mercoledì 21 gennaio 2015

These final hours

Regia: Zak Hilditch
Origine: Australia
Anno: 2013
Durata:
87'




La trama (con parole mie): a seguito di un'immane ed imminente catastrofe, la Terra si prepara a vivere il suo suo ultimo giorno. Nei dintorni di Perth, in Australia, un giovane uomo ossessionato dall'idea di non voler soffrire nel momento della morte abbandona l'amante, che scopre essere incinta, per tornare ad una festa selvaggia in città dove lo attende la fidanzata. 
Quando, per caso, si imbatte nella piccola Rose, che ha smarrito il padre e si trova preda di due psicopatici, James - questo il nome dell'uomo - decide di salvarla ritrovandosi, ora dopo ora, a proteggerla ed avvicinarsi a lei come se fosse un fratello maggiore, o un genitore.
Proprio il rapporto con Rose cambierà le priorità dello stesso James, che a ridosso della fine deciderà di correre contro il tempo per poter sistemare, almeno idealmente, tutti i suoi sospesi.








Di tanto in tanto al Saloon come, penso, in qualsiasi altro luogo di ritrovo di appassionati della settima arte, si sente il bisogno come l'aria di titoli che possano in qualche modo far rifiatare il cervello senza per questo essere necessariamente dei monumenti al trash, o schifezze atomiche in grado di scatenare tempeste di bottigliate: è il caso di prodotti come These final hours, giocattolone survival di atmosfera apocalittica made in Down Under - e tutti voi sapete quanto io ami l'Australia - tagliato con l'accetta, girato in una sorta di ipotetico quasi tempo reale e recitato da cani che, con tutti i suoi difetti, è riuscito ad intrattenermi per un'ora e mezza quasi senza pause, come di norma solo gli horror ben fatti o i miei cari action anni ottanta riescono a fare.
Giocato interamente sulla riflessione legata alla follia collettiva che si scatenerebbe a fronte della certezza della fine della Terra - o quantomeno, di noi che la popoliamo - e sulla crescita umana del protagonista - James, tra l'altro, cui presta volto ed una notevole fisicità Nathan Phillips, che una decina d'anni fa interpretò il sopravvissuto del primo Wolf Creek - il lavoro di Zak Hilditch, per quanto piuttosto semplice, porta a casa la pagnotta grazie ad un pizzico di follia da horror - il setting ricorda molto quello dei più recenti zombie movies, da 28 giorni dopo in poi -, un pò di sano pulp - la liberazione di Rose da parte di James ed il confronto tra quest'ultimo, la sua fidanzata, il fratello di lei e la scombinata in cerca della figlia pronta a mettere gli occhi sulla giovanissima protetta del protagonista - ed un'atmosfera che, seppur di fatto ludica, finisce per essere in grado di stimolare riflessioni non da poco nel pubblico.
Cosa fareste, infatti, voi, una volta presa coscienza della certezza di un'apocalisse incombente? Personalmente, non penso mi rifugerei nel suicidio come molti dei personaggi mostrati nel corso di questi tiratissimi novanta minuti, o nella follia - sia essa omicida, come nel caso del primo uomo incontrato da James una volta lasciata la casa della sua amante, o semplicemente sconnessa, si veda il fratello della fidanzata del main charachter -, quanto più in un buon pranzo consumato alla presenza delle persone che amo e di una robusta dose di alcool - in questo senso, Rose e la madre di James risultano i charachters più equilibrati ed umani della pellicola -: certo, parlare a mente fredda è sempre cosa facile, e non si può mai sapere quello che accadrebbe in una situazione di quel genere - la stessa "metamorfosi" di James, partito come una sorta di sballato in fuga dalle responsabilità e terminata con una fin troppo sopra le righe dichiarazione d'amore di fronte alla fine, ne è la dimostrazione -, eppure il fatto che un film di grana grossa come questo riesca quantomeno a solleticare corde certamente importanti senza per questo perdere dal punto di vista del puro intrattenimento è segno della validità - e lo ripeto, con tutti i suoi limiti - dell'operazione, ennesima dimostrazione di quanto sia vivo il Cinema australiano, pronto a sfruttare anche gli spazi sconfinati di cui dispone per Natura uno dei Paesi più incredibili e meravigliosi del mondo.
Se, a questo tipo di cornice, si aggiungono elementi come il rapporto tra James e Rose - forse, a dispetto dell'età, la più matura, in quanto a reazioni ed approccio, dell'intera opera - pronto a ricordare al sottoscritto cose come The last of us o, più semplicemente, il rapporto che si crea tra un genitore - anche se, in questo caso, parliamo in senso figurato - ed un figlio, tutto torna, finendo per permettere ad un puro intrattenimento di suscitare anche emozioni più profonde di quanto non si potesse pensare.
Certo, quel finale ricorderà forse più il disastroso Pompei che non il meraviglioso Take Shelter, ma considerate le premesse, i mezzi e la resa - quantomeno emotiva - finale, direi che queste non sono certo le "ultime ore" di Zak Hilditch.



MrFord



"Cause you had a bad day
you're taking one down
you sing a sad song just to turn it around
you say you don't know
you tell me don't lie
you work at a smile and you go for a ride
you had a bad day
the camera don't lie
you're coming back down and you really don't mind
you had a bad day
you had a bad day."
Daniel Powter - "Bad day" - 



martedì 20 gennaio 2015

St. Vincent

Regia: Theodore Melfi
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Vincent è un burbero uomo oltre la mezza età da tempo abituato a vivere da solo e prendere a schiaffi la realtà attorno a lui, rifugiandosi nell'alcool e nella prostituta Daka.
Quando Maggie, divorziata in fuga dall'ex marito, e suo figlio Oliver si trasferiscono nella casa accanto ed a seguito di una casualità Vincent si trova a diventare il baby sitter ufficiale del ragazzino, le regole per tutti loro cambiano: madre e figlio troveranno l'energia e gli spunti per ricominciare, mentre Vincent un nuovo motivo per aprirsi al mondo e alla vita mettendo alle spalle il destino di sua moglie ed un passato non sempre tenero.
Ma l'equilibrio di tutti questi instabili fattori riuscirà a mantenersi?
O le cose, inevitabilmente, finiranno per precipitare?








Esistono film che pare di aver visto e rivisto mille volte, un pò come quei titoli che finiamo per gustarci quando vengono incrociati per caso in tv, o che, nei momenti di stanca, capitano nel lettore come per tenerci compagnia, fosse anche solo in qualità di sottofondo.
Esistono storie che non raccontano, di fatto, nulla di nuovo, che danno l'impressione di essere le favole che ci raccontavano da piccoli, per farci addormentare, e finiamo per ricordare con l'affetto che di norma riserva la malinconia.
Esistono titoli da criticare, altri da esaltare, altri ancora da ignorare, o dei quali si finirà per non ricordare quasi nulla.
E più semplicemente, pellicole cui si finisce per voler bene, inevitabilmente ed inesorabilmente.
St. Vincent è stata una di queste.
Certo, per chi come il sottoscritto ha amato Gran Torino ed ha finito per considerarlo il testamento artistico del vecchio Clint, il lavoro di Theodore Melfi potrebbe apparire come un cocktail annacquato al cospetto di un robusto bourbon liscio, e saranno in molti ad accusare quest'opera di una certa ruffianeria di fondo tipica dei prodotti indie, carini ed in stile Sundance.
Ma sapete che vi dico? Si fottano, per parafrasare quello che, probabilmente, sarebbe il verdetto del Vinnie di Bill Murray, che seppur da più di trent'anni imprigionato quasi nello stesso ruolo continua ad essere uno dei volti del Cinema USA che amo di più, lo zio un pò matto al quale si guarda da bambini con meraviglia e da adulti con complicità.
Se, poi, all'ingrediente principale si aggiungono una manciata di scene più che giuste - la lezione per il pugno dritto sul setto nasale è già antologia, in casa Ford, e verrà al più presto riportata al Fordino -, due interpreti femminili in ruoli differenti da quelli cui siamo abituati - ottima una Naomi Watts dal credibilissimo accento est europeo, interessante Melissa McCarthy per una volta non ridotta a macchietta - ed un crescendo da buon, vecchio film di nicchia pronto a commuovere, il gioco è fatto: St. Vincent non sarà certo la pellicola dell'anno, mostra il fianco alle critiche e all'originalità quanto il suo protagonista, eppure pare proprio vada bene così, pane e salame, come una scommessa su un cavallo con tutte le probabilità a sfavore o un amore consumato un bucato dietro l'altro, più forte di tutti quelli che possono essere i peccati ed i difetti di chi quell'amore magari sente di non averlo vissuto al suo meglio.
Senza dubbio, poi, ad un vecchio cowboy come il sottoscritto, in bilico tra la paternità e l'idea che, tra una trentina d'anni - più o meno lo stesso intervallo di tempo che separa gli eighties da ora - sarò probabilmente un individuo nello stile di Vincent, un titolo come questo non potrà certo apparire come un male: in fondo, conosco bene i peccati dei santi bevitori, quelli che combinano un casino dietro l'altro eppure, a loro modo e a scapito di qualsiasi difficoltà, sono sempre lì, presenti.
E chissà, a volte forse non è neppure un bene, ma loro continuano a perseverare.
E non c'è niente che li possa abbattere, almeno fino a quando avranno ancora voglia di succhiare tutto il midollo di questa vita: che potrà essere dura, e tosta, e cercare di metterti sempre alle strette.
Ma basteranno un diretto in pieno viso, alcool, un pò di grande musica - applausi per la colonna sonora, strepitosa -, sesso, e la voce di chi si è appena affacciato o si sta affacciando a questa vita.
Perchè ai santi bevitori piace l'idea di passare il testimone a qualcuno.
Del resto, loro vivono per i riti sociali anche quando paiono lontani dal mondo intero.




MrFord




"I was in another lifetime one of toil and blood
when blackness was a virtue and the road was full of mud
I came in from the wilderness a creature void of form
"come in" she said
"I'll give you shelter from the storm"."

Bob Dylan - "Shelter from the storm" - 





lunedì 19 gennaio 2015

The imitation game

Regia: Morten Tyldum
Origine: UK, USA
Anno:
2014
Durata: 114'





La trama (con parole mie): siamo al principio della Seconda Guerra Mondiale quando Alan Turing, genio assoluto nei campi della matematica e della decrittazione dei codici, viene coinvolto in un progetto segreto della Marina inglese e dell'MI6 che prevede il lavoro di un'equipe specialistica rispetto alla risoluzione del problema costituito da Enigma, il codice tedesco attorno al quale, di fatto, si sarebbe giocata la vittoria nel conflitto.
Omosessuale non dichiarato - ai tempi, in Gran Bretagna, era considerato un reato - e dal carattere spigoloso, Turing incontrerà non poche difficoltà per affermare le sue posizioni e giustificare il tempo, le energie ed i soldi investiti nel progetto che lo vede protagonista: e quando, tra intuizione e caso, il cerchio troverà la sua quadratura, Alan e i suoi dovranno fare buon viso a cattivo gioco in modo da coprire la scoperta più importante dell'intera guerra.








Prima di iniziare a scrivere questo post, trovo giusto chiedere scusa a Morten Tyldum, che dopo Headhunters ha dato conferma del suo talento visivo e narrativo sfornando un prodotto dal respiro internazionale e molto pop, a Benedict Cumberbatch, come sempre talentuoso, al mio passato da obiettore di coscienza, ed al significato profondo di certi ideali politici e civili nei quali sento di credere fortemente.
E anche a The imitation game, che per essere un giocattolone hollywoodiano fatto e finito per piacere dell'Academy, funziona più che bene, è confezionato con perizia ed avvince dal primo all'ultimo minuto.
E mi pare giusto chiedere scusa anche ad Alan Turing: io non sono il governo britannico, e non ho mai avuto alcun motivo per considerare l'omosessualità un reato, o qualcosa che andasse contro Natura.
Tutte queste scuse perchè, di fatto, questo post non tratterà per nulla la critica effettiva del film in questione, che, ci tengo a dirlo, a livello di intrattenimento ha svolto alla grande il suo compito pur essendo ben lontano dal rimanere impresso nella memoria per un effettivo valore artistico o emozionale.
Tutte queste scuse perchè, più o meno a partire dal momento della decrittazione di Enigma - evento fondamentale per lo svolgimento come lo conosciamo della Seconda Guerra Mondiale, per il quale tutti noi dovremmo ringraziare, sia chiaro - l'unica cosa cui ho potuto pensare è stato il parallelo tra questa pellicola ed American Sniper: due titoli usciti - almeno qui in Italia - nello stesso periodo, entrambi candidati all'Oscar come Miglior film - anche se, con ogni probabilità, nessuno dei due vincerà la statuetta -, entrambi legati alla Guerra.
Peccato che, se da un lato la maggior parte della critica si è schierata contro il patriottismo almeno presunto di Eastwood e sull'altrettanto presunta esaltazione della "missione" di Chris Kyle, il cecchino più letale della Storia dell'Esercito USA, dall'altro si sono sprecati elogi e commossi articoli rispetto al ruolo ricoperto da Alan Turing e dai suoi nella loro missione di decifrazione di Enigma.
E la cosa curiosa è data dal fatto che, senza girarci troppo attorno, questi due uomini così diversi hanno, di fatto, e per usare termini militari, compiuto la stessa missione: mossi dal principio di protezione del proprio Paese - o famiglia, o valori, o qualunque cosa vogliate inserire in questa casella -, Kyle e Turing hanno, di fatto, compiuto delle scelte che hanno portato alla morte di qualcuno affinchè un bene "superiore" fosse compiuto.
Anche quando, nel concreto, nessuno saprà mai o potrà mai sapere se effettivamente di bene superiore possa trattarsi.
Certo, da una parte abbiamo cellule terroristiche sfruttate come una scusa da certi politicanti mossi come burattini dall'economia del petrolio e dall'altro Hitler, probabilmente l'incarnazione del Male più riconosciuta del ventesimo secolo, poche centinaia di Marines che obbedivano agli ordini di Bush rispetto a milioni di vite in tutta Europa, eppure il risultato, matematicamente parlando, non cambia nonostante il variare dei fattori: Turing, lontano dalle certezze granitiche di un certamente più semplicistico - in termini intellettuali - Kyle, ha cercato per tutto il resto della sua vita un modo per non finire schiacciato da sensi di colpa che il suo "collega" - in quanto uomo al servizio di un Paese - texano probabilmente non provava, ed ugualmente, benchè non fosse mai sceso sul campo di battaglia fisicamente, dallo stesso ha finito per non tornare mai, proprio come il ragazzone raccontato da Eastwood.
Due personaggi cardine di due conflitti.
Due uomini con le mani ugualmente sporche di sangue.
Ed è qui, che gli interrogativi hanno finito per impazzare, nel sottoscritto.
Perchè un critico dovrebbe esaltare la figura di Turing - empaticamente più appetibile, essendo outsider, loser, nerd e chi più ne ha, più ne metta - rispetto a quella di Kyle? 
Intellettualismo? Deresponsabilizzazione politica? Desiderio di mettersi in qualche modo e comunque al di sopra di tutto quello che è troppo semplice, troppo diretto, troppo privo di ideali "alti" - e poi, quali saranno mai, questi ideali!? -?
In fondo, questi due "eroi" dei loro tempi hanno portato a termine una lotta che non ha risparmiato nessuno di loro, che li ha visti assumere le caratteristiche di simboli oscuri tanto quanto di quelle di leggende - a seconda di quale sia il punto di vista dal quale li si guarda -.
Personalmente, la cosa evidente è che si tratti semplicemente di uomini.
Due uomini molto diversi, certo.
Espressioni di culture ed epoche lontane.
Eppure entrambi capaci di consacrarsi ad una causa - quella che ritenevano giusta - con tutta la loro essenza.
In grado di superare dilemmi morali - e non crediate che le decisioni di Turing e della sua squadra di mantenere segrete le informazioni sacrificando, di fatto, centinaia di civili in nome della vittoria degli Alleati li rendano migliori solo in quanto vincenti di Kyle con il suo paio di centinaia di bersagli abbattuti - che potrebbero spezzare chiunque di noi.
Tranne quelli che la Guerra dimostrerebbe capaci di farlo.
Perchè è questo, la Guerra.
Un Male che porta a galla il Male insito in ciascuno di noi.
Anche quando quello stesso Male - come le capacità - diviene un mezzo fondamentale per salvare le vite di chi abbiamo accanto.
In questo senso, The imitation game è la macchina. Perfetta quanto si vuole, ma una macchina.
American sniper resta, con tutto il peggio che è possibile pensare, l'Uomo.
Ragione e istinto.
E la cosa di cui dovremmo avere paura è che entrambe le cose possono portarci alla vittoria.
Pagando un prezzo comunque troppo alto.




MrFord




"You want the greatest thing
the greatest thing since bread came sliced.
you've got it all, you've got it sized.
like a Friday fashion show teenager
freezing in the corner
trying to look like you don't try."
R. E. M. - "Imitation of life" - 





domenica 18 gennaio 2015

Il confessore

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Anno: 2014
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Sonny Lofthus ha trent'anni, e da dodici vive dietro le sbarre di un carcere di massima sicurezza di Oslo, accusato di un duplice omicidio e sempre pronto a caricarsi sulle spalle nuove imputazioni in cambio di eroina. Ma il giovane uomo non è solo questo: gli altri detenuti, infatti, lo considerano una sorta di illuminato, un vero e proprio confessore, il buco nero ove scaricare coscienze e peccati.
Quando, proprio a seguito di uno dei suoi colloqui, Sonny viene a scoprire che il padre, il poliziotto Ab Lofthus, morto suicida e reo confesso di essere una talpa della criminalità organizzata guidata dal mastodontico e misterioso Gemello, è stato in realtà ucciso perchè vittima di un complotto, tutto cambia.
Sonny si disintossica dietro le sbarre, e prepara una spettacolare fuga che possa condurlo, prima ancora che alla libertà, ai responsabili della morte del genitore per dare inizio ad un elaborato piano di vendetta.







Jo Nesbo è uno degli ospiti più graditi, qui al Saloon, quando si parla di Letteratura e non solo.
Fin dall'estate duemilaundici, quando entrò prepotentemente nella mia vita grazie a Il leopardo, l'autore norvegese è riuscito a conquistare pagina dopo pagina la stima incondizionata dell'intera famiglia Ford, grazie anche ad uno dei main charachters più incredibili che la pagina sia riuscita a regalare nel passato recente: Harry Hole.
Ma Jo Nesbo, che senza dubbio non ama stare troppo fermo ed ha un cervello che viaggia a velocità supersonica, non pare accontentarsi della sua creatura più riuscita, tanto da cimentarsi in opere "parallele" come Il cacciatore di teste o questo altrettanto efficace Il confessore: spinto dalla recensione entusiastica di Julez e dal desiderio di spezzare una sorta di torpore da lettore che ha finito per attanagliarmi - nonostante ottimi titoli - sul finire dell'anno appena trascorso, mi sono tuffato nella vicenda di Sonny Lofthus a testa bassa, carico di emozione ed aspettative.
E devo ammettere che, nonostante il risultato sia stato senza dubbio all'altezza del buon Jo, fino alla fine sono rimasto in bilico aspettandomi sempre quella scintilla in più che di norma avverto fin dalle prime pagine di ogni romanzo dedicato a Hole: e credo sia stato proprio questo, il problema principale de Il confessore.
Nonostante, infatti, un gruppo di personaggi di supporto notevoli - su tutti, lo splendido, profondamente umano Simon Kefas - ed una vicenda dal ritmo serrato che ricorda quasi il taglio cinematografico che potrebbe tenere un Michael Mann, a questo lavoro è mancata l'empatia con il sottoscritto tipica della saga dedicata al già citato Hole, personaggio incredibilmente più vero e presente del quasi "magico" Sonny, in grado di colpire, nel bene o nel male, tutti quelli che incrociano il suo cammino dando, di fatto, l'impressione di essere decisamente meno ancorato alla realtà.
Eppure, Il confessore riesce nell'impresa di portare un passo oltre qualsiasi lavoro precedente dell'autore, toccando un tasto che probabilmente Nesbo conosce bene quanto la Musica e che, di fatto, rende così grande un "one shot" che non dovrebbe avere seguiti e rimanere una sorta di parentesi nella carriera del suo creatore: la dipendenza.
Per poter dare una dimensione che renda giustizia a questa affermazione torno con la mente ad uno dei passaggi che ho più amato di questo romanzo, il racconto di Sonny legato al suo tentativo di battere il record sul trampolino per il salto con gli sci detenuto dal padre, scritto con la stessa partecipazione che si avrebbe mettendo su carta un ricordo effettivo ed assolutamente reale.
La delicatezza del passaggio e la commozione legata allo stesso finiscono per suscitare una reazione simile a quella di Martha, interlocutrice di Sonny, nel momento in cui finisce per chiedere se quel ragazzino cresciuto, di fatto, in cella, avesse mai provato una gioia così grande.
La risposta del protagonista è disarmante: il primo buco.
Ora, io non sono un grande esperto o frequentatore assiduo nel campo delle droghe - anzi, direi che non è affatto la mia specialità -, ma conosco bene l'attrazione che il superamento dei limiti esercita su chiunque ne sia anche in minima misura attratto, quegli stessi individui che Simon fotografa così dettagliatamente in un altro grande passaggio del romanzo, e che finiranno per condurre un'esistenza sul filo proprio perchè incapaci di seguire quelle che sono le regole morali della società - e con questo non si intendano solo ed esclusivamente i criminali o giudicati tali -.
Ed è proprio qui che si appoggia il cardine de Il confessore, che incede con passo deciso nella speranza di uscire dagli schemi dettati dal genere per raccontare una vicenda che tocca riscatto, passione e fragilità, la stessa che chiunque avverta il fascino per quell'oscurità non potrà non percepire.
Sonny, angelo caduto e vendicatore quasi divino, una sorta di Sposa al maschile in versione naif nordeuropea, incarna perfettamente tutte le angosce di chi, si tratti di sesso, un bicchiere o un buco, finisce per trovarsi davanti una montagna nel momento in cui quello stesso piacere viene meno.
Ed ecco, il ruolo migliore di questo confessore: un santo bevitore che salvi i santi bevitori.
Un pò come il "santo" Hole.
Un pò come Nesbo.




MrFord




"Take second best
put me to the test
things on your chest
you need to confess
I will deliver
you know I'm a forgiver."
Depeche Mode - "Personal Jesus" - 






sabato 17 gennaio 2015

Kung Fu Panda

Regia: Mark Osborne, John Stevenson
Origine: USA
Anno: 2008
Durata:
92'




La trama (con parole mie): nella Valle della Pace, nel cuore dell'antica Cina, il panda Po, figlio adottivo di un'oca che gestisce un ristorante specializzato in spaghetti, sogna da sempre i Cinque Cicloni, grandi esperti di arti marziali, ed il Kung Fu, sua segreta passione.
Quando la minaccia della fuga dalla prigione del ribelle Tai Lung porta i due sommi maestri Shifu e Oogway a scegliere il Guerriero Dragone, salvatore della Valle e della Cina intera, Po si prodiga in tutti i modi per assistere alla cerimonia: peccato che, oltre a combinare un guaio dietro l'altro, l'impacciato e corpulento panda finisca per essere scelto da Oogway in persona proprio come Guerriero Dragone.
Osteggiato da Shifu e dai Cinque Cicloni, Po dovrà scoprire in quale modo fare proprio il Kung Fu ed il segreto della pergamena che lo renderà il combattente più forte della disciplina, oltre a trovare il modo di sconfiggere Tai Lung, animato come non mai da propositi di vendetta.








Prima di cominciare, volevo dedicare questo post ad Alessandro Leone, che due anni fa, alle ventitre e diciassette del diciassette gennaio, cambiava la vita di tutto il Saloon.
Come ho già detto, e come dice il buon, vecchio Rocky Balboa, "averti avuto è stato come nascere un'altra volta".
Grazie, soldo di cacio.


 
Ricordo bene il periodo in cui uscì in sala Kung Fu Panda.
Era il pieno del duemilaotto, ed io e Julez, freschissimi di convivenza in un appartamento scombinato ma magico in pieno centro a Milano attraversavamo, forse, il momento migliore delle nostre vite sotto molti punti di vista: certo, se ora ci penso, ho l'impressione che non possa essere comparato neppure per sbaglio con l'arrivo del Fordino, e che sotto molti aspetti sia io che lei siamo molto più fighi ora di quanto non lo fossimo ai tempi, quando, di fatto, credevamo già di esserlo.
Ma questa è soltanto la cornice: ricordo che sfruttammo una delle allora numerose uscite serali per goderci questo film in sala a pochi passi da casa, in Piazza Cinque Giornate, e che, tutto sommato, ci divertimmo non poco a seguire il racconto zen di Po, corpulento ed impacciato panda ritrovatosi quasi per caso - che poi, per dirla come il Maestro Oogway, non esiste - nel ruolo di Guerriero Dragone a difendere la Valle in cui è cresciuto riscoprendosi, di fatto, talento assoluto nel Kung Fu, per quanto la via percorsa fosse a suo modo unica.
Almeno fino all'epilogo: la scelta, infatti, degli autori, di puntare sull'eliminazione definitiva del cattivo della pellicola, il ribelle Tai Lung - charachter, tra l'altro, molto profondo e sfaccettato, decisamente superiore a quelli, tagliati con l'accetta, dei Cinque Cicloni -, scatenò una furia di bottigliate sia in me che nella signora Ford, sconcertati da una svolta che, di fatto, contraddiceva quello che era lo spirito dell'intera pellicola.
Anni dopo, con aspettative bassissime dovute proprio a quello scellerato finale, approcciammo il secondo capitolo rimanendo, al contrario, colpiti in positivo dal cambio di regia e registro.
Ma questa è un'altra storia, che comunque non esclude la domanda che probabilmente qualcuno di voi si sarà fatto: se questo film fu una sorta di delusione, perchè dunque tornare a recensirlo a distanza di così tanto tempo?
Dovessi rispondere a livello di marketing, potrei scrivere che tutto è parte di una complessa operazione di sfruttamento dell'uscita del terzo capitolo delle avventure di Po - prevista per la seconda parte di questo duemilaquindici -, ma penso che neppure io ci crederei, se lo leggessi.
La realtà è che Po è uno dei personaggi preferiti del Fordino, che negli ultimi mesi, cominciando a crescere, ha finito per scoprire, oltre alla collezione di dvd e bluray del suo vecchio, il piacere dei cartoni animati, finendo per propinarci a rotazione proprio i due Kung Fu Panda, i tre Madagascar e Monsters and Co e University: dunque, avendo modo di rivedere per quel centinaio di volte questo film, è giunta inevitabile la voglia, se non altro per rivivere anche così il rapporto con mio figlio, di dedicare un post al lavoro di Osborne e Stevenson, doppiato non proprio degnamente dal pur simpatico - almeno per il sottoscritto - Fabio Volo - e non solo: i cartoni animati della serie trasmessi in tv sono curati sotto questo punto di vista decisamente meglio, Shifu in primis - ed in grado ancora oggi di fare la sua degnissima figura dal punto di vista dell'animazione e dell'ironia -.
Certo, il finale e lo scontro tra Po e Tai Lung ancora finiscono per starmi profondamente sul cazzo - ci sarebbe stata alla perfezione una chiusura in stile Karate Kid II, per intenderci -, eppure ho finito per rivalutare una pellicola che senza dubbio si pone tra le migliori della scuderia Dreamworks, complice un main charachter irresistibile, dalla sequenza splendida del pesco al progressivo approfondimento del rapporto con il suo Maestro, da principio conflittuale e dunque quasi simbiotico.
Certo, forse il mio rinnovato legame con questo film è in qualche modo viziato dall'entusiasmo che manifesta il Fordino ogni volta in cui finiamo per dargli il permesso di vederlo, dalle mosse che fa per imitare Po, come identifichi ogni panda, dai libri ai giocattoli, con lui, o la paura ed il rifugio che cerca tra le nostre braccia nel momento dell'evasione dalla prigione di Tai Lung.
Ma poco importa.
Come Oogway ricorda a Po, "Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono: per questo si chiama presente".
E non potrei essere più d'accordo con lui.



MrFord



"Everybody was Kung Fu Fighting
those kicks were fast as lightning
in fact, it was a little bit frightening
but they fought with expert timing."
Carl Douglas - "Kung Fu fighting" - 



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