venerdì 22 maggio 2015

The gunman

Regia: Pierre Morel
Origine: Spagna, UK, Francia
Anno: 2015
Durata: 115'





La trama (con parole mie): Terrier, un militare del settore privato e cecchino professionista parte di un team che si occupa della sicurezza e del lavoro sporco di una compagnia mineraria nel Congo del pieno della guerra civile, ha una storia d'amore con una donna membro di una delle ONG operanti nel paese, Annie, che non sa nulla del suo effettivo ruolo.
Quando è designato per eliminare il Ministro che si occupa delle attività minerarie ed è costretto a lasciare il paese, Terrier perde anche la sua amata: otto anni dopo, ancora traumatizzato e deciso a redimersi lavorando proprio in Congo alla costruzione di pozzi d'acqua, l'uomo è minacciato da un commando inviato per ucciderlo.
Scampato all'attentato ed insospettitosi, inizia per lui una ricerca che lo condurrà di nuovo in Europa e che lo vedrà ricongiungersi con Annie: riusciranno, però, i due a salvare la pelle?








A volte, quando si affrontano certe visioni che già dalle premesse si prospettano decisamente fallimentari, dovremmo avere una sorta di Grillo Parlante molto poco interiore e molto poco grillo che, con un paio di cazzotti ben assestati, o una bella mossa di wrestling, avrebbe il compito di ricordare a tutti noi quanto siamo stati incredibilmente coglioni.
E con questo The Gunmen sarebbe stato davvero fondamentale, per il sottoscritto: nonostante, infatti, le critiche negative piovute su questa pellicola un pò ovunque, il fatto che dietro la macchina da presa si trovasse il Pierre Morel del primo Taken, che Sean Penn si sia voluto reinventare come fosse una copia sbiaditissima del Jack Bauer di 24 o che ancora Javier Bardem si sia trovato nell'ormai classica ed ipergiogioneggiante posizione del cattivo sopra le righe, ho voluto comunque insistere e rischiare, pur considerandolo fin dall'inizio un riempitivo da giornata di relax in solitaria.
Devo anche ammettere, nonostante tutto, di non essermi incazzato a morte lottando con il desiderio di frantumare una bottiglia contro il televisore come fu con porcate simili come The American, ma di aver considerato, di fatto, The Gunman come una sorta di versione alternativa e poco riuscita di un episodio della già citata 24 o di Blood Diamond, blockbuster a sfondo sociale con protagonista Di Caprio di qualche anno fa: in fondo, il lavoro di Morel è il tipico filmetto action con poche palle come se ne trovano a mazzi nel panorama di un genere che troppo spesso dimentica ironia e coraggio, e tenta di propinare (anti)eroi politically correct - o quasi - se non nelle azioni, quantomeno "idealmente".
La difficoltà maggiore, in questo senso, è digerire il Terrier di Penn, che fin dai primi minuti pare un bravo scolaretto nonostante, di fatto, si occupi di uno dei lavori più sporchi che possano esistere - il mercenario per grandi corporazioni del settore privato pronto, in cambio solo ed esclusivamente di denaro, a commettere le azioni più terrificanti spesso in angoli di mondo già devastati e all'interno dei quali nessuno andrà mai ad indagare -: vederlo dispensare tenerezze ad Annie - la nostrana Jasmine Trinca - e guardare con occhi da padre deluso i suoi commilitoni come se le sue mani non fossero sporche di sangue o considerare di farlo passare per il "buono" neanche ci trovassimo in una pellicola targata Disney per adulti pare davvero fantascienza, anche quando dall'altra parte della barricata troviamo un Bardem più odioso del solito che non si vede l'ora di vedere morto ammazzato.
Per il resto è tutto come ce lo si aspetterebbe: confezione finto patinata, sparatorie confusionarie, un protagonista in piena crisi di mezza età che non vede l'ora di mostrare i muscoli, viaggi da una parte all'altra dell'Europa - ovviamente i luoghi di produzione della pellicola -, la bella in pericolo ed un complotto destinato ad essere smascherato e ribaltato da testa a piedi dal nostro intrepido e redento ex assassino prezzolato tornato sul luogo del delitto per dedicarsi agli scavi di pozzi d'acqua.
Tutto già visto e già sentito, dunque, un pò come quando si approccia un film che si sa già finirà tra i peggiori dell'anno, e con coraggio - o stupidità - si porta avanti l'impresa fino alla fine.
E fino alla prossima volta.
Non ci sono buon senso o grilli parlanti che tengano.




MrFord




"War without end
no remorse No repent
we don't care what it meant
another day Another death
another sorrow Another breath."
Metallica - "No remorse" - 





giovedì 21 maggio 2015

Calvario

Regia: John Michael McDonagh
Origine: Irlanda, UK
Anno: 2014
Durata: 102'





La trama (con parole mie): Padre James, che ha deciso di percorrere la via del prelato in tarda età, dopo la morte della moglie e con una figlia già adulta, trova dall'altra parte del confessionale uno dei suoi parrocchiani, che confessa di aver subito violenze sessuali ripetute e per anni da un prete nel corso della sua infanzia, e proprio per questo ha intenzione di vendicarsi uccidendo lo stesso James, perchè togliere la vita ad un religioso stimato da tutti e di animo buono come lui sconvolge e tocca molte più corde, a suo dire, che farlo rispetto ad uno che si è macchiato di crimini terribili.
Prima di scomparire, l'uomo da a Padre James sette giorni esatti per chiudere gli ultimi conti della sua vita, confrontarsi con la quotidianità e la propria figlia, prima di incontrare il destino la domenica successiva.
Come si muoverà il religioso a fronte di una morte annunciata?








Fin dai tempi di Braveheart, ho sempre nutrito una certa simpatia per Brendan Gleeson, omone tutto irish che si è sempre ben adattato ai ruoli da caratterista ricoperti per quasi tutta la carriera: dalla pellicola firmata da Mel Gibson a In Bruges, passando per Un poliziotto da happy hour, il suo volto ha sempre avuto qualcosa di familiare, per il sottoscritto, e di norma le pellicole che l'hanno avuto come protagonista non hanno mai deluso.
Non è da meno questo Calvario, firmato dallo stesso regista dell'appena citato The Guard - che preferisco ricordare con il suo titolo originale, invece che per lo scempio italiano che pare associarlo ad un Cinepanettone da aperitivo - tornato a galla al Saloon in occasione dell'uscita nelle nostre sale: il lavoro svolto sul personaggio di Padre James, tra i più profondi ed interessanti che mi sia capitato di scoprire sul grande schermo parlando di Fede e religione da diverso tempo a questa parte, sia in termini interpretativi che di scrittura è notevole, e riesce a toccare corde che perfino un ateo miscredente come me a volte dimentica di avere.
Nonostante si perda - anche per necessità di genere, ovviamente - il brio di The Guard ed a tratti i centodue minuti di durata appaiano molti di più, Calvario assume, di fatto, le connotazioni di uno dei titoli legati all'approccio con i "piani alti" più importanti delle ultime stagioni, in grado di farmi tornare alla mente le riflessioni nate grazie a Red Lights e Vita di Pi, oltre che a mostrare e sezionare il rapporto tra un padre e sua figlia con grande onestà e sincerità d'intenti.
Il percorso compiuto da Padre James verso il suo Destino, però, non è necessariamente placido, o rassegnato: il protagonista di questa vicenda è un uomo passionale ed a suo modo tormentato, che lotta giorno dopo giorno per mantenere l'equilibrio necessario per poter fare da pastore al suo gregge.
In questo senso, ammetto di essere stato molto colpito dal charachter interpretato da Gleeson, superando, di fatto, qualsiasi spigolosità che di norma mostrerei rispetto alle tonache e alle questioni legate non tanto alla Fede, quanto alla religione ed al suo esercizio.
Certo, non parliamo di un film per tutti, ma di una pellicola pronta a conquistare un pezzo alla volta chiunque si dimostri pronto ad affrontarla con lo stesso spirito del suo protagonista, dibattuto, paterno, forte, fragile, furente: potrebbe non rientrare nelle vostre corde - come è stato, in parte, per il sottoscritto -, risultare lenta o priva di quella scintilla in grado di trasformare un buon film in un vero e proprio cult, eppure Calvario è una pellicola di quelle che meritano una visione, fosse una sfida, un confronto, una possibilità per arricchirsi o per riflettere ben oltre i titoli di coda.
In fondo, anche per chi pensa che l'occasione che abbiamo è tutta da giocarsi qui, e non esiste al mondo che una vittima, per quanto vittima, possa scegliere di liberarsi di noi solo per vendicarsi dei traumi subiti cui designeremmo il ruolo di nostro traghettatore tra le braccia di Dio o chi per Lui, il "calvario" del titolo, il confronto con chi si ama e la capacità di comprendere prima di ogni altra cosa se stessi, è una pratica che potrebbe aprire le porte di qualsiasi paradiso.
Da questa o dall'altra parte della barricata.




MrFord




"Rape me like a child
christened in blood
painted like an unknown saint
there's nothing left but hope
your voice is dead."
The Cure - "Faith" - 





mercoledì 20 maggio 2015

Wednesday's child


La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite consacrata interamente a Paolo Sorrentino, che con Garrone e Moretti rappresenta in questi giorni l'Italia a Cannes, e proprio per Sorrentino anticipata al mercoledì. Pochi titoli, dunque, ma discrete potenzialità, a meno che non si parli del mio sempre scomodo compare di rubrica, Cannibal Kid, con il quale spero di essere in disaccordo ancora una volta, e sempre di più.


"Speriamo che Ford non sia in giro alla guida di un'astronave, o siamo davvero nei guai."


Youth - La giovinezza
"Come hai detto che si intitola, questo film?" "La giovinezza." "E chi lo dirige? Ford?!"


Cannibal dice: Fai un film intitolato Youth e parli di due amici sulla soglia degli 80 anni interpretati da Michael Caine e Harvey Keitel?
Ah Sorrentì, la tua concezione della giovinezza sarà mica simile a quella di Mr. Ford, secondo il quale Stallone è ancora la più brillante promessa del cinema mondiale?
Fatto sta che questo film si preannuncia non troppo distante dalle parti de La grande bellezza, film che aveva diviso l'Italia intera, ma che a sorpresa aveva unito nel giudizio positivo sia me che Ford che l'Academy. Il miracolo si ripeterà?
Ford dice: considerato che Paolo Sorrentino - al momento per me forse il miglior regista italiano - ha raccolto bottigliate da queste parti solo in occasione del suo unico - fino ad ora - lavoro internazionale, dovrei avere quasi paura di questo nuovo Youth.
Allo stesso modo, però, c'è da dire che il quasi fresco di Oscar Paolone Nazionale pare non essersi discostato troppo dalle tematiche de La grande bellezza, che aveva compiuto il miracolo non tanto di vincere l'ambita statuetta, ma di mettere d'accordo me e Peppa. Il quesito più grande è se si ripeterà.




Tomorrowland

"E così quello è Cannibal Kid: pensavo fosse un essere mitologico frutto dell'immaginazione di qualche mente malata, e invece esiste davvero!"

Cannibal dice: Tomorrowland esce tomorrow, un giorno dopo il film di Sorrentino. Riuscirà a fargli le scarpe al box office?
Questa disneyata per bambini e per famiglie, quindi al 100% fordiana, potrebbe pure rivelarsi un prodotto di intrattenimento gradevole. Soprattutto per via della presenza di Britt Robertson, giovane attrice che io già da parecchio tempo sto cercando di promuovere come la nuova Jennifer Lawrence e chissà che con questo film non gli riesce finalmente di fare il grande salto nella Hollywood che conta. Io dico che la star del tomorrow è lei. Ford invece è solo una star del passato...
Ho detto star???

Intendevo Brodo Star!
Ford dice: Tomorrowland è uno dei titoli a maggior rischio di bottigliate da blockbuster selvaggio della stagione, eppure non riesco proprio a farmelo stare indigesto.
Tutto grazie a Brad Bird, regista de Gli incredibili e Mission Impossible: Protocollo Fantasma, nonchè del fantastico Il gigante di ferro, che nonostante le ovvie concessioni alla grande distribuzione, potrebbe perfino finire per stupire.
Staremo a vedere.




The Lazarus Effect

"Piuttosto che vedere un altro film consigliato da Peppa Kid la faccio finita."

Cannibal dice: Probabile che si tratti di un horrorino modesto modesto, però il trailer pur rispettando i soliti cliché del trailer horror, mi ha intrigato abbastanza. Sarà che una Olivia Wilde posseduta su di me fa un certo effect positivo. Così come una pellicola promossa da WhiteRussian mi fa subito un effect negativo.
Ford dice: horror da nulla di quelli che potrebbero far paura solo a quel pusillanime di Cannibal Kid. Lo vedrò giusto nel caso in cui sentissi il bisogno di una serata di svago.




Survivor

"E così non sarei un degno action hero, Ford e Cannibal!? Vi faccio fuori entrambi, così chiudiamo il discorso."


Cannibal dice: Thriller a tematica terroristica che ai tempi d'oro di 24 e Homeland mi avrebbe intrigato, ora invece mi ha stufato. Il cast poi è pieno di attori che non mi piacciono: Pierce Brosnan + Milla Jovovich + Emma Thompson. Nah, non ci siamo proprio. L'unico che mi sta simpatico è Dylan McDermott, ma solo perché è uno degli attori più odiati dal Ford.
Ford dice: la presenza di McDermott nel cast di un film è paragonabile ad una piena promozione del mio rivale in una recensione, e già basterebbe.
Eppure questo thriller di stampo terroristico tenta di fare ancora di più aggiungendo al cocktail un gruppo di attori terrificanti ed una tematica ormai fin troppo abusata.
Diciamo che, a meno di clamorose bocciature del mio rivale, me ne terrò bene alla larga.



martedì 19 maggio 2015

Mad Max - Fury Road

Regia: George Miller
Origine: Australia, USA
Anno: 2015
Durata: 120'





La trama (con parole mie): in un futuro prossimo figlio del nulla post-atomico e dominato da despoti capaci delle più terrificanti violenze ed atteggiamenti da presunte divinità, si muovono due ribelli pronti a mordere la strada per conquistare la propria Libertà e sopravvivere. Il primo è Max Rockatansky, ruvido e di poche parole, ex poliziotto, lupo solitario, disposto a tutto pur di portare a casa la pelle ogni giorno. La seconda è Furiosa, forzata compagna ed Imperatrice di Immortan Joe, decisa a tornare alle terre che le hanno dato i natali portando con lei le spose e riproduttrici dello stesso Joe liberandole di fatto dal suo giogo.
Quando le strade dei due si incrociano ha inizio una vera e propria fuga attraverso il deserto che condurrà l'insolito gruppo di ribelli - ai quali si aggiunge, per se inizialmente dall'altra parte della barricata, il giovane guerriero Nux - attraverso canyons dominati dalle tribù del deserto, acquitrini oscuri e tempeste di sabbia apocalittiche, oltre che ad uno scontro frontale con Immortan Joe ed i suoi combattivi figli.
Chi riuscirà a sopravvivere?
E chi continuerà a viaggiare su questa polverosa strada verso la fine del mondo?








Esistono saghe ed ambientazioni cui finiamo inevitabilmente per essere legati anche quando paiono dimenticate, come se fossero in qualche modo parte di noi, cicatrici o tatuaggi di colpo saliti in rilievo, ricordi tornati prepotentemente alla memoria: il personaggio di Mad Max, tra i primi volti noti della futura star Mel Gibson, pronto a lottare in una cornice da sopravvissuti al dramma del post-guerre atomiche, che aveva in comune proprio il setting con un altro dei charachters di culto per il sottoscritto di quegli anni, Ken il Guerriero - ricordo quanto fui felice di poter vedere tutta la serie con mio padre, quando una caduta in bicicletta con doppia frattura della clavicola lo tenne a casa dal lavoro per quasi tre mesi tra la fine dell'ottantotto e l'inizio dell'ottantanove -, è parte della categoria a tutti gli effetti, nonostante i miei anni da cinefilo attento solo alle proposte autoriali - che poi, a ben guardare, includono anche la creatura di George Miller - ed il progressivo riavvicinamento, con l'età che avanza, ai cari, vecchi action tanto amati nel corso dell'infanzia.
Il ritorno sul grande schermo dell'antieroe del deserto australiano era da tempo una scommessa sulla quale molti amanti del genere come il sottoscritto avevano deciso di puntare, in parte perchè fortemente voluto e finalmente costruito con i mezzi desiderati dallo stesso Miller ed in parte per un cast che prometteva scintille a partire dai due protagonisti, Tom Hardy e Charlize Theron.
Senza troppi altri giri di parole, la suddetta scommessa è stata vinta e stravinta da un film strepitoso, tiratissimo dall'inizio alla fine, un fumettone da esaltazione pura che mi ha riportato a quei giorni lontani sul divano accanto a mio padre e riflesso nelle tante coppie padre/figlio presenti in sala, un inseguimento a perdifiato di centoventi minuti inserito in una cornice stupenda, curato in ogni dettaglio - dai costumi, al trucco, agli stupefacenti mezzi - e visivamente da restare a bocca aperta: basterebbe la prodigiosa sequenza della corsa all'interno della tempesta di sabbia per far venire la pelle d'oca a chiunque riesca a spalancare ancora occhi e bocca per questa macchina meravigliosa che chiamiamo Cinema.
Ma Mad Max - Fury Road non è soltanto questo: è il buon Rockatansky, un sopravvissuto fatto e finito, lupo solitario dedito soltanto alla regola di portare sempre a casa la pelle alla fine del giorno, un buono dai metodi cattivi, un disilluso pronto a credere, però, in chi crede.
E nel fatto di lottare per farcela, sempre e comunque.
E' Furiosa, uno dei migliori personaggi che la settima arte abbia offerto al suo pubblico quest'anno - e forse anche di più -: una guerriera che è più un simbolo, e che va oltre la bellezza, il suo ruolo all'interno della società forgiata da Immortan Joe, quel braccio bionico che è una meraviglia di charachter design e di umanità, l'incontro tra il moncherino che è quasi un'anima spezzata ed il metallo pronto a far danzare veicoli di tonnellate e tonnellate d'acciaio e benzina.
E' la fuga della speranza delle Madri, un richiamo neppure troppo velato all'importanza ed alla sacralità della Donna nella società, al rispetto - guadagnato nella lotta - che merita ed alla forza che dimostra, e che non chiede o pretende sconti - neanche Miller è tenero, in questo -.
E' la visione allucinata dei guerrieri di Immortan Joe, desiderosi di morire nel modo più chiassoso e spettacolare possibile per poter avere la garanzia dell'accesso al Valhalla, e che rimanda ai kamikaze ed alla cultura del sacrificio bellico e religioso che abbiamo sperimentato sulla pelle del mondo negli ultimi decenni.
E' veicoli lanciati a perdifiato nel deserto, attraverso i canyons dell'outback australiano, adrenalina pura, esaltazione e malinconia, coraggio e tristezza, liberazione e morte.
E' la speranza di poter ricominciare, l'ancestrale cordone ombelicale che conduce alle braccia, ai seni ed alla pancia di una madre, all'acqua, alla vita che rinasce da una piccola pianta.
E' un uomo solo tra la polvere, che come uno squalo di terra non può smettere di correre, di muoversi, di guardare avanti.
Perchè quello è il solo modo per sopravvivere.
Ad un mondo popolato da predatori, e soprattutto a se stessi.




MrFord




"Breathe in deep, 
and cleanse away our sins
and we'll pray that there's no God
to punish us and make a fuss."
Muse - "Fury" - 





lunedì 18 maggio 2015

Master and commander - Sfida ai confini del mare

Regia: Peter Weir
Origine: USA
Anno:
2003
Durata: 138'





La trama (con parole mie): nel pieno delle Guerre Napoleoniche, il Capitano Jack Aubrey, comandante della Surprise, solca i mari del Sud con la missione di intercettare il vascello francese Acheron, responsabile di numerosi attacchi alla marina anglosassone.
Sorpreso ed inizialmente messo alle corde dal rivale alla guida della stessa Acheron, Aubrey, contravvenendo agli ordini che prevedevano il pattugliamento da parte della sua nave delle sole coste del Brasile, si lancia all'inseguimento del nemico circumnavigando il continente sudamericano, finendo per mescolare gli ordini dall'alto al desiderio di vendetta, spesso e volentieri usando come contrappeso al suo carattere il medico di bordo, amico fraterno e naturalista Stephen Maturin.
L'inseguimento e la lotta tra la Acheron e la Surprise diventeranno dunque la cornice della componente umana e della geografia sociale della nave di Jack "Il fortunato".








Ho sempre pensato che uno dei modi migliori per scoprire se il rapporto con una persona è destinato a durare - e parlo di amicizia, così come di storie sentimentali - sia quello di condividere con la stessa un'avventura, un momento destinato a diventare solo di chi lo vive, un viaggio.
Difficilmente, infatti, se le cose non funzioneranno nel corso dello stesso, ci saranno possibilità che si vada oltre la superficiale frequentazione occasionale: Peter Weir questo deve saperlo bene, non solo perchè nell'affrontare le sue pellicole ho la piacevole sensazione di trovarmi a casa in qualunque parte del mondo - e della Storia - il regista australiano mi conduca, ma soprattutto a causa della capacità dello stesso di mostrare quello che è il cuore del concetto stesso di viaggio, l'esperienza.
Buona o cattiva che sia, favorevole oppure no, un'esperienza resterà sempre impressa nei ricordi, nel cuore e sulla pelle.
In questo periodo in cui il gusto per l'epopea "marina" è tornato a farsi prepotentemente sentire nel sottoscritto, grazie a Black Sails, L'isola del tesoro e La vera storia di Long John Silver, non potevo non approfittare per tornare a rispolverare una pellicola che era riuscita a sorprendermi - ed alla grande - ai tempi della sua uscita, finendo per ribaltare il pronostico della vigilia della visione che attendeva al varco il classico polpettone hollywoodiano presentando un'opera dalle spalle larghe, girata alla grande e con partecipazione, pronta a solleticare l'epica del Cinema d'avventura ma anche mostrare la contrapposizione tra passione e ragione, forza ed acume, il roboante romanticismo di Aubrey e l'approccio tanto assertivo quanto curioso di Maturin, le due anime non solo della Surprise, ma della pellicola stessa.
Traendo ispirazione da un romanzo, Weir porta in scena la vita e la geografia sociale di un grande veliero, città galleggiante all'interno della quale, a prescindere dai ruoli e dai gradi, esistono in  egual misura paria e predestinati al successo, uomini in grado di vivere ogni istante come fosse l'ultimo ed altri per nulla in grado di accettare che prima o poi lo spettacolo giungerà alla fine: celandosi, dunque, apparentemente dietro il confronto a distanza tra la Achelon e la Surprise ed il loro inseguimento, il regista de L'attimo fuggente analizza le dinamiche di ciurma dai momenti più rilassati e divertenti - i siparietti musicali e di confronto tra i già citati Aubrey e Maturin, le cene degli ufficiali - a quelli più drammatici - la perdita dei compagni per mare o in battaglia, la sensazione di essere ad un tempo esploratori pronti ad aggredire la Natura così come vittime della sua irresistibile ed indomabile forza, il drammatico destino del Jona, vessato dalle dicerie dell'equipaggio, o dei giovani allievi ufficiali poco più che bambini pronti a dare tutto, da parti di loro stessi alla vita, in nome di uno spirito che, forse, ormai non viene più neppure riconosciuto - prendendosi il tempo per poter delineare anche attraverso pochi dettagli ogni singolo marinaio, soldato o cuoco di bordo.
Un titolo dal sapore di grande Classico, che esalta lo spirito dei viaggiatori e degli esploratori - splendide le sequenze alle Galapagos legate alla scoperta di specie e latitudini ai tempi pressochè sconosciute - ma non dimentica l'importanza della passione e della disciplina - verso se stessi e chi sta sotto e sopra di noi -, elogia la follia dell'istintività ed allo stesso tempo le spalle larghe e la presenza della ragione, si lancia nel cuore di tempeste dai marosi che paiono muri d'acqua pronti ad inghiottire ed affronta a viso aperto la maledizione di una bonaccia forzata.
Uno spirito indomito, dunque, per un film che è una pacchia per i viaggiatori mai sazi per Natura come il sottoscritto: e se "per esigenze della Marina" la rotta dovrà essere cambiata, e cambiata ancora, poco importa.
A quelli come noi basteranno la passione, un pò di follia, compagni fidati ed alcool per brindare alle imprese compiute, o a chi ci siamo lasciati indietro, guardando sempre avanti.




MrFord




"La nave che sbatte è il cicchetto che fuma 
quando vanesio s'incipria di schiuma
per lui è soltanto un balocco
la burrasca che gonfia nel fiocco."
Vinicio Capossela - "L'oceano Oilalà" -






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