lunedì 22 settembre 2014

Si alza il vento

Regia: Hayao Miyazaki
Origine: Giappone
Anno: 2013
Durata:
126'




La trama (con parole mie): Jiro Horikoshi, fin dai tempi della sua adolescenza, sogna con tutte le sue forze di seguire le orme del progettista italiano Caproni e realizzare un aereo straordinario, come mai ne furono realizzati prima. Giunto a Tokyo in concomitanza con il terribile terremoto del 1923 in tempo per conoscere e prestare soccorso alla giovane Naomi, Jiro ultimerà gli studi ed inizierà la sua carriera di designer di velivoli, che lo porterà a viaggiare per il mondo e a porre le basi per la sua opera più ambiziosa, un aereo leggero e veloce che possa stupire per la sua perfezione, a prescindere dall'uso militare cui per natura sarà destinato.
Anni di studi ed esperimenti dopo, nel corso di una villeggiatura estiva, Jiro e Naomi si incontreranno di nuovo vedendo finalmente sbocciare il loro amore, segnato sin dai primi giorni dalla malattia della ragazza, come la madre sofferente di tubercolosi: e mentre Jiro continuerà a lavorare sul suo aereo ed il matrimonio verrà finalmente celebrato, nubi di guerra e l'aggravarsi dello stato di salute della giovane incomberanno sulla coppia.







Ho sempre pensato che, per essere grandi Maestri, di Cinema ma non solo, si dovesse conoscere bene il valore della semplicità. E ancor di più, come gestire la stessa.
In un certo senso, comprendere le meraviglie delle piccole cose, e lasciarle scorrere come acqua, o vento, resta - come è per le arti marziali, del resto - lo specchio di una forza che non ha alcun bisogno di essere portata in superficie, o mostrata a sproposito.
Il Cinema di Miyazaki è così. 
Semplice e potentissimo, senza bisogno che il suo straordinario autore debba per dimostrare il suo valore alzando la voce.
I suoi film sono un alito di vento dal sapore di primavera, quella brezza che accarezza i capelli e quasi prende per mano conducendo all'estate, il brivido del non detto, il piacere dell'attesa e della calma.
Ma non per questo sono opere prive di passioni: ribollono, infatti, dal primo all'ultimo minuto, a volte solo lasciandolo intuire - Kiki, Totoro -, a volte esplodendo addirittura troppo - Mononoke, Howl -.
Ogni volta che scrivo del vecchio Hayao, finisco per citare Kurosawa, che prima di morire, in un'intervista, dichiarò che il paragone tra loro sarebbe stato riduttivo per Miyazaki, una cosa che, ai tempi, mi lasciò interdetto nonostante la stima che da sempre ho provato all'indirizzo di quello che è, indiscutibilmente, l'animatore più geniale del panorama mondiale attuale: a farlo, infatti, era uno dei Maestri sommi della settima arte, uno degli intoccabili, di quelli che, se dovessi nominare dieci registi, l'Olimpo del Cinema, sarebbe dentro ad occhi chiusi.
Eppure, non troppo tempo dopo aver letto quella dichiarazione, colsi la grandezza di Miyazaki in una sequenza - peraltro secondaria - del già citato Il castello errante di Howl, paradossalmente forse uno dei suoi film "meno riusciti" - se così si può definire un suo lavoro -: godendomi Si alza il vento, ho rivisto quella magia.
Dal cappello volato via nel corso del viaggio in treno alla meraviglia visiva dei sogni di Jiro, passando per la tenerezza della storia d'amore con Naomi - che porta sulle spalle la grandiosità di Capolavori come Una meravigliosa domenica, sempre targato Kurosawa, ed Inizio di primavera di Ozu - fino ad uno dei finali più toccanti di questo duemilaquattordici, ho assistito al commiato di uno dei più grandi artisti viventi che il grande schermo sia attualmente in grado di regalare al suo pubblico, un omaggio che Miyazaki opera rispetto alla sua terra ed alla forza dei sogni che si decidono di inseguire ad ogni costo - quasi fosse un riferimento a se stesso, e non solo biografico rispetto a Horikoshi, con tutte le luci ed ombre connesse al personaggio di Jiro, senza dubbio non completamente positivo, soprattutto rispetto alla storia d'amore con Naomi -, e che da un aeroplanino di carta divengono qualcosa di così grande da divenire incontrollabile, toccando tematiche anche scomode - gli aerei "Zero" del designer saranno le bare dei piloti nipponici destinati allo schianto contro le navi nemiche - come la divisione tra la passione del progettista e l'uso dei mezzi dallo stesso creati scelto dall'esercito senza risparmiare una dose non da poco di malinconia e coscienza della caducità non solo delle aspirazioni umane, ma degli umani stessi - "Non ne è tornato neanche uno", sentenzierà Jiro nel finale -.
Ad ogni modo, senza contare il livello altissimo della confezione, probabilmente questo Si alza il vento non sarà mai considerato il vero Capolavoro di Miyazaki - curioso che, invece, sia universalmente o quasi titolato in questo modo La città incantata, bellissimo ma a mio parere un gradino sotto a questo e ad altri titoli firmati dal grande Hayao -: eppure, come fu per Gran Torino con Eastwood, il papà di Totoro non avrebbe potuto scegliere modo migliore per accommiatarsi dagli spettatori di tutto il mondo.
La storia di Jiro, del suo sogno e del suo amore, del vento e della volontà di vivere ed andare avanti è quanto di più semplice e clamorosamente complicato si possa immaginare, raccontato con il tocco lieve di un vero, grande Maestro.
E dietro quella carezza si nasconde la forza dirompente di un pugno: l'aereo di carta ed il terremoto di Tokyo - un momento pazzesco, tecnicamente forse il migliore della pellicola -, le aspirazioni di ogni divoratore di vita e la presenza fondamentale di qualcuno che, di un sogno, costituisca le fondamenta.
Semplicità, scrivevo poco fa.
Quella dei grandi Maestri.
Quella che, in due mani che si stringono, riesce a mettere tutto il caos di una vita.
Quella che, di fronte a quel "neanche uno" di ritorno, cavalca il vento per andare avanti.
Ed è giusto che Miyazaki sia andato avanti.
Fortunatamente, però, in questo caso qualcosa è tornato indietro.
Ed il vento continua ad alzarsi.



MrFord



"Sente battere le ali,
sente il freddo tutto intorno a sé,
vede luce di luce più abbagliante
di quel sole esploso in un istante."
I Nomadi - "Il pilota di Hiroshima" - 




domenica 21 settembre 2014

Red riding trilogy: in the year of our Lord 1983

Regia: Julian Jarrold
Origine: UK
Anno:
2009
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Maurice Jobson, ufficiale nella polizia dello Yorkshire e testimone delle luci e delle ombre dei casi legati allo Squartatore e alla scomparsa di una serie di bambine, riannoda i fili delle vicende che, dai primi anni settanta, hanno di fatto segnato il dipartimento cui appartiene, la società e la sua stessa esistenza. Dal giovane giornalista Eddie Dunford a BJ, da John Dawson al prete Laws, tutti i segreti delle vicende più sanguinose di un decennio paiono venire a galla insieme alla coscienza dello stesso Jobson, costretto a fare fronte anche ai fantasmi portati a galla da anni di soprusi e trattamenti al di sopra della Legge offerti da lui stesso ed i suoi compagni.
Archiviato il caso dello Squartatore e scongiurato - almeno in apparenza - lo scandalo del loro dipartimento, come reagiranno i fautori di tutti i gesti compiuti anche da Maurice nel corso degli anni? E chi è davvero il rapitore delle bambine? E quali, dei piccoli di una generazione precedente, riusciranno a salvarsi davvero?






L'affresco della trilogia di Red riding, iniziato con grande perizia ma in qualche modo in sordina ed esploso - sempre senza alzare troppo la voce - con il secondo film si chiude con le stesse tinte fosche con le quali si era aperto e attraverso quello che è il suo capitolo più articolato ed ambizioso, in bilico tra presente e passato di narrazione e pronto a fare luce su tutte le vicende raccontate nell'episodio dedicato al settantaquattro così come in quello ambientato nell'ottanta.
Ripescando attori e situazioni già mostrate raccontandole da un punto di vista ed un angolazione differenti, quest'ultimo passaggio tira le fila dei sospesi maggiori rimasti dopo la cattura dello Squartatore dello Yorkshire mostrata sul finire dell'episodio precedente: la questione della corruzione all'interno della polizia locale e quella legata all'assassino delle bambine, passata quasi in secondo piano rispetto alla più clamorosa e rumorosa indagine con oggetto il già citato Squartatore ma non per questo meno inquietante, anzi.
L'atmosfera pesante che aleggiava sulla vicenda di Hunter lascia, anche se soltanto in parte, trasparire un barlume di fiducia nel futuro e nella possibilità di sopravvivere principalmente grazie all'indagine condotta - pur se con riluttanza - dall'avvocato richiamato per risolvere nel modo più giusto possibile la questione del rapitore ed assassino di bambine, alla crisi di coscienza di Maurice, detective implicato in quasi tutti i giochi sporchi del dipartimento e alla lotta per la sopravvivenza di BJ - il Robert Sheehan che rese grandi le prime due stagioni di Misfits, già visto come personaggio secondario negli altri due episodi -, emblema di quei figli dello Yorkshire che, chissà, forse un giorno riusciranno a sopravvivere alla tempesta che, per disgrazia storica, sociale o geografica, si è abbattuta sulle loro teste - e torna vivissimo il confronto soprattutto con il meraviglioso finale del già citato This is England, che potrebbe definirsi speculare rispetto a quello che si affronta qui -.
Accanto a Sheehan restano impressi nella memoria dello spettatore il predatorio Sean Bean - ma il suo charachter si era già affrontato a fondo nel corso del primo dei tre film - ed il mellifluo prete di Peter Mullan, attore e regista notevole - come Paddy Considine che prestò volto ad Hunter - coraggioso nell'affrontare una delle parti più oscure e sgradevoli della sua carriera, di quelle pronte a fare impallidire anche le peggiori "metà oscure" del Cinema dedicato a serial killers e maniaci di vario genere.
A differenza dei due capitoli precedenti, inoltre, a dare man forte a quel quasi impercettibile lumicino di speranza di cui ho già scritto contribuisce un crescendo finale dalla tensione serrata tipico della scuola thriller americana, più che inglese, diverso sotto molti punti di vista dall'atmosfera rarefatta e solo suggerita dei due capitoli precedenti - anche nei loro momenti di massima tensione -: una chiusura diversa ma perfetta per una delle operazioni più importanti e meglio riuscite della televisione anglosassone recente, che non ha nulla di che invidiare alla qualità del grande schermo e che potrebbe senza troppa fatica competere con molte delle proposte distribuite nelle sale.
Impietoso il confronto con la situazione italiana, che fatta eccezione per pochi e clamorosi esperimenti come Romanzo criminale e Gomorra ancora pare lontana dalla maturità necessaria per produrre opere come questa, in grado di soddisfare l'occhio clinico degli appassionati e, seppur con una richiesta di impegno maggiore rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da una serata da divano, tenere inchiodati al proprio posto anche gli spettatori occasionali.
In fondo, la Red riding trilogy affronta il lato oscuro dell'Uomo, lo stesso che, attraverso telegiornali e siti di news ci troviamo ad incontrare ogni giorno della nostra vita, e che in qualche modo sappiamo esistere anche quando guardiamo dentro noi stessi: l'importante è cercare sempre di distogliere lo sguardo prima che l'abisso lo ricambi.



MrFord



"Dream on, dream on
there's nothing wrong
if you dream on, dream on
of being a swan
but I know you're thinking..."
Elisa - "Swan" - 



sabato 20 settembre 2014

Red riding trilogy: in the year of our Lord 1980

Regia: James Marsh
Origine: UK
Anno:
2009
Durata: 93'




La trama (con parole mie): Peter Hunter, un detective di stanza a Manchester, viene chiamato nel West Yorkshire in modo da supportare le indagini fino a quel momento infruttuose legate alla ricerca del famigerato Squartatore, che dalla seconda metà degli anni settanta ha messo in ginocchio l'intero corpo di polizia facendosi beffe dello stesso.
In realtà, l'incarico ufficioso di Hunter è quello di scoprire quali potrebbero essere le mele marce del dipartimento, divorato da tempo e dall'interno dalla corruzione.
L'uomo, in crisi con la moglie e legato ad una collega, dovrà guardarsi le spalle rispetto alla caccia serrata allo Squartatore ma, ancora di più, alle indagini interne: i colleghi locali, infatti, paiono decisi a fare fronte comune contro di lui affinchè i loro panni sporchi restino tali.
E saranno disposti a celarli con ogni mezzo.







Sul finire dello scorso anno, una serie di recensioni a dir poco entusiastiche mi spinsero a premere sull'acceleratore per il recupero di una delle trilogie più celebrate del piccolo schermo, realizzata nel Regno Unito e legata ad alcuni fatti che insanguinarono lo Yorkshire tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta: quando, però, affrontai la visione del primo capitolo, per quanto interessante e ben realizzato, mi trovai almeno parzialmente deluso rispetto quelle che erano le aspettative della vigilia, che probabilmente speravano di incontrare quello che, non troppo tempo dopo, sarebbe diventato True detective.
Dunque il progetto Red Riding finì nel cassetto di casa Ford, rimanendo a prendere polvere fino ad una serata in solitaria di fine estate, che divenne un'occasione per scoprire se la fama che aveva preceduto quest'opera fosse effettivamente meritata o mal riposta: fortunatamente per il sottoscritto, già da questo secondo capitolo l'intero lavoro pare ingranare una marcia in più, alimentando la tensione e l'inquietudine che nella prima parte erano rimaste forse troppo ingabbiate dalla cura decisamente autoriale dell'intero progetto.
La vicenda di Peter Hunter, interpretato dalla vecchia conoscenza del Cinema UK che conta Paddy Considine, e l'indagine che porta lo stesso detective di Manchester ad addentrarsi non solo nel percorso compiuto dallo Squartatore dello Yorkshire ma anche e soprattutto in quelli che sono i giochi di potere e corruzione del dipartimento che lo ospita, è una di quelle storie fosche ed oscure, brumose ed inquietanti come il clima locale o la desolazione di scenari che farebbero felice il T. S. Eliot di Wasteland: il percorso compiuto dall'uomo partendo da una vicenda sepolta neppure troppo bene in un passato recente, il rapporto con la moglie e la collega ed amante, il campo di battaglia di fatto nascosto sul terreno sul quale si trova a doversi battere delineano un affresco potente e disarmante, che non lascia fiato o speranze in uno scioglimento della tensione, neppure di fronte al successo di un'indagine che finisce per avere più ombre che luci.
Interessante come, in un episodio che dovrebbe concentrarsi, di fatto, sui delitti efferati di un serial killer da manuale, un mostro inquietante pronto a confondersi con la folla ed il buon vicinato, i brividi maggiori vengano, al contrario, dagli uomini che dovrebbero essere non solo i designati a catturarlo, ma anche, di fatto, i protettori della comunità: una critica dunque feroce al Sistema e agli uomini incaricati di esercitarne il potere, che ricorda la drammaticità - per quanto affrontata su un campo di gioco completamente differente - di This is England e l'oscurità di cult cinematografici come Se7en e Memories of murder.
Il percorso del detective Hunter - curiosamente, e letteralmente, cacciatore -, passo dopo passo sempre più segnato - l'isolamento dai riluttanti colleghi, l'incendio alla casa, il rapporto con le due donne della sua vita - porta il pubblico ad un crescendo finale ancora più amaro di quello già affrontato con il film precedente, di fatto gettando ombre più che pesanti sulla visione del terzo episodio di questa miniserie e nel cuore di chi, a prescindere dal fatto che la realtà - e l'autorialità cinematografica con lei - prediliga l'essere amara, spera sempre e comunque in una minima parte di speranza da custodire e considerare il vero e proprio baluardo per la sopravvivenza non solo propria, ma dell'intera società.
Se, dunque, la speranza è una vostra speranza, mettete in conto di non trovarne dalle parti di questo Red riding, costellato di miserie umane oscure e profonde che non sfigurerebbero in un romanzo del romanticismo più cupo o in una canzone da carne e sangue di De Andrè, allargate le spalle ed affrontate un viaggio nella parte nascosta dell'Inghilterra di provincia che riuscirà ad essere così duro e cattivo da far sembrare un insuccesso perfino la cattura di un assassino tra i peggiori che possiate immaginare abitare gli incubi della porta accanto.



MrFord



"From the tick tick tick of your time's up
to the yes yes yes of 'I'll sell'
from the fact fact fact of the souless
to the pact pact pact with hell
corruption corruption corruption
rules my soul
corruption corruption corruption
chills my bones
corruption corruption corruption
rules my soul
corruption corruption corruption
chills my bones."
Iggy Pop - "Corruption" - 



venerdì 19 settembre 2014

Red riding trilogy: in the year of our lord 1974

Regia: Julian Jarrold
Origine: UK
Anno:
2009
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Eddie Dunford, giovane reporter ambizioso e pronto a tutto, torna nello Yorkshire, dov'è cresciuto, dopo aver terminato gli studi ed essere stato svezzato nella professione al Sud. La misteriosa scomparsa di una bambina salita agli onori della cronaca risveglia il fiuto da investigatore di Eddie, che non solo ipotizza che l'avvenimento sia legato a due precedenti rapimenti di minori, ma che finisce per incrociare il cammino del collega Barry Gannon, convinto della corruzione dilagante tra le fila della polizia locale, più preoccupata di gonfiarsi le tasche lasciando passare sotto silenzio i loschi affari del magnate locale John Dawson, lasciando di fatto l'individuo responsabile degli efferati crimini sulle piccole libero di continuare nella sua opera.
La lotta di Eddie affinchè la verità venga a galla si rivelerà più difficile di quanto non potesse credere.






Dai tempi in cui decisi di aprire il Saloon è passata parecchia acqua sotto i ponti, in termini di visioni, e se c'è una cosa per la quale ringraziare lo status di blogger è senza dubbio la possibilità di continuare a scoprire opere potenzialmente interessanti grazie al passaparola: è il caso della Red riding trilogy, prodotta in Inghilterra come una miniserie televisiva costituita da tre pellicole legate eppure ben distinte tra loro non troppi mesi fa molto sponsorizzata dal buon Bradipo.
Il primo dei tre capitoli, ambientato in un perfettamente ricostruito '74, conduce l'audience nel pieno di uno dei periodi più turbolenti della storia recente del Regno Unito, dilaniato da lotte intestine tra la Corona e l'IRA e segnato dal sangue di una serie di vittime innocenti passate in secondo piano all'attenzione delle forze dell'ordine troppo impegnate a tenere la propria sporcizia ben nascosta sotto il tappeto della corruzione.
Tecnicamente costruito sull'attesa ed un approccio da indagine giornalistica più simile a quello di Tutti gli uomini del Presidente che non di Se7en, il primo capitolo di questa trilogia vede alternarsi sullo schermo molti caratteristi ben noti ai fan del Cinema anglosassone accanto a star decisamente più in vista come Andrew Garfield - che non sfigura nel ruolo di Eddie Dunford -, Sean Bean e l'indimenticato Nathan di Misfits, Robert Sheehan, seppur relegato ad un ruolo decisamente marginale dal punto di vista del minutaggio -, ed il regista occuparsi, prima ancora che della vicenda del killer delle bambine, di una critica decisamente marcata rispetto ai metodi ed alla condotta della polizia locale ai tempi.
Senza dubbio ci troviamo più dalle parti del Cinema d'essai che non del thriller destinato a diventare blockbuster inchiodando alla poltrona il suo pubblico, eppure questo inizio lascia più che ben sperare negli sviluppi dei due successivi capitoli, di fatto definendo quella che pare proprio la trilogia più interessante che il genere abbia offerto dai tempi del Pusher di Refn: l'Eddie di Andrew Garfield, solo - o quasi - a battersi e ad esporsi agli attacchi di una forza decisamente troppo grande per lui, è un personaggio imperfetto e per nulla positivo, eppure nel suo confronto con il Sistema e la corruzione dello stesso - oltre che con il "lupo" responsabile della sparizione e della morte delle ragazzine - pare quasi assumere le sembianze dell'eroe pronto a difendere Verità e Giustizia, anche quando il prezzo da pagare finirà per essere inesorabilmente troppo alto perfino per chi ci aveva davvero creduto.
In questo senso gli incroci dei percorsi del John Dawson di Sean Bean e dell'indomito - almeno nella ricerca delle notizie - Eddie paiono definire due status ben precisi, che se ci trovassimo all'interno di una tragedia greca finirebbero per apparire come Destini già compiuti, inutili entrambi per risolvere davvero un mistero, o raddrizzare dei torti, e macchiati inesorabilmente da quell'hybris che definì quello stesso tipo di tragedia.
Del resto, l'umanità è imperfetta ed oscura, anche quando nasconde quella stessa oscurità dietro una facoltosa facciata o la sfrontatezza di sogni troppo grandi per essere realizzati davvero: è sempre impresa ardua sperare di poter ristabilire il silenzio degli innocenti, ed è ancor più difficile presumere di poter sancire quello - definitivo - dei colpevoli.



MrFord



"Tis the song, the sign of the weary
hard times, hard times, come again no more
many days you have lingered all around my cabin door
oh hard times, come again no more."
Bob Dylan - "Hard times" - 




giovedì 18 settembre 2014

Thursday's child

La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite e nuova probabile sequela di delusioni per tutti noi spettatori con un certo criterio sempre in attesa di un'infornata di titoli come quelle che hanno costellato l'inizio dell'anno. Per tutti quelli che, invece, di Cinema masticano poco o niente, primo fra tutti il mio co-conduttore e rivale Cannibal Kid, cult come se piovesse e lacrime a profusione, da bravi nuovi schiavi della religione di bimbiminkia.
Speriamo che la prossima settimana, più che alzarsi, cambi il vento.

 
"Sei più romantica di Katniss Kid, ti meriti un bel bacio zuccheroso!"

 
Tartarughe Ninja

 


 Cannibal dice: A metà strada tra Transformers e il film dei Puffi, personalmente non sentivo alcun bisogno del recupero nostalgico delle Tartarughe Ninja, che pure da ragazzino mi piacevano parecchio. Certe cose è meglio lasciarle nel passato. Come James Ford.
Detto questo, nel film c'è Megan Fox e la visione diventa quindi imprescindibile per tutti, tranne quelli con i gusti “strani” (e si badi che per gentilezza ho detto strani quando avrei potuto dire schifosi) come Ford.
Ford dice: le Tartarughe ninja, ai tempi, mi piacevano parecchio, e ricordo anche intense sessioni di gioco con mio fratello. Ricordo anche che da bambino il mio prediletto era il più giocoso e casinista Michelangelo, mentre con la prima adolescenza - ed il primo film - cambiai parere spostandomi sullo scontroso Raffaello. Ma poco importa. Ho voglia di dare un'occhiata a questa nuova incarnazione delle Tartarughe, nonostante i pollici da incubo di Megan Fox.

"Peppa Kid, sono venuto per darti una raffica di mazzate: e non dare la colpa alle stelle!"

Resta anche domani


Cannibal dice: Sì, cazzo, sì!
Dopo Colpa delle stelle un altro melodrammone adolescenziale pronto a farci versare un sacco di lacrime. E la cosa più bella è che il mio blogger rivale James Ford piangerà lacrime amare perché questi film stanno conquistando il pubblico di tutto il mondo mentre i suoi cari vecchi Expendables invece non se li caga più nessuno.
Ford dice: dopo Colpa delle stelle, un'altra merdina strappalacrime teen inutile ed irritante. Tanto meglio. Un altro posto occupato nella decina dei Ford Awards dedicati al peggio dell'anno.


"Chissà se riusciremo ad eguagliare il primato di lacrime da coccodrillo di Colpa delle stelle!?"

Jimi – All Is By My Side
 

Cannibal dice: I film su artisti e band musicali mi incuriosiscono sempre e questo con André 3000 degli Outkast nei panni di Jimi Hendrix non me lo farò mancare. Qualche dubbio in proposito però ce l'ho. Per una questione di diritti, al film non è stato concesso l'uso dei brani del grande chitarrista e cantante. E un film su Jimi Hendrix senza canzoni di Jimi Hendrix è un po' come la rubrica sulle uscite cinematografiche senza l'opinione di Cannibal Kid.
Ford dice: Jimi Hendrix non ha bisogno di presentazioni, anche se, senza i suoi pezzi, decisamente qualcosa si perde. Andando oltre, comunque, la questione delle beghe legali e dei diritti, sono piuttosto curioso di questo biopic, in particolare per la partecipazione di Andrè 3000 degli Outkast, gruppo che ho sempre molto apprezzato, malgrado non quanto il grande Jimi.

"Il Cannibale!? Non lo voglio neanche vedere!"
Anime nere


Cannibal dice: Pellicola italiana molto apprezzata all'ultimo Festival di Venezia. La tematica criminale è la solita affrontata da molto nostro cinema, però l'approccio duro e crudo potrebbe ricordare Gomorra – La serie (che tra l'altro lunedì 22 settembre arriverà anche nei cinema) e allora lì sì che le cose si potrebbero fare interessanti.
Quanto a Ford, a forza di esaltare filmetti action che ormai fanno pena pure agli appassionati del genere, presto anziché un'anima nera troverà qualcuno che gli fa un occhio nero.
Ford dice: da Venezia si dice che questo titolo potrebbe essere notevole, benchè sia un prodotto italiano. Considerata la stagione che ci stiamo lasciando alle spalle, spero davvero che possa essere così, e non di trovarmi di fronte all'ennesima cannibalata radical chic come le recenti e bottigliatissime uscite di bassa lega mascherate da filmoni. Speriamo bene.

"Ford ha beccato il Cannibale. Dalla prossima settimana, sarà una rubrica a uno."
Un ragazzo d'oro


Cannibal dice: Un ragazzo d'oro non è a sorpresa un film su di me, di certo non lo è su Ford che non è più un ragazzo da 90 anni e d'oro non lo è mai stato, bensì su Riccardo Scamarcio, che torna al cinema nel nuovo film di Pupi Avati. Non credo di aver mai visto un film di Pupi Avati, dite che è ora di rimediare?
Nah, dai, non c'ho voglia.
Ford dice: già il titolo non mi dice nulla, già Scamarcio non mi dice nulla, già Sharon Stone rediviva non mi dice nulla, e già che ci sono, neppure Cannibal mi dice nulla che valga la pena ricordare.
Insomma, neppure Pupi Avati in persona potrebbe convincermi a vederlo.

"Scamarcio un attore!? Bella questa! Cannibal un esperto di Cinema!? Questa è ancora più bella!"
La nostra terra
 

Cannibal dice: Film di impegno sociale che passo volentieri al mio blogger rivale, il sempre noios... volevo dire sempre impegnato Mr. James Ford.
Ford dice: la mia terra è quella che userei con grande piacere per seppellire definitivamente l'ex Kid Cannibal. Ma attenderò la prossima Blog War, per questo. Intanto, potrei pensare anche di dare una possibilità a questo film.

"Ford ha sistemato Cannibal, e ora mi tocca fare tutto il lavoro sporco!"
La preda perfetta


Cannibal dice: Un film con Liam Neeson protagonista?
Non mi serve sapere altro. Una bella stroncatura cannibale è già in arrivo. Subito dopo Ford, lui è la mia preda perfetta.
Ford dice: curioso che nella stessa settimana escano due film con protagonisti l'attrice dalle mani più brutte del mondo - Megan Fox - e l'attore con le mani più brutte del mondo - Liam Neeson -. Inutile dire che, dopo i due Taken, da questo La preda perfetta mi aspetto una schifezza cosmica pronta per una bella stroncatura.

"Ford ha fatto fuori Cannibal!? Merda, volevo pensarci io!"

L'Ape Maia – Il film


Cannibal dice: Più devastante delle profezie dei Maya, ecco che arriva il film dell'Ape Maia. Se volete saperne di più non potete rivolgervi a Pensieri Cannibali, ma tranquilli perché tanto di sicuro passerà sugli schermi di WhiteRussian che di queste robe non se ne perde una. Quel blog ormai è diventato vietato ai maggiori di 4 anni.
Ford dice: l'Ape Maia non mi è mai piaciuta, neppure ai tempi dell'asilo. Del resto, gli insetti non mi sono mai andati a genio. Un pò come non mi è mai andata a genio l'Ape Kid.

"Zitto! Non vorrai che Peppa Kid venga a vedere il nostro film!"
Se chiudo gli occhi non sono più qui


Cannibal dice: Se chiudo gli occhi non sono più qui a scrivere commenti per una rubrica con James Ford, bensì su un'isola tropicale ad ammirare Megan Fox e i suoi splendidi pollici.
Ford dice: se chiudo gli occhi non sono più qui, ma in Australia, su una spiaggia, con un paio di cocktails pronti, Julez e il Fordino a giocare sulla spiaggia ed una palestra con piscina privata. Magari con gli Expendables come personal trainers.

"Lo vedi quello? E' Cannibal Kid, e di Cinema non capisce proprio nulla!"

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