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mercoledì 23 settembre 2015

Pixels

Regia: Chris Columbus
Origine: USA, Cina, Canada
Anno: 2015
Durata: 106'





La trama (con parole mie): Brenner, Eddie e Ludlow sono tre bambini prodigio dei videogames protagonisti del primo campionato mondiale dedicato agli stessi svoltosi nell'estate dell'ottantadue. Più di trent'anni dopo, l'inseparabile amico di Brenner, finito nel frattempo a fare l'installatore di sistemi audio video, Cooper, divenuto Presidente degli Stati Uniti, è costretto a fronteggiare una crisi senza precedenti: una razza aliena, infatti, venuta a contatto con la videocassetta del campionato di cui furono protagonisti gli allora ragazzini, lanciata ai tempi nello spazio dalla NASA e ritenuta una dichiarazione di guerra, sfida la Terra ad una vera e propria lotta ispirata ai titoli più importanti che le sale giochi offrivano agli utenti, da Pac-Man a Donkey Kong.
Messi all'angolo dagli invasori, Cooper e gli alti papaveri dell'esercito dovranno tornare a rivolgersi a quegli ex bambini prodigio finiti tra i losers della società: riusciranno dunque i nerd a sconfiggere gli agguerritissimi alieni?








Gli anni ottanta, senza alcuna ombra di dubbio, devono avere lo spirito dei maratoneti, nonostante un'apparenza da centometristi da una botta e via: di fatto, hanno vissuto alla grande il loro momento, come una partenza a razzo, prima di scomparire - apparentemente - inghiottiti dal buco nero della Grande Depressione dei novanta, riguadagnandosi poi, passo dopo passo, un posto in primo piano con il Nuovo Millennio.
Per chi, come il sottoscritto, di fatto si è formato in quel decennio - o ci è cresciuto -, ora che i nostri novanta e zero sono alle spalle e ci ritroviamo in prossimità o appena oltre la quarantina, spesso e volentieri con figli al seguito, finiamo per guardare a quel periodo con la nostalgia che si prova rispetto all'infanzia, simile a quella che ci prende gli ultimi giorni delle vacanze estive, togliendoci almeno un pò il respiro: Pixels, in un certo senso e seppur ben lontano dalla perfezione, incarna benissimo quella sensazione, lo spirito e la meraviglia che in quella che può tranquillamente essere definita un'altra vita ci contraddistinse nel corso degli eighties.
Personalmente ricordo bene la sensazione magica dell'ingresso in una sala giochi in tempi in cui nessuno o quasi aveva un computer a casa e non esisteva internet, gli smartphone con i loro giochini virali non abitavano i vagoni delle metropolitane e per i bambini l'unico modo per assaporare l'ebbrezza delle partite con i videogiochi era quello: ricordo il Commodore 64 con le cassette che impiegavano ore a caricarsi, l'Amiga, i primi Sega Master System e dunque Mega Drive, i giochi da Donkey Kong a Tetris, passando per titoli dei quali ho impresse in mente le immagini ma non i nomi, le prime partite con mio fratello accanto che doveva mettersi in piedi su una sedia chiesta in prestito ai gestori della sala giochi a quella volta ad Ascea, dove i gettoni costavano un quinto rispetto a Milano o alla Romagna, e dunque sessioni a Rampage da fantascienza rispetto a quelle cui ero abituato, o il gioco del calcio al bar in montagna, dove una volta presa la mano si cercava di vincere il Mondiale con qualsiasi squadra.
Pixels mi ha riportato alla mente con un eccezionale effetto amarcord queste sensazioni, che unite ad un'idea - quella di proporre un'invasione aliena originata da una videocassetta tratta da un torneo di videogames dell'ottantadue - decisamente originale ed a suo modo geniale ha reso la visione piacevole e simpatica, come quando si incontra un vecchio amico e si scopre che le cose ancora funzionano, e si finisce a ridere come pazzi in nome dei vecchi tempi e forse anche dei nuovi.
Certo, non tutto funziona, di fatto ci si trova di fronte al tipico giocattolone che si spera sempre possa sfondare al botteghino - e non è stato questo il caso - dal finale buonista e telefonato, il cast è tutto pesantemente sopra le righe, eppure la resa è piacevole, a suo modo genuina e senza pretese, pronta a fare breccia nei sentimenti e nei ricordi di chi ha potuto giocare Pac-Man o il già citato Donkey Kong almeno una volta dal vivo, ai tempi dei tempi.
Spassoso anche l'inserimento di icone anni ottanta sfruttate come mezzo di comunicazione con i terrestri da parte degli alieni - mitici Hall&Oates -, giustamente sfruttato il vecchio adagio dell'outsider che, a scapito delle difficoltà, finisce per dimostrarsi più efficace degli apparentemente invincibili - molto bella, e tendenzialmente vera, la battuta sul bacio: chi non ha mai dovuto farsi un pò di culo per rimorchiare difficilmente vi darà grandi soddisfazioni tra le lenzuola - e divertente trovarsi davanti ad uno schermo cercando di individuare e riconoscere vecchi eroi da sala giochi che credevamo sepolti nei meandri più oscuri della memoria.
Un'operazione nostalgia, dunque, che senza dubbio il pubblico più stagionato apprezzerà in misura maggiore rispetto a quello supergiovane, che pur non brillando per tecnica o resa complessiva rafforza la posizione di idolo degli anni ottanta di Chris Columbus e, a conti fatti, finisce per risultare come una sorta di fratellino minore - e non di poco - dell'ottimo The Lego Movie.
Se, dunque, almeno una volta vi è capitato di dover prendere fiato pensando a quelle apparentemente interminabili partite in sala giochi, ai sapori, agli odori, alle sensazioni di quell'epoca, lasciate da parte le velleità da Grande Cinema e godetevi questo divertissement per quello che è: un omaggio ad un periodo cui non saremo mai abbastanza grati.




MrFord




"With a thrill in my head and a pill on my tongue
dissolve the nerves that have just begun
listening to Marvin (All night long)
this is the sound of my soul
this is the sound."
Spandau Ballet - "True" - 





mercoledì 25 febbraio 2015

Jupiter - Il destino dell'Universo

Regia: The Wachowskis
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
127'





La trama (con parole mie): Jupiter Jones, orfana di padre e sorta di Cenerentola dalla vita difficile, scopre da un giorno all'altro di essere l'erede al trono dell'Universo contesa dai tre rampolli di una delle famiglie più influenti, potenti e pericolose dello stesso.
Seguita come un'ombra da Caine Wise, ex soldato dai numerosi problemi, la giovane dovrà fare i conti non soltanto con la sua nuova natura e posizione "sociale", ma anche con ogni singolo membro degli Abrasax contando, di fatto, solo su se stessa ed i sentimenti che inizia a provare per il suo antieroico salvatore.
Riuscirà la ragazza a venire a capo degli intrighi di potere cosmici, salvare baracca e burattini, preservare le vite dei membri della famiglia e trovare lo spazio - in tutti i sensi - per una storia d'amore che le è mancata tutta la vita?
Il destino di Prescelta si rivelerà una maledizione o riuscirà a dare nuova linfa al suo futuro?








Forse i Wachowski dovevano semplicemente rimanere Andy e Lana.
Ed evitare sboronate galattiche come The Wachowskis.
Forse, ai tempi in cui trovai davvero bellissimo Cloud Atlas, fui troppo ottimista.
Forse avrei dovuto pensare che, perfino con il sopravvalutato Matrix, i due fratellini mi sono sempre sembrati due pipponi nerd con a disposizione budget stratosferici e poco altro.
E invece non l'ho fatto.
Ed ho approcciato Jupiter - Il destino dell'Universo come se dovesse rivelarsi una sorpresa positiva nonostante le numerose ed orrorifiche recensioni raccolte in tutta la blogosfera.
Grave, gravissimo errore.
Ho dunque scontato sulla pelle due ore piene di mortorio da sci-fi per adolescenti in crisi ormonale che pesca a piene mani dall'immaginario di Star Wars, Star Trek, Star quel cazzo che volete e lo shakera nel modo peggiore possibile: quello della soap tinta da favola che ha spesso e volentieri impazzato sul grande e piccolo schermo nel corso delle ultime stagioni.
Negli ultimi mesi neppure Taken 3 o le peggiori schifezze - fatta eccezione per l'inarrivabile Cinquanta sfumature di grigio - erano riuscite a lasciarmi con in bocca un amaro che sa di devastante dopo sbornia come questo Jupiter, infarcito di inutili effettoni e lasciato in mano ad un cast non solo per nulla in parte - Tatum imbarazzante nel ruolo di quasi Spock, Redmayne che dovrebbe ringraziare il fatto che l'Academy non abbia messo gli occhi su questo titolo, o si sarebbe giocato la statuetta pur essendo il meno peggio della brigata, Sean Bean imprigionato in quello che ormai è il suo ruolo standard, Mila Kunis con una palpebra perennemente calata rispetto all'altra alla peggiore interpretazione della carriera -, ma anche svogliato e poco convincente, ad una sceneggiatura al limite dell'elementare ed ad un ritmo che definire compassato sarebbe riduttivo.
A poco importa che il setting possa risultare affascinante agli occhi degli appassionati di astronomia o ai nerd in generale, così come assurdo risulta immaginare di poter realizzare un prodotto di fantascienza efficace e potente soltanto buttando a caso nel calderone elementi che hanno formato la giovinezza dei suoi autori: dal ruolo di Cenerentola di Jupiter/Mila Kunis e dall'inutile serie di siparietti dedicati alla sua vita sulla Terra alla sua "ascesa" - come dichiara anche il titolo originale, come al solito più azzeccato di quello nostrano - niente pare funzionare, neppure il desiderio di far passare questa robetta come fosse un nuovo piccolo cult indirizzato ai teenagers, che probabilmente considereranno, dato l'approccio, il tutto come il classico polpettone da sfigati secchioni ed appassionati di tutto quello che di norma è materiale da vessazione e presa per il culo.
Considerato quello che è il risultato - simile ad una sessione di giochi di ruolo passata in compagnia di sfigati che portano in scena personaggi fighissimi e quasi invincibili come il Caine di Tatum in modo da compensare la loro triste realtà quotidiana -, oserei dire che sbeffeggiare Jupiter - Il destino dell'Universo è quasi un dovere, se non un piacere per chi ama non solo il Cinema di fantascienza, ma la settima arte in toto.
Devo dunque a malincuore ammettere che la parentesi del già citato Cloud Atlas è stata solo una casualità - sempre che non decida di rivalutarlo, a questo punto -, e che i famigerati The Wachowskis sono tornati a fare quello che riesce loro meglio in pieno stile Aronofski: i pipponi.
E non ci sono pianeti miracolosi - come, di fatto, è Giove -, storie d'amore impossibili o ridicole dinastie reali dominatrici dell'Universo che tengano: perfino con le ali ed i pattini spaziali, questa roba apparirà sempre come il rifugio decisamente poco efficace di un paio di nerd mai usciti dal guscio.




MrFord




"Now that she's back in the atmosphere
with drops of Jupiter in her hair, hey, hey, hey
she acts like summer and walks like rain
reminds me that there's a time to change, hey, hey, hey
since the return from her stay on the moon
she listens like spring and she talks like June, hey, hey, hey
hey, hey, hey."
Train - "Drops of Jupiter" - 




domenica 21 settembre 2014

Red riding trilogy: in the year of our Lord 1983

Regia: Julian Jarrold
Origine: UK
Anno:
2009
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Maurice Jobson, ufficiale nella polizia dello Yorkshire e testimone delle luci e delle ombre dei casi legati allo Squartatore e alla scomparsa di una serie di bambine, riannoda i fili delle vicende che, dai primi anni settanta, hanno di fatto segnato il dipartimento cui appartiene, la società e la sua stessa esistenza. Dal giovane giornalista Eddie Dunford a BJ, da John Dawson al prete Laws, tutti i segreti delle vicende più sanguinose di un decennio paiono venire a galla insieme alla coscienza dello stesso Jobson, costretto a fare fronte anche ai fantasmi portati a galla da anni di soprusi e trattamenti al di sopra della Legge offerti da lui stesso ed i suoi compagni.
Archiviato il caso dello Squartatore e scongiurato - almeno in apparenza - lo scandalo del loro dipartimento, come reagiranno i fautori di tutti i gesti compiuti anche da Maurice nel corso degli anni? E chi è davvero il rapitore delle bambine? E quali, dei piccoli di una generazione precedente, riusciranno a salvarsi davvero?






L'affresco della trilogia di Red riding, iniziato con grande perizia ma in qualche modo in sordina ed esploso - sempre senza alzare troppo la voce - con il secondo film si chiude con le stesse tinte fosche con le quali si era aperto e attraverso quello che è il suo capitolo più articolato ed ambizioso, in bilico tra presente e passato di narrazione e pronto a fare luce su tutte le vicende raccontate nell'episodio dedicato al settantaquattro così come in quello ambientato nell'ottanta.
Ripescando attori e situazioni già mostrate raccontandole da un punto di vista ed un angolazione differenti, quest'ultimo passaggio tira le fila dei sospesi maggiori rimasti dopo la cattura dello Squartatore dello Yorkshire mostrata sul finire dell'episodio precedente: la questione della corruzione all'interno della polizia locale e quella legata all'assassino delle bambine, passata quasi in secondo piano rispetto alla più clamorosa e rumorosa indagine con oggetto il già citato Squartatore ma non per questo meno inquietante, anzi.
L'atmosfera pesante che aleggiava sulla vicenda di Hunter lascia, anche se soltanto in parte, trasparire un barlume di fiducia nel futuro e nella possibilità di sopravvivere principalmente grazie all'indagine condotta - pur se con riluttanza - dall'avvocato richiamato per risolvere nel modo più giusto possibile la questione del rapitore ed assassino di bambine, alla crisi di coscienza di Maurice, detective implicato in quasi tutti i giochi sporchi del dipartimento e alla lotta per la sopravvivenza di BJ - il Robert Sheehan che rese grandi le prime due stagioni di Misfits, già visto come personaggio secondario negli altri due episodi -, emblema di quei figli dello Yorkshire che, chissà, forse un giorno riusciranno a sopravvivere alla tempesta che, per disgrazia storica, sociale o geografica, si è abbattuta sulle loro teste - e torna vivissimo il confronto soprattutto con il meraviglioso finale del già citato This is England, che potrebbe definirsi speculare rispetto a quello che si affronta qui -.
Accanto a Sheehan restano impressi nella memoria dello spettatore il predatorio Sean Bean - ma il suo charachter si era già affrontato a fondo nel corso del primo dei tre film - ed il mellifluo prete di Peter Mullan, attore e regista notevole - come Paddy Considine che prestò volto ad Hunter - coraggioso nell'affrontare una delle parti più oscure e sgradevoli della sua carriera, di quelle pronte a fare impallidire anche le peggiori "metà oscure" del Cinema dedicato a serial killers e maniaci di vario genere.
A differenza dei due capitoli precedenti, inoltre, a dare man forte a quel quasi impercettibile lumicino di speranza di cui ho già scritto contribuisce un crescendo finale dalla tensione serrata tipico della scuola thriller americana, più che inglese, diverso sotto molti punti di vista dall'atmosfera rarefatta e solo suggerita dei due capitoli precedenti - anche nei loro momenti di massima tensione -: una chiusura diversa ma perfetta per una delle operazioni più importanti e meglio riuscite della televisione anglosassone recente, che non ha nulla di che invidiare alla qualità del grande schermo e che potrebbe senza troppa fatica competere con molte delle proposte distribuite nelle sale.
Impietoso il confronto con la situazione italiana, che fatta eccezione per pochi e clamorosi esperimenti come Romanzo criminale e Gomorra ancora pare lontana dalla maturità necessaria per produrre opere come questa, in grado di soddisfare l'occhio clinico degli appassionati e, seppur con una richiesta di impegno maggiore rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da una serata da divano, tenere inchiodati al proprio posto anche gli spettatori occasionali.
In fondo, la Red riding trilogy affronta il lato oscuro dell'Uomo, lo stesso che, attraverso telegiornali e siti di news ci troviamo ad incontrare ogni giorno della nostra vita, e che in qualche modo sappiamo esistere anche quando guardiamo dentro noi stessi: l'importante è cercare sempre di distogliere lo sguardo prima che l'abisso lo ricambi.



MrFord



"Dream on, dream on
there's nothing wrong
if you dream on, dream on
of being a swan
but I know you're thinking..."
Elisa - "Swan" - 



venerdì 19 settembre 2014

Red riding trilogy: in the year of our lord 1974

Regia: Julian Jarrold
Origine: UK
Anno:
2009
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Eddie Dunford, giovane reporter ambizioso e pronto a tutto, torna nello Yorkshire, dov'è cresciuto, dopo aver terminato gli studi ed essere stato svezzato nella professione al Sud. La misteriosa scomparsa di una bambina salita agli onori della cronaca risveglia il fiuto da investigatore di Eddie, che non solo ipotizza che l'avvenimento sia legato a due precedenti rapimenti di minori, ma che finisce per incrociare il cammino del collega Barry Gannon, convinto della corruzione dilagante tra le fila della polizia locale, più preoccupata di gonfiarsi le tasche lasciando passare sotto silenzio i loschi affari del magnate locale John Dawson, lasciando di fatto l'individuo responsabile degli efferati crimini sulle piccole libero di continuare nella sua opera.
La lotta di Eddie affinchè la verità venga a galla si rivelerà più difficile di quanto non potesse credere.






Dai tempi in cui decisi di aprire il Saloon è passata parecchia acqua sotto i ponti, in termini di visioni, e se c'è una cosa per la quale ringraziare lo status di blogger è senza dubbio la possibilità di continuare a scoprire opere potenzialmente interessanti grazie al passaparola: è il caso della Red riding trilogy, prodotta in Inghilterra come una miniserie televisiva costituita da tre pellicole legate eppure ben distinte tra loro non troppi mesi fa molto sponsorizzata dal buon Bradipo.
Il primo dei tre capitoli, ambientato in un perfettamente ricostruito '74, conduce l'audience nel pieno di uno dei periodi più turbolenti della storia recente del Regno Unito, dilaniato da lotte intestine tra la Corona e l'IRA e segnato dal sangue di una serie di vittime innocenti passate in secondo piano all'attenzione delle forze dell'ordine troppo impegnate a tenere la propria sporcizia ben nascosta sotto il tappeto della corruzione.
Tecnicamente costruito sull'attesa ed un approccio da indagine giornalistica più simile a quello di Tutti gli uomini del Presidente che non di Se7en, il primo capitolo di questa trilogia vede alternarsi sullo schermo molti caratteristi ben noti ai fan del Cinema anglosassone accanto a star decisamente più in vista come Andrew Garfield - che non sfigura nel ruolo di Eddie Dunford -, Sean Bean e l'indimenticato Nathan di Misfits, Robert Sheehan, seppur relegato ad un ruolo decisamente marginale dal punto di vista del minutaggio -, ed il regista occuparsi, prima ancora che della vicenda del killer delle bambine, di una critica decisamente marcata rispetto ai metodi ed alla condotta della polizia locale ai tempi.
Senza dubbio ci troviamo più dalle parti del Cinema d'essai che non del thriller destinato a diventare blockbuster inchiodando alla poltrona il suo pubblico, eppure questo inizio lascia più che ben sperare negli sviluppi dei due successivi capitoli, di fatto definendo quella che pare proprio la trilogia più interessante che il genere abbia offerto dai tempi del Pusher di Refn: l'Eddie di Andrew Garfield, solo - o quasi - a battersi e ad esporsi agli attacchi di una forza decisamente troppo grande per lui, è un personaggio imperfetto e per nulla positivo, eppure nel suo confronto con il Sistema e la corruzione dello stesso - oltre che con il "lupo" responsabile della sparizione e della morte delle ragazzine - pare quasi assumere le sembianze dell'eroe pronto a difendere Verità e Giustizia, anche quando il prezzo da pagare finirà per essere inesorabilmente troppo alto perfino per chi ci aveva davvero creduto.
In questo senso gli incroci dei percorsi del John Dawson di Sean Bean e dell'indomito - almeno nella ricerca delle notizie - Eddie paiono definire due status ben precisi, che se ci trovassimo all'interno di una tragedia greca finirebbero per apparire come Destini già compiuti, inutili entrambi per risolvere davvero un mistero, o raddrizzare dei torti, e macchiati inesorabilmente da quell'hybris che definì quello stesso tipo di tragedia.
Del resto, l'umanità è imperfetta ed oscura, anche quando nasconde quella stessa oscurità dietro una facoltosa facciata o la sfrontatezza di sogni troppo grandi per essere realizzati davvero: è sempre impresa ardua sperare di poter ristabilire il silenzio degli innocenti, ed è ancor più difficile presumere di poter sancire quello - definitivo - dei colpevoli.



MrFord



"Tis the song, the sign of the weary
hard times, hard times, come again no more
many days you have lingered all around my cabin door
oh hard times, come again no more."
Bob Dylan - "Hard times" - 




domenica 1 settembre 2013

Death race 2

Regia: Roel Reinè
Origine: Sud Africa, Germania
Anno: 2010
Durata: 100'



La trama (con parole mie): il leggendario corridore Frankenstein, morto nell'incipit del primo Death race, è riportato alla luce insieme alle origini sue e della gara che lo porterà alla fine.
Carl Lucas, rapinatore di banche al servizio del boss della mala Marcus Kane, dopo vent'anni di colpi andati a segno senza colpo ferire è costretto, per coprire la fuga dei nipoti dello stesso Kane, ad uccidere un poliziotto: finito in carcere, entra da subito nel mirino della anchor woman senza scrupoli September Jones, che lo vorrebbe per la seguitissima trasmissione Death match, nel corso della quale i detenuti del carcere di massima sicurezza al quale Lucas è stato destinato hanno il compito di battersi fino alla morte come gli antichi gladiatori.
L'indole ribelle del detenuto ed i ratings troppo bassi indurranno la donna a sviluppare l'idea della Death race, che porterà alla creazione dello stesso Frankenstein.



Qualche anno fa, complice la mia consueta voglia di tamarrate  - che d'estate si fa sempre più pressante -, finii per recuperare una vera e propria perla trash con protagonista quell'expendable di Jason Statham, Death race, filmaccio carcerario ambientato in un futuro distopico giocato tutto su terrificanti corse in macchina all'ultimo sangue tra detenuti firmato da quella pippa stellare di Paul W. S. Anderson, uno che è meglio tenere alla larga dalla macchina da presa: il risultato, per quanto basso, fu assai divertente, violento e chiassone, tanto che finii per gustarmelo niente male.
Preso al volo per caso da Julez su Italia Uno - erano anni che non vedevo un film con l'incubo della pubblicità, terrificante -, il sequel del suddetto - che poi, a ben guardare, è un prequel - sempre prodotto da quel poco di buono di Anderson e diretto dal misconosciuto Reinè, non riesce nell'impresa che riuscì alla saga di Undisputed, che ad un primo e tostissimo capitolo firmato Walter Hill fece eco con un secondo ed un terzo resi preziosissimi dal Boyka interpretato da Scott Adkins.
Le origini del leggendario pilota morto all'inizio del film precedente, infatti, finiscono per scadere spesso e volentieri nel Cinema di serie molto più bassa della B senza che ironia o situazioni sopra le righe possano salvare la situazione in qualche modo: neppure la presenza di personaggi noti come Sean Bean - che avrà pure preso parte a quella schifezzina di Silent Hill, ma è anche stato uno dei volti più convincenti de Il signore degli anelli e Game of thrones -, personalità del trash come Ving Rhames - indimenticabile Marcellus Wallace di Pulp fiction - e leggende viventi come Danny Trejo riescono a rendere più digeribile questo piatto che pare cucinato e servito in onore dei cani maledetti, e che più che per le sequenze d'azione - peraltro girate maluccio - intrattiene grazie alle grazie delle due protagoniste femminili, fanciulle con tutti gli argomenti utili per convincere un pubblico maschile alla ricerca di una serata ricreativa.
Per il resto poco incide, e perfino la violenza risulta meno d'impatto rispetto al primo capitolo, senza contare che il passaggio in tv deve aver portato a tagli in pieno stile anni ottanta così come ad un agghiacciante messaggio pre-titoli di coda nel quale si ricordava al pubblico di non imitare le gesta di stuntman che avevano realizzato le scene più rischiose della pellicola in un ambiente protetto e con manovre che solo professionisti sono in grado di portare a termine.
Una sorta di "parental advisory" di cattivissimo gusto in chiusura di un secondo capitolo estremamente deludente per il sottoscritto, che sperava di sopperire alla mancanza di Statham con un'ora e mezza di divertimento puro e senza sosta che riuscisse a mantenere la sospensione dell'incredulità.
Missione fallita, dunque, per Frankenstein e la sua banda, anche se ovviamente, non essendoci due senza tre, ora mi toccherà sacrificarmi per voi tutti gettandomi nella mischia del terzo - ed ultimo, per ora - capitolo, Death race: inferno, che non potrò certo mancare, da buon expendable quale anche io sono.
Senza contare che, neppure quando un film è una schifezza, riesco a resistere alle tamarrate di questo stampo.


MrFord


"I look at you and my blood boils hot,
I feel my temperature rise
I want it all, give me what you got,
there's hunger in your eyes
you're coming closer, I can hear you breathe.
you know the way to give me what I need
just let me love you and you'll never leave."
Kiss - "Heaven's on fire" -


giovedì 25 agosto 2011

Game of thrones Stagione 1

Produzione: Hbo
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 10



La trama (con parole mie): i Sette regni sono scossi da tumulti, preoccupazioni e giochi di potere, dal profondo Nord alle terre dei selvaggi Dothraki, signori dei cavalli. 
Oltre Winterfell, lungo la grande barriera che protegge il mondo conosciuto dalle terre dei Bruti, i guardiani Nightwatch tremano all'idea della discesa delle creature che vivono oltre l'imponente frontiera, mentre il sovrano Robert propone al suo vecchio compagno d'armi Ned Stark di prendere il posto del defunto Jon Arryn come suo Primo Cavaliere.
Nel frattempo, si moltiplicano i giochi di potere orchestrati dai subdoli Lannister, mentre la dinastia caduta dei Targaryen cerca in Khal Drogo un alleato potente per tornare nel Continente e reclamare il trono che un tempo era occupato proprio dalla loro casata.


Evidentemente, Misfits era destinata a non essere la sola, grande sorpresa di questo 2011 sul piccolo schermo: quasi dal nulla, sotto l'egida di un nome non sempre altisonante come quello di David Benioff - sceneggiatore de La 25ma ora, è vero, ma anche di obbrobri come Wolverine: le origini o Troy -, è sbucata Game of thrones, tratta da una serie tuttora in corso di romanzi fantasy e destinata a rivitalizzare il genere quanto e forse più della trilogia dedicata al Signore degli anelli.
Mescolando le atmosfere dei lavori di Peter Jackson agli intrighi dei Tudors, spruzzando il tutto con litri e litri di sangue e morti a profusione neanche fossimo ben segregati nel carcere di Oz, gli autori confezionano una delle proposte più interessanti degli ultimi anni che il piccolo schermo abbia regalato agli spettatori, azzeccando personaggi, cast, caratterizzazioni ed uno stile narrativo ad un tempo classico e terribilmente moderno.
Senza perdersi in troppi giri di parole per quanto riguarda la sceneggiatura - che pare perfettamente funzionale nonostante le ovvie riduzioni dovute al legame con il romanzo e alle conseguenti sbavature del caso - e la regia, la confezione - grande produzione segnata da una visione assolutamente autoriale - e gli effetti, occorre dare credito soprattutto alla varietà di personaggi presenti - una via ideale per conquistare fette di pubblico variegate e numerose - e ad un cast semplicemente perfetto: da Sean Bean - che ricorderanno tutti i fan del suddetto Signore degli anelli nel ruolo di Boromir - a Jason Momoa - fresco fresco protagonista del remake di Conan - passando attraverso Lena Headley - la Gorgo di 300 - e l'irresistibile Peter Dinklage - visto nel piacevole The station agent e in Funeral party -, tutti, dai più a meno famosi, paiono in parte e perfettamente calati nella realtà della narrazione, aggiungendo ulteriore credibilità ad un'opera già di per sè assolutamente di valore.
Tornando ai personaggi, la varietà di caratteri, intenti e percorsi è tale da riuscire a catturare l'attenzione di un ampio spettro di utenti, mantenendola grazie ad una gestione delle numerose sottotrame equilibrata e quasi sempre tesissima, anche e soprattutto nei momenti in cui l'azione lascia il posto agli intrighi e ai confronti verbali tra i personaggi: personalmente, devo ammettere di avere trovato numerosi "preferiti" nel corso di questa prima stagione - raramente accade, di solito mi concentro su un solo protagonista -, dal già citato Ned Stark ai suoi figli Arya e Jon Snow, senza dimenticare l'acutissimo Tyrion Lannister e la selvaggia e dirompente coppia formata da Daenerys Targaryen con il suo consorte, il feroce Khal Drogo.
Quel che è sicuro è che la carne al fuoco per la seconda stagione - attesissima per la primavera 2012 - è molta, complici i massacri, le morti ed i voltafaccia avvenuti nei due episodi conclusivi di questa prima, incredibile annata: resta assolutamente incerto il destino del trono di spade, così come quello della Barriera e dei ruoli che ricopriranno gli aspiranti sovrani Robb Stark e Daenerys Targaryen, senza contare che i Lannister paiono nati per sopravvivere anche nelle condizioni più avverse.
Certamente assisteremo ad altre morti, battaglie, complotti, accordi stipulati in nome del potere e del fascino che lo stesso esercita sull'Uomo, sia esso mosso dall'onore, dall'amore, dall'odio, dalla vendetta o dal semplice gusto di esercitarlo: quello che è certo è che la battaglia per i Sette Regni è appena cominciata, ed il tributo di sangue che chiederà sarà certamente alto.


MrFord

"There are times when I've wondered
and times when I've cried
when my prayers they were answered
at times when I've lied."
Iron maiden - "No prayer for the dying" -



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