entrambi: dunque, sulla carta, Joy aveva tutte le caratteristiche per trovare terreno fertile, in casa Ford, considerata anche e soprattutto la presenza di una delle attrici maggiormente amata da queste parti - per motivi non solo attoriali -, Jennifer Lawrence.
Purtroppo, però, pur non presentandosi affatto come un brutto film - ma, al contrario, come uno di quei prodotti godibili ai quali si finisce sempre per dare un'occhiata quando passano in tv senza di fatto annoiarsi mai davvero - ed avendo coinvolto emotivamente il sottoscritto più del precedente American Hustle, Joy è risultato non solo assolutamente convenzionale rispetto al classico schema del film sulle seconde possibilità e l'American dream, ma anche quel particolare tipo di prodotto a stelle e strisce che, se affrontato da chi, al contrario di questo vecchio cowboy, è allergico agli USA ed al loro Cinema, finisce per alimentare la già scarsa simpatia rispetto agli stessi.
In questo senso David O. Russell, che fino a qualche anno fa - soprattutto con l'ottimo Il lato positivo - pareva lanciato verso una carriera molto più "alta", conferma i sospetti già nutriti rispetto al già citato American Hustle di essere "solo" un artigiano particolarmente dotato, ma certo non un cineasta in grado di raccogliere l'eredità dei grossi calibri della settima arte made in USA: come già sottolineato, la pellicola in sè funziona, è ben realizzata e poggia sulle spalle di un'ottima Jennifer Lawrence, sempre bravissima e bellissima - nonostante il rischio che possa diventare una sorta di nuova e giovane Meryl Streep diviene ad ogni stagione più grande -, supportata da un cast altrettanto ben assemblato - ho trovato molto funzionali soprattutto Bradley Cooper, che qualche anno fa, ai tempi di Alias, non avrei neppure lontanamente immaginato in grado di maturare in questo modo, ed Edgar Ramirez -, un comparto tecnico ed una colonna sonora efficaci ed una tipica evoluzione emozionale pronta a toccare le corde giuste per solleticare la lacrimuccia.
Peccato che, a conti fatti, e come giustamente ha sottolineato anche Julez, si tratti di un film come ne esistono e ne esisteranno tanti, troppi altri - per essere rudi, il tipico titolo un pò ruffiano del periodo degli Oscar -, o un prodotto - per sfruttare un paragone attinente all'argomento trattato dalla pellicola - che non ha nulla per spiccare neppure se messo in mano ad un venditore fenomenale - in questo caso, la stessa Jennifer di noi tutti -: elementi, inoltre, come la voce narrante della nonna ed un paio di spunti quasi favolistici finiscono per spingere troppo il pedale sullo zucchero facile, finendo per alimentare i dubbi perfino di un americano d'adozione come il sottoscritto.
Interessante, invece, il tema della Famiglia con tutti i suoi aspetti più o meno piacevoli, legato a doppio filo a figure apparentemente presenti eppure profondamente negative - il padre, la sorellastra - ed altre scombinate eppure decisamente positive - l'ex marito -: non voglio, comunque, far scontare troppo la pena a Joy, che in tutta onestà mi è parso un lavoro genuino e di pancia, e che mi sono comunque goduto, quanto semplicemente ammettere la delusione rispetto al suo regista ed al risultato, che sta stretto al Cinema americano ed alle sue potenzialità.




MrFord




"A little less conversation, a little more action please
all this aggravation ain't satisfactioning me
a little more bite and a little less bark
a little less fight and a little more spark
close your mouth and open up your heart and baby satisfy me
satisfy me baby."
Elvis Presley - "A little less conversation" - 






giovedì 28 gennaio 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): prosegue la marcia d'avvicinamento alla sempre stimolante kermesse degli Oscar, con un altro titolo che, almeno in un paio di categorie, potrebbe essere protagonista.
Al suo fianco a fare la voce grossa questo weekend in sala il remake di un cult che nessuno di noi della vecchia scuola avrebbe mai voluto vedere, e come di consueto, purtroppo, quella piaga del mio socio e co-conduttore della rubrica, Cannibal Kid.
Cercate, dunque, di fare conto che lui non esista e godetevi i commenti del sottoscritto.



"Evvai! Corro a sposarmi con Ford!"

Joy

"Cannibal, se provi a sabotare il mio matrimonio con Ford, ti faccio saltare le cervella!"
Cannibal Kid dice: C'è Jennifer Lawrence e ciò basta per rendere Joy una visione imperdibile. E infatti l'ho già visto. Il responso arriverà a breve. Nel frattempo vado a pulire con il mio mocio vileda questo blog dalla presenza nefasta di Mr. Ford.
Ford dice: Jennifer Lawrence è un argomento che un film dovrebbe sempre avere, per assicurarsi la visione del sottoscritto. Russell, invece, pare essere arrivato all'ultima possibilità, dopo le recenti delusioni.
Joy si rivelerà dunque un richiamo per le bottigliate delle grandi occasioni o un rilancio per un autore che ha finito forse troppo spesso per mettere d'accordo, nel bene o nel male, il sottoscritto e Cannibal?



Point Break

Il weekend giusto per Ford. Un pò meno per Cannibal Kid.
Cannibal Kid dice: Point Break nuova versione si candida a titolo di remake meno necessario dell'anno. E forse di sempre. Le possibilità che riesca a essere mitico anche solo lontanamente quanto l'originale sono parecchio basse. Le possibilità che sia una porcatona fordiana in piena regola sono invece molto alte.
Ford dice: Point break è inimitabile. E solo il pensiero di poterne girare un remake dovrebbe essere considerato un reato. Una cosa perfino peggiore di avere gusti simili a quelli del mio compare di rubrica.



L'abbiamo fatta grossa

"Quei due bloggers? Non li scritturerei neanche per un film tragico!"
Cannibal Kid dice: Carletto Verdone negli ultimi tempi sembra essere entrato nella fase discendente della sua carriera, però se c'è da vedere un suo nuovo filmetto, me lo sparo senza problemi. Il problema è che qui è affiancato da Antonio Albanese che, dopo il curioso Uomo d'acqua dolce, ha presto finito per annoiarmi. Spero che qui non prenda il sopravvento sulla componente verdoniana, così come spero che Ford non prenda mai il sopravvento in questa rubrica. Altrimenti ci sarebbe davvero da sbadigliare.
Ford dice: Verdone e Albanese, nonostante le loro poco interessanti produzioni recenti, sono due volti del Cinema e non solo italiani cui non posso fare a meno di voler bene. Dunque, se dovesse capitare, una visione a questo L'abbiamo fatta grossa la darò.
Quella di Cannibal Kid, invece, me la risparmio volentieri.



Una volta nella vita

"Quel Cannibal Kid è un tipo pericoloso, non lo vogliamo ad insegnare nella nostra scuola. Per non parlare di Ford."
Cannibal Kid dice: Pellicola francese di ambientazione scolastica che affronta il tema della Shoa. Sarà una frizzante visione adolescenzial-cannibale, oppure una noiosa lezione di Storia per professorini alla Mister James Ford?
Ford dice: in piena Road to the Oscars, sinceramente, faccio a meno dei recuperi forzati e scolastici.
Li lascio volentieri a Cannibal Creed, che pensa ancora di essere ai bei tempi del liceo.



The Eichmann Show

"Certo che questi due bloggers sono davvero soggetti da studio."
Cannibal Kid dice: In occasione del Giorno della Memoria, è approdato nei cinema italiani questo film di stampo storico-documentaristico che sembra tanto una roba buona per Ford. Io mi sa che passo.
Ford dice: una cosa che mi infastidisce della cultura italiana è lo sfruttamento selvaggio di occasioni come il Giorno della Memoria. Può starci, per carità, ma penso che neppure il Cannibale riuscirebbe ad essere così figlio del marketing. Passo.



Doraemon il film: Nobita e gli eroi dello spazio

"Manca solo quel pusillanime di Cannibal Creed, e poi siamo pronti per la nostra gita."
Cannibal Kid dice: Doraemon e Nobita li lascio volentieri ai miei nipotini. E a quell'eterno bambinone di James Ford. O altrimenti che rimangano pure nello spazio. Sia loro che Ford.
Ford dice: Doraemon è un personaggio che ho sempre ben accolto da queste parti, ma considerato che la passione per il gatto del futuro del Fordino si è spenta presto, direi che posso tranquillamente passare la mano.
E spedire il mio antagonista nello spazio per un viaggio di sola andata.


sabato 26 dicembre 2015

Ford Awards 2015: del peggio del nostro peggio

La trama (con parole mie): e così, festività alle spalle, giungiamo alla parte dei Ford Awards dedicata ai film, che come di consueto vedrà i peggiori titoli usciti in sala nel duemilaquindici tra quelli visionati dal sottoscritto aprire le danze.
Questo è un Ford Award a cui tengo molto, e che negli anni ha riservato davvero grandi perle: onestamente, considerate le numerose delusioni degli ultimi dodici mesi, pensavo avrei fatto molta più fatica a scegliere questi "magnifici" dieci, ma evidentemente avevo messo in conto anche schifezze cronologicamente precedenti allo scorso gennaio.
Poco male, comunque. Avremo materia in abbondanza per rischiare la sboccata prepotente neanche avessimo esagerato parecchio con le bevute delle feste.


N°10: REVERSAL - LA FUGA E' SOLO L'INIZIO di JOSE' MANUEL CRAVIOTO



Una cosa che proprio non ho mai digerito di horror, thriller ed affini è la mancanza di logica. Reversal è praticamente un inno a questo non proprio da poco dettaglio in grado di cambiare completamente la prospettiva del sottoscritto rispetto ad una visione.
Peccato, perchè se gestito in un altro modo, poteva venirne fuori perfino qualcosa di interessante.

N°9: SINISTER 2 di CIARAN FOY



A proposito di horror privi di logica - ed anche di qualsiasi attrattiva - ecco il secondo capitolo dedicato alla saga del Bughuul, partita decisamente bene qualche anno fa e naufragata con un sequel che non solo non avvince o inquieta, ma appare anche sostanzialmente inutile.

N°8: THE GUNMAN di PIERRE MOREL



Considerato che dietro la macchina da presa si trovava "l'autore" del primo, pessimo, Taken, dovevo aspettarmelo: e infatti The Gunman, brutta copia di roba già non particolarmente esaltante come Blood Diamond, si è rivelato per quello che avevo previsto alla vigilia, ovvero un action di quelli che, da amante dell'action, non vorrei mai vedere.

N°7: OUIJA di STILES WHITE



Uno dei miei incubi peggiori fatto film.
Horror di bassissima lega e cornice teen neanche l'avesse diretto quello scellerato di Peppa Kid.
Anzi, non mi stupirei se Stiles White fosse, in realtà, un alias del buon Marco Goi trapiantato negli States e pronto ad invadere le sale con schifezze in grado di farmi solo incazzare.

N°6: SURVIVOR di JAMES MCTEIGUE



Pensare che, una decina d'anni fa, rimasi a bocca aperta di fronte all'esordio dell'ex pupillo dei Wachowski James McTeigue, che mi sorprese con l'ottimo adattamento di una delle mie Graphic novel preferite di tutti i tempi, V per vendetta, Survivor mi pare quasi fantascienza.
E non in senso buono.
Dell'apparente talento di quel regista pare essere rimasto solo il fantasma, e a noi spettatori, purtroppo, solo un titolo penoso come questo.

N°5: ACCIDENTAL LOVE di STEPHEN GREENE (DAVID O. RUSSELL)



Soltanto a guardare il regista ed il cast di questa scellerata commedia, ci si dovrebbe quantomeno aspettare di trovarla nella lista dedicata al meglio della stagione, invece che addirittura nella top five del peggio.
Invece, eccoci qui: tutto quello che potreste immaginarvi a non funzionare in una produzione dalle potenzialità enormi è qui presente, e nessuno, cast o uomo dietro la macchina da presa, è riuscito a cambiare le cose.


N°4: IL RAGAZZO DELLA PORTA ACCANTO di ROB COHEN



E così come Sean Penn, in piena crisi di mezza età, deve sfoggiare un fisico da palestra estrema per combattere il tempo che passa nel di poco sopra The Gunman, Jennifer Lopez ha bisogno di una parte in cui interpreta una milf che prima la da e poi si pente ad un aitante giovanotto pronto a rivelarsi, ovviamente, uno psicopatico.
Tipico thriller da sabato sera su Italia Uno, qualità compresa.
Se non peggiore.

N°3: PITCH PERFECT 2 di ELIZABETH BANKS



Come Sinister, peggio di Sinister.
Se il primo Pitch Perfect, nell'estate del duemilatredici, si era rivelato un ottimo guilty pleasure leggero e divertente, questo secondo pare la sagra del forzato e della banalità, nonchè la tipica commedia in rosa senza alcuno spessore che di norma evito come la peste.
Perfino Julez, che aveva adorato il primo capitolo, è rimasta letteralmente sconvolta.
Al confronto, il tracollo di Glee dalla prima alle successive stagioni pare quasi una cosa da poco.

N°2: 50 SFUMATURE DI GRIGIO di SAM TAYLOR-JOHNSON



Uno dei titoli più chiacchierati dell'anno, figlio del fenomeno letterario che ne ha inevitabilmente generato la trasposizione cinematografica.
Un romanzetto rosa su pellicola neanche alla lontana scandaloso come è stato pubblicizzato che è una fiera di banalità, ridicolaggini e logica partita per una qualche località dei Caraibi per un periodo di tempo indefinito, come una specie di dorata pensione.
L'unico punto a suo favore - responsabile del secondo posto e non del primo - è stato dato dal fatto che, quantomeno, invece di farmi incazzare, ha finito per strappare più di una risata.

N°1: MORTDECAI di DAVID KOEPP



Che Johnny Depp avesse intrapreso anzitempo la parabola discendente di Robert DeNiro era cosa nota da tempo, ma che ce la mettesse tutta in modo da replicare il "successo" di The tourist, una delle merde più galattiche degli ultimi dieci anni, pareva troppo perfino per il più accanito dei suoi detrattori.
E invece il buon "pirata" ci dimostra che, al peggio, non c'è mai fine.
Mortdecai è uno dei titoli più vuoti, inutili, scarsi e pacchianamente realizzati che abbia mai visto in vita mia.
E, come per ogni grande appassionato di Cinema, di merda ne è passata tanta, sotto i ponti.


 I PREMI

Peggior regista: Sam Taylor-Johnson per 50 sfumature di grigio
Peggior attore: Johnny Depp per Mortdecai
Peggior attrice: Rebel Wilson per Pitch Perfect 2
Premio "parrucchino di Nicholas Cage" per il personaggio trash: Mortdecai per Mortdecai
Effetti "discount": Survivor
Premio "dolcetto o scherzetto" per il costume più agghiacciante: il guardaroba ed i baffi di Mortdecai
Stile de paura: Pierce Brosnan per Survivor
Premio "veline": fuori tempo massimo, Jennifer Lopez per Il ragazzo della porta accanto
Peggior scena d'amore: una qualsiasi di 50 sfumature di grigio
Premio "pizza, spaghetti e mandolino": Jasmine Trinca per The Gunman



MrFord

martedì 30 giugno 2015

Accidental love

Regia: Stephen Greene (David O. Russell)
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 100'




La trama (con parole mie): Alice, giovane cameriera di una cittadina dell'Indiana promessa sposa dello sceriffo locale, proprio nel momento di accettare la proposta di matrimonio nel ristorante più costoso della città è vittima di un incidente curioso che la porta ad avere un chiodo conficcato in testa senza avere la possibilità di avere un'assicurazione sanitaria che possa permetterle di essere operata.
Lo stesso chiodo le provoca reazioni sopra le righe, tanto da far fuggire il promesso marito e convincere la ragazza a tentare il tutto per tutto in un viaggio a Washington alla ricerca del politico Howard Birdwell, giovane deputato pronto ad elargire promesse senza badare troppo alle conseguenze.
L'incontro con quest'ultimo scatena una serie di eventi che arriveranno a sconvolgere la situazione politica degli States, ed ovviamente rappresenterà l'inizio di una nuova e travolgente storia d'amore.








C'era una volta un ottimo regista in grado di portare sullo schermo film dal respiro in pieno stile New Hollywood anni settanta filtrati attraverso una sensibilità moderna, di reinventare vetti attori ormai allo sbando - un certo Robert De Niro, mica bruscolini -, rendere star giovani promesse - Jennifer Lawrence - e far ricredere pubblico e critica rispetto a chi si pensava solo belloccio - Bradley Cooper -, lasciando il segno con The fighter e soprattutto Il lato positivo.
La consacrazione, poi, giunta con quest'ultimo, lasciava intendere un successo ed una crescita sempre maggiori di Russell: nonostante le star e la confezione impeccabile, però, già il successivo American hustle mostrava il fianco a numerose critiche, di fatto rappresentando un passo indietro a livello qualitativo della sua produzione.
Ed è a questo punto che, non saprei dire se per una sbronza un pò troppo pesante o un incidente fortuito come un chiodo rimasto impiantato nel cervello senza un Derek Sheperd pronto ad asportarlo a tempo di record e senza danni permanenti, è giunto l'alter ego Stephen Greene, pronto a firmare questo Accidental love, che vorrebbe ripercorrere i fasti della commedia slapstick dei tempi d'oro dei grandi Studios.
Peccato che, da Howard Hawks in avanti, si staranno con ogni probabilità tutti rigirando nella tomba, considerati i livelli di ridicolo involontario e trash senza ritegno raggiunti da uno degli obbrobri più agghiaccianti dell'anno, in grado a tratti di farmi rivalutare perfino roba come Cinquanta sfumature di grigio: passaggi come l'imbarazzante sequenza che vede Kirsty Alley tentare l'estrazione casalinga del chiodo dalla testa della nipote, il tentativo di soccorso del portavoce del senato soffocato dai biscotti delle giovani boy scout o il rituale nella foresta di Gyllenhaal per ritrovare la propria forza interiore entrano di diritto nell'Olimpo del peggio che il Cinema USA abbia riservato al suo pubblico negli ultimi anni, impedendo di fatto di poter essere sfiorati dall'idea che il tutto fosse un gigantesco scherzo orchestrato da Russell in modo da portare all'attenzione del grande pubblico uno dei temi più caldi della Storia politica degli States, ovvero la questione della sanità.
Ma non basta questo sforzo per rendere digeribile una delle produzioni più sguaiate, ridicole - non in senso divertente, purtroppo - e peggio recitate che ricordi, pronta a far precipitare le quotazioni anche di certezze come Jake Gyllenhaal, che di norma difficilmente sbaglia un copione, e lasciando come unici momenti consolatori per i maschietti i momenti più "scatenati" di Jessica Biel e per le fanciulle lo stesso Gyllenhaal coperto solo da una sorta di perizoma di pelle di fronte ad un fuoco da campo.
Troppo poco, però, per chiedere il sacrificio di un'ora e quaranta di tempo che si potrebbe investire in una sequela di attività decisamente più interessanti rispetto alla visione di questo film, dal sesso, ad una mangiata, ad una sbronza ben orchestrata: sperando, ovviamente, che quest'ultima non generi anche in noi uno Stephen Greene pronto a tirare fuori il peggio che abbiamo immaginato.
Ed anche quello che non ci saremmo neppure sognati.



MrFord



"So she said what's the problem baby
what's the problem I don't know 
well maybe I'm in love (love) 
think about it every time
I think about it
can't stop thinking 'bout it."
Counting Crows - "Accidentally in love" -





venerdì 10 gennaio 2014

American hustle

Regia: David O. Russell
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 138'




La trama (con parole mie): Irving Rosenfeld di professione fa il truffatore. Ingannare le persone è il suo mestiere e la sua vocazione nella vita, fino a che lui e la sua socia in affari e in amore vengono ingannati a loro volta ed incastrati dall’agente dell’FBI Richie DiMaso. 
Quest’ultimo però, invaghito della socia di Irving, propone loro un accordo. In cambio dell’immunità, i due dovranno aiutarlo ad incastrare un gruppo di politici corrotti, in un gioco di inganni che si fa sempre più complesso e stratificato. Chi trufferà chi? 
 




La vita sa sorprenderti. A volte ti inganna e ti frega, altre volte riesce a stupirti in una maniera positiva come mai avresti immaginato. Le cose migliori, come quelle peggiori, sono quelle che non ti aspetti. Io ho vissuto i miei anni adolescenziali e post-adolescenziali come uno sbandato. 
Come un ribelle senza causa che vuole solo una vita spericolata, come quelle dei film. 
Non dovevo rendere conto a niente e a nessuno, ma poi è capitata una cosa. È capitata la vita. 
Sono arrivati una donna, una moglie, una mamma, Julez, e un figlio, il Fordino unchained. 
Tutto è cambiato, la routine quotidiana così come anche il mio rapporto con il Cinema. Il rituale della visione di una pellicola in santa pace senza pause adesso ad esempio può essere interrotto dal cambio di un pannolino, ma è così che vanno le cose ora. È la vita.
Anche il cinema sa sorprenderti. Ti inganna e ti frega. Proprio come questo film. American Hustle dal trailer e dalle immagini promozionali è venduto come la nuova pellicola con protagonista Jennifer Lawrence, che poi alla fine dei conti compare giusto qua e là ogni tanto. 
Lasciando il segno in alcune delle scene più memorabili. 
Un’altra grande prova d’attrice, la sua, che ci fa dimenticare la sua partecipazione a Hunger Games, la saghetta per teenager in crisi ormonale come il mio rivale Cannibale, che ormai dovrebbe essere troppo vecchio per certe stronzate.
Non è certo l’unico inganno del film. Anzi, è soltanto uno tra i tanti. La pellicola si apre con l’immagine non proprio bellissima di Christian Bale che si sistema il riporto dei capelli, con tanto di pancetta di fuori. Forse qualche allenamento insieme a me gli farebbe ritrovare la forma dei tempi della serie nolaniana di Batman. Da questa apertura sembra che ci aspetti una commedia, poi arriva una scena più da film di truffa e poi ancora si torna indietro, con un racconto di formazione esistenziale del protagonista. Non è che l’inizio. American Hustle ci offre tutta una serie di svolte repentine, di cambi di narratore, di cambi di registro stilistico e narrativo. 
Il regista David O. Russell, apprezzato qui al saloon per Three Kings, The Fighter ed il sorprendente Il lato positivo, sembra gestire il tutto in maniera molto precisa e puntuale. 
Anche quello non è però che un inganno. Russell si diverte un mondo a giocare con zoom e carrellate come fosse un novello Martin Scorsese e a ricreare ambientazioni anni Settanta che riportano alla memoria il Paul Thomas Anderson di Boogie Nights, altra pellicola amatissima da queste parti. L’apparenza però inganna. Lo dice un noto detto popolare e lo dice anche il sottotitolo italiano della pellicola, per una volta non così campato per aria. Via via che si procede con il minutaggio, il grande spettacolo d’intrattenimento imbastito nella prima ora comincia a perdere colpi. Si cambia ancora tono e generi cinematografici, passando dagli accenni di intrecci romantici alla commedia gangster, con tanto di apparizione di un ormai onnipresente ma non onnipotente come un tempo Robert De Niro.
American Hustle inserisce al suo interno di tutto e di più. Lo spettacolo in alcune parti funziona alla grande, soprattutto per merito di un cast in formissima. 
Oltre alla già citata sempre splendida Jennifer Lawrence, Christian Bale ingrassato e parrucchinato gigioneggia alla grande e non si rende per fortuna ridicolo come il Nicolas Cage degli ultimi tempi. Amy Adams convince e ammalia come non mai, mentre Bradley Cooper, dimenticato il dimenticabile Limitless, si conferma nelle mani di Russell attore sorprendentemente valido, così come un Jeremy Renner che per una volta non fa da riserva panchinara di Matt Damon in qualche action movie. 
Una serie di attori che si sfidano in una gara recitativa, una bella atmosfera da Cinema anni ’70 ed una ottima colonna sonora anch’essa naturalmente legata a quel periodo che sfoggia gli America così come Elton John, oltre ad una grande “Live and let die” dei Wings di Paul McCartney “interpretata” dalla Lawrence.
Eppure le apparenze ingannano. Nonostante gli ingredienti per creare uno dei cult dell’anno ci siano tutti, non tutto funziona alla perfezione. La trama è troppo ingarbugliata e man mano che si va avanti con la visione, l'ispirazione a fatti realmente accaduti perde di interesse. I personaggi sono tutti ben costruiti e accattivanti, ma poi non vanno da nessuna parte. Questo film intrattiene bene per una buona metà del suo percorso ma non riesce mai a diventare il grande film che in apparenza sembrava destinato ad essere, finendo per risultare solo un bell’imbroglio. 
Divertente ed accattivante fin che si vuole, ma pur sempre un imbroglio. 
David O. Russell all’inizio sembra controllare tutti i fili della narrazione come un perfetto burattinaio, poi si perde clamorosamente nella confusione generale della pellicola. E noi spettatori insieme a lui.
E voi lettori pure…
Pensavate che questo post fosse stato scritto dal grande e potente Ford?
Invece no. Sorpresa!
L’ho scritto io, Cannibal Kid, quel pusillanime del suo acerrimo blogger nemico. C’eravate cascati?
D’altra parte ve lo detto e ripetuto: le apparenze ingannano.



MrFord Cannibal Kid



“But if this ever changing world in which we live in
makes you give it a cry, say live and let die
live and let die, live and let die, live and let die”
Paul McCartney & Wings - “Live and let die”



giovedì 2 gennaio 2014

Thursday's child


La trama (con parole mie): inizia l'anno e tornano di prepotenza i consigli cinematografici firmati dal vecchio Ford e dall'ormai non più troppo giovane Cannibal, che ancora devono riprendersi, più che dai bagordi del 31, dal fatto di avere compilato top 10 dedicate ai film dell'anno appena concluso clamorosamente simili.
Riusciranno i nostri pseudo eroi a tornare rivali come si deve!? 
Solo il tempo ce lo dirà!


"E' inutile che vai in giro mezza nuda: ho prenotato Ford da almeno cinque anni!"
American Hustle – L’apparenza inganna di David O. Russell


Il consiglio di Cannibal: Ford non inganna, è proprio un pirla
Il 2014 cinematografico non poteva cominciare in maniera migliore. Con un nuovo film del regista di una delle visioni top del 2013, David O. Russell de Il lato positivo, anche questa volta in compagnia di Bradley Cooper e della sempre più magnifica Jennifer Lawrence, ma con l’aggiunta questa volta di Christian Bale e Amy Adams, per quello che si preannuncia fin da subito il cast più della Madonna dell’anno appena iniziato. Una gara di bravura recitativa tra loro, più un’ambientazione 70s e una vicenda che pare a metà strada tra Ocean’s Eleven e Argo: questo American Hustler potrebbe essere una delle visioni più scoppiettanti, piacevoli e meglio interpretate dell’annata.
Il 2014 potrebbe allora cominciare meglio soltanto se Ford finalmente ammette tutta la sua incompetenza cinematografica. E non solo cinematografica.
Il consiglio di Ford: Cannibal non inganna, è proprio un pusillanime
Meglio di così non si potrebbe proprio iniziare.
David O. Russell, regista del celebratissimo - sia al Saloon che su Pensieri Cannibali - Il lato positivo, torna alla ribalta con un cast stratosferico ed una vicenda very seventies che promette di essere una delle proposte potenzialmente più interessanti dell'anno appena iniziato.
Come se non bastasse la magnifica Jennifer Lawrence per convincere tutti noi a correre di filato al Cinema, poi, c'è anche la concreta possibilità che il tutto si traduca come l'ennesimo - almeno stando a quello che accade ultimamente - titolo in grado di mettere d'accordo perfino i due (ex?) rivali più rivali della blogosfera.


"Certo che quel Ford è proprio fico, Jennifer!" "Ve l'avevo detto io!"
The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca di Lee Daniels


Il consiglio di Cannibal: Ford, vuoi farmi da maggiordomo?
Mmm… questo film è la prima grossa incognita del 2014. Potrebbe rivelarsi una di quelle clamorose americanate/ruffianate che piacciono tanto a gente come Spielberg o Tom Hanks o James Ford, così come anche un film furbetto ma piacevole sulla tematica razziale come di recente era capitato con The Help e The Blind Side. Staremo a vedere con curiosità, soprattutto se non piacerà al mio blogger rivale.
Il consiglio di Ford: Cannibal, chiedo al mio maggiordomo The Rock di sbatterti fuori da casa mia a calci.
Film di cui da tempo si sente parlare che, onestamente, mi ispira quasi meno della prospettiva di dovermi puppare il nuovo lavoro di Von Trier.
Certo, potrebbe sempre rivelarsi una piacevole sorpresa in positivo, ma le aspettative della vigilia sono bassine, senza contare che tutta la concentrazione di inizio anno del sottoscritto sarà per American Hustle.


"Che noia mortale cenare in casa Goi!"
Un boss in salotto di Luca Miniero


Il consiglio di Cannibal: un Ford in salotto? Toglietegli subito il telecomando dalle mani, che se no ci fa vedere il wrestling!
Dopo i cinepanettoni, arriva quello che è già stato definito il “cine-pastiera”. Certo che quelli del marketing dei film italiani non sanno più che inventarsi per farci correre al cinema. E farci vedere film stranieri.
Nonostante ciò, il grande pubblico ci potrebbe cascare e regalare molti soldoni a questo film. Dopo tutto il regista è lo stesso dei mega successi Benvenuti al Nord/al Sud che qui cambia del tutto registro e affronta il tema del… confronto tra Nord e Sud. Che fantasia! Ne ha presa un po’ in prestito da MrJamesFord, per caso?
Il consiglio di Ford: Cannibal in salotto? Avevo giusto bisogno di un sacco nuovo!
Mi è capitato di vedere il trailer di questa roba un paio di settimane or sono, poco prima della visione de Lo Hobbit - La desolazione di Smaug.
E pensare che la speranza era quella di incappare in quelli di Grudge match o The wolf of Wall Street, che sono film, e non porcherie in pieno stile cinepanettone come questa.
Come se non bastasse, detesto Rocco Papaleo almeno quanto Peppa Kid, dunque, oltre a sconsigliare caldamente di avventurarsi in sala per sprecare i soldi con questa roba, direi che quasi potrei perfino esortare il mio rivale a risparmiarsela. In fondo - ma molto in fondo - tengo anche a lui.


"Non fare come quegli stronzi di Ford e Cannibal: vai subito a vedere il mio film!"

Capitan Harlock di Shinji Aramaki


Il consiglio di Cannibal: o Capitano, non mio Capitano
Personaggio celebre dei manga e degli anime giapponesi di cui ammetto di non sapere nulla. Non mi ha mai interessato più di tanto, un po’ come il blog WhiteRussian, e pure questo film a giudicare dal trailer non credo mi ci avvicinerà. Più che un’anime giapponese, sembra infatti una nuova produzione di James Cameron, che infatti pare averlo apprezzato molto (almeno sempre stando a sentire il trailer). Vade retro.
Il consiglio di Ford: fammi provare, Capitano, l'avventura, dove io son l'eroe che combatte accanto a te!
Capitan Harlock, storico personaggio noto a tutti i fan dei fumetti e degli anime del Sol Levante, fordiano fino al midollo, torna in sala con un film che ha già fatto salire l'hype degli appassionati del genere.
Personalmente non voglio sperarci troppo, perché mi dispiacerebbe molto essere deluso da uno dei personaggi simbolo della mia infanzia trascorsa tra un anime e l'altro, ma sotto sotto non vedo l'ora di scoprire cosa può combinare ancora il Capitano.

"Peppa Kid, ora che tu e Ford non siete più così rivali, ci penso io a farti a fettine!"
Il castello magico di Jeremy Degruson, Ben Stassen


Il consiglio di Cannibal: ma magico dove?
Non solo un film d’animazione questa settimana, bensì due. Questo arriva dal Belgio e si preannuncia una bambinata eccessiva persino per Ford, fate un po’ voi. Io lo vedrò?
Certo, come no? Lo stesso giorno in cui incoronerò MrFord come miglior blogger del mondo.
Il consiglio di Ford: il castello magico, ovvero il luogo in cui Cannibal riesce a capirne di Cinema.
Filmetto d'animazione del quale mi frega poco o nulla che chiude una prima settimana dell'anno nonostante tutto in grado di regalare già qualche soddisfazione. Speriamo sia un buon segno.
E che con il 2014 Peppa Kid continui a manifestare gusti vicini a quelli fordiani.
Meglio per lui e per la blogosfera tutta.

Ford e il Cucciolo eroico intenti a discutere delle loro fin troppo simili top ten del 2013.

sabato 27 luglio 2013

Three kings

Regia: David O. Russell
Origine: USA
Anno:
1999
Durata: 114'



La trama (con parole mie): Archie Gates, Troy Barlow ed il Capo Elgin sono tre uomini di punta - nei rispettivi settori - della Prima Guerra del Golfo, campagna militare che vide Bush senior combattere l'Iraq appellandosi all'invasione del Kuwait ordinata da Saddam Hussein.
La guerra, però, è ben diversa da come viene raccontata al mondo esterno, ed i soldati USA devono fare i conti con i rapporti da costruire giorno per giorno - e con molta attenzione - con i media: quando una mappa scovata in un nascondiglio decisamente intimo di un prigioniero rivela l'ipotetica posizione di un tesoro in lingotti d'oro trafugato dallo stesso Saddam e custodito non lontano dalla base delle operazioni statunitensi, i tre si mettono in cerca della stessa finendo per disertare.
Questo gesto totalmente egoistico e legato al mero guadagno li tramuterà in qualche modo in eroi quando si troveranno a dover scegliere se diventare ricchi o salvare un gruppo di iracheni - che altro non sognano se non una vita da americani - intenzionati a varcare il confine con l'Iran. 


 

E' più che legittimo affermare che ormai David O. Russell sia uno dei protetti del Saloon grazie ad una fama costruita pellicola dopo pellicola, resa solida dal buon The fighter ed ancor più dall'ottimo Il lato positivo, titoli che l'hanno di fatto lanciato verso i piani più alti del dorato mondo di Hollywood: all'appello mancava Three kings, che nell'ormai lontano novantanove ebbe un buon riscontro di critica ma non il successo commerciale che ci si sarebbe potuti aspettare per un blockbuster con protagonisti George Clooney e Marc Wahlberg.
Forse perchè, di fatto, un blockbuster - nel senso più commerciale ed appiattente del termine - Three kings non è: quello che Russell ha confezionato, infatti, è un film molto più profondo e stratificato di quanto non possa sembrare all'apparenza, più simile al successivo Jarhead che non a polpettoni di retorica a stelle e strisce come ci si aspetterebbe da un connubio tra guerra e film di grande distribuzione.
Basterebbero sequenze come quella dell'interrogatorio di Marc Wahlberg/Troy Barlow, aperto con la domanda del suo carceriere "che cosa ha fatto il tuo Paese a Michael Jackson? In nessun altro luogo del mondo un nero è costretto a diventare bianco e a lisciarsi i capelli", per rendere l'idea del contenuto profondamente satirico, grottesco ed insolito per quella che, di fatto, è una pellicola d'azione, almeno sulla carta: al contrario, quello che viene portato in scena da Russell è un acuto pamphlet contro l'amministrazione di Bush senior e l'aggressività del modello di vita statunitense, capace di influenzare perfino le vite degli abitanti del loro rivale in Guerra - ed anche in questo caso, le battaglie più importanti paiono quelle mediatiche, in netto anticipo sui tempi cambiati a seguito dell'undici settembre e del Nuovo Millennio - e di mostrare tutti i limiti di quello stesso modello fatto di ottimismo larger than life e sindrome dei salvatori.
Il tutto senza necessariamente dover demolire o demonizzare il prodotto dello Zio Sam, che sarà pure fallace ed esposto alle critiche, ma che rappresenta, di fatto, un approccio alla vita ed alla sua conduzione in grado di dare la sensazione a chiunque lo provi sulla pelle di poter realizzare qualcosa, e che in un momento storico pessimo come quello che stiamo vivendo ora in Italia potrebbe essere un esempio cui fare riferimento per cercare di tornare ad alzare la testa senza pensare di crescere i nostri figli in un luogo senza futuro.
Dunque, pur se ancora senza la profondità del già citato Il lato positivo, David O. Russell mostra tutto il talento per il quale il Cinema imparerà a conoscerlo negli anni successivi, azzeccando il giusto equilibrio tra la componente più tamarra del suo lavoro e quella profondamente drammatica - perchè non è mai detto che la satira debba necessariamente portare alle risate sguaiate -, una regia ottimamente organizzata ed un cast particolarmente ispirato - non solo uno dei migliori Wahlberg di sempre, ma perfino un Ice Cube che pare espressivo -, una profonda analisi della sua stessa cultura ed un finale che lascia il dubbio che si possa trattare di Cinema verità - e di nuovo tornano in ballo i media -, perchè anche se parliamo di fiction dall'inizio alla fine quello che è messo in scena, di fatto, è molto più simile alla cronaca di quanto potremmo pensare.
Nell'epoca delle grandi manipolazioni e della comunicazione globale, infatti, anche la guerra è diventata una merce di scambio, un complesso gioco di ruolo all'interno del quale non è più il forte a sopravvivere - non siamo più ai tempi degli antichi regni e delle spade -, il più furbo - il Rinascimento e l'Illuminismo -, il più solido - i due conflitti mondiali -, bensì il miglior promoter di se stesso: in un certo senso, la politica e le sue conseguenze sono diventate uno spettacolo ben più terribile e costruito di quello hollywoodiano.


MrFord


"Got in a little hometown jam so they put a rifle in my hand
sent me off to a foreign land to go and kill the yellow man
born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A."
Bruce Springsteen - "Born in the USA" -


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