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lunedì 9 aprile 2018

Il cliente (Asghar Farhadi, Iran/Francia, 2016, 124')





Il mio rapporto con il Cinema iraniano, sin dai tempi dei primi contatti con l'opera del Maestro Kiarostami, è sempre stato intenso, quasi come avessi riscoperto, grazie a lui, Panahi e Farhadi le atmosfere che, quando esplose la passione per la settima arte, provai rispetto al neorealismo italiano: storie vere, di pancia, di strada ma non per questo trascurate o poco incisive in termini evocativi e visivi, destinate a rimanere nel cuore di chi, come me, viene ed appartiene al popolo.
Farhadi, che avevo conosciuto grazie allo splendido Una separazione, torna dunque sugli schermi del Saloon - con colpevole ritardo - con Il cliente, che nel duemilasedici a Cannes gli valse la Palma per la miglior sceneggiatura e permise al suo protagonista maschile di aggiudicarsi il premio come migliore attore: un ritorno notevole sotto tutti gli aspetti, che si parli di intensità, tensione - la sequenza che precede la violenza subita dalla moglie del main charachter è una delle più inquietanti che abbia visto di recente, interamente basata sulle suggestioni senza che nulla di esplicito sia mostrato -, profondità, regia - bellissimo il piano sequenza in apertura di pellicola -.
L'autore, che si rivela un profondo conoscitore ed indagatore dell'animo umano e delle sue miserie, porta in scena un altro dramma da focolare domestico all'interno del quale il torto innesca una spirale di ricerca di vendetta ed orgoglio che, neanche fossimo tornati all'Antica Grecia, non può che portare ad altro Male, a quell'hybris che fu la grande piaga di tutte le tragedie dei tempi antichi, una storia dalla quale nessuno esce vittorioso, o a testa alta, vera in tutte le sue sfumature, una parabola sulla colpa e sul perdono che sarebbe piaciuta parecchio a gente come De Andrè, e che pone interrogativi e domande in grado di toccare e smuovere sentimenti radicati e profondi.
In un periodo in cui la primavera comincia ad affacciarsi prepotentemente a livello climatico e mentale - almeno ai tempi in cui passò questa pellicola sugli schermi di casa Ford -, e la voglia di confrontarsi con materia eccessivamente impegnativa comincia a calare, Farhadi è riuscito a tenermi inchiodato allo schermo dall'inizio alla fine con la consueta mano invisibile ereditata dal retaggio cinematografico del suo Paese, e perfino a convincere Julez, che di norma quando decido di avventurarmi in visioni di questo tipo preferisce dedicarsi alla scrittura o ad un sonno ristoratore piuttosto che affrontare qualche potenziale mattonazzo fordiano - come direbbe il mio rivale Cannibal Kid -: segno della maturità e della capacità di raccontare di uno dei più interessanti registi attualmente presenti nel panorama orientale e non solo, che nel tempo e con il successo in Europa e ai grandi Festival non ha perso un briciolo della sua forza, e che continua ad indagare con ferma delicatezza su tutto quello che portiamo nel cuore e ben nascosto agli occhi degli altri.
Curioso, inoltre, che un film estremamente realistico e realista ed incentrato sulle miserie umane come questo riesca a risultare non solo etico, ma anche in qualche modo legato a concetti decisamente spirituali ed associabili alla Fede - e non alla religione, sia chiaro - senza per questo apparire pesante, verboso o forzato: la vicenda di Emad e Rana, innamorati e felici separati - come spesso accade - da un evento terribile, che prendono due strade opposte per cercare di affrontare il dolore, è una delle più toccanti che siano passate da queste parti di recente, ed oltre a fornire l'ennesima conferma del talento di questo scrittore e regista e dello stato di salute ottimo del Cinema iraniano ravviva il desiderio e la voglia di cercare, trovare, affrontare e vivere opere così impegnative ma così incredibilmente forti.
Se dopo tanti anni amo ancora follemente sognare attraverso la pellicola, ed immaginare di specchiare il mondo e me stesso in essa, è grazie soprattutto a titoli come questo.



MrFord



mercoledì 11 novembre 2015

La legge del mercato

Regia: Stephane Brizè
Origine: Francia
Anno: 2015
Durata: 93'





La trama (con parole mie): Thierry, padre di famiglia impiegato per una vita in un'azienda tessile, perde il lavoro e si ritrova intrappolato nel circolo vizioso degli impieghi a tempo determinato, i corsi di formazione senza futuro ed una condizione economica sempre più precaria.
Quando, finalmente, riesce a trovare un impiego fisso come guardia di sicurezza presso un centro commerciale, scopre l'altro lato della medaglia della crisi: piccoli furti perpetrati da anziani pensionati o insospettabili, controlli serrati su cassiere e dipendenti, momenti di durezza anche rispetto ai colleghi richiesti da un ruolo che non è suo ma che, di fatto, diventa una vera e propria necessità.
Luci e ombre del mondo del lavoro e di una realtà che rende l'impiego una lotta per la sopravvivenza.








Il mondo del lavoro è davvero una brutta bestia.
Considerato che, di fatto, il luogo di lavoro è quello che viviamo maggiormente - spostamenti compresi - nel corso di una giornata standard, e che spesso vediamo i nostri colleghi più tempo di quanto non ci capiti con famiglia ed amici, la tranquillità e, di contro, lo stress provati nel quotidiano in ufficio, in negozio, in fabbrica o qualunque cosa sia, finiscono per incidere in misura decisamente importante sulla nostra vita.
Nel corso degli anni, almeno in un paio di occasioni mi è capitato di provare sulla pelle la spiacevole sensazione data dal timore di rimanere senza lavoro, ed in casa Ford abbiamo sperimentato - questa volta rispetto a Julez - cassa integrazione e mobilità per periodi di tempo decisamente importanti: personalmente, inoltre, ammetto di aver attraversato i miei momenti peggiori - e quelli che hanno tirato fuori il peggio di me - proprio a seguito di problemi avuti nell'ambito lavorativo.
La legge del mercato, uscito in sordina nonostante il premio - meritatissimo - ricevuto da Vincent Lindon come migliore attore all'ultimo Festival di Cannes, ed accolto tiepidamente - almeno sulla carta - anche dal sottoscritto, si è rivelato uno dei racconti più lucidi delle ultime stagioni proprio rispetto alle problematiche economiche, sociali e personali legate alla nostra identità d'impiego, che nel caso del protagonista della pellicola assumono dimensioni ancora più preoccupanti legate all'età anagrafica: il supplizio degli inutili corsi di formazione, dei contratti a tempo determinato, dei colloqui senza oggettive possibilità di assunzione, la ricollocazione professionale, la preoccupazione pratica rispetto ai conti da pagare - quasi agghiacciante la sequenza in cui la consulente della banca suggerisce a Thierry di vendere la casa, e sentendosi rispondere negativamente, vira sulla proposta di un'assicurazione sulla vita da considerare in caso di decesso dell'utente, ovvero Thierry stesso - ed infine, una volta raggiunto lo scopo e ritrovato un posto fisso, il confronto con la spigolosità dell'incarico - addetto alla sicurezza in un centro commerciale, che all'apparenza potrà sembrare una cosa da poco, ma che in realtà si rivela una cartina tornasole della realtà della crisi - "Un ladro non ha colore, non ha età, o stato sociale", avvisa un collega di Thierry, concetto espresso alla grande dalla sequenza legata al fermo del pensionato che non si può permettere la spesa intera, o il controllo rispetto alle cassiere del centro, a tutti gli effetti colleghe -.
Una pellicola, dunque, durissima e spietata ma non per questo drammatica a tutti i costi, quasi una versione "light" delle tragedie inseguite dai Dardenne, che farà storcere il naso al pubblico occasionale - che, con ogni probabilità, definirà il lavoro di Stephane Brizè noioso nonostante il minutaggio limitato ed una scorrevolezza che io ho trovato notevole per l'argomento trattato - e che potrebbe, proprio per la mancanza di grandi scene madri ed a causa di una struttura che vede susseguirsi lunghi piani sequenza legati ai dialoghi tra gli attori con inquadratura spesso fissa, scontentare perfino i radical.
Non che questo mi spaventi, o che debba spaventare chiunque possa essere incuriosito dalla visione: La legge del mercato è Cinema sociale puro e semplice, diretto come la vita, e proprio come il suo quotidiano senza acuti: ma l'insieme, quello sì, che è potente.
Come un collettivo vincente a fronte di un singolo formidabile ma incapace di regalare la vittoria alla squadra.




MrFord




"L’inferno e’ solamente una questione temporale
a un certo punto arriva punto e basta
a un certo punto anch’io uso l’ingresso principale e
hanno detto avete perso il posto
e’ vero il mio lavoro e’ sempre stato infame
ma l’ho chiamato sempre il mio lavoro
e c’han spostato sempre un po’ più avanti la pensione
ma quello adesso e’ l’ultimo pensiero."

Ligabue - "Non ho che te" - 






lunedì 25 maggio 2015

Cannes 2015

La trama (con parole mie): si è concluso ieri sera il sessantottesimo Festival di Cannes, forse l'appuntamento più prestigioso tra i grandi rendez vous di ogni stagione cinematografica.
La Giuria presieduta dai Fratelli Coen si è trovata di fronte una selezione di autori e titoli sulla carta decisamente interessante, che vedeva tra le sue fila ben tre cineasti italiani, i celebrati Nanni Moretti, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone.
Come si sarà dunque conclusa la kermesse? Sarà riuscita la compagine italiota a portare a casa almeno uno dei premi?
Senza dubbio, e qualunque sia stata la decisione finale della Giuria, ci sarà, come sempre, da discutere.







E così, i giochi sono fatti anche quest'anno, per quel che riguarda la Palma d'oro.
I quotidiani italiani, online e non, portano già in prima pagina lo "scandalo" di una sconfitta del nostrano trio delle meraviglie composto da Moretti, Sorrentino e Garrone, lasciati completamente a secco di riconoscimenti - a meno che non si sfrutti come salvagente il premio della giuria ecumenica a Moretti -, come se la loro presenza bastasse a giustificare una vittoria, o quasi.
Non essendo ancora riuscito a confrontarmi con nessuno dei lavori portati dai nostri in concorso - personalmente, in ordine di preferenza, spero di confrontarmi al più presto con Youth, Mia madre e dunque Il racconto dei racconti - o tantomeno con gli altri - vincitori e non - scrivo sull'onda dell'impressione e dell'emozione, e non posso che essere soddisfatto - nonostante il campanilismo che in questi casi desta sempre qualche sospetto, quasi l'organizzazione faccia comunque pressioni sulla Giuria - della vittoria di Audiard, un regista con grandi palle che nel corso della sua carriera è andato in crescendo, che ricordo ai tempi in cui scoprii grazie a Sulle sue labbra così come allo strepitoso Il profeta ed al passionale Un sapore di ruggine e ossa.


Un brindisi se lo guadagna anche il premio in ex aequo per l'interpretazione femminile, giunto a valorizzare il nuovo lavoro della regista Maiwenn, che non vedo l'ora di affrontare considerato l'ottimo Polisse di qualche anno fa, e nonostante la mia antipatia anche a Lanthimos, che pare essere riuscito a colpire con il suo The Lobster così come fece con Kynodontas.


Il premio alla regia di Hou Hsiao Hsien può essere una strizzata d'occhio agli spettatori più radical - anche se il mio ricordo di Millennium Mambo è ancora oggi ottimo -, mentre il riconoscimento a Vincent Lindon - che onestamente conosco poco e niente -, quello a Franco per la sceneggiatura ed il Gran Premio a Nemes mi lasciano tutto sommato indifferente.


Un Festival che accontenterà alcuni e lascerà l'amaro in bocca a molti, come del resto accade sempre in queste occasioni: per quanto mi riguarda, sono più che felice di avere, almeno sulla carta, ottimo materiale di visione per il resto di un'annata che, fino ad ora, ha riservato più delusioni che altro.




Ed ecco la lista dei vincitori:

Palma d’oro Dheepan, Jacques Audiard
Grand prix Saul fia (Il figlio di Saul), László Nemes
Premio della giuria The lobster, Yorgos Lanthimos
Miglior regia Nie Yinniang, Hou Hsiao-Hsien
Miglior attore Vincent Lindon, La loi du marché
Miglior attrice (premio ex aequo) Rooney Mara, Carol, e Emanuelle Bercot, Mon roi
Miglior sceneggiatura Chronic, Michel Franco
Miglior cortometraggio Wave 98, Ely Dagher



MrFord



 

mercoledì 23 ottobre 2013

Las acacias

Regia: Pablo Giorgelli
Origine: Argentina, Spagna
Anno: 2011
Durata:
82'




La trama (con parole mie): Ruben è un autista di camion di mezza età che percorre solitario con il suo mezzo le strade che collegano Paraguay e Argentina, un uomo introverso e decisamente poco incline al dialogo, con un figlio ormai cresciuto che non vede da otto anni.
Quando un amico, Fernando, gli chiede di dare un passaggio a Jacinta - donna con una figlia di cinque mesi sola e senza prospettive che vorrebbe raggiungere la cugina per trovare un lavoro - in modo da condurla a Buenos Aires, Ruben si mostra molto riluttante: il viaggio si rivelerà invece una scoperta per l'uomo, conquistato dalla piccola Anahì e per la prima volta da troppo tempo toccato oltre la sua scorza di viaggiatore ramingo.





Il Cinema è davvero curioso, a volte: in uno stesso giorno è capace di mostrare, infatti, aspetti e sfumature distanti anni luce - in tutti i sensi -, quasi come si trattasse non tanto di una trasposizione, quando di una vera e propria cronaca della vita.
Las acacias, infatti, misconosciuto film di produzione ispano-argentina datato duemilaundici uscito soltanto all'inizio del mese qui in Italia realizzato con mezzi più che limitati, un cast che si conta sulle dita di una mano ed un setting quasi completamente legato all'abitacolo del camion del protagonista, è passato sugli schermi di casa Ford poche ore prima del gigantesco - in termini di mezzi, effetti e tecnica - Gravity.
Il lavoro di Giorgelli, a differenza di quello di Cuaron, si gioca però tutto sull'aspetto emotivo della storia raccontata, e sulle due solitudini - quella del burbero autista Ruben e della speranzosa madre single Jacinta pronta a ricominciare da capo in un altro Paese insieme alla figlia - che si incontrano andando a costruire con semplicità disarmante un road trip scarno e di pancia, o "da tempi di crisi", per usare un'espressione che negli ultimi anni ha preso sempre più piede a tutti i livelli della società.
Potendo, in qualche modo, unire la sincera commozione portata con grande onestà sullo schermo da Las acacias e la produzione stellare di Gravity, probabilmente, avremmo avuto in mano uno dei film più importanti dell'anno, invece che due pellicole a loro modo incomplete, ma ce la faremo andare bene così: un pò come Ruben, che ritrova la gioia dell'essere genitore osservando le espressioni della piccola Anahì, o i turbamenti sentimentali che pensava di aver lasciato alle spalle insieme all'illusione di una famiglia o di un amore, o come Jacinta, pronta a ricominciare a casa di una cugina disposta ad accoglierla una vita che in Paraguay non offriva più alcuna prospettiva a lei come - e soprattutto - alla piccola.
Limitando i dialoghi e concentrandosi su gesti ed impercettibili sfumature e dilatando il ritmo Giorgelli sfodera un piccolo e rurale Una storia vera, lasciando il pubblico a bocca aperta per la sincerità intellettuale ed emozionale con la quale viene raccontato l'incontro - e scontro, per certi versi - di queste due solitudini basate l'una sull'isolamento e l'altra sulla speranza: ma se gli incontri che i due protagonisti sono portati a fare nel corso del loro viaggio vengono rappresentati sempre e comunque molto sotto le righe, con il finale di fronte alla casa della cugina di Jacinta il regista gioca la sua carta migliore, sfiorando la commozione e regalando un colpo d'ala da grande autore, mostrando quanto può essere importante la voglia - se non addirittura la necessità - di raccontare una storia prima ancora della tecnica grazie alla quale la stessa è portata in scena.
Senza dubbio non si tratterà di un film per tutti, o di un titolo destinato a cambiare la storia del duemilatredici cinematografico, eppure lavori come questo sono una vera e propria boccata d'ossigeno per chi, anche dall'altra parte del mondo, vive una vita da maniche arrotolate come Ruben e Jacinta, e con il poco che la fatica ripaga spera di poter costruire un avvenire felice per i propri figli: e se non sempre le cose sono destinate ad andare come vorremmo, è sempre vero che rinunciare ad un viaggio finisce comunque per privarci di un'esperienza che potrebbe non solo sorprendere, ma addirittura divenire un nuovo inizio.


MrFord


"I'd rather live in a doll's house in a small street
where it always rains
you kid yourself you're working all for me
but older kids play with bigger trains."
Howard Jones - "Two souls" - 


sabato 13 luglio 2013

Reality

Regia: Matteo Garrone
Origine: Italia
Anno: 2012
Durata: 116'



La trama (con parole mie): Luciano è il proprietario di una pescheria, ha una moglie, tre figli e si arrangia organizzando piccole truffe in un giro di robot da cucina. L'uomo ha anche un discreto talento nell'intrattenere i parenti alle feste ed ai matrimoni, tanto che molti degli stessi si chiedono per quale motivo nessuno, nel mondo della televisione, si sia mai potuto accorgere del suo valore.
Quando, spinto dalla famiglia, Luciano decide di tentare la strada dei provini per il Grande Fratello e passa la prima selezione per essere convocato a Roma per i colloqui successivi, si convince di essere ormai ad un passo dall'essere scelto per la trasmissione, sempre che gli emissari della tv non decidano di cambiare idea una volta osservata la sua vita quotidiana.
Venduta la pescheria e convintosi di essere sempre osservato, Luciano ribalterà il suo mondo finendo per rischiare di perdere perfino le persone che lo amano, spinto dal sogno ormai sempre più vicino di poter fare parte della trasmissione.




Lo ammetto, sono arrivato alla conclusione di Reality con il fiato corto.
Con i titoli di coda a scorrere di fronte ai miei occhi non ho saputo decidere se essere felice di aver finalmente, a distanza di mesi, visto un film italiano degno della nostra grande tradizione cinematografica, o triste per l'amarezza di una vicenda toccante e terribile narrata con grande sensibilità e tecnica sopraffina da un Matteo Garrone tornato a livelli altissimi, superando senza dubbio quelli di Gomorra, affresco potentissimo eppure tremendamente paraculo.
Se, infatti, guardandomi dentro posso perfino considerare di accettare l'idea che esistano un'etica criminale ed un crimine - senza per questo giustificarli, sia chiaro -, rimango decisamente più sconvolto dall'influenza che il disagio culturale espresso dalla tv e dai suoi prodotti è in grado di indurre rovistando nella terra di quest'Italia sempre più Terra dei cachi, rappresentata alla perfezione dal protagonista di una vicenda squallida e terribile, commovente quanto quasi spaventosa.
Luciano - un bravissimo Aniello Arena -, proprietario di una pescheria nel cuore della periferia partenopea, convinto dalla famiglia a partecipare alle selezioni per Il grande fratello e di fatto plagiato dalla stessa idea di essere ormai certo della partecipazione è il volto della sofferenza di questo Paese genuino ed ingenuo, naif ed arraffone, ormai povero di idee oltre che di mezzi: e se la prima sensazione è quella di una sorta di scherno prodotto dalla presunta superiorità intellettuale, con il passare dei minuti e lo sprofondare nell'abisso dell'antieroe della pellicola finiamo per trovarci tutti a sperare che la sua convinzione si riveli fondata, e che non esista alcun ostacolo pronto a frapporsi tra la sua vita di tutti i giorni e la realizzazione di un sogno, per quanto criticabile possa essere - rappresentato nella sua bieca pochezza dal partecipante di una precedente edizione Enzo, personaggio da brividi di terrore -.
E mentre attorno si assiste ad un progressivo passaggio dall'entusiasmo iniziale - il ragazzo del bar pronto a fondare un fan club, la ristrutturazione di casa per le interviste, i conoscenti pronti ad acclamare il successo - all'ossessione - il controllo della televisione, gli accattoni, l'agghiacciante quasi primo piano del grillo, il confessionale riprodotto nello sgabuzzino, fino a giungere alla sequenza ironica e da brividi legata alla paura che le truffe dei robot da cucina possano essere scoperte dal GF, che Enzo, amico di Luciano, traduce più sensatamente con Guardia di Finanza -, allo spettatore resta il dubbio se tutti noi abitanti di questo scombinato Paese non si sia, in qualche modo, pesci che nuotano contro corrente come quest'uomo semplice alla ricerca di un sogno da poco che possa cambiare la vita sua e della famiglia - "Io voglio avere il problema di spendere i soldi", afferma l'aspirante gieffino a controbattere le obiezioni della zia - che senza la spintarella di una qualche personalità di dubbia fama - il succitato Enzo - si finisca a dover lottare contro tutto e tutti, appoggiandosi solo ed esclusivamente alla propria determinazione per poter arrivare a compiere l'impresa divenuta impossibile, mulino a vento per un Don Chisciotte nostrano costretto a fingere di vendersi alla Chiesa per trovare la scorciatoia necessaria all'ingresso nella casa.
Ma cosa significa, quella casa?
E' il simbolo del successo dell'uomo qualunque, finalmente in grado di raggiungere, almeno per un pò, l'Olimpo degli uomini di talento, pur non avendolo?
E' il sogno di una sicurezza economica in tempi di profonda incertezza?
E' il potere della volontà, in grado di vincere perfino sull'obiettiva incapacità di realizzare qualcosa di davvero importante?
E' lo specchio di una società vuota e tragicomica, fotografato - e alla grandissima - da un film che riesce a trovare l'equilibrio perfetto tra la tecnica - piani sequenza perfetti, messa in scena splendida - e la satira, la pacca sulla spalla ed il sorriso ironico?
O è soltanto la risata di Luciano, che alla faccia della sua famiglia, della televisione, di chi lo criticava e chi lo sorvegliava, di chi lo sosteneva e chi l'aveva abbandonato, è finito per arrivare un passo avanti a tutti?
E' Luciano il regista di questo ritratto dell'Italia che siamo?
Chi guarda chi, dall'altra parte dello schermo?
A volte le domande finiscono per fare più paura delle risposte.


MrFord


"I still don't remember how this happened
I still don't get the wherefores and the whys
I look for sense but I get next to nothing
hey boy welcome to reality."
David Bowie - "Reality" -

lunedì 27 maggio 2013

Cannes 2013

La trama (con parole mie): questa sera si è conclusa la sessantaseiesima edizione di quello che è considerato il Festival più importante del Cinema, appuntamento imperdibile per gli appassionati di tutto il mondo della settima arte e parata di stelle del mainstream così come dell'indie.
Nell'anno del ritorno in Italia - e alle origini - di Sorrentino e del Refn post-Drive la Palma d'oro è rimasta invece oltralpe, a premiare un regista che non ha, di fatto, mai deluso e che pare abbia colpito più di ogni altro la giuria: Abdellatif Kechice.
Ecco la lista dei vincitori e, come al solito, qualche commento del sottoscritto.



- Palma d'oro: La vie d'Adéle di Abdellatif Kechiche

Non posso che essere contento della vittoria di Kechiche, regista che ho seguito fin dal suo primo lavoro - Tutta colpa di Voltaire - e che avrebbe meritato anche il Leone d'oro a Venezia con il meraviglioso Cous cous, uno dei film corali più belli degli ultimi dieci anni.
La vie d'Adéle, costruito attorno alla storia d'amore di due ragazze, è stato fin da subito uno dei titoli più apprezzati sulla Croisette: a questo punto non vedo l'ora di poterlo ospitare anche qui al Saloon.




- Grand Prix: Inside Llewyn Davis di Ethan e Joel Coen

Secondo premio ed altri due protetti fordiani: i fratelli Coen.
Il loro Inside Llewyn Davis pare sia qualcosa di decisamente interessante: ambientato nella New York degli anni sessanta, racconta una settimana della vita un giovane folk singer nel pieno del fermento dei tempi. Il cast promette bene, l'argomento anche.
Certo, non mi stupirei se il premio fosse arrivato principalmente per l'intercessione di Spielberg, ma me lo faccio andare bene comunque.


- Regia: Amat Escalante per Heli


Di questa produzione affidata al giovane regista di Barcellona non so praticamente nulla, dunque non mi pronuncio rispetto alle polemiche insorte sui nostri quotidiani a proposito dei mancati riconoscimenti a Sorrentino per il suo La grande bellezza, almeno fino a quando non avrò visto entrambi i titoli e potrò confrontarli come si deve.


- Giuria: Tale padre, tale figlio di Hirokazu Koreeda


Il premio della Giuria è andato ad un autore giapponese tra i meno conosciuti oltre i suoi confini - almeno per quanto riguarda quelli di respiro internazionale - che ha presentato una storia che, sulla carta, mette in gioco sentimenti e sensazioni che in questo periodo della mia vita mi toccano particolarmente: quelli della paternità.
Non so se e quando verrà distribuito in Italia, ma senza dubbio con l'arrivo del Fordino e questo nuovo mondo da esplorare giorno per giorno non intendo certo perdermi questa visione.


- Migliore attore: Bruce Dern per Nebraska di Alexander Payne


L'anziano caratterista americano Dern mi è sempre passato sotto gli occhi senza rimanermi particolarmente impresso, ed il suo premio è fondamentalmente stato uno di quelli di cui non mi preoccupo più di tanto, sia in positivo che in negativo.
Sono però molto curioso di affrontare la visione del nuovo lavoro di Payne, un regista simbolo della parte buona del Sundance-style che fino ad ora non mi ha mai deluso.


- Migliore attrice: Berenice Bejo per Il Passato di Asghar Farhadi


Berenice Bejo, salita agli onori della cronaca con il magnifico The artist, incassa il premio per la migliore interpretazione femminile grazie ad uno dei registi che più attendo - sempre che la distribuzione nostrana non giochi brutti scherzi -,  Asghar Farhadi, autore di chicce come About Elly e dello splendido Una separazione.
Avrà giocato anche in casa, ma trovo che la Bejo abbia ottime carte da giocarsi, dunque approvata anche questa scelta dei giurati.







- Sceneggiatura: Jia Zhangke per A touch of Sin


Il premio per la migliore sceneggiatura è andato invece ad un'altra vecchia conoscenza del Saloon, Jia Zhangke, che non troppi anni fa mi lasciò a bocca aperta con il film che gli valse il Leone d'oro, Still life, un'opera struggente legata al nuovo e al vecchio corso della Cina.
Di questa sua più recente fatica non so nulla, ma di sicuro non mi lamenterò a cercare di recuperarla - impresa ardua, considerato che tra i premiati questo è senza dubbio il titolo che incontrerà più difficoltà di distribuzione qui nella Terra dei cachi -.


- Palma d'oro per il miglior cortometraggio: Safe di Byong-Gon
- Menzione speciale a 37/o 4S dell'italiano Adriano Valerio e a Le fjord des baleines di Gudmundur Arnar Gudmundsson
- Camera d'or (migliore opera prima): Ilo Ilo di Anthony Chen (dalla Quinzaine)

mercoledì 19 settembre 2012

C'era una volta in Anatolia

Regia: Nuri Bilge Ceylan
Origine: Turchia
Anno: 2011
Durata: 150'




La trama (con parole mie): nel cuore dell'Anatolia, in una notte per le strade delle steppe battute dal vento punteggiate da villaggi isolati, una squadra della polizia accompagnata da un medico, un magistrato ed una scorta militare segue le tracce di due fratelli rei confessi di un omicidio che dovrebbero condurre gli uomini al luogo in cui hanno seppellito la vittima, un uomo che vive nel loro stesso paese.
La confusione dei fermati rende la ricerca lunga e tortuosa, tanto da assumere le dimensioni di un viaggio anche interiore dei tutori dell'ordine, costretti a parlare di se stessi, del loro passato e delle loro vite in attesa che la missione giunga alla sua conclusione.
In particolare, il capo della pattuglia Naci, il medico Cemal ed il magistrato Nusret si specchieranno nei loro mondi differenti eppure complementari.




C'era una volta in Anatolia è un pò come uno di quei liquori o caffè dei quali è impossibile apprezzare appieno il gusto al primo sorso, e che, al contrario, vanno lasciati sedimentare a fondo, nello stomaco e nel cuore: ammetto infatti che, agli occhi di chi non è avvezzo ad un Cinema autoriale votato alla grande tecnica e ai ritmi soffusi e dilatati nella migliore tradizione russa - Ceylan, con il precedente e splendido Uzak, si era guadagnato dalle parti di casa Ford addirittura l'accostamento al Maestro Tarkovskij, uno dei più grandi registi di tutti i tempi -, un lavoro come quello del cineasta turco possa risultare ostico ed estenuante almeno quanto la ricerca che ne coinvolge i protagonisti, senza per questo mettermi al di sopra dello spettatore occasionale o darmi arie da saccente radical chic da circolo intellettuale.
In fondo, come alcuni di voi hanno potuto constatare di persona, non sono altro che un tamarro che più che nella Pianura Padana avrebbe trovato il suo posto in Texas, o da qualche parte nel Sud degli States, dunque direi che più che altro riconosco la difficoltà e l'impegno che un viaggio - emotivo, visivo e mentale - come quello di C'era una volta in Anatolia richiede: nell'ultimo anno, forse il solo Faust di Sokurov e I colori della passione di Majewski - entrambi, peraltro, decisamente più brevi, soprattutto il secondo, rispetto al lavoro di Ceylan - sono stati allo stesso livello, dal punto di vista della mole di "materia" riversata come una colata di cemento sulle spalle dello spettatore.
D'altra parte c'è di buono che la "fatica" spesa nel corso della visione viene ripagata da un senso di pienezza ed un onda lunga post-titoli di coda in grado di lasciare i lavori di questo genere impressi nella memoria del cuore ancor prima che del cervello anche a distanza di anni, quasi fossero - e torniamo al principio - un sapore che bussa alla porta di pensieri e ricordi come la famosa madeleine proustiana.
Per questo assaggio - che poi, a ben osservare, pare un pranzo di otto portate - Ceylan si prende tutto il tempo che desidera, indugiando sulla sua perizia - basterebbero la fotografia ed una manciata di movimenti di macchina da pelle d'oca a fare grande l'intera opera - e nei particolari anche solo suggeriti legati ai protagonisti e alle loro vite, trovando tutti i tempi giusti sia quando è la cornice a raccontare - il ritrovamento della maschera di pietra da parte di Cemal - che quando la parola passa al disagio umano - gli interrogatori di Naci, o il suo dialogo con la moglie - o alla vera e propria componente noir e thriller della vicenda, legata al racconto della bellissima donna che annunciò la sua morte narrato dal magistrato nell'ambito di una riflessione sui metodi d'indagine e sull'approccio agli strumenti della Giustizia.
Ma all'autore non basta scomodare una tempesta di sensazioni legata al crescendo del confronto tra l'appena citato Nusret e Cemal, o al sogno di una donna che finirà come incatenata in un villaggio sperduto invece che tra le braccia di un uomo da poco, in città, o all'idea che un bambino crescerà senza il padre che l'ha cresciuto, odiando quello che l'ha generato: Ceylan vuole mettersi comodo e scavare a fondo, tuffandosi nella solitudine e nella sofferenza, nella sensazione di essere perduti e nella speranza di essere accolti - la cena frugale in paese, la sigaretta al reo confesso -, incaricando il suo dottore di essere l'Ulisse di quest'Odissea che, più che poliziesca o crime, ha il sapore del metafisico.
Ma è un metafisico profondamente corporale, che ha il volto di colline prese a schiaffi da un vento che porta tempesta e speranze di libertà ed il corpo di una provincia lontana da tutto quello cui la quotidianità fa riferimento per il suo benessere cittadino: è la miseria umana che diviene illuminazione, un sasso scagliato contro il destino, la consapevolezza che tutto ricomincia, ed il passato ci lascerà soltanto più soli di fronte a questo spazio infinito.
Sarà con quella terra schiacciata in fondo alla gola, fino ai polmoni, che soffocheremo di vita nella speranza che, un giorno, si possa raccontare a qualcuno il "c'era una volta" che darà senso alla nostra ricerca.


MrFord


"Mother I've tried
wasting my life
I haven't given up, I lie
to make you so proud in my eyes
fallin' out of sleep
crawlin' over me
to the last goodbyes
who cares why?"
Smashing pumpkins - "Once upon a time" -


sabato 30 giugno 2012

Fish tank

Regia: Andrea Arnold
Origine: UK
Anno: 2009
Durata: 123'



La trama (con parole mie): Mia ha quindici anni, vive nel profondo dell'Essex e nel disagio delle periferie, sogna di diventare una ballerina, ha una madre ed una sorella minore con le quali convive a fatica ed è in lotta con il mondo e la vita.
Quando proprio la genitrice trova un nuovo fidanzato - il comunicativo e sempre disponibile Connor - e lo invita a trasferirsi da loro, la vita della ragazza viene completamente travolta: uscire dal guscio diviene un'occasione per confrontarsi con se stessa e provare di poter essere migliore di chi l'ha messa al mondo, di fatto relegandola alla lotta cui paiono essere destinate le adolescenti come lei e, in breve, sua sorella.
Ma l'uomo nasconde un segreto che riporterà Mia ed i suoi sogni ad una dimensione decisamente più reale.




E così uno dei film indipendenti più celebrati e premiati degli ultimi anni è giunto - con colpevole ritardo, lo ammetto - anche sugli schermi di casa Ford: praticamente da sempre ho provato una certa simpatia istintiva per il Cinema sociale britannico, anche e soprattutto grazie alla scoperta, ormai parecchio tempo fa, di un certo Ken Loach che è riuscito a crescermi come spettatore e non solo a suon di cazzotti sui denti grazie a perle quali My name is Joe - forse il suo film che preferisco ancora oggi -, che ricordano quanto sia dura vivere sogni e speranze quando si nasce in una periferia che può nascondere mondi e futuri quotidianamente messi alla prova da un presente spesso e volentieri ingombrante e privo di prospettive.
Fish tank - l'acquario dei pesci, per tradurlo liberamente, quasi fosse un'immagine finto poetica -, premiato a Cannes ed osannatissimo in rete e oltre, si inserisce alla perfezione nella tradizione del buon Ken strizzando l'occhio alle generazioni attuali legate ad Mtv e a prodotti più leggeri come Misfits senza dimenticare quanto, ai Festival - e soprattutto sulla Croisette -, vengano apprezzate le pellicole neorealiste di chiara ispirazione dardenniana: un film tosto, che si dibatte e sbatte contro le pareti trasparenti del suddetto acquario sperando di sfondarlo a suon di testate, ben scritto ed interpretato ottimamente da un cast che rende benissimo l'idea della strada trascinato da un come al solito ottimo Michael Fassbender, ormai certezza del Cinema europeo e non solo.
Eppure, nonostante un impatto emotivo non indifferente ed una sorta di partecipazione che cresce nello spettatore a dispetto del fatto che non esista, di fatto, un personaggio con il quale empatizzare fino in fondo, ho trovato Fish tank un ritratto fin troppo simile alla sua protagonista: una pellicola con ottime potenzialità che combatte fino a ritrovarsi sfinita e senza le energie necessarie a sferrare il colpo decisivo per rimanere davvero impressa nella storia da spettatore di chi vi si pone innanzi.
Rispetto a pietre miliari quali This is England - altro titolo associabile al lavoro di Andrea Arnold -, infatti, la vicenda di Mia non riesce a superare il confine dell'incompiutezza che la giovane vive sulla sua pelle, ritratto perfetto della rabbia tutta adolescenziale per una vita che pare sempre - e forse lo è, a ben vedere - ingiusta e dall'altra parte della barricata: un personaggio scomodo, non piacevole, che fa tenerezza nei suoi tentativi di liberare la vecchia cavalla come se fosse il simbolo della sua stessa libertà e rabbia rispetto all'ostinazione di affrontare a muso duro ogni tentativo di entrare nel mondo che lei stessa non vuole altro - e disperatamente - che far conoscere e condividere: in questo senso, il confronto con l'amica ed il suo nuovo gruppo ad inizio pellicola e la gita con Connor, la madre e la sorella dalla pesca del pesce al ballo nel parcheggio rendono perfettamente l'idea, e risultano tra le più efficaci di una pellicola forse discontinua, ma sicuramente interessante anche nei suoi difetti.
Proprio Connor - cui presta presenza e fisicità il già citato Fassbender - è la benzina che accende la miccia della vera rivolta di Mia, iniziata come un atto di emancipazione rispetto alla madre, proseguita come la scoperta dell'amarezza che l'amore - o qualunque cosa sia - può riservare soprattutto quando non si è maturi abbastanza per comprenderne i rischi e conclusa con un confronto che vede sempre i più piccoli ed indifesi - pur se in modo diverso - fuggire dal proprio predatore, nel passaggio più drammatico e terribile della pellicola, risolto alla grande dalla regista - di fatto, il doppio faccia a faccia tra Mia e Keira prima e Mia e Connor poi risulta essere l'unico vero lampo di genio della Arnold -: attorno, una cornice di miseria umana e sociale che ricorda quella affrontata dalla Rosetta dei - di nuovo - Fratelli Dardenne e della sua ispiratrice, la Mouchette di Bresson, che anticipò perfino i malesseri della crescita del Doinel di Truffaut.
Un film da vedere a cuore aperto, senza soffermarsi troppo sui carrelli laterali o le immagini poetiche a volte inserite soltanto per "fare numero", concentrandosi sulla sua poco avvicinabile antieroina lasciando che la memoria riporti anche noi al periodo in cui, con le ossa ancora fragili, ci affacciavamo sulla vita adulta con la voglia di menare le mani senza sapere che, alla fine, le prime vittime di uno scontro saremmo stati proprio noi.
Soltanto quando il presente non sarà più abbastanza e Mia deciderà di muoversi verso il futuro - che non sarà roseo, ma rappresenterà comunque qualcosa - le cose parranno davvero mettersi in moto, e lo stesso abbraccio alla sorella poco prima della partenza diverrà una testimonianza sentita e profonda del cambiamento: verrebbe da chiedersi cosa accadrebbe se la regista decidesse di legare un'intera storia di crescita e ben più di un lungometraggio alla sua protagonista, portando Katie Jarvis con lei come fece il già citato Truffaut da I quattrocento colpi in avanti.
Forse ci troveremmo al principio di un percorso straordinario.
E anche questo imperfetto punto di partenza assumerebbe un significato ancora più importante.
Un pò come l'adolescenza.
Un pò come la vita.
Uscire fuori dall'acquario e vedere com'è il mondo.
Anche quando potrebbe voler dire finire infilzati dal primo Connor cui si crede di dovere il cuore - e non solo -.


MrFord


"Ogni adolescenza coincide con la guerra
che sia falsa, che sia vera
ogni adolescenza coincide con la guerra
e così sempre sarà."
Tre Allegri Ragazzi Morti - "Ogni adolescenza" -


 

lunedì 28 maggio 2012

Cannes 2012


La trama (con parole mie): come ormai tutti saprete, si è concluso il sessantacinquesimo Festival di Cannes, che ha visto sfilare alla Croisette il fior fiore del Cinema autoriale - e non - del mondo, confermando questo appuntamento come il più importante dell'anno per gli appassionati e gli addetti ai lavori.
Le proposte erano anche a questo giro decisamente interessanti, anche se pare che la giuria presieduta da Nanni Moretti non abbia avuto praticamente dubbi sul vincitore.
In attesa di avere l'occasione di vedere nelle nostre sale la selezione del Festival, ecco l'elenco dei premi e giusto un paio di punti di vista made in saloon.



Palma d'Oro
Amour di Michael Haneke


Per la seconda volta negli ultimi cinque anni trionfa il chirurgico regista austriaco bissando il trionfo del magnifico Il nastro bianco.
Personalmente ho sempre considerato Haneke uno dei grandi Maestri del Cinema europeo attuale, quindi non posso che essere soddisfatto, anche se una punta in più di coraggio da parte della giuria non mi avrebbe fatto poi tanto schifo. Comunque, le aspettative rispetto a questo Amour sono alte. Molto alte.
Grand Prix
Reality di Matteo Garrone


La nuova fatica del regista di Gomorra non è ovviamente ancora passata sugli schermi di casa Ford, eppure questo premio mi sa tanto di marchettone selvaggio concesso al Presidente di giuria Moretti, che, come in ogni Festival che si rispetti, avrà imposto le sue scelte - o assecondato quelle degli altri giurati - a determinate condizioni.
Premio per la regia
Carlos Reygadas per Post tenebras lux


Premio che mi lascia abbastanza indifferente.
Non conosco a fondo Reygadas, dunque attenderò la visione prima di pronunciarmi in proposito.

Premio della Giuria
The angels' share di Ken Loach


Personalmente ho sempre avuto una particolare simpatia per Loach ed il suo Cinema "operaio".
Il vecchio Ken è uno che tiene i cavalli, un fordiano ad honorem, e le sue storie - su tutte la mia preferita, My name is Joe - riescono sempre a toccarmi.
Eppure ho ancora negli occhi la Palma regalata per il suo peggior film, Il vento che accarezza l'erba, e quindi storco un pò il naso a priori rispetto a questo nuovo successo: anche in questo caso, attenderò la visione. E non senza pregiudizi.

Premio per l'interpretazione maschile
Mads Mikkelsen in The hunt di Thomas Vinterberg


Non ho mai sopportato Vinterberg, ma un premio al mitico Mads Mikkelsen io non lo rifiuto mai.
Non fosse altro che per Le mele di Adamo o Valhalla rising.

Premio per l'interpretazione femminile
Cosmina Stratan e Cristina Flutur in Beyond the hills di Cristian Mungiu 


Mungiu era uno degli autori che aspettavo maggiormente, considerato lo splendido Quattro mesi, tre settimane, due giorni che ancora è una ferita aperta nel mio cuore di spettatore.
Ancora una volta il regista romeno esalta le sue protagoniste, facendo salire la mia curiosità rispetto a questo suo nuovo lavoro alle stelle.

Premio per la sceneggiatura Cristian Mungiu per Beyond the hills


Come sopra. Felicissimo per Mungiu. In attesa di buttarmi in questa visione.

 

CORTOMETRAGGI

Palma d'Oro
SESSIZ-BE DENG (Silence) di Rezan Yesilbas


UN CERTAIN REGARD
 

DESPUES DE LUCIA di Michel Franco


CAMERA D'OR
 

BEASTS OF THE SOUTHERN WILDER di Benh Zeitlin 

Chiudo con un trailer segnalato anche dal mio antagonista Cannibale, legato al nuovo lavoro di Paul Thomas Anderson, The Master, che promette di fare davvero scintille, in uscita il prossimo autunno negli Usa.



Carne al fuoco ce ne sarà, e tanta.
Speriamo solo che la distribuzione italiana se ne accorga.

MrFord 

domenica 9 ottobre 2011

Lo zio Bonmee che si ricorda le vite precedenti

Regia: Apichatpong Weerasethakul
Origine: Tailandia
Anno: 2010
Durata: 114'







La trama (con parole mie): Bonmee è un vecchio agricoltore vedovo che da qualche tempo è malato. Richiama così nei suoi terreni la cognata in modo da prepararla al momento in cui morirà lasciandole terreni, attività e ricordi di una vita.
Inizia così un viaggio che coinvolge lo stesso Bonmee e la cognata, i lavoranti ed i fantasmi di un passato ormai lontano - la moglie e il figlio del protagonista -, i sogni e gli spiriti di questo mondo e quell'altro che dovrebbe toccare presente, passato, futuro, vita e morte.
Dovrebbe, perchè nonostante le bellissime immagini, quello che sembra è che l'unico vero scopo del regista sia stato quello di mettere le mani sulla Palma d'oro.



Per mesi ho evitato in scioltezza il confronto con la pellicola vincitrice del Festival di Cannes 2010, complici alcune recensioni entusiastiche di alcune tra le voci più radical chic della rete e non ed altre, decisamente meno lusinghiere, di persone il cui gusto è decisamente più vicino al panesalamismo fordiano.
Ultimamente, invece, una certa curiosità si era impadronita del sottoscritto a proposito della visione di questo film, quasi a voler soddisfare la voglia di un ritorno al Cinema orientale autoriale che da troppo tempo mancava all'appello sugli schermi di casa Ford.
Così, con la mente sgombrata della maggior parte dei pregiudizi, ho affrontato la visione di questo curioso Lo zio Bonmee che si ricorda le vite precedenti.
Ebbene, malgrado quello che possa trasparire da questa introduzione, ho trovato la pellicola estremamente scorrevole, a tratti ispiratissima, arricchita da forti simbolismi ed immagini magnifiche ed in grado di fare tesoro di una calma zen anche nello stile di narrazione, fatto di molte inquadrature fisse e bolle di sospensione temporale.
Eppure, allo stesso tempo, posso tranquillamente affermare che questo film è quanto di più insopportabilmente furbo e radical chic si possa trovare in giro, una di quelle cose ruffiane che piazza l'immagine senza alcuna spiegazione o utilità per la trama giusto per solleticare l'ego smisurato dei giurati dei Festival, che di fronte ad opere di questo genere tendono a sbrodolare bavetta ed assegnare premi come se piovessero anche quando loro per primi, nel buio del lettuccio, prima di addormentarsi, sanno benissimo di non aver capito un beneamato cazzo di quello che è stato raccontato dal regista.
Anche perchè, parliamoci chiaro, l'impressione è che non lo sappia davvero neppure lui.
I simbolismi sono sempre apprezzabili, quando hanno un senso, e le differenze culturali - certamente notevoli - possono essere stimoli ad aprire la propria mente a nuovi orizzonti: ma quando sono costretto ad osservare la scena di un monaco - peraltro neppure troppo convinto di intraprendere la carriera religiosa - mai visto fino a dieci minuti dalla fine del film sotto la doccia per cinque minuti mi chiedo cosa mai quell'immagine possa smuovere in me avendo assistito a quella che, a tutti gli effetti, è una storia legata a doppio filo al confronto con il proprio passato e la preparazione alla morte e che, infatti, raggiunge il proprio apice proprio nel dialogo tra Bonmee e la defunta moglie a proposito del Paradiso, più o meno a metà del minutaggio.
Ora, forse la mia sensibilità non è abbastanza sviluppata per cogliere il nesso tra la morte ed un giovane monaco che si lava con il sapone alla citronella, però qualche dubbio a proposito della sincerità dell'opera questo passaggio - così come la penetrazione del pescegatto, nota stonata di una sequenza altrimenti splendida - l'ha suscitato senza neppure sforzarsi troppo.
Un vero peccato, dunque, per uno script che poteva dimostrarsi una sorta di La città incantata in versione umana - le parti dedicate alle scimmie umanoidi dagli occhi rossi sono decisamente affascinanti - ed invece si rivela soltanto l'ennesima cialtronata da club di cinefili che nasconde dietro immagini obiettivamente stupende la pochezza di un film davvero senza un perchè.
Ennesima conferma, dunque, di quanto la Croisette si stia rivelando una sorta di rifugio per i radical chic nonchè un'oasi sfiorita per gli amanti del Cinema, gli stessi che, fino a qualche anno fa, attendevano trepidanti un anno intero per potersi godere proprio sul litorale francese il meglio del meglio della settima arte.

MrFord

"Well you have no right to ask me how I feel
you have no right to speak to me so kind
some day I might (I might) find myself looking in your eyes
but for now, we’ll go on living separate lives
yes for now, we’ll go on living separate lives."
Phil Collins - "Separate lives" -
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