giovedì 21 novembre 2013

Thursday's child


La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite, e nuovo confronto con il mio antagonista Cannibale, fortunatamente tornato ai consueti livelli di assurdità dopo settimane di fin troppo accordo tra le nostre opinioni. Quello che manca all'appello è, almeno in parte, il grande Cinema di un paio di settimane fa, nonostante un paio di titoli meritino indiscutibilmente una visione.
Chi, invece, non merita neppure una lettura veloce è quel pusillanime del Cucciolo Eroico, come sempre alfiere di strambi commenti da radical chic anti tamarri abituati a brandire un martello.
Probabilmente perchè ben sa che lo stesso è indirizzato su quella sua enorme testa di Coniglione.

Quel pusillanime di Canny e quel tamarro del Fhord.

Thor – The Dark World di Alan Taylor
 


Il consiglio di Cannibal: Thor, non thornare mai più, per favore
Il primo film dedicato a Thor era una notevole schifezzona (http://pensiericannibali.blogspot.it/2011/09/every-rose-has-its-thor.html), con le parti ambientate sul pianeta del supereroe martellante in particolare che risultavano ridicole quanto le opinioni cinematografiche di Ford. Nemmeno la presenza di Natalie Portman riusciva a salvare la pellicola dal disastro, e credo di aver detto tutto.
Ah no, non ho ancora detto tutto. Aggiungo solo che questo secondo capitolo potrebbe essere anche peggio del primo e che i commenti di Ford questa settimana potrebbero rivelarsi persino peggiori di entrambi i film.
Il consiglio di Ford: più che di bottiglie, il Cannibale ha bisogno di martellate in testa!
Il primo film del Vendicatore asgardiano, nonostante fosse firmato dal tanto detestato Kenneth Branagh, risultò discretamente divertente - http://whiterussiancinema.blogspot.it/2011/05/thor.html -, e prese parte ai tempi alla costruzione dell'affresco che portò all'ormai mitico The Avengers. Ora, a un anno e mezzo dal secondo capitolo delle avventure del supergruppo, con Thor - The dark world comincia il viaggio che ci condurrà attraverso il nuovo Capitan America e I Guardiani della galassia.
Ovviamente, per un appassionato di fumetti come il sottoscritto, l'hype è alto, e la voglia di divertirsi sempre presente.
A Peppa Kid lascio, invece, il triste buio della sua cameretta radical chic, mentre io mi godo le imprese pane e salame del buon martellone nordico.

"Cucciolo, preparati: sto per esercitarmi nello swing!"

Il passato di Asghar Farhadi


Il consiglio di Cannibal: Il passato a sorpresa non è un film dedicato a Ford
Il nuovo film del regista iraniano di Una separazione Asghar Farhadi l’ho appena visto, nel passato recente, e ho anche già scritto la recensione. Sono particolarmente contento del risultato perché, nonostante il film sia molto serio, il post è venuto fuori piuttosto divertente. O almeno, io mi sono divertito a scriverlo.
In attesa di postarlo su Pensieri Cannibali, voi intanto fate che guardarvi il film che, oltre a essere l’unica uscita degna di questo nome della settimana, è anche una delle migliori visioni degli ultimi tempi. Una pellicola che, a dispetto del titolo, è molto attuale e non vive nel passato, come fa il vecchio cowboy Ford.
Il consiglio di Ford: prima o poi il Cannibale sarà solo un ricordo.
Nonostante la sua clamorosa e chiarissima incompetenza cinematografica, perfino il mio rivale è riuscito ad apprezzare lo splendido Una separazione, ammirato un paio d'anni or sono ed in grado di riportare il Cinema iraniano a vette che non venivano toccate dai tempi di Panahi e Kiarostami. L'hype per questo Il passato, suo nuovo lavoro, è altissimo, e senza dubbio ci troviamo di fronte al titolo che più attendo questa settimana, senza contare che potrebbe rivelarsi una delle visioni di fine anno che, con una zampata di classe, riescono a piazzarsi in cima alla classifica dei Ford Awards.

"Il Cannibale si ritira da blogger? Evvai!"
 In solitario di Christophe Offenstein


Il consiglio di Cannibal: meglio solo che Ford accompagnato
La storia di un tizio che ha intenzione di fare un giro del mondo in solitaria su una barca a vela mi fa venire in mente quei film stile Vita di Pi o Cast Away o cose brutte del genere. Il fatto che sia una produzione francese, negli ultimi tempi sempre più garanzia di qualità, e abbia un cast che comprende alcuni dei volti migliori del cinema transalpino di oggi come François Cluzet, Virginie Efira, Guillaume Canet e Karine Vanasse mi fa però quasi quasi venire voglia di concedergli una chance. Sperando poi che Ford segua l’esempio del protagonista di questo film e se ne parta per una lunga avventura in barca a vela, senza connessione internet per poter aggiornare il suo blog, ovviamente.
Il consiglio di Ford: no, non si tratta di un videodiario delle nottate di Peppa Kid nella sua cameretta!
Le storie di imprese particolarmente ostiche grazie alle quali un uomo mette in gioco se stesso contro la Natura e le avversità mi hanno sempre affascinato, eppure non ho particolari buone vibrazioni in arrivo da questa pellicola transalpina, che potrebbe rivelarsi come una versione radical chic di cose davvero pregevoli come Kon-Tiki e dunque finire per risultare più materia per il mio antagonista che non per me.
Considerato il buon numero di recuperi che mi aspetta ed il nuovo lavoro di Farhadi, non sarà certo il primo della mia lista.

"Speriamo di non incontrare Ford alla guida di qualche mezzo, almeno in mare aperto!"

Alla ricerca di Jane di Jerusha Hess


Il consiglio di Cannibal: meglio cercare Jane Austen che Jane Ford
Film dedicato agli appassionati e soprattutto alle appassionate (Mrs. Jane Ford ce l’ho con te) di Jane Austen, l’autrice di Orgoglio e pregiudizio e Ragione e sentimento. Io personalmente non sono un suo fan, così come reggo poco le storie in costume in generale, a meno che non si tratti di costumi da bagno Baywatch-style, però questa romcom ambientata nel presente, complice l’atmosfera britannica e l’ottima Keri Russell della serie The Americans come protagonista, potrebbe anche rivelarsi una visioncina leggera e disimpegnata dignitosa. Al contrario dei filmetti action disimpegnati che propone Ford e che di dignitoso non hanno niente.
Il consiglio di Ford: alla ricerca del Cannibale? Ma neanche per scherzo!
Filmetto romantico di ispirazione austeniana che non riesce ad ispirarmi neanche per sbaglio, e che risulterà buono giusto per quel pusillanime del mio rivale che probabilmente si lancerà in una visione da salotto con le sue amichette di merenda.
Io lascio correre, ignorando ogni consiglio e preferenza di Katniss Kid su attori, attrici, vestiti da damigella e quant'altro, e torno a rivedermi il grandioso spot Volvo con Jean Claude Van Damme.

Una riproduzione dei costumi dei tempi dell'infanzia di Ford.

Fuga di cervelli di Paolo Ruffini


Il consiglio di Cannibal: cervello di Ford, dove sei fuggito?
Di solito mi stanno simpatici i personaggi venuti fuori da Mtv. Da Andrea Pezzi a Giorgia Suina, ehm Surina, da Massimo Coppola a Camila Raznovich e, sì, pure il Nongio Francesco Mandelli. Paolo Ruffini invece no. Non m’è mai piaciuto e da quando fa Colorado lo reggo ancora meno. Già attore discutibile, il ruffiano Ruffini esordisce adesso alla regia con questo Fuga di cervelli, remake italiano di un grande successo spagnolo recente, Fuga de cerebros. Considerando che il genere goliardico-ggiovanilistico non mi spiace, sono quasi tentato di recuperarmi l’originale spagnolo, ignorando bellamente il film del Ruffini e continuando a ignorare come al solito quello che dirà Ford.
Il consiglio di Ford: pronto? Parlo con il cervello di Cannibal? Ma come, non c'è nessuno in casa!?
La sopravvalutata Mtv ha sfornato, nel corso degli anni, una serie certamente poco invidiabile di cosiddetti talenti pronti a strabiliarci con trovate sempre più "geniali", dai terrificanti siparietti de I soliti idioti alle solite idiozie buone solo per far ridere gli adolescenti in crisi ormonali come Cannibal.
Questo Fuga di cervelli - ma quali!? - firmato da Paolo Ruffini - uno che non mi ha mai detto nulla - non sarà da meno.
Dunque che se lo prenda il mio detestato socio teen, io, da buon vegliardo, ne faccio volentieri a meno.

"Dì un pò, ma quella maglietta te l'ha data Ford!?"
 Il terzo tempo di Enrico Maria Artale


Il consiglio di Cannibal: io non vedrei manco il primo tempo
Visto che una sola pellicola adolescenziale italiana questo weekend non bastava, eccone anche una seconda. Il terzo tempo sembra però essere più promettente e meglio girato rispetto alla farsa di Ruffini, e non è che ci vada molto, e il trailer per una volta non è malaccio, cosa che per il cinema italiano è già un piccolo traguardo. Ancora troppo poco per convincermi a dargli fiducia, però non mi sento di sparargli contro a priori come sono solito fare nei confronti dei filmetti italiani e del blogghetto fordiano.
Il consiglio di Ford: terzo tempo e schiacciata in faccia a Peppa Kid.
Si prosegue con la carrellata dei consueti, inutili film italiani che ogni settimana - o quasi - infestano le sale togliendo spazio a proposte davvero degne di visione. Per quanto non agghiacciante ai livelli del prodotto figlio di Mtv di cui sopra, il trailer di questo Il terzo tempo mi attira almeno quanto una pellicola consigliata apertamente dal Cannibale, dunque giro al largo concentrandomi su visioni senza dubbio degne di maggior nota.

"La vedete questa palla? Voglio che la spariate dritta in faccia a Peppa Kid!"

L’arte della felicità di Alessandro Rak


Il consiglio di Cannibal: l’arte della felicità, basta stare lontani dal cinema italiano
Pellicola d’animazione italiana di stampo artistico, di stampo molto radical-chic oserei dire, che sembra un po’ il nostro tentativo di fare qualcosa sul genere di filmoni come Valzer con Bashir e Waking Life. Non credo però i risultati saranno gli stessi.
Per trovare la felicità, per sicurezza meglio evitare sia questo film che WhiteRussian. Prendetela come una raccomandazione del vostro dottore di fiducia: una settimana lontani dal blog di MrFord e sarete felicissimi, anzi beati.
Il consiglio di Ford: l'arte della felicità, ovvero dispensare bottigliate.
Mi verrebbe quasi voglia di recuperare questo tentativo estremamente radical chic made in Italy di sdoganare la parte autoriale del Cinema d'animazione: in fondo, uno dei divertimenti maggiori da queste parti è quello di dispensare tempeste di bottigliate su proposte pronte a spacciarsi per chissà cosa anche a fronte del loro essere nulla: se non fosse che questo tipo di attività è praticamente il mio pane quotidiano da quando nella vita del sottoscritto è entrato il Cannibale, finirei quasi per essere lieto di quest'uscita. Peccato che il mio antagonista si prenda tutto lo spazio - e le bottigliate - che per il momento sono in grado di dispensare.

"Questa roba pare proprio del genere che fa incazzare Ford: sono contento."

Il tocco del peccato di Jia Zhangke
 
Il consiglio di Cannibal: Ford, brutto maniaco, non toccarmi!
Chiudiamo questa rassegna internazionale con una capatina in Oriente, con un film dal forte sapore di cinema d’essai e/o da Festival cinematografico radical-chic. Un film di quelli girati da un regista che Ford potrebbe essere capace di esaltare come: “il più grande fenomeno d’Oriente” o qualcosa del genere. A ragione o a torto non lo so, visto che di questo Jia Zhangke non ho mai visto niente. Chissà, potrei cominciare da questo suo ultimo Il tocco del peccato, che non sembra male, ma per una volta vorrei conoscere prima l’opinione di Ford. Nel senso che se per lui è un registucolo di poco conto, allora significa che ci troviamo di fronte a un genio registico puro, o viceversa.
Il consiglio di Ford: il tocco di genio. Che non è quello del Cannibale.
Chiudiamo in bellezza con la seconda proposta più interessante della settimana dopo Il passato, ovvero il ritorno sul grande schermo del regista cinese Jia Zhangke, che qualche anno fa vinse un meritatissimo Leone d'oro grazie al meraviglioso Still life, una delle pellicole più belle passate a Venezia nelle ultime dieci edizioni.
Passato quel trionfo, ammetto di avere perso di vista il buon Jia, ma sono più che lieto di ritrovarlo sul grande schermo con un film che promette davvero bene, per quanto possa dirne il mio rivale, che sicuramente è già pronto a bollarlo come una di quelle soporifere mattonate d'autore di stampo fordiano.
Ma tranquilli, appena l'avrò toccato con una bottigliata, le cose cambieranno.

"Hey Kid, mi manda Ford: dice che per te è l'ultima puntata della rubrica."

mercoledì 20 novembre 2013

La strada

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno: 1954
Durata: 108'




La trama (con parole mie): Gelsomina, una ragazza introversa dalla particolare sensibilità, è spinta dalla madre a divenire l'assistente di Zampanò in sostituzione della sorella defunta. L'uomo, un artista di strada specializzato in numeri che prevedono l'utilizzo della forza bruta dal carattere burbero e spigoloso dedito all'alcool e alla violenza, diviene dunque il maestro ed il padrone della giovane, che spesso e volentieri soffre i suoi modi bruschi.
Quando l'incontro con un altro artista detto il Matto pone Gelsomina di fronte ad una nuova prospettiva della sua esperienza, quest'ultima decide di rimanere accanto a Zampanò quasi si trattasse di una missione, o di una predestinazione: la tragedia, però, è dietro l'angolo, e per l'insolita coppia giunge il momento di affrontare la dura realtà delle rispettive nature.





Tradurre i propri pensieri, le esperienze e le idee in poesia non è mai un'impresa facile, di qualsiasi campo artistico si stia parlando: spesso e volentieri, superando il confine che separa il racconto quotidiano dal lirismo del sogno e dell'interpretazione, si rischia per scivolare nel radicalchicchismo sfrenato - e qui al Saloon tanto osteggiato - oppure nel patetico.
Fortunatamente ogni tanto, nel nostro percorso umano, incrociamo il cammino di nomi come quello di Federico Fellini, tra i pochi registi in grado di riuscire a farsi interprete del significato più puro del termine poesia senza per questo rinunciare alla pancia o al cervello: uno degli esempi più importanti in questo senso è senza dubbio La strada, titolo che diede notorietà assoluta ed internazionale al cineasta riminese e che gli valse l'Oscar per il miglior film straniero, lanciando di fatto uno stile ed un approccio che sarebbero stati presi d'esempio e modello per i decenni successivi - e lo sono ancora -.
In realtà questa ennesima visione de La strada mi ha condotto - come spesso accade con le opere dei grandi - ad un'altra interpretazione della stessa, meno riferita ai consueti pareri in merito, al mondo del circo, all'amore, al vagabondare, quanto più al complesso rapporto che legò per una vita Fellini e sua moglie, Giulietta Masina: in un certo senso, quello che ho visto questa volta nella storia spesso triste di Gelsomina e Zampanò è stato una sorta di rivisitazione del rapporto tra il regista e l'attrice, inseparabili anche nella morte - la Masina scomparve neppure sei mesi dopo il Maestro - eppure decisamente lontani da un rapporto idilliaco in vita.
Il carattere strabordante del geniale Federico e quello più remissivo di Giulietta, uniti alle avventure che il primo spesso e volentieri si concedeva con le protagoniste che ispiravano i suoi film - su tutte è nota la storia d'amore con Sandra Milo -, i conflitti e le ombre si sono proiettati dal primo all'ultimo su Zampanò e Gelsomina, in perenne lotta eppure necessari l'uno all'altro anche di fronte alla tragedia, e alla morte.
La leggerezza quasi ostentata della ragazza spinta dal Matto a credere che la ragione della sua vita potesse essere effettivamente quella di stare accanto ad una persona "che nessuno avrebbe voluto" e l'aggressività a tratti incontenibile dell'uomo, apparentemente privo di qualsiasi sensibilità o pensiero rivolto a qualcosa che non sia il suo viaggiare ed i numeri da circo, l'alcool e le donne, si incastrano alla perfezione come soltanto i grandi amanti ed i grandi nemici possono riuscire ad incastrarsi, facendo da motore ad una tragedia profondamente realista ed altrettanto aerea nella sua rappresentazione, ritratto non tanto di un Paese - come fu per Amarcord o La dolce vita - quanto della parte "straziata" dello stesso, quella del cuore.
Un film da amare incondizionatamente anche nei suoi momenti più terribili, traboccante la passione per la vita che Fellini non ha mai fatto mancare al suo pubblico, in grado di rendere profondo e tragicamente affascinante proprio Zampanò, talmente forte ed aggressivo da intimorire eppure fragilissimo e solo in uno dei finali più struggenti che il Cinema italiano sia mai riuscito a portare sul grande schermo, così come la delicata Gelsomina, talmente decisa a credere da risultare quasi fastidiosa agli occhi di chi, al contrario, più che alla Fede è dedito alla Vita, eppure incapace di rinunciare alla parte di sogno necessaria per sopportare la realtà.


MrFord


"Lui ti offre la sua ultima carta, 
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire, 
quando dice "È quattro giorni che ti amo, 
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito". 
E non hai capito ancora come mai, 
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai. 
Però stai bene dove stai. Però stai bene dove stai."
Francesco De Gregori - "Pezzi di vetro" -



martedì 19 novembre 2013

I vitelloni

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno:
1953
Durata: 107'




La trama (con parole mie): cinque amici all'alba della loro età adulta, in bilico tra sogni e responsabilità, nel cuore di una cittadina italiana all'inizio del boom. Dal matrimonio che porta Fausto, il leader spirituale dei "vitelloni" alla nuova condizione di padre di famiglia e lavoratore alle vicende artistiche di Leopoldo, l'intellettuale del gruppo, passando per le turbolenze dell'incorreggibile Alberto, diviso tra l'amore per la bella vita e quello per la madre, e lo sguardo perso all'orizzonte di Moraldo, il più giovane del gruppo.
Una fotografia di un'epoca ma soprattutto un film generazionale, il ritratto della giovinezza sempre pronta alle "zingarate" di colpo trovatasi di fronte il non sempre tenero sguardo della crescita.





La mitologia di Federico Fellini, fatta di neoralismo e sogno mescolati abilmente in un cocktail che è stato, è e sarà parte della Storia d'Italia, ancora prima di quanto il mondo imparò ad ammirare con La dolce vita, 8 e 1/2 o Amarcord passò attraverso le strade deserte della notte che accoglieva quasi maternamente i vitelloni, gruppo di ragazzi alle porte della loro esistenza da adulti dediti a succhiare tutto il midollo della vita progenitori delle allora future generazioni degli Amici miei.
Federico Fellini, ai tempi al suo terzo lungometraggio e all'inizio del percorso che l'avrebbe portato a stupire le platee del mondo intero, delinea l'universo che lui stesso si trovava ad affrontare ai tempi, poco più che trentenne, mescolando i suoi tratti con quelli dei protagonisti della pellicola, dall'amore per le donne e l'egoismo di Fausto alla passione incontrollata per la scrittura e l'arte di Leopoldo, dalla voglia di andare oltre i confini della sua Romagna di Moraldo alla teatralità in bilico tra la malinconia e l'allegria sfrenata di Alberto.
Proprio al personaggio che prende il nome dal suo interprete, l'indimenticato Alberto Sordi, sono legate le sequenze più note de I vitelloni, dal famoso gesto dell'ombrello indirizzato ai lavoratori alla meravigliosa sequenza del Carnevale, in grado di sottolineare il gusto per il farsesco e la dualità di comico e tragico che si ritroverà in quasi tutta l'opera felliniana successiva, dal Casanova al Satyricon, dai Clowns alla realtà profonda de Le notti di Cabiria: passaggi semplici eppure di potenza che allora il Cinema poteva soltanto immaginare, scanditi da un ritmo soltanto apparentemente placido come le giornate di quei ragazzi pieni di speranze e di sogni alle prese con un mondo per il quale non sempre potevano definirsi pronti.
In questo senso la figura di Fausto, il più carismatico ma allo stesso tempo il più negativo tra i personaggi principali, assume una grande importanza sia rispetto a quello che, di fatto, era il ruolo dell'uomo a quei tempi - sempre che non lo sia ancora oggi -, sia nell'equilibrio della pellicola tra sacro e profano, poesia e panesalamismo, testa e cuore: i suoi confronti con il padre e lo splendido passaggio che chiude la sua storia - almeno quella che viene narrata - sono da antologia almeno quanto la figura del suo datore di lavoro, pronto a fare da mentore - o quasi - al giovane bugiardo che per poco non gli costa il matrimonio.
Più che una generazione, quella dei vitelloni è una tappa che ogni uomo tocca nel corso del suo personale viaggio attraverso il Tempo e la vita, e più che un film generazionale I vitelloni è un affettuoso ritratto ed un omaggio alla giovinezza che, per quanto possa essere preservata dallo spirito, è destinata, prima o poi, ad essere lasciata alle spalle almeno quanto la casa che finiamo per abbandonare, spinti dalla curiosità, dalla paura e dal desiderio di confrontarci con il mondo esterno, il grande caos che attende ognuno una volta libero dall'abbraccio di chi lo ha protetto per tutta una vita.
Un film che è un pezzo di tutti noi, almeno quanto il Cinema di Fellini è parte integrante delle fondamenta della settima arte, con quel suo piglio teatrale pronto a barcollare, ebbro di vita, danzando tra il dolore e la passione.


MrFord


 "E poi ci troveremo come le star
a bere del whisky al Roxy Bar
oppure non c'incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio
ognuno diverso
e ognuno in fondo perso
dentro i cazzi suoi." 
Vasco Rossi - "Voglio una vita spericolata" - 




lunedì 18 novembre 2013

Amarcord

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno: 1973
Durata:
123'




La trama (con parole mie): in una cittadina costiera romagnola nel pieno degli anni trenta assistiamo alle vicende che vedono protagonisti gli abitanti del luogo ed il luogo stesso, teatro di vite, morti, gioie e dolori, speranze e malinconie. Dalle scorribande del giovane Titta e dei suoi compagni di scuola al burbero padre del ragazzo, l'inossidabile antifascista Aurelio, passando dalle gigantesche tette della tabaccaia alle grazie della desideratissima Gradisca, con la scuola, le confessioni in chiesa, zii impazziti sugli alberi e navi enormi pronte a passare al largo della costa, un affresco di esistenze che si snoda nel corso di un anno che porta dalla fine dell'inverno all'inizio della primavera, una dichiarazione d'amore di Federico Fellini alla sua terra e ai ricordi di un tempo che, scivolando tra leggenda e vita vissuta, svanisce sollevato dal vento come i soffioni.






Scrivere di un film di Fellini è una scommessa, un azzardo, il tentativo di gettare una goccia in un oceano, neanche stessimo argomentando su un titolo di Kubrick, o Kurosawa, o Welles, o Murnau. Insomma, parliamo dei migliori.
Perchè non può essere altro, quando il riferimento è il Federico Nazionale, il più grande - a mio parere - regista italiano di tutti i tempi: e in questo caso ci ritroviamo di fronte ad uno dei manifesti dell'arte del Maestro, quell'Amarcord che riportò l'Oscar per il miglior film straniero tra le mani del regista riminese, e che, ai suoi occhi, rappresentò una dichiarazione d'amore per la sua infanzia e la terra d'origine celebrata nella parte iniziale della sua carriera ed accantonata per le sue grandi avventure romane, da La dolce vita a 8 e 1/2.
Amarcord sono le stagioni che avanzano, "gironlanz, gironzolan, gironzalon", portano per le strade delle nostre memorie semi che verranno raccolti da alberi pronti, a loro volta, a vedere altri semi crescere in altre stagioni.
Sono i turbamenti adolescenziali, gli scherzi ai professori, i conflitti con i genitori, le liti in famiglia, i primi sogni erotici nascosti a qualsiasi figura autoritaria.
Sono le piccole rivincite prese in sogno, quel luogo in cui si è piloti o condottieri, protagonisti o improvvisati visitatori di esotici harem.
Sono le imprese dei genitori, che per quanto possano sentirsi lontani dai figli faranno di tutto affinchè gli stessi possano imparare il valore di una vera Resistenza.
E' il luogo in cui si cresce, che giunge ad assumere le dimensioni mitiche di un racconto mano a mano che il tempo lo rapisce, pezzo per pezzo, sfogliando il mosaico della nostra mente.
E' un grido disperato, ironico, giocoso e malinconico, un "voglio una donna" lanciato verso l'orizzonte sempre troppo lontano.
E' la Storia, che con le sue rovine ed i suoi pezzi pone le fondamenta del futuro nato dal quotidiano.
Un sogno popolare, quello della più bella - e desiderata - del borgo e di una nave così grande che pare uscita da un film di quelli che fanno solo in America, così lontano che si riesce soltanto ad immaginare aiutati da un pò di pellicola ed immagini colorate.
Amarcord siamo noi stessi, pronti a rimbalzare nel Tempo come impazziti, cavalcando una macchina che non esiste ma che è proprio lì, di fronte a noi, a difendere i miti creati dal sentimento anche quando gli stessi finiscono per cedere alla quotidianità, a quello che è il naturale percorso che prendono, presto o tardi, le nostre esistenze: è un film profondamente autunnale e mortuario, eppure traboccante primavera, speranza, passione, voglia.
Perchè proprio questo era Federico Fellini: un calderone, come la sua straripante arte fatta di decadenza e magia, sogno e realtà, impeto e sonnecchioso magone.
Nessuno come lui seppe descrivere l'Italia della provincia, e renderla un Paese del mondo, e tutto il Mondo paese.
E non esisterebbero Underground, Gatto nero gatto bianco, Ti ricordi Dolly Bell?, il Benigni migliore, gli spunti validi di Radiofreccia, tutta la mitologia di quella riviera romagnola che ancora oggi è un mito non solo del passato, ma anche del presente e del futuro.
Perchè gli anni passano, trascinati dai soffioni nel vento, pronti a seminare nuove generazioni.
Non esistono Spring breakers, da queste parti.
Nessuno può rompere l'incantesimo, o il sogno.
E viva la madonna, meno male che è così.
Meno male che è esistito, esiste ed esisterà Federico Fellini.
Pronto a ricordarci cosa significa ricordare.


MrFord


"Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste."
Francesco De Gregori - "Viva l'Italia" - 



domenica 17 novembre 2013

Un anno per un Maestro - Il Fellinianno


La trama (con parole mie): dalle parti del Saloon la stima per quello che considero il più grande regista della Storia del Cinema italiano, Federico Fellini, è sempre stata alle stelle.
Il Maestro riminese è celebrato, nell'anno del ventennale della morte, proprio dalla sua città natale, che lo ricorda con una serie di iniziative da non perdere pronte a mostrare i suoi lati editi ed inediti, la sua personalità ed il percorso artistico che gli portò ammirazione da parte di tutto il mondo della settima arte ad ogni latitudine.
Con la giornata di oggi inizia anche qui su WhiteRussian una celebrazione parallela, che oltre a sottolineare l'importanza di questi eventi proporrà una tre giorni a partire da domani con Amarcord, I vitelloni e La strada, tre delle pellicole che hanno segnato la carriera del Nostro e l'immaginario di milioni di spettatori.




Dovessi pensare ad un'ipotetica decina di nomi da inserire nell'Olimpo supremo dei cineasti, non avrei alcun dubbio rispetto al rappresentante del Nostro Paese: Federico Fellini.
Per quanto il Neorealismo ed il Cinema di rottura degli anni settanta abbiano fatto scuola in tutto il mondo, nessuno come il Federico Nazionale è riuscito a mettere in moto la grande macchina dei sogni nel suo stesso grandioso, personale, magico modo.
Mescolando ricordo e poesia, realtà e sogno, sesso e amore, Fellini è stato l'artefice di alcuni dei più incredibili Capolavori che la settima arte abbia conosciuto, da Amarcord a 8 e 1/2 - senza dubbio il più grande film italiano di sempre -, da Il Casanova di Federico Fellini - uno dei miei preferiti - a Le notti di Cabiria, passando per quel La dolce vita che fu il simbolo di un'epoca.
A vent'anni dalla sua scomparsa, la città che gli diede i natali lo celebra dichiarando, di fatto, il suo amore, lo stesso che il regista trasmise alle pellicole della prima parte della sua carriera e che ebbe come apice il già citato Amarcord, il film che più di ogni altro può essere considerato la base della poetica di grandi registi ed interpreti successivi come Emir Kusturica o il tanto celebrato Roberto Benigni - senza contare il Radiofreccia di Ligabue, che definire influenzato dal lavoro di Fellini pare quasi un eufemismo -: approfittando di un weekend, o di un viaggio che porti anche voi in quei luoghi resi magici grazie ad uno dei più grandi geni che il Cinema abbia conosciuto, potreste approfittare per consultare l'indirizzo www.rivieraromagnola.net o www.comune.rimini.it/eventi/pagina8570.html, fondamentali per orientarsi tra le iniziative che coinvolgeranno le opere del Maestro.
Qui dal Saloon, dunque, si alzano i calici e si brinda per uno dei veri Grandi, così come per il suo anno: il Fellinianno!


MrFord


"Avevo sempre sognato, da grande, di fare l'aggettivo. 
Ne sono lunsingato. 
Cosa intendano gli americani con felliniano posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. 
Ecco, fregnacciaro è il termine giusto."
Federico Fellini



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