martedì 22 novembre 2011

Win win

Regia: Thomas McCarthy
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Mike Flaherty è un avvocato del New Jersey che trova la sua dimensione migliore come allenatore della squadra di wrestling scolastico locale.
Grazie ad un'involontaria dritta della sua segretaria, prende in custodia l'anziano Leo, parcheggiandolo in una casa di riposo e continuando ad intascarne l'assegno di mantenimento: quando scopre che il nipote dell'uomo è una giovane promessa della lotta in Ohio in rotta con la madre e la scuola decide di cogliere due piccioni con una fava aprendo le porte della sua casa al ragazzo in modo da far balzare in vetta alle classifiche la squadra.
Quando la madre del giovane Kyle, però, tornerà a reclamare padre e figlio - e l'assegno che accompagna il primo -, le cose per Mike si complicheranno.
Anche perchè, nel frattempo, l'uomo si scoprirà profondamente legato a questa sua nuova famiglia allargata.



Devo ammettere che l'atmosfera dolceamara venata di quell'autorialità non fastidiosa tipica delle migliori proposte in stile Sundance mi mancava, e non poco.
Thomas McCarthy, uno dei registi più promettenti di questa sorta di corrente che mi sia capitato di incontrare, da spettatore, negli ultimi anni, era già stato protagonista della piacevolissima sorpresa che fu The station agent: preceduto da una serie di buone recensioni online - e dai riscontri della critica statunitense - Win win sarebbe stato, in qualche modo, l'ago della bilancia rispetto all'opinione del sottoscritto in merito al lavoro dell'autore nativo del New Jersey, tendenzialmente portandolo da una parte o dall'altra della grande linea di demarcazione delle bottigliate "d'autore".
Fortunatamente, lo spirito che aveva reso la sua opera prima così interessante nel corso degli anni pare essersi sviluppato ulteriormente, tanto da farmi vacillare fino all'ultimo se appioppare a quest'ultimo lungometraggio del buon Thomas i famigerati tre whisky che l'avrebbero portato, inevitabilmente, allo status di cult fordiano a tutti gli effetti.
Nonostante alla fine abbia optato per un voto più misurato, devo ammettere che la storia di Mike e soprattutto del giovane Kyle è riuscita a fare pienamente breccia nel mio cuore, arrivando ad emozionarmi - parlando di un film in qualche modo simile, seppur di matrice decisamente borderline rispetto a questa piccola vicenda da provincia tutto sommato borghese - quanto e più di The fighter, collocandosi tra le epopee sportive più coinvolgenti che mi sia capitato di incontrare sul grande schermo negli ultimi anni.
Ma andando oltre il mero aspetto "pratico" del film, e dei suoi risvolti da commedia alternativa - tutti poggiati sulle spalle di un Bobby Cannavale che ho trovato in buona forma -, il punto di forza indubbio di questa storia sta tutto nella clamorosa figura di Kyle, giovane protagonista che, se non fosse per un piglio un pò troppo deciso anche a fronte delle difficoltà in famiglia, sarebbe stato da dio anche in una pellicola di Van Sant.
Inoltre, la grande sincerità con la quale McCarthy approccia allo script e ai personaggi risulta a tratti disarmante, tanto da scomodare paragoni importanti come quelli legati a Six feet under, ancora oggi a mio avviso uno dei migliori ritratti di famiglia mai portati su piccolo o grande schermo: l'umanità di Mike e della sua famiglia, di Kyle, di Terry, Vig e Stemler - una delle spalle più efficaci dei miei ultimi mesi di visioni - e di Leo - un sempre grande Burt Young, che nessun fan della saga di Rocky può non riconoscere come una sorta di nonno - arricchiscono una vicenda che mostra senza vergogna tutti i limiti, gli egoismi e i difetti di cui tutti siamo, in un modo o nell'altro, portatori sani - chi più, e chi meno -.
Lo stesso ruolo nella vicenda della madre di Kyle, che potrebbe apparire come quello dell'antagonista negativo, stimola in realtà molte riflessioni che vanno ben oltre i (pre)giudizi sul suo conto: i protagonisti delle pellicole di McCarthy, in fondo, sono uomini e donne comuni, come potrebbe essere il nostro vicino, un nostro amico o parente, perfino noi stessi.
Certo ci sarà chi giudicherà questo film - prossimamente in uscita nel Bel Paese con il titolo Mosse vincenti - come l'ennesimo sport movie dall'impianto classico portatore di buoni sentimenti, o lo bollerà come l'ennesima ammereganata: il mio consiglio è di evitare di cadere in questo facile pregiudizio, e gustarvi dall'inizio alla fine una storia sincera e sentita, che non sarà perfetta, ma di certo guarda lo spettatore dritto negli occhi, e come un vero amico, si farà trovare pronto a rifilare una pacca sulla spalla così come un sonoro diretto sui denti.

MrFord

"Why, you wanna tell me how to live my life?
Who, are you to tell me if it's black or white?
Mama, can you hear me? Try to understand.
Is innocence the difference between a boy and a man.
My daddy lived the lie, it's just the price that he paid.
Sacrificed his life, just slavin' away."
Bon Jovi - "Have a nice day" -

lunedì 21 novembre 2011

Warrior

Regia: Gavin O'Connor
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 140'



La trama (con parole mie): Brendan e Tommy sono due fratelli cresciuti dalle botte e dagli errori di un padre alcolista, Paddy, che ha trasmesso ad entrambi la passione per il combattimento e la lotta.
Il primo è diventato un insegnante di fisica, è sposato con due figlie, il mutuo della casa lo schiaccia sotto una montagna di debiti ed è sempre stato il meno promettente sul ring dei Conlon.
Il secondo è scappato dalla tirannia paterna assistendo la madre fino alla morte, poi si è arruolato nei marines ed è partito per l'Iraq, dove ha trovato il tempo, prima di disertare, di diventare un eroe dopo aver salvato un'intera squadra di commilitoni.
Il torneo di Mma chiamato Sparta è la grande occasione per entrambi, e non solo: cinque milioni di dollari la posta in palio.
Per Brendan, l'occasione di mostrare di non essere solo un perdente e di estinguere ogni suo debito.
Per Tommy, un ritorno al vecchio sogno di rimanere imbattuto sul quadrato e tenere fede alla promessa di donare l'intera borsa alla vedova del suo compagno d'armi morto sotto il fuoco amico.
Per Paddy, la via per una nuova occasione di ricostruire una famiglia distrutta.




Devo ammettere, forse, di avere colpevolmente caricato di aspettative enormi questo film.
In rete e non solo, negli ultimi tempi, avevo letto soltanto recensioni praticamente entusiastiche del lavoro di O'Connor, e fior di accostamenti con pietre miliari quali Rocky e, soprattutto, The wrestler.
La realtà dei fatti, però, alla fine è questa: Warrior è un film solido, onesto, interpretato molto bene e girato come se fosse la grande occasione della vita per il suo autore, ma resta il fatto che si tratti, tutto sommato, di un lavoro assolutamente, clamorosamente paraculo.
Niente di male, sia chiaro - in fondo la Storia del Cinema, soprattutto made in Usa, è incentrata in gran parte su prodotti di questo genere -: la visione risulta scorrevole, emozionante, a tratti toccante, e tutto fa pensare che alla prossima notte degli Oscar potremmo ritrovare in Warrior uno degli indiscussi protagonisti.
Eppure, prima di arrivare a considerare questa pellicola una delle pietre miliari del suo genere o un riferimento da ora in avanti di acqua dovrà ben passarne, sotto i nostri ponti di spettatori: perchè dietro una regia artigianale ma efficace ed il cuore buttato oltre l'ostacolo da un potentissimo Tom Hardy, un ottimo Joel Edgerton e soprattutto un mitico Nick Nolte troviamo una sceneggiatura assolutamente convenzionale, a tratti mal sfruttata, che impallidisce rispetto a quelle che raccontavano le gesta di Randy the Ram o dei fratelli di The fighter - altro film spesso associato a questo nell'ultimo periodo -, o del primo Balboa a spasso nel ghetto di Philadelphia.
Personalmente - a parte le scelte diverse rispetto allo svolgimento del torneo Sparta che vede protagonista la famiglia Conlon - ho preferito, e di gran lunga, la prima parte della pellicola, giocata sulla costruzione dei personaggi e a suo modo eastwoodiana: la rabbia di Tommy, la seconda vita da lottatore notturno di Brendan, la figura dell'Achab di Moby Dick sulle spalle di Paddy e l'ombra della donna che li ha legati - e che, pur a ragione, ha posto le basi per la loro rottura - sono elementi degni di un grande film di formazione, che purtroppo tende a perdersi nel sentimentalismo dall'inizio degli allenamenti in avanti.
Il fatto che tutto pare accadere "ad arte", infatti, tende a mettere in ombra il lavoro svolto nel corso della prima ora di pellicola sui protagonisti e sui personaggi secondari - ottimo, ad esempio, quello di Frank Campana, l'allenatore di Brendan -, lasciando spazio ad un abbastanza convenzionale dramma famigliare che ha i suoi picchi - o almeno vorrebbe averli - nei confronti prima tra Brendan e Tommy - fuori e poi dentro al ring - e tra Tommy e Paddy: il rischio, però, di affidarsi troppo ai questi faccia a faccia, è quello di trasformare l'escalation emotiva in una sorta di telefonato viaggio verso una conclusione giusta, eppure in qualche modo quasi "falsata" dalla mano che l'ha guidata.
Da grande appassionato di lavori di questo genere - come direbbe Cannibale, assolutamente fordiani - resta la curiosità di quello che sarebbe diventato Warrior nelle mani dell'Eastwood di Million dollar baby o dell'Aronofsky del già citato The wrestler, ma anche di un Altman d'annata, di quelli ancora legati alla provincia profonda made in Usa, fatta di losers, occasioni perdute e vite passate al confine, "da qualche parte tra il nulla e l'addio", per l'appunto.
La cosa migliore da fare, però, a proposito di Warrior, è lasciare che la visione guidi la pancia ed il cuore, senza particolari aspettative o pregiudizi: in fondo, si tratta di un film tutto lacrime e sangue, firmato da un outsider che ricorda molto uno dei suoi protagonisti, e che con lo stesso, probabilmente, spera di identificarsi.
In fondo, è proprio vero che, a volte, a rimanere in piedi alla fine non è tanto il favorito, o il più forte, quanto quello la cui determinazione supera di gran lunga il talento.
Rocky Balboa insegna.

MrFord 

"We the people fight for our existence
we don't claim to be perfect
but we're free
we dream our dreams alone
with no resistance
fading like the stars we wish to be."
Oasis - "Little by little" -

domenica 20 novembre 2011

Mr. Beaver

Regia: Jodie Foster
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 91'



La trama (con parole mie): Walter Black, amministratore delegato di una ditta di giocattoli e padre di famiglia, a seguito di un completo crollo nervoso e di un tentativo - malriuscito - di suicidio si rifugia nella presenza di Mr. Beaver, un pupazzo che tra le sue mani prende vita mostrando la grinta e l'energia di cui l'uomo necessita per tirarsi fuori dall'abisso della depressione.
Grazie alla presenza del suddetto castoro, Black torna al successo sul lavoro e in famiglia, mantenendo aperto, però, il conflitto con il figlio maggiore Porter: quando la presenza di Mr. Beaver diviene però una minaccia al futuro che l'uomo è finalmente in grado di costruirsi, Walter dovrà compiere una scelta drammatica per liberarsi del fardello di stoffa che ingombra il suo braccio sinistro.
Fidatevi, non è uno scherzo.




Non è uno scherzo affatto, come dicevo poco sopra.
Questo film è davvero la storia di Mel Gibson che impazzisce - e fin qui, niente di strano -, si mette a parlare per mezzo di un castoro che pare proprio la risoluzione di tutti i suoi problemi fino a quando, di punto in bianco, lo stesso diventa una minaccia terrificante per la sua vita ed il nostro vecchio Mel è costretto a sistemarlo come soltanto lui sa fare.
Il tutto in una cornice che pare uscita dalle peggiori selezioni dei film per famiglie da sabato sera su Canale 5 costruita su una sceneggiatura pessima e tagliata con l'accetta, così ricca di sequenze in pieno ridicolo involontario da lasciare attoniti, oltre a quasi certi dell'ingresso della pellicola di Jodie Foster tra i dieci peggiori film usciti in questo 2011.
La cosa curiosa, nella terribile fiera dell'assurdo che è questo Mr. Beaver, è che se lo stesso fosse stato affidato ad un regista esperto e ad un buono sceneggiatore si sarebbe addirittura accarezzato il rischio di vederlo assurgere a piccolo cult in bilico tra una sensibilità "alla Sundance" ed il grottesco, per esempio, di un Terry Gilliam.
Il problema principale è dato dal fatto che dietro la macchina da presa vi sia l'inesperta - dal punto di vista registico - Jodie Foster, che adegua lo standard della narrazione a quello - infimo - dello script, appiattendo qualsiasi potenziale picco di interesse e puntando tutto sui sentimentalismi di grana grossa che passano attraverso la gigionissima interpretazione di Mel Gibson, così assurdo con il suo bel castoro infilato sul braccio da far rimpiangere quasi i tempi dello splatter de La passione, che comunque ha tempo di trovare il suo spazio nel crescendo insostenibile - non nel senso che parrebbe - di tensione legato allo scontro tra Black e Mr. Beaver.
Come se non bastasse questo, il resto risulta talmente melenso, ridicolo e terribile da trovarmi costretto a concordare in pieno con il punto di vista del mio antagonista Cannibale in proposito, e se, di contro, trovare un film che ci metta d'accordo equivale, fondamentalmente, ad avere di fronte una pellicola imperdibile, avere un titolo stroncato clamorosamente da entrambi comporta una sorta di "parental advisory" esteso a tutto il pubblico indiscriminatamente dall'età.
Da parte sua - diamo a Mr. Beaver quel che è di Mr. Beaver - l'opera della Foster non infierisce ulteriormente sull'audience risultando comunque particolarmente lenta, e l'ora e mezza scarsa di durata scorre quasi senza intoppi e senza farsi pregare troppo: ma è davvero l'unico "pregio" di un lavoro che inanella una scena assurda dopo l'altra, dal terribile tentativo di suicidio di Black che da origine a Mr. Beaver ai rapporti sessuali di Walter e sua moglie corredati di castoro, passando attraverso la storia d'amore del figlio Porter con la problematica Norah - Jennifer Lawrence, assolutamente sprecata dopo l'interpretazione straordinaria di Winter's bone - uscita dritta dritta dalle peggiori serie tv teen da pomeriggio su Canale 5 e le testate contro la parete della camera dello stesso Porter.
Una schifezza così grande, dunque, da non meritarsi neppure le più toste tra le bottigliate, destinate a tutti quei film che, nonostante la delusione, partono da presupposti di livello quantomeno tecnicamente: qui, di tecnico, c'è soltanto il costante battere sul tasto di quegli sgradevoli buoni sentimenti da piccolo schermo alla ricerca di una commozione che non arriva neppure sotto costrizione, che potrebbe corrispondere alla reiterata visione di robaccia come questa.
E dato che i post legati ad esperienze di questo genere sono in assoluto i più difficili da scrivere - perchè, onestamente, bisognerebbe lasciare in bianco, o al massimo concedersi un paio di insulti ben coloriti - ora farò finta che l'unico castoro della mia memoria resti Don Chuck di quando ero all'asilo, che Jodie Foster sia ancora la grande interprete de Il silenzio degli innocenti e che Mel Gibson, il pazzoide di Arma letale, dopo anni da action hero, premiato come miglior regista dall'Academy per Braveheart, dichiari di "volersi dedicare alla recitazione, ora che la sua carriera come regista ha raggiunto l'apice".
Sarebbe bello, se fosse vero.
Sarebbe bello, se non ci fosse stato un Mr. Beaver a rovinare tutto.
Che poi, a ben guardare, il tracollo - in particolare di Gibson - era comunque, e da tempo, una triste realtà.

MrFord

"Don Chuck castoro,
Don Chuck castoro,
ma Don Chuck non sa cosa avverrà
in fondo al fiume c'è una cascata
Don Chuck non trema, l'ha già superata."
Nico Fidenco - "Don Chuck castoro" -


sabato 19 novembre 2011

Ironclad

Regia: Jonathan English
Origine: Uk/Usa
Anno: 2011
Durata: 121'



La trama (con parole mie): siamo nel pieno dei cosiddetti "secoli bui", nella Gran Bretagna dominata da Giovanni senza terra che, dopo aver firmato la Magna Carta, decide - con tanto di benedizione papale -, di ignorare gli accordi con popolo e nobiltà e tornare alla carica sfruttando un esercito di temibili mercenari danesi assalendo il castello di Rochester, snodo fondamentale per la (ri)conquista strategica del Paese.
Ad ergersi in difesa dell'Inghilterra e della stessa rocca, un manipolo di coraggiosi guidato da Albany - uno dei persecutori principali di Giovanni ai tempi della stesura del contestato documento - e da Marshal, un templare da poco rientrato dalla Terra Santa.



Senza neanche scomodarmi in una serie di facili battute a proposito del regista, della sua - scarsa - abilità e filmografia precedente - stiamo parlando dell'autore di Minotaur, roba da far apparire The barbarians degno della Palma d'oro -, prima di iniziare a parlare di Ironclad vorrei spendere qualche minuto a proposito di uno dei suoi protagonisti, James Purefoy: vincitore ideale e morale del premio come peggiore attore protagonista della scorsa stagione nel ruolo del surrogato di Hugh Jackman nel pessimo Solomon Kane, il nostro ha fatto ricredere anche me rispetto al suo apporto a questa pellicola.
Ammetto infatti di aver sottovalutato - e clamorosamente - le doti di trasformista di Purefoy, che dopo aver assunto le sembianze del volto cinematografico di Wolverine rende omaggio ad uno dei personaggi televisivi e radiofonici più noti nel Bel Paese, ossia portando sullo schermo - e nelle vesti del templare coraggioso - Fabio Volo, il tutto riuscendo in egual misura a rimanere inespressivo al punto tale da candidarsi per la seconda volta consecutiva al prestigioso riconoscimento dal sottoscritto assegnatogli lo scorso anno.
Con un inizio così, ammettetelo: vi aspettavate bottigliate come se piovesse.
Invece Ironclad, pur rimanendo a tutti gli effetti una pellicola senza infamia e senza lode guidata da un regista assolutamente inutile, passa indenne alla prova più terribile del saloon grazie principalmente alla presenza di Giamatti e Cox nel cast - che, insieme, riescono a malapena a controbilanciare il solo Purefoy -, ai richiami visivi legati alla carne e al sangue di Game of thrones e Centurion - senza neanche sognarsi di poterli anche solo vedere da lontano, sia chiaro -, ad uno spirito che ricorda quello del Robin Hood firmato Ridley Scott e soprattutto un plot che riprende l'ormai classica vicenda de I sette samurai, con eroi spesso circondati da un alone di mistero, se non addirittura reietti, che si gettano in un'impresa praticamente impossibile dal sapore suicida per scrivere i loro nomi nel grande libro della Storia.
Da questo punto di vista, gli sceneggiatori paiono semplicemente adattare lo script al Capolavoro di Kurosawa riuscendo in questo modo ad accattivare l'audience giocando sul grande fascino che dai tempi dell'affermazione a Venezia del Maestro giapponese questo tipo di vicenda ha esercitato sul pubblico di tutto il mondo, generando anche un remake in chiave western - in quel caso di gran livello - come I magnifici sette, affidandosi all'esperienza dei già citati Cox e Giamatti per evitare che le lacune dietro la macchina da presa risultassero troppo evidenti almeno nelle scene che non prevedevano battaglia: proprio a questo proposito, il montaggio frenetico e scelte decisamente opinabili rendono le parti action tra le peggiori che il genere abbia prodotto di recente, intaccando anche soluzioni interessanti come l'utilizzo di una sorta di "gore da guerra" decisamente efficace e d'impatto - la parte dedicata all'amputazione di mani e piedi dei prigionieri del re è quasi degna di uno slasher movie -. 
Un prodotto che, tutto sommato, pare più televisivo che non cinematografico - e non nel senso buono del termine -, che in altre mani sarebbe potuto diventare certamente un cult in materia fantasy/storica - quelle, ad esempio, dello stesso Scott o, perchè no, di un più alternativo Del Toro o di un selvaggio Marshall - e che finisce per essere una delle tante visioni riempitivo di una stagione cinematografica, incapace di distinguersi anche in negativo: eppure, nelle imprese di Marshal, Albany e compagni troviamo quell'anelito alla lotta, alla ribellione e alla libertà che hanno reso quello che sono pellicole di riferimento come Braveheart o la trilogia de Il signore degli anelli, andando a stimolare in qualsiasi spettatore una sensazione che passa sulla pelle e solletica il cuore, le palle e la base del cranio, permettendo di immedesimarsi, volenti o nolenti, nei protagonisti di queste epiche imprese.
Ovviamente, sempre che non si tratti di James Purefoy.

MrFord

"The sky is turning red
return to power draws near
fall into me, the sky's crimson tears
abolish the rules made of stone."
Slayer - "Reign in blood" -

venerdì 18 novembre 2011

Last friday night


La trama (con parole mie): continua - incredibilmente senza spargimenti di sangue - la rubrica che vede me ed il mio Cannibale antagonista intrattenere voi tutti sparandole grosse sulle uscite settimanali che attendono tutti noi amanti del buon Cinema.
Peccato che di buono continui a non venire proposto nulla e che il mio rivale della settima arte continui a non capire una beneamata favazza di niente.
Ma che ci volete fare!?
"E' uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo", diceva il Bardo.
"Qui la legge si ferma, e comincio io", ringhiava Marion Cobretti.
 Scegliete voi da che parte stare.

"Edward, te l'ho mai detto che il tuo fare da duro mi ricorda il Cannibale?"

The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1


Il consiglio di Ford: sangue amaro.
Infierire sulla saga di Twilight è un po’ come sparare sulla croce rossa, e negli anni è diventato una specie di sport da competizione sia in materia letteraria che cinematografica.
Ma dato che io non sono uno di quelli che schifa una cosa e poi se la spara in segreto vi dico che probabilmente lo vedrò - come ho fatto con i precedenti - e sarò ben lieto di bottigliarlo - come ho fatto con i precedenti -. L'unica cosa che c'è da sperare è che i pallidi Cullen da due soldi possano strapparmi almeno un paio di risate come nel capitolo precedente, in parte quasi autoironico.
Certo, tenete conto che questa robetta sta ai veri film sui vampiri almeno quanto il Cannibale sta al sottoscritto. Quindi siete avvisati.
Il consiglio di Cannibal Kid: sarà il film comico dell'anno!
Ford fa tanto il duro e non lo ammetterà mai, ma secondo me aveva già il biglietto e i popcorn prenotati e si è fiondato a vederlo mercoledì, appena uscito.
Per quanto mi riguarda, credo che Breaking Dawn ci riserverà un sacco di divertimento: le prime recensioni l’hanno massacrato peggio degli altri e già dal trailer si preannuncia come una delle visione più comiche dell'anno.
Che poi sia una comicità involontaria (come Ford quando tenta di fare il simpatico), vabbè dettagli...

"Ciao Cannibal! Sono il tuo nuovo personal trainer!"

Il buono il matto il cattivo


Il consiglio di Ford: a ridatece Sergio!
Come molti di voi ormai sanno, ho sempre avuto un debole per il cinema orientale, ma in questo caso le mie riserve si fanno piuttosto consistenti, considerato che, almeno in passato, eravamo noi - Sergione Leone in primis - a pescare ispirazioni e storie dai Maestri del Sol Levante - Kurosawa, mica l'ultimo degli stronzi -.
Ora, invece, si omaggia una delle pellicole simbolo del nostro spaghetti western tramutandola in una sorta di action tra A better tomorrow e I magnifici sette.
Vabene che sono un cowboy, ma questa mi pare proprio una mezza cagata di vacca.
Il consiglio di Cannibal Kid: spaghetti western in salsa coreana? Io vado a farmi du’ spaghi.
Anche se lo schifo, questo direi che è il film fordiano della settimana (Breaking Dawn a parte, naturalmente). Io già non sono un grande fan del western, questo se non è proprio un capolavoro del genere, e non sembra, me lo posso quindi anche risparmiare. Comunque si tratta di un film del 2008, sono stati davvero delle schegge i distributori italiani a portarlo da noi a distanza di appena 3 anni! Ford, dietro c’è mica il tuo lento zampino?

"Ma è Cannibale quello là in fondo! Aspetta che prendo bene la mira!"

Scialla! (Stai sereno)


Il consiglio di Ford: Italia, Italia, quante volte ti ho vista sulla cartina, e ti ho sottovalutata.
Onestamente, non saprei come vedere l'ennesima commedia di formazione all'italiana dal classico adolescente inquieto alle prese con il classico padre dalla sindrome di Peter Pan represso. Potrebbe rivelarsi piacevole oppure una sola clamorosa.
Un pò come leggere il mio blog o quello del mio avversario.
Il consiglio di Cannibal Kid: scialla, ovvero state sereni che non vado a vederlo
Il titolo sembra frutto dell'unione (disgustosa) tra Moccia e Maria de Filippi, però questo film "coatto" ha vinto la sezione Controcampo italiano all'ultimo Venezia. In più è l'esordio alla regia di Francesco Bruni, sceneggiatore di molti film di Paolo Virzì. Dal trailer non mi sembra 'sto granché, però potrebbe rivelarsi una discreta sorpresa. O forse no, ao'.

Ford e Kid festeggiano l'ennesima Blog War.

Anonymous


Il consiglio di Ford: meno male che tra un paio di mesi arriva il 2012.
Questo è un film di Emmerich.
Emmerich.
Quello di 2012 e L'alba del giorno dopo.
Solo che questa volta si parla di Shakespeare. E non ci sono catastrofi ad incombere sul pianeta.
Il risultato, però, non cambia.
Quando qualche anno fa incontrai John Landis un giornalista gli chiese: "Ci sa indicare un film esilarante al momento in sala?" E lui: "Certo, L'alba del giorno dopo. Quando l'ho visto ho riso dall'inizio alla fine."
Figuriamoci cosa direbbe il Bardo.
Il consiglio di Cannibal Kid: Shakespeare not in love
Quando a parlare del Bardo ci aveva provato Shakespeare in love si era rivelato un grande successo, un tripudio agli Oscar, ma a me era sembrato una lagna bella e buona e un ripudio da Oscar.
Adesso che in cabina di regia troviamo Roland Emmerich, minimo mi aspetto un film catastrofico. E questa volta non è perché parla di fine del mondo…

"Per sorbirti questo film devi spararti almeno un paio di fiori di loto."

Il mio angolo di Paradiso


Il consiglio di Ford: calo di zuccheri.
Questo film racchiude quasi tutte le premesse per una serie di bottigliate infinite: commedia romantica finto alternativa in realtà buonista, trama strappalacrime, attori ormai alla frutta - Gael Garcia, te lo ricordi Amores Perros!?!? -, dio che, dopo Morgan Freeman, prende le sembianze di Whoopi Goldberg.
Ci mancava solo che a dirigerlo fosse Von Trier.
O Mel Gibson.
O Mel Gibson e Von Trier.
O Mel Gibson e Von Trier dalla cui unione venne generato Renzo Martinelli.
Ok, la smetto prima di mettermi paura da solo.
Il consiglio di Cannibal Kid: il mio angolo di Inferno
Quando un film parla di cancro, il pericolo è che scivoli nel patetismo e nel solito smielato inno alla vita e all’amore etc. e il trailer sembra spingersi persino oltre. Peccato che Kate Hudson e Gael Garcia Bernal facciano robe del genere…
L’accostamento di uno dei più grandi registi viventi e della Storia tutti come Von Trier a un film del genere o a Mel Gibson o a quell’altro è una provocazione talmente assurda e senza senso che nemmeno lo stesso Von Trier si sarebbe spinto a tanto…
Ford, almeno hai preso atto di far paura pure a te stesso uah ah ah!

"Uno dei più grandi registi della Storia!? Wow, questa è grossa perfino per me!"

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...